Ballo

Le cronache della Leda #30 – La storia della Luisa (come un canto)

berlin - foto annatoscano

berlin – foto annatoscano

Le Cronache della Leda #30 – La storia della Luisa (come un canto)

L’avvocato si è accomodato in poltrona e mi ha detto: «Allora Leda, me la dici o no la storia della Luisa?» E io gliela ho raccontata, per filo, per segno, per colore, per ritaglio, per sorriso. La storia della Luisa è una storia da sogno.

La Luisa aveva un paio di scarpe gialle, scarpe col tacco ma non troppo, con la punta ma non troppo appuntita. Le scarpe gialle erano state il regalo per il suo sedicesimo compleanno. A Luisa piaceva ballare, soprattutto le piaceva ballare con le scarpe gialle. La Luisa leggera sulla pista della balera volteggiava sulle scarpe gialle. Ogni tanto rideva, spesso decollava. La Luisa ballava e quando ballava era felice. Era la più corteggiata della balera, anche se c’erano delle sere in cui la Wanda se la giocava. La Wanda era bellissima, ma non aveva le scarpe gialle. La Luisa quando ballava avresti detto che non sarebbe mai morta. La Luisa in scarpe gialle, in tango, in valzer, in giravolta, la Luisa mai morta.

La Luisa poi aveva un fidanzato, un terzo fidanzato, il primo dopo i fidanzatini. Si chiamava Edmondo e amava ballare. Edmondo quando andava a ballare metteva le scarpe nere a punta, lucidissime. Una camicia bianca come nei film e pantaloni neri. Quando ballava il tango sembrava argentino ma era di Cremona. La sera in cui si conobbero, noi eravamo lì. Edmondo si avvicinò alla Luisa e disse: «Non ho mai visto una che balli così bene il tango senza calzare scarpe nere.» La Luisa lo guardo fisso negli occhi e gli rispose: «Io non ho mai conosciuto un Edmondo, come vedi c’è sempre da imparare.» Poi gli allungò una mano e si fece portare al cento della pista. Da quel momento, per molti sabati sera, per molte domeniche pomeriggio, per molti mesi, per alcuni anni, nulla valse la pena come vederli ballare. Forse soltanto, qualche volta, leggere qualche poesia. Poi Edmondo e la Luisa si lasciarono. Luisa continuò a ballare, ma non indossò mai più le scarpe gialle. Il giallo sarebbe rimasto il colore di Edmondo.

La Luisa imparò a guidare, la volta che imparò a guidare convinse suo padre a lasciarle la macchina una domenica pomeriggio. La Luisa caricò me, l’Adriana e la Wanda e disse: «Bambine, oggi vi porto in gita.» Quella volta con la Luisa che rischiò di finire due volte fuori strada, che quando arrivammo al fiume venne giù così tanta acqua che pensammo che il vento e la corrente ci avrebbero portate via, quella volta della macchina fu una delle domeniche in cui ho riso di più nella vita. La Luisa è una che ha sempre saputo farmi ridere, anche quando c’era da piangere.

La Luisa, la notte in cui morì Saverio si sedette sulla poltrona di fronte a quella in cui piangevo io, rimase a guardarmi per un po’, poi si alzò e venne a sedersi accanto a me, mi accarezzò la testa, mi asciugò gli occhi con il suo fazzoletto, mi abbracciò, mi baciò sulla fronte, disse qualcosa per farmi ridere e poi disse: «Leda tu sei la mia più cara amica. Leda, tu lo sai, ma te lo voglio dire un’altra volta, io non ti lascerò mai sola, nemmeno un istante del tempo che verrà, del tempo che ci resta. Mai.» Poi si alzò, spostò una poltrona e cominciò a ballare, senza musica, una specie di valzer inventato, ballava e mi sorrideva, a me pareva di sognare, mi bruciavano gli occhi. Poi la Luisa si fermò e mi disse: «Leda, te le ricordi le mie scarpe gialle? Bene, io sarò le tue scarpe gialle, per sempre.»

Vedi avvocato, la Luisa è le mie scarpe gialle, ecco perché non morirà. L’avvocato mi ha guardato e mi ha fatto con la testa.

Leda