bagnanti

Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

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Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

di Cristina Babino

 

La parola “bagnanti” mi riporta alla mente, in modo quasi automa­tico, l’immagine di un quadro di grandi dimensioni, ammirato or­mai molti anni fa alla National Gallery di Londra. Più che le nudità opulente e allegre di Renoir, o la grazia levigata d’Ingres, o la cere­brale sintesi geometrico-cromatica di Cézanne, sono i Bagnanti ad Asnières dipinti da Seurat nel 1884 che mi risalgono agli occhi, quel­la loro calma distesa e distratta, quel ristoro mai troppo languido o accaldato tipico delle domeniche d’estate passate sui lungofiumi nordeuropei. Hanno colori tenui e concilianti, questi bagnanti – tutti maschi, adulti o bambini, della classe operaia ritratti in un giorno di vacanza – colori pastello accesi solo da un paio di dettagli arancio più marcati, rimaneggiati in anni successivi (il cane in primo piano, il cappello del bambino immerso in acqua sulla destra).

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Una scena rassicurante, placida, non proprio e non del tutto serena soltanto perché nessuno dei personaggi interagisce, nessuno comu­nica in una qualche reciproca attività: ognuno è compreso nel suo isolamento, monadi slegate – fatte dell’accostamento di colori com­plementari in pennellate finissime, precorritrici di un pointillisme ancora in nuce – che con disinvoltura quasi ineluttabile si danno le spalle in un’assorta teoria di solitudini.
Un’atmosfera di calma surreale, dilaniata dalla luce, in cui le figure sembrano destinate a un’incomunicabilità statutaria, immedicabile (qualcosa che ricorda da vicino l’inquieta, metafisica immobilità di Piero della Francesca) che sottilmente ci mette a disagio, a cui sen­tiamo, in fondo, di non poterci rassegnare.
«Non credo che siamo esseri separati, soli» recita il passo di Virginia Woolf tratto, per coincidenza marina evidentemente non casuale, da Le onde e posto in epigrafe d’apertura alla raccolta Bagnanti di Rena­ta Morresi. Questo libro di poesie ci invade e ci scuote con la forza di un continuo – forse involontario ma potente – cortocircuito: sono bagnanti, nell’accezione piana (e quasi sempre piatta) di villeggian­ti, nelle intenzioni dell’autrice, quelli che si muovono, nella prima parte del libro, più o meno mollemente tra un tuffo in mare e una so­sta sul bagnasciuga. Ma le medesime azioni, i medesimi termini im­piegati nei versi possono applicarsi allo stesso modo al popolo dei vacanzieri come, con uguale e anzi maggiore e quasi automatica suggestione, al popolo dei migranti. Così le due dimensioni umane, apparentemente tanto diverse, contrapposte, quella svagata e però mai immune da nevrosi dei vacanzieri e quella tragica di chi fugge in cerca di rifugio, si sovrappongono inevitabilmente nella mente del lettore – complice una cronaca drammatica che da tempo ormai troppo lungo ci viene raccontata ai notiziari – e senza sosta si richia­mano, convergono, s’affratellano.
Bagnanti perché colti nella sospensione attonita e sovraffollata della vacanza, quindi. E bagnanti perché caduti in mare, a volte pure getta­ti, che il mare attraversano in barconi, e loro malgrado se ne bagnano, bagnanti come participi presenti, che se s’avvicinano a una qualsiasi idea di “vacanza” è solo nella mancanza di una terra, nella sua sot­trazione tragica, violenta. Profughi. Migranti. Dispersi nell’«ufficio degli scomparsi / ampio mar mediterraneo»1. E chiamarli bagnanti non è certo facile ironia, semmai il più puro, com-patito sentimento del contrario − è forse persino esorcismo, necessità d’oggettivare una condizione altrimenti troppo feroce, insostenibile. Incomprensibile.
L’essere umani, l’appartenenza comune a questa specie ci chiama, tutti, a sentire, a comprendere (a prendere con sé, e su di sé), la tra­gedia consumata a Lampedusa, come in ogni altro suolo d’approdo di un’umanità stremata, a scendere in quella stessa acqua, ad im­maginarci noi stessi, fluttuare come anemoni disancorati, riemersi in quelle onde, in quello stesso mare: «essere molti e saline / vive e più mobili / del mare, abitanti / confusi a risalire / all’indietro, ad uno / stile nobile, le antiche / genealogie anfibie»2 (di nuovo, un essere plurale che se vale per la gente in vacanza può valere anche per quella in cerca di salvezza).

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L’umano che resiste. Recensione a Bagnanti di Renata Morresi. Di Martina Daraio

bagnanti, morresi

L’umano che resiste.
Recensione a Bagnanti di Renata Morresi

La seconda raccolta di poesie di Renata Morresi, pubblicata a distanza di tre anni da Cuore comune, si intitola Bagnanti (Perrone, 2013). Scevra da performative e concitate denunce della situazione contemporanea tanto quanto, all’opposto, da nichiliste e sdegnose forme di distanza ironica, Bagnanti rappresenta un’operazione piuttosto originale nel panorama contemporaneo proprio per il suo candore conoscitivo, volto a calarsi senza preconcetti nella realtà liquida della contemporaneità e a restituirla nei suoi limiti e nelle sue potenzialità.
L’onestà intellettuale di questa operazione trova la prima conferma nella postura stessa della voce poetica, consapevole della sua relatività al punto di rinunciare a qualunque soggettività assertiva, parodica o moralista, a favore di un io depotenziato di ogni privilegio o centralità. Non si tratta però del canto di una “marginalità” quanto piuttosto di una poesia biologica, che riguarda tutti gli esseri umani in quanto abitanti del pianeta, bagnanti di uno stesso mare eletto a sipario di secoli di vite e di morti.
La prima sezione si apre infatti coralmente con la constatazione d’«essere molti» ed essere arrivati al punto di dover «risalire all’indietro» alla ricerca di una dimensione primitiva, placentare. Ma le «antiche genealogie anfibie» lentamente riscoperte e raccontate, se da un lato difendono l’uomo restituendogli una tradizione e una forza storica, dall’altro lo privano di ogni privilegio ontologico rispetto a tutte le altre specie animali. Analogamente chi scrive, forte di una tradizione poetica confermata dalla scelta di epigrafi e forme metriche ben definite e coerenti in ogni sezione, preannuncia sin da questo primo testo l’esigenza di una partecipazione vitale e biologica alla vita, completamente estranea ad atteggiamenti di prevaricazione o dominio. La prima sezione della raccolta si costruisce proprio all’insegna di questa con-fusione tra umanità e naturalità animale, descrivendo corpi che come larve si muovono sugli scogli e sulla sabbia confondendosi col contesto circostante:

scendono caldi sulla sabbia
i corpi lenti molli
dischiusi tutti storti e
terra,
rinati tutti a caso
uomo, donna –

scendono gli uccelli

La divisione strofica e la pausazione del periodo sintattico creata attraverso l’uso di forti enjambament spesso stranianti, assieme alla lentezza locutoria imposta dalle sequenze allitteranti e dall’alta densità simbolica della scrittura, conferiscono a tutta questa prima sezione un ritmo strisciante, posato, anch’esso partecipe di quella dimensione primordiale e assoluta; e mentre il tempo della scrittura diventa esso stesso parte di questa visionarietà cosmica, il tempo e lo spazio rappresentati si relativizzano a loro volta: il ritmo delle lancette si perde, ad esempio, nella fatica di quel «secolo di settimane» lavorative che precedono l’agosto, o la distanza territoriale si contrae nello spazio di un abbraccio:

ciascun erede della casata
sparso nella sua longitudine

se allarga le braccia, se abbraccia
è una cala

entrata naturale

ma come, cosa, chi altri
che l’aria

Se da un lato il comune destino umano, e soprattutto il comune passato, suggeriscono un senso di fratellanza e vicinanza tra gli uomini, dall’altro si profila quell’incomunicabilità e il senso di un “abbraccio vuoto”.
Nel tentativo poetico di ritrovare nella liquidità un habitat e un’idea di uomo possibile, l’ambito delle relazioni interpersonali emerge infatti come una delle maggiori problematicità, a cominciare dal livello di scambio dialogico e dunque anche linguistico. La scrittura si popola di voci catturate nell’ambiente e riportate sulla pagina per metterne in evidenza la potenzialità di significazione: i discorsi sul treno, l’estreneità e insieme la somiglianza coi vicini di ombrellone, i silenzi delle case e dei luoghi familiari, i rumori del traffico e dei non-luoghi, gli annunci pubblicitari e i messaggi televisivi.
Si apre così una profonda ferita tra la realtà e il linguaggio, tra la corporeità concreta delle cose («s’arrende la pioggia / condensa a contatto col vetro») e la parola mediatica («“acqua in centro Italia” / fa il meteo»). A questo tema è dedicata in particolare la terza sezione, Vendesi, che attraverso una serie di ottave descrive appartamenti, elementi d’arredo e abitanti di luoghi il cui sapore di “casa” sembra attutirsi nel valore economico soggiacente.

All’ultimo piano 3 vani 2 bagni
soggiorno ampio con angolo cottura
panorama sulla valle momentanea
sospensione degli allacci possibile
ricavare altra stanza-studio poco
rumore dagli appartamenti – ma no
non m’oriento troppo vuoto troppo nord
un vento che il muro non sa confinare.

Il tema dei non-luoghi entra così anche nell’intimo degli spazi della quotidianità, riprendendo quelle stesse caratteristiche che, nella seconda sezione della raccolta, avevamo incontrato nello spazio anonimo della realtà aeroportuale. In un unico lungo poemetto che restituisce il senso e la fatica di un attraversamento, la sezione Aeroporto insiste infatti su immagini di vetro e di bianco, come per ricostruire sensorialmente la spersonalizzazione di quell’ambiente in cui anche la memoria e i “ricordi” diventano merce da scaffale. L’atmosfera è surreale, permeata da una robotica perfezione di marketing e marchingegni, all’interno della quale l’amarezza stessa della solitudine di ognuno appare imbellettata e bianca, inarrivabile. Il senso della bellezza e della storia sembrano scomparire nella serialità, il tempo e lo spazio tornano esatti e tutti i corpi si confondono.

Non avere mai più fame col fermino
delle nove e andare in bagno dove trovi
altra attesa di persone di varia dimensione
signore sempre alte bambine sempre bionde
vecchine dalla tale e tale storia.
Vago odore di ciclo anticipato papilloma
interno singolare. Così che tutti insieme
sembra quasi ci spostiamo andando
a tempo chierichetti ben disposti pastorelli
del presepe pasteggiando un certo numero
di paste sorseggiando un certo numero di sorsi
disponendoci in file di gruppetti spirali di tre
o di sette continue in rispetto dei rapporti.
[…]
In coda per entrare dondoliamo
le prolisse identità a tracolla
con il peso sull’una o l’altra gamba siamo
ritagli di volumi di un uomo ed una donna
le forme del loro intervallo. Avviseranno
che spegniamo i cellulari ci spoglieranno
controlleranno che portiamo solo carne
sotto stoffe o altre guaine e nel bagaglio
vietati gli acidi le armi, i tagliaunghie.

Esperienze visive, uditive, tattili, olfattive: nessun livello della sensorialità viene risparmiato nell’immersione nella realtà circostante. Lo stesso dicasi per l’ultima sezione della raccolta, Trenitalia, che raccoglie la coralità delle voci dei passeggeri alternando fedeli registrazioni dialogiche a commenti anonimi e impersonali di ciò che accade. L’idea stessa del luogo e del non-luogo si esaurisce in un collettivo lasciarsi trasportare inconsapevole.

«Dov’è Cesena?»
«dopo Faenza»
«no Faenza è subito prima di Bologna»
«ci sarà Forlì allora»
«forse Cesena»

fa pena la notizia del cane rubato all’uomo cieco
di Montallegro (Agrigento)

saper vedere tutte le torture
in successione

e

saper non-vedere

Eppure, dinanzi agli evidenti limiti della vita contemporanea, dinanzi alle tragedie accumulate, alle illusioni disilluse, e dinanzi all’apparente incomunicabilità, nella raccolta Bagnanti l’umano ancora esiste e resiste. Anzi: nasce proprio dal mistero di scoprirsi nudi, allo stesso tempo simili e alieni anche a noi stessi. Renata Morresi ci immerge completamente nell’acquario del presente cercando in esso di ritrovare una dimensione di abitabilità, provando senza pregiudizi antropologici ad orientarsi nel caos liquido, e lo fa avendo massima cura delle percezioni; così che proprio da quest’attenzione e premura di accudire il gesto e la sua ordinarietà ricava spazi di pensiero e di sublimazione di una realtà stravolta, tanto dal punto di vista spaziale quanto da quello interpersonale, ma non per questo meno potente. Neanche nei momenti di maggiore tragicità, infatti, il divenire dell’umano si priva totalmente di riconoscibilità, e della costellazione caotica dei discorsi di Trenitalia ci resta, in fondo, la rappresentazione di passeggeri mossi da un autentico desiderio di incontro, di contatto, di comunità, di genealogia.

ognuno ti tocca del tutto
d’una piena mancanza
ognuno da un’unica polla
di aria ti invita
nella sua stella nana

© Martina Daraio