Autoritratto entro uno specchio convesso

I poeti della domenica #406: John Ashbery, River/Fiume

RIVER

It takes itself too good for
These generalizations and is
Moved on by them. The opposite side
Is plunged in shade, this one
In self-esteem. But the center
Keeps collapsing and re-forming.
The couple at a picnic table (but
It’s too early in the season for picnics)
Are traipsed across by the river’s
Unknowing knowledge of its workings
To avoid possible boredom and the stain
Of too much intuition the whole scene
Is walled behind glass. “Too early,”
She says, “in the season”. A hawk drifts by.
“Send everybody back to the cisy.”

 

FIUME

Si ritiene ben superiore a
queste generalizzazioni e ne
viene sospinto. L’altro argine
è immerso nell’ombra, questo
in autostima. Ma il centro
continua a crollare e a riformarsi.
La coppia al tavolo da picnic (ma
non è stagione, è presto ancora per i picnic)
viene calpestata lentamente dal fiume
con la sua inconsapevole conoscenza dei propri congegni
per evitare una possibile noia e la macchia
di un eccesso d’intuizione l’intera scena
è murata sottovetro. “È presto ancora,”
dice lei, “non è stagione.” Un falco passa planando,
“Rispedisci tutti in città.”

 

da @ John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, Bompiani Capoversi 2019

I poeti della domenica #405: John Ashbery, Farm/Fattoria

FARM

A protracted wait that is also night.
Funny how the white fence posts
Go on and on, a quiet reproach
That goes under as day ends
Though the geometry remains,
A thing like nudity at the end
Of a long stretch. “It makes such a difference.”
OK. So is the “really not the same thing at all,”
Viewed through the wrong end of a telescope
And holding up that bar.

Living with the girl
Got kicked into the sod of things.
There was a to-do end of June,
Comings and goings
Before the matter is dropped.
But it stays around, like her faint point
Of frown, or the dripping leaves
Of pie-plant and hollyhock,
Also momentary in defeat.
No one has the last laugh.

 

FATTORIA

Un’attesa protratta che inoltre è notte.
Fanno ridere i paletti della staccionata bianca
che vanno e vanno e vanno, silenzioso rimbrotto
che si ferma mentre il giorno finisce
anche se la geometria rimane,
una specie di nudità alla fine
di un lungo rettifilo. “Fa un’enorme differenza.”
OK. E così è il “davvero niente affatto la stesso cosa”,
vista dal capo sbagliato di un cannocchiale
mentre si tiene alta quell’asticella.

Vivere con la ragazza
venne gettato a pedate nella zolla delle cose.
Ci fu una gran scenata a fine giugno,
gente che va e viene
prima che si lasci perdere la faccenda.
Ma rimane, come lei che accenna appena
ad accigliarsi, o le foglie che sgocciano
di rabarbaro e malvone,
anch’esse temporanee nella sconfitta.
Nessuno ride ultimo.

 

da @ John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, Bompiani Capoversi 2019