autofiction

Su “Piano Americano”

Antonio Paolacci, Piano Americano, Morellini editore, 2017; € 14,90

 

C’è un momento (o c’è stato, o ci sarà) in cui non riusciremo più a distinguere la realtà dalla finzione, un momento in cui tutto sarà così perfettamente sovrapposto che il nostro occhio non riuscirà più a cogliere le differenze, non riuscirà più a percepire le sfumature e ci domanderemo: “È vero oppure no?”; ma non c’è risposta perché è sbagliata la domanda, perché una volta stabilito che non c’è differenza tra realtà e finzione nessuno dovrà chiedersi più alcunché. O varrà per tutti quello che scrisse Anna Maria Carpi in una poesia, cioè che il vero non le era mai interessato. Molto dipende dalla nostra capacità di percezione, ma tutto dipende dal modo in cui la realtà si manifesta. Se ogni elemento è sempre trattato all’origine, se la materia prima è modificata prima di manifestarsi, prima di compiere un percorso, ecco che la realtà è già racconto, ecco che il racconto non può essere altro che autofiction, ecco che l’autofiction non può essere altro che narrativa pura. Di un fatto ognuno avrà la sua versione, quindi il fatto in sé non esisterà più, esisteranno molte versioni dei fatti, ognuna sarà sostenuta da un gruppo e sarà verà e non esisterà allo stesso tempo e non significherà niente. Questo ragionamento è un punto di partenza se si vuole osservare, ancora prima di raccontare, Piano Americano, il nuovo romanzo di Antonio Paolacci.

È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.

A un certo punto di questa storia Paolacci, che della storia è il narratore, uno dei protagonisti ed è anche l’assente, spiega una cosa fondamentale della scrittura e della letteratura, ovvero il punto di vista. È evidente che un bravo narratore deve averne uno ma deve essere in grado di attribuirne uno a ciascuno dei personaggi, che ad esempio dialogano in una scena, e che questo punto di vista sia visibile al lettore. Nel paragrafo iiniziale ho esposto il mio punto di vista su un dato argomento sia cruciale sia frivolo, ma allo stesso tempo ho esposto il punto di vista di Antonio Paolacci, quello da cui forse parte all’inizio di questo romanzo e quello, certamente, a cui arriva alla fine.

Il protagonista di Piano Americano ovvero lo scrittore Antonio Paolacci comincia il libro dichiarando che in una tiepida giornata di maggio, a poche settimane da quella in cui diventerà padre, decide di smettere di scrivere; e nel dettaglio di smettere di scrivere il romanzo che progetta da tempo, che guarda caso si chiama Piano Americano, romanzo che era stato pensato divertente, con una serie di personaggi ben delineati, come Gaetano, come un film amatoriale, come un noto politico italiano, come un killer dei servizi segreti surreale, come Hitler. Niente, abbandonato.

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