Autobiografia

La professoressa gioca ai videogiochi

 

 

dal sito Ubisoft

 

Per ovvie ragioni di privacy, i nomi sono di fantasia.
Il mio tunnel carpale da joystick no.

«Ma anche un videogioco va bene», dico a Matteo un po’ per convinzione e un po’ per tagliare corto.
Sto conoscendo i pargoli di prima da una settimana, ho chiesto loro di scrivermi in una paginetta i motivi per cui dovrei leggere un libro, un fumetto, guardare una serie tv che li ha colpiti. Voglio vedere come scrivono, insomma, se intuitivamente saprebbero farmi una scheda di lettura e soprattutto qual è il loro immaginario di riferimento. Non so ancora che qualcuno mi rivelerà il finale di Riverdale. Ma insomma c’è che Matteo, alla mia richiesta, viene alla cattedra e mi dice che lui non legge e non guarda. Immagino da subito che ci sarà da lavorare, ma intanto, un po’ per tagliare corto e un po’ per convinzione, gli dico: «ma anche un videogioco va bene».
Lui si illumina di gioia. Poi si disillumina, e mi dice: «Ma professoressa, lei non li conosce.»
«No Matte’», gli dico. «Te non hai capito.»
Quando da minuscola avevo una consolle tutta fili e cassoni, e baravo usando la pistola davanti allo schermo invece che dal divano, il gioco che andava per la maggiore si chiamava Alex Kidd, dove il ragazzino in questione, che doveva attraversare mondi per salvare una principessa, aveva un taglio di capelli di inquietante somiglianza con quello di mia sorella allora duenne. Alex Kidd entrò nel lessico familiare costringendo perfino la perplessa Madre ad arrendersi: nella versione orientale, il ragazzino divorava alla fine di ogni quadro un onigiri, sostituito nella versione occidentale da un panino farcito a molti gusti. «Cosa vuoi mangiare a cena?», diceva allora la Madre. E io rispondevo: «un Alex Kidd».
Ma io adoravo Sonic, l’istrice velocissimo. Non ho mai finito quel gioco, che ha diviso il mondo in due scuole di pensiero peggio della filosofia hegeliana: chi vuole superare i livelli, chi raccoglie maniacalmente tutti gli anelli. Riusciva a finirlo mia zia, che tornata stanca dal lavoro afferrava il joystick e, in multitasking con qualche lamentela, divorava i quadri con il metodo rapido e fermo con cui si spiccia casa totalizzando record anche nei livelli bonus.
Erano videogiochi bidimensionali, a scorrimento. Non scomoderò mostri sacri come il Tetris o il Pac-Man, o santo cielo Frogs. Dirò poco delle giornate passate nei bar a infilare gettoni a Street Fighter (la rassegnazione a prendere Blanka pur di sconfiggere un nemico, la scoperta del fascino dell’ambiguità sessuale con Vega). Non parlerò della tentazione di ricomprare un certo modello di telefono dopo aver scoperto che ha lo Snake integrato. I pomeriggi passati con mia sorella, che a quel punto aveva un bel taglio di capelli, al simulatore (sparatorie, leoncini in fuga, corse di motoscafi, combattimenti, partite di calcio, invasioni aliene, attacchi zombie, avventure di samurai), quei pomeriggi sono più che altro ricordi miei, e poco interessanti.
Quello che Matteo si chiedeva è: questa bacucca dietro la cattedra ha davvero idea di cosa io faccia il pomeriggio quando accendo una consolle? (altro…)

Günter de Bruyn, Bilancio provvisorio

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1° novembre 2016: Günter de Bruyn compie novant’anni. Uno dei narratori che maggiormente ha illuminato le mie letture appartiene a quell’anno di nascita particolarmente fecondo alla narrativa, al teatro, alla poesia, alla critica, alla traduzione, alla musica: come Günter de Bruyn, sono nati nel 1926 Ingeborg Bachmann, Italo Alighiero Chiusano, Alfredo De Palchi, Dario Fo, Carlo Fruttero, Hans Werner Henze, Judith Malina, solo per citarne alcuni. Mi fanno compagnia, oggi, i libri di de Bruyn che possiedo. Non sono in traduzione italiana – ché  della vasta produzione di de Bruyn abbiamo solo i volumi L’asino di Buridano e Un eroe del Brandeburgo tradotti e curati da Palma Severi; si deve a Domenico Mugnolo una monografia del 1993 dal titolo Günter de Bruyn narratore – e tra essi spiccano i suoi due volumi autobiografici, Zwischenbilanz. Eine Jugend in Berlin (“Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino”) e Vierzig Jahre (“Quaranta anni”). Il mio omaggio a Günter de Bruyn e alla sua prosa limpida e, ai miei occhi, magistrale, è la mia traduzione dell’inizio di Zwischenbilanz, là dove il “mentitore di professione” dichiara la sua intenzione di esercitarsi nell’arte della verità senza infingimenti e prende le mosse, nel narrare, dalle affabulazioni e dalla tendenza alla “trasfigurazione” materne. Affabulazioni e tendenza alla trasfigurazione materne che non mi sono ignote anche dalla “protostoria” della mia famiglia, così come mi è stata tramandata da mia madre, nata anch’ella nel 1926.  (Anna Maria Curci)

 

Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino

Fonti storiche

A ottant’anni ho in animo di fare il bilancio della mia vita; il bilancio provvisorio che inizio a stendere a sessant’anni intende essere un esercizio preparatorio: un allenamento a dire “io”,  a dare ragguagli senza il velo della finzione. Dopo aver girato a lungo attorno alla mia vita scrivendo romanzi e racconti, tento ora di raffigurarla direttamente, senza abbellimenti, senza enfasi, senza maschere. Il mentitore di professione si esercita a dire la verità. Promette di dire con onestà ciò che dice; non promette di dire tutto.
Prima di arrivare a me, tocca alle origini della mia famiglia. Mi sono note soprattutto grazie a mia madre.  Se è vero che ai suoi racconti mancavano cronologia e correlazione, tuttavia le sue immagini-ricordo erano dettagliate e variopinte e noi ce le sentivamo raccontare in continuazione, cosicché, cionondimeno, venne a crearsi una storia di famiglia a grandi linee. La storia iniziava nel 1911, in una sera di gennaio nel corso della quale il giovanotto, che sarebbe diventato in seguito mio padre, aveva dimostrato, al ballo dell’associazione corale delle poste, la sua capacità nel flirtare e la sua imperizia nel ballare il valzer, proseguiva con la domanda del postino Hilgert: E come intende provvedere al sostentamento di mia figlia, signor de Bruyn? – e cambiava poi ripetutamente scenario. (altro…)

Nota a “I miei portacenere” con un’intervista a Florence Delay

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Non si tratta del catalogo di una collezione, mette immediatamente in chiaro la scrittrice e membro dell’Académie française Florence Delay; né, mi viene da aggiungere dopo qualche lettura, di un’autobiografia per portaceneri. Sembrerebbe più un trattatello senza scopi didattici e con la sola intenzione di dare al portacenere quello che è del portacenere, che è molto più di quanto gli sia stato dato finora.
Certo, il titolo è Mes cendriers e i portaceneri, con il loro carico di cicche e di ricordi, appartengono alla vita e alla libera associazione aneddotica di Florence Delay:

Chiamo miei quelli che onoro con assiduità, quelli le cui vecchie ceneri hanno alimentato la mia fornace, bucato i miei vestiti e la mia memoria. Quelli che popolano le solitudini della mia scrivania, delle mie scrivanie, della mia camera, delle mie camere, quelli intimi, originari francesi, o naturalizzati dopo un soggiorno di qualche settimana a portata di mano. Le formalità da parte mia sono più rapide che nei ministeri. Amo ricompensare la fedeltà di servizio, ma attenzione, magnanimità non vuol dire costanza. Resto libera di bandire quelli che mi vengono improvvisamente a noia. Che magari mi evocano un tempo migliore, o che sono invecchiati male. In particolare, sospetto quelli sbreccati di portare iella.

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Carrère: da che parte parlare de “Il Regno”

IlRegno

E.Carrère, Il Regno, Adelphi 2015, traduzione di Francesco Bergamasco

Come, ottimisticamente parlando, recensire Il Regno di Carrère?
Provo a prendere il toro per le corna da più lati, ma lui svicola. Potrei cominciare dicendo che, nonostante il mio mestiere, tendo ad aspettare prima di comprare un caso letterario; ma questo mi darebbe subito quell’arietta blasée che tanto mi tira da sola gli schiaffi dalle mani. Potrei cominciare dicendo, allora, che un’amica la cui intelligenza mi ha sempre portata a cose belle me l’ha consigliato, e quindi non ho potuto fare a meno di comprarlo; ma non vedo perché dovrei fare aneddotica sui fatti miei. Eppure le due cose mi già mi servirebbero a centrare un punto importante: se non avessi detto alla mia amica “ne scriverò una recensione”, a quest’ora avrei seguito la lezione degli struzzi, e invece eccomi qui.
Perché, ottimisticamente parlando, come recensire Il Regno di Carrère?
Più ci penso e meno ne vengo a capo; e meno ne vengo a capo e più mi rendo conto che io, seguace del filo di Arianna, sto ricevendo in questo modo uno dei migliori insegnamenti da questo grosso, scorrevolissimo libro pubblicato nel 2015 per Adelphi: Carrère, probabilmente, non si è imbevuto le ali di ceralacca, non ha steso un foglio in carta millimetrata, ma ha lasciato che il materiale si formasse, prima di mettersi amabilmente a passeggiare per il labirinto aspettando l’eventuale Minotauro per aggirarlo con un colpo di stiletto.
Così, ora che mi sembra di aver ricevuto un Tom Tom tra le mani, posso inoltrarmi anch’io in una recensione che sarebbe impossibile strutturare in maniera più compassata.
Il Regno non è un capolavoro, lo dico subito per non tentennare più in là. È un libro arguto, vivace, colto, forse perfino imperdibile, ma molto gli manca (e ha molto di troppo) per essere un capolavoro.
Lungo ma di snella lettura, è strutturato in quattro parti. Le due esterne fanno da cornice; sono autobiografiche, la prima racconta il breve periodo di conversione dello scrittore nei primi anni ’90, le sue giornate passate a meditare sul vangelo di San Giovanni, la perplessa condiscendenza della moglie, gli incontri, i dubbi, la fede, gli scossoni della fede, con particolare attenzione a tutti quei micro-episodi in cui la suddetta non sembrava vedere l’ora di essere messa alla prova provocandogli la ferale paura di venirne abbandonato. Incluso il tentativo di dare casa a una babysitter folle che dipingeva le pareti della sua casa con scene dell’Apocalisse, non c’è sforzo cui Carrère si sia sottratto, in quegli anni, per preservare quel barlume che tanto senso dava alla sua esistenza e tanto lo ripagava della sua gentilezza. Le due sezioni centrali testimoniano la bellezza di questo sforzo rivelatosi, uscito dalla fascinazione religiosa, inutile: l’immensa cultura, e l’immensa tenerezza, e una sottilissima capacità di critica e giudizio, nei confronti di quel periodo storico che fu l’affermarsi di una Chiesa attraverso le lotte tra i due spiriti che avevano raccolto (o stravolto) l’eredità dei primi gruppi cristiani: la Chiesa di Gerusalemme, con a capo Giacomo e Pietro, e l’utopia visionaria di Paolo.
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Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano

CHET BAKER, tra biografia e poesia

Chesney Henry “Chet” Baker Jr. (Yale, 23 dicembre 1929 – Amsterdam, 13 maggio 1988)

Chet Baker è stato uno dei maggiori interpreti ‘bianchi’ del jazz nel secondo Novecento. Su di lui s’è scritto e detto sempre molto, proprio perché il suo suono era perfetto e ammaliante così come la sua voce, la tromba intonatissima come la sua intenzione – un termine questo che denota anche una capacità profonda d’attenzione, una qualità estendibile a tutto il mondo dell’arte, cruciale e necessaria. Chet Baker va ricordato perché la sua musica fu evocativa e delicata ad ogni nota e possedeva tutte le qualità estrinseche dell’arte appunto, non ultima la volontà di mettere in relazione più campi, come vedremo tra poco. Si crede spesso che fosse la sua condizione di tossicodipendente il motore che poteva innescare una facile propensione al trasformismo (fu musicista, attore e altro), eppure la versatilità da uomo di spettacolo è una dote artistica che riconduce anche verso altre direzioni, e nutre i rispettivi campi d’interesse producendo risultati sempre alti nel suo caso.

Qualche anno fa è stato pubblicato postumo un volume autobiografico, As Though I Have Wings. The Lost Memoir, The Chet Baker Estate, 1997 (Come se avessi le ali. Le memorie perdute, minimum fax, 1998-2008, traduzione di Marco di Gennaro), una biografia ‘autorizzata’ dagli eredi (e molto simile nella scrittura a quella di Billie Holiday), in cui la vita viene spesso tradita da racconti fantasmagorici su un passato – verrebbe da dire – verosimile. Gli aneddoti si incastrano in un tessuto a tratti filmico: la vita del musicista scanzonato, anche goliardico, sempre squattrinato, degna d’una commedia di Billy Wilder, è condita da spaccati di vita ‘altra’. I tempi della droga (dell’eroina) si misurano sui tempi della musica, e sono frazionati all’unisono e su “intervalli giusti”. Avere le ali – simbolico della condizione anche dell’eroinomane – è per Baker anche un modo di dirsi, di elevarsi al di sopra d’una condizione di esecutore: il suo strumento parlava e parla ancora una lingua e uno stile noti ed identificabili. Noi tutti possiamo rintracciare il clima di quegli anni ’50, molto narrati nella letteratura statunitense (si pensi a Richard Yates) e un certo vuoto di senso dilagante, nonostante la ricostruzione ‘civile’ postbellica: il sapore della California spensierata eppure amara di Chet Baker in quelle sue pagine perdute e ritrovate, è anche quella sensazione di non-conciliazione dell’io con un mondo che può offrire tutto ma non concede quasi nulla ed è dunque possibile per Chet una continua fuga verso l’altrove, nella musica che come si sa non è arte tangibile, eppure è pregnante e riempie laddove la quotidianità sottrae. Un’esistenza scapestrata e spietata alla ricerca d’un punto fermo, d’un ingaggio – l’ennesimo – e d’una paga. – Si facevano tutti – qualcuno diceva (e lui pure, lo diceva e l’applicava); viene in mente Bird di Clint Eastwood, dedicato al sassofonista Charlie Parker, che esce proprio nell’anno della morte di Chet Baker: è il 1988.

Dell’88 è anche un documentario in bianco e nero straordinario che parla della sua vita, Let’s get lost di Bruce Weber: quell’America suonata, forse povera di valori, perduta in se stessa, intrisa d’una calma apparente, è rivelata nel volto di Chet giovane e nel volto di Chet poco prima della scomparsa, invecchiato, rugoso, consumato dall’eroina. Lui suona e canta con la stessa intensità, con la stessa precisione. La sua vita e la musica sono la stessa cosa, coincidono alla fine e coincideranno all’infinito.

Ma perché ricordare questo musicista, che era stato amico del gigante Parker e che con lui nel ’52 e successivamente aveva suonato, con lui e con altri pilastri, tra cui Dizzy Gillespie, Stan Kenton, Stan Getz? Perché l’88 è l’anno della registrazione di un LP unico e prezioso, che coniuga inaspettatamente jazz – standard e originale – e poesia.

S’intitola Chet on poetry e fu pubblicato dalla Novus di Roma nel 1989, e vede la partecipazione di grandi jazzisti italiani del calibro di Nicola Stilo al flauto, piano e synth, Enzo Pietropaoli al basso, Roberto Gatto alla batteria, e le voci di supporto di Alfredo Minotti e Carla Marcotulli, Diane Vavra e Paul Cantos con cui Chet Baker da qualche tempo, avendo passato in Italia e in Europa buona fetta della fine della sua vita. Originali e grandi classici (tra cui Almost Blue di Elvis Costello, in una versione magnifica) per attraversare la parola e le note come se fosse l’ultima volta: per Baker ogni esecuzione sembra l’ultima, la più sincera, totalizzante.

Portami dove sono già stato
chino sull’acqua
fuori il deserto mulino invaso da rovi
fa ancora quel fuoco?
Porta in palmo di mano
le sete e i velluti della cecità.

Questa la presumibile ricostruzione metrica dei versi delle liriche di Gianluca Manzi e Maurizio Guercini, che chiudono l’album; una lettura sia in inglese sia in italiano di Baker, ci accompagna e ci porta in un terreno di contatto tra la musica e la poesia, rafforzando la verità della prima e lo stimolo ad accordare l’orecchio per intendere la seconda, e che rivela a noi – ancora una volta – quale fosse l’anima multiforme ed elegante di Chet.

L’idea dell’album fu di Maurizio Guercini, che dirigeva allora anche una galleria: lo racconta il pittore e scultore Andrea Nurcis, il quale segnala anche che Guercini si ispirò ad alcuni disegni che proprio Nurcis espose lì nel 1987, per scrivere i versi che Chet recita. Gli stessi furono utilizzati come “presentazione” della mostra. La copertina dell’album, invece – ricorda ancora Nurcis -, è stata realizzata dal pittore romano Piero Pizzicannella.

[Su youtube non si trova la lettura in italiano qui citata, utilizzata però come sigla di questo programma radio, ma una lettura in inglese, incipit di questa magnifica esecuzione di In a sentimental mood di Duke Ellington. Altre tracce son reperibili in rete.]

*ps. Questo pezzo l’ho scritto seguendo l’istinto ‘da fan’; qualunque piccola imprecisione segnalata è ben accetta!

Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 – 14 settembre 2012)

Autobiografia

Nato con la pioggia d’argento.
Nero d’inchiostro.
Aveva vent’anni nel mese d’agosto.
A settembre chiese le penne
volava insieme ai piccioni neri che si sparano contro i tralicci.

Diventa ape.
Scuote il cuore delle rose
cadute da un carro di saltimbanchi che parlano italiano.

Conosciuto Scardanelli
dimorò alcuni mesi sulle rive del Neckar
dove ragazze di legno
affiorano al tramonto vicino alla riva.

Vecchio all’improvviso.
Ma ancora aspettava
non sapeva cosa.
Non dimenticò ciò che era stato.

Aveva trentatre anni – l’età giusta di Cristo.
Aveva vent’anni – l’età giusta di Cristo.
Eppure…
Dimenticò il passato – fu la sola speranza.

Di fronte ai convitati di pietra non tutti gli
specchi erano stati consumati anzi gli specchi
riflettevano episodi appena accaduti che molti
cittadini hanno rimosso. Lacerandosi…

erano ricordi di giovani fucilati
ricordi di giovani travolti da vecchie fatiche da vecchie
autoblindo
dentro al vento delle foreste d’asfalto o singolarmente
perseguitati
adesso che questa città è spampanata e sembra una
quercia in novembre e nessuna voce
nessuna voce
nessuna voce
si alza s’alza più s’alza ancora
a dire che oggi
è ancora ieri.

Nessuna voce nessuna voce nessuna voce.
Volano merli impolverati da una strada del cinquecento a
piazza Maggiore e

di notte un vecchio che ha un nome segreto
col bastone d’abete sotto il portico
dice “bolognesi
siete forse morti dato che siete così ricchi e
d’altra parte vedo che siete così poco felici nonostante il
forziere
per questo mentre il cielo affonda dico bisogna
legare per l’occasione la fune di un nome
americano a un nome
russo a un nome italiano e dico che dietro la musica rock
ci sta il lamento di un lupo che non si è addormentato.
È venuto il tempo degli uomini vili?
Chi muore sparato
o chi vive consumato
è subito dimenticato?”

UNA CONCLUSIONE PERSONALE:
ascoltare il silenzio non è ancora possibile.

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Per chi non avesse mai letto una sola poesia di Roberto Roversi; per chi volesse rileggerlo non avendo suoi libri a casa (non è poi così facile trovarne); per quanti fossero semplicemente curiosi, in rete è possibile leggere in formato pdf un articolo di Daniele Piccini pubblicato nel numero 198 di “Poesia” (ottobre 2005; clicca qui per leggere). [f.m.]