Austerlitz

Come leggono gli under 25 # 2 – Austerliz di W.G. Sebald

Memoria, spaesamento e identità perduta nell’ultimo romanzo di Sebald

di Alessandra Trevisan

Ricomporre la vita attraverso la memoria, soggettiva, parziale e selettiva, e di fattori-assemblare il proprio album di ricordi attraverso alcune immagini, custodite ma dimenticate: Austerlitz di W. G. Sebald (Milano, Adelphi, 2001) è un romanzo o forse una di quelle forme ai confini del romanzesco tanto care al nostro Novecento,che si muove su un doppio binario. È un’opera narrativa e fotografica assieme, che miscela sapientemente l’una e l’altra modalità espressive secondo una posizione tanto cara anche ad Italo Calvino, il quale affermava:«La letteratura dovrebbe appunto stare in mezzo ai linguaggi diversi e tener viva la comunicazione tra essi».

Austerlitz è un docente di storia dell’architettura di stanza a Londra, alla ricerca del suo passato perduto, in perenne viaggio attraverso l’Europa: il suo raccontare e raccontarsi si accompagna alla presentazione di fotografie-puzzle tra le più varie, che stanno nel testo. C’è nella sua storia l’eco di Napoleone e l’ombra del Nazismo, ci son escursioni storiche e filosofiche (Wittgenstein), e ci sono le decine di stazioni ferroviarie da lui attraversate, registrate o meglio impresse nella pellicola della mente, che riaffiorano sempre vivide nelle sue parole per suggerirgli un qualcosa che lui non sa. Il testo si dipana su piani temporali sovrapposti, che sfuggono alla ricomposizione di un’esistenza ‘che contiene’: c’è un narratore interno senza nome, che talvolta si sostituisce alla voce di Austerlitz e c’è la mancanza di a-capo e paragrafazione, che trascina in un labirinto di solitudine e spaesamento (anche letterario), riempito di oggetti e stati d’animo che devono essere rielaborati per poter svolgere un compito ‘altro’. Il romanzo è permeato dal tentativo di rievocazione d’un rimosso – tempo, esperienza, attimo -, chiuso nella grande gabbia della Storia ma inesprimibile, e compito della fotografia è ricucire i vuoti: lampeggia e folgora, fissa un momento e un fatto, ma la reminiscenza è liquida ed abbisogna di dettagli sempre più precisi. La necessità di ricostruirsi è sempre più urgente:«D’altronde, nella nostra vita, noi compiamo quasi tutti i passi decisivi in forza di un oscuro moto interiore» (p. 147) recita una delle molte massime del libro riconducibile al bisogno di perimetrarsi, di ritrovare un’identità obliata in questo caso, all’ansia di conoscere da dove si viene e dove si va ma soprattutto chi si è.

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                                     SEBALD E L’INDICIBILITÁ DEL TEMPO

di Maddalena Lotter

Non c’è altro modo per definire Austerlitz  (W.G. Sebald, Adelphi, 2006) se non come un romanzo atipico nel panorama narrativo del ‘900 europeo: sullo sfondo della memoria della Shoah, infatti, l’autore tesse una trama sviluppata con uno stile inconsueto, dove le immagini si accompagnano al fluire della narrazione, incastrandosi fra le pagine per suggerire al lettore un’immagine più incisiva della realtà narrata: «Sempre più spesso, ricordare non significa richiamare alla mente una storia, bensì essere in grado di rievocare un’immagine» (S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, pag. 86, Mondadori 2010).

La strana figura di Austerlitz, che sembra esistere per raccontare (o meglio raccontarsi) come una sorta di memoria ambulante, ha l’anima del collezionista: attraverso l’osservazione delle piccole cose (il fascino dei fenomeni naturali o delle costruzioni umane) si esprime in lui una riflessione universale. Quella sul tempo. Egli è infatti ossessionato dallo scorrere di un tempo che non può controllare: nella precarietà di chi non conosce le sue origini, Austerlitz vaga in un mondo che non gli appartiene, alla ricerca di un “sé” e di un “altro da sé” (le uniche persone con cui riesce a stabilire un contatto sono quelle che lo ascoltano o che hanno notizie sulla sua famiglia).

E’ così che per quest’uomo gli edifici, le cose palpabili sono la prova dell’inesorabile scorrere del tempo che egli tenta di fermare e di eternare nella fotografia e nella narrazione: «Ma era soprattutto nelle chiare giornate estive che…affioravano soltanto i fenomeni più fugaci, e stranamente era stata proprio la fugacità di quei fenomeni a darmi allora come il senso dell’eterno» (pag. 65).

Austerlitz trova l’eternità in una sovrapposizione di voci che raccontano la realtà: Vera, la governante, è la voce del suo passato dimenticato; il narratore è la voce di un presente in ascolto. Austerlitz invece, come un mediatore dello spazio e del tempo, come un aedo greco, non sta né di là né di qua, confuso: «A mio giudizio noi non comprendiamo le leggi che reggono il ritorno del passato» (pag 199).

Egli non è il primo a toccare la dimensione del Tempo con il potere del racconto, vivendo nella frustrazione e nel fascino della sua indefinibilità: «Questa notte è assai lunga, indicibile: non è ancora tempo per dormire nella grande sala. Tu dimmi le imprese meravigliose.» (Omero, Odissea, XI, vv. 373 – 374, Alcinoo chiede a Odisseo di proseguire nel racconto).