Auschwitz

Credere. Dopo la filosofia del XX secolo – Dario Antiseri

Dario Antiseri, Credere, Armando Editore, € 15,00

Si pone alla nostra attenzione, in questa nuova edizione 2017, un importante libro di Dario Antiseri, uscito sempre per Armando Editore la prima volta sullo scadere del secolo scorso.
Pensare entro i limiti a noi posti dalla nostra stessa debolezza, dalla nostra contingenza, dall’inquietudine che incarniamo, è il cuore di quest’opera. Antiseri ci porta a considerare questi limiti come un’unica, grande, direi anche “gioiosa”, possibilità. Più che “dopo” la filosofia, come recita il sottotitolo, le pagine di Credere invitano ad andare “oltre” il pensiero, a sperare “oltre” la filosofia. L’autore si rivolge essenzialmente alla nostra coscienza. Alla filosofia, alla ragione, chiede “soltanto” e con forza, di tener viva e aperta la Domanda metafisica fondamentale: perché l’essere e non il nulla? Nasce da qui tutto un groviglio di domande: perché il mondo anziché il non-mondo? Perché il non-senso quando siamo inevitabilmente protesi a cercare il Senso Assoluto? Il mondo e la vita, dunque, che senso hanno?
Quanto più siamo disposti a riconoscere l’alto grado di presunzione che la ragione ha esibito nel forgiare quelli che il filosofo definisce gli “assoluti terrestri” (positivismo, idealismo, marxismo, in primis; ma non solo), tanto più ci troviamo a recuperare l’inestinguibilità di quella Domanda, esaltata nell’irriducibile desiderio d’infinito che avvertiamo, nella perennità dell’assenza di una risposta, con la potenza dell’angoscia che soffia sui nostri giorni.
La scienza affronta il “tutto-della-realtà”, si spinge più in là possibile nel dirci come è il mondo. Spiega la realtà empirica, certo, eppure «ciò su cui la scienza tace è quanto più conta per noi», conclude Antiseri. Nemmeno la filosofia, veramente, spiega. Tantomeno salva. La Domanda, allora, e tutto il groviglio di domande che da essa discende, è appunto inestinguibile, inestricabile, e s’impunta sempre lì, “semplicemente” sul chiedersi perché è il mondo.
I confini del “visibile” sono gli stessi confini dell’esistente. Quindi giudico per quello che vedo, ma proprio lì è il mio limite. E oltre il visibile? Posso escludere l’esistenza di altro, fuori da ciò che vedo? O ancora: parlo, vivo nel limite del dicibile, del pronunciabile. Ma ecco, ciò che sfugge è l’ineffabile. E qui dobbiamo giustamente tacere, proprio perché nell’ineffabile e nell’invisibile si apre lo spazio della fede.
C’è la realtà da spiegare, visibile e invisibile, e c’è il dolore.
Tra Otto e Novecento abbiamo conosciuto addirittura la rivolta contro Dio, fino a negarlo. Pagine memorabili che sono in Dostoevskij, in Camus, o nella testimonianza di Elie Wiesel: quanto si è offerto ai suoi occhi ad Auschwitz non è cancellabile dalla memoria. Per questo, di fronte a una sofferenza indicibile, al tremendo, Wiesel è arrivato a cancellare Dio dalla propria anima.
Il dolore e il Senso abitano dunque l’ineffabile. È un nodo eminentemente poetico.
Particolarmente illuminante, in questo senso, è un passaggio di Luigi Pareyson che Antiseri riporta: «per il Dio dell’esperienza religiosa assai più che i concetti specificamente filosofici appaiono adeguati e significativi i simboli della poesia e le figure antropomorfiche del mito».
Allora serve davvero guardare “dopo la filosofia del XX secolo”, cioè indietro, a Kierkegaard e soprattutto a Pascal (ai quali vorrei permettermi di aggiungere Spinoza). La fede è una scelta umana e insieme un dono divino; il cristianesimo è una verità sofferente. A noi, misteriosamente, serve. Per comprendere, abbracciare, un disegno.
Proprio un poeta grandissimo, Mario Luzi, nel saggio intitolato L’inferno e il limbo, scriveva: «L’uomo (…) desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza è l’unica munita d’una forza capace di vincere la disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi».

Cristiano Poletti

Dante e l’Olocausto: sul perché Adorno aveva torto

In questi giorni di memoria non solo occasionale ma davvero commossa e trepida (anche per eventi recenti che paiono sgorgati proprio da quel passato), mi è capitato di ripensare per contrasto alla celebre sentenza di Adorno, per il quale scrivere poesia dopo Auschwitz era “un atto di barbarie”, e al limite “impossibile” (Critica della cultura e società, 1949). Uomini e opere, a proposito e a prescindere da Auschwitz, hanno già del tutto smentito questa idea, che lo stesso Adorno in parte ritrattò. Se quindi riprendo una questione abbondantemente dibattuta, e in fin dei conti chiusa (scrivere dopo Auschwitz non solo è possibile e lecito, ma necessario), lo faccio per tentare ancora una volta di capire in che modo il linguaggio si è organizzato attorno a quell’indicibile che è stato l’Olocausto, riuscendo a simbolizzarlo e in qualche modo umanizzarlo. Quel grande poeta del trauma che fu Paul Celan, che con Adorno intrattenne un lungo carteggio, replicò con i suoi versi alla supposta impossibilità della scrittura, trovando proprio in questi una ragione di sopravvivenza (si uccise poi a cinquant’anni, e lì Adorno dovette correggersi: non la poesia è vietata dopo Auschwitz, ma la serenità). La provocazione del filosofo, per quanto coinvolta e dolorosa, rimase insomma una provocazione, con la quale però vale la pena di confrontarsi ancora. C’è infatti qualcos’altro che si accompagna al valore di testimonianza e resistenza della letteratura contro l’orrore, un’evidenza emotiva raramente esplicitata perché in fondo percepita come incongrua e fuori luogo, e cioè il piacere che perfino quei testi possono dare e danno a noi lettori, un godimento connaturato a quella stessa tremenda e nuova consapevolezza. D’altra parte fu già detto tanti secoli fa: “[a]nche di ciò che ci dà pena vedere nella realtà godiamo a contemplare la perfetta riproduzione, come le immagini delle belve più odiose e dei cadaveri. La causa, anche di ciò, è che imparare è un grandissimo piacere non solo per i filosofi ma anche per tutti gli altri” (Aristotele, Poetica, Laterza 2006, trad. di G. Paduano, p. 7). Va da sé che Aristotele non poteva prevedere l’Olocausto, e che un cadavere astratto non vale Auschwitz, così come i morti di tutte le guerre della Storia non pesano sulla nostra coscienza e sul nostro immaginario come i morti nei campi di concentramento. In Auschwitz c’è qualcosa di più, qualcosa che va oltre. E tuttavia quel piacere conoscitivo lo sentiamo anche per la poesia nata dai lager, e senz’altro per la poesia di Celan, proviene infatti “dal senso euforico che deriva dal provare a dare un senso anche all’orrore, a penetrarlo e articolarlo, non cedendogli l’ultima parola” (S. Brugnolo, “Introduzione”, in La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Carocci 2016, p. 47). Detto in questi termini, si capisce che il piacere in questione non ha niente di amorale e cinico, arriva bensì dal profondo, da una rivelazione sofferta del mondo e dell’umano.

Anche per il grande libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, non possiamo separare la testimonianza penosa dal capolavoro. Non sbagliava quindi Calvino a ravvisare nell’opera “pagine di autentica potenza narrativa”, evidenziandone così fin da subito gli aspetti letterari e piacevoli. C’è quasi un capitolo intero dedicato a Dante, o meglio alla fatica che il narratore fa per ricordare il canto di Ulisse e recitarlo durante la corvée per il rancio a Jean, studente alsaziano del Kommando Chimico. Di rima in rima, aiutandosi con il francese, percependo come nuove le curve della sintassi dantesca (“…«misi me» non è «je me mis», è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto…”, Einaudi 2014, p. 110), arriva quindi fino in fondo al canto, mentre intorno già si annuncia la zuppa del giorno: a quel mare “sopra noi rinchiuso”, che suona come un rispecchiamento abissale dell’intera storia. Pochi giorni fa un amico e collega scriveva su Facebook proprio di questo accanimento nel ricordare versi quando si è circondati dalla morte e dalla follia del lager, cogliendo credo in pieno la posta in gioco: “[p]erché parlare dell’Ulisse di Dante ad Auschwitz è forse uno dei gesti di resistenza all’assurdo più belli che io abbia mai letto, un gesto di permanenza dell’umano nell’inumano” (Gianluca Crisci, post del 27/01/2018). Questo di fatto fa Levi anche col suo libro, chiamando Dante a garante dell’impresa: parlare dell’orrore con i mezzi della poesia, impedendo quindi all’inumano di avere l’ultima parola. La scelta di Dante come riferimento sembra quasi obbligata: due inferni a confronto, uno letterario e l’altro storico, uno divino e l’altro umano, entrambi caratterizzati da un ordine implacabile. Quello dei tedeschi però, in assenza di teologia e di colpe da scontare, aggiunge alla disumanità i tratti di un’“assurda precisione” (p. 8), una burocrazia che procede spietatamente per inerzia. Levi sottolinea d’altronde, sul finire dell’opera e a campo ormai evacuato per l’arrivo dei russi, l’obbedienza ostinata e ottusa da parte dei nazisti rimasti a regole e ruoli prestabiliti: “[v]erso mezzogiorno un maresciallo delle SS fece il giro delle baracche. Nominò in ognuna un capo-baracca scegliendolo fra i non-ebrei rimasti, e dispose che fosse immediatamente fatto un elenco dei malati, distinti in ebrei e non-ebrei. La cosa pareva chiara. Nessuno si stupì che i tedeschi conservassero fino all’ultimo il loro amore nazionale per le classificazioni” (p. 153). All’altro capo del libro, appena arrivati ad Auschwitz, i prigionieri percepiscono invece l’eternità mostruosa del lager, la circolarità senza tempo di ogni dannazione: “[o]ggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente” (p. 14); “il futuro ci stava davanti grigio e inarticolato, come una barriera invincibile. Per noi, la storia si era fermata” (p. 114). Ma l’inferno della Commedia è molto più di una suggestione generalizzata, guida la scrittura di Levi e compare letteralmente anche al di fuori del capitolo sull’Ulisse: lo stesso titolo dell’opera è in fondo la deriva tragica del fatti non foste. Alla vigilia della deportazione il destino di tutti, compresi i bambini, ci viene detto in una chiusura di periodo che ha tutta la terribilità delle ellissi dantesche: “[i]l commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito” (p. 7, corsivo mio). Per spiegare la legge del campo, dove tutto è proibito, vengono poi citati altri due versi (“Qui non ha luogo il Santo Volto,/ qui si nuota altrimenti che nel Serchio!”), urlati nel poema da un diavolo beffardo a proposito della pece bollente in cui sono immersi i barattieri. Conosciamo a quel punto la truppa di diavoli guidati da Malacoda, i loro modi scomposti fino al peto di Barbariccia, la zuffa tra Alichino e Calcabrina che finiscono per invischiarsi nella stessa pece dei dannati. Così quando il narratore paragona a questi maldestri sgherri infernali il suo odiato Kapo (“Alex vola gli scalini: ha le scarpe di cuoio perché non è ebreo, è leggero sui piedi come i diavoli di Malebolge”, p. 104), possiamo forse immaginare in lui una segreta e perfino divertita rivalsa.

Questo è dunque Dante dentro il lager, la poesia venuta di fatto in soccorso, non inutilmente. Poi negli anni Levi replicò all’esagerazione di Adorno con l’esagerazione opposta, sostenendo che dopo Auschwitz non si potesse fare più poesia se non su Auschwitz stesso. Di certo la letteratura ha continuato a esistere, talvolta parlando di quello, ed è stato bene così. Casomai per Levi qualcos’altro doveva forse andare in crisi, ma è un’altra complicatissima storia (“Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza”, p. 155). Sul valore della parola rispetto all’orrore, invece, dice meglio di tutti Steinlauf, amico del narratore, suo compagno di prigionia, che si ostina a lavarsi in qualche modo e lo rimprovera di non fare altrettanto. Il raccontarsi e il lavarsi diventano quasi la stessa cosa, un continuo ricondurre l’uomo alla propria umanità. Potrebbe sembrare in altri contesti un paragone un po’ svilente per la scrittura, qui ne costituisce il più formidabile degli elogi: “appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza […] Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca” (p. 33).

© Andrea Accardi

 

 

Mario Melis, Notizie dall’Isola

MelisCopertina

 

Mario Melis, Notizie dall’Isola, Edizioni Cofine 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Ha sempre chiari dinanzi a sé l’impegno e la responsabilità la parola che si manifesta, si snoda, si articola e congiunge in sapienti enjambement in Notizie dall’Isola di Mario Melis. Non è tanto questione di chiedersi se scavalcare o meno il divieto formulato da Adorno circa l’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz: Mario Melis ha perfetta coscienza dell’obbligo del confronto con l’enormità, con l’inaudito, ma sa, al contempo, che questo è stato sempre – nella poesia intesa nel senso più alto e pieno del termine – il compito della parola che crea, che istituisce ponti, che illumina connessioni, che mette a nudo lo scandalo. Ecco dunque perché l’opera va letta nella sua interezza e nella sua continuità, con l’Isola – concreta e immaginata, metafora esistenziale e Itaca di un immaginario che assume forme diverse nel tempo – approdo, punto di partenza, nodo e realtà ‘altra’.

Proviamo dunque a seguire alcuni itinerari nell’Isola. Ciascuno di essi avrà un filo conduttore. Ferma restando, infatti, la coerenza interna dell’opera, sottolineata, come vedremo più avanti, dall’autore stesso nella nota che conclude il volume – non possono e non devono essere ignorati alcuni sentieri che il poeta sceglie con una lucidità programmatica che non sacrifica il complesso sull’altare di una bellezza ignara, tranquillizzante e, pertanto, innocua.

Il primo dei sentieri che percorreremo, con i versi dell’autore, alcuni in doppia versione, in spagnolo e in italiano, è lastricato con il ricordo di chi ci ha preceduto, memoria di transiti con gradi differenziati di notorietà: da tutti loro proviene, urgente, la richiesta a un dialogo e, di conseguenza, a un’analisi o a un riesame della nostra esistenza alla luce della comunicazione con essi:

II

¿Porque piensas a la guerra de Troya?
Este perfil de la precariedad
sin embargo como si no vivieras
y yo no vivo
a oscuras que te pienso
a la raíz de la sangre
en la cadencia de las paradas
nocturnas de las estaciones
en la distancia lateral de la casa
donde no se llega nunca.
Una tarde y vuelve en el recuerdo
en el interior desvanecer
resistes a la negación de la historia
‘aquella niña no existe mas’
en el balanceo del barco
desatando en el ejercicio de los gestos
aceptas como Ulises morir.

II

Perché pensi ancora alla guerra di Troia?
Quest’ombra che sta davanti o dietro
la sagoma della precarietà
eppure come se tu non vivessi
e io non vivo ignara che ti penso
alla radice del sangue
alla cadenza delle fermate
notturne alla stazione
nella distanza laterale della casa
dove non si giunge mai.
Una sera e torna nel ricordo
nel vanire interiore
resisti alla negazione della storia
“quella bambina non esiste più”
nel dondolio della barca
scegliendo nel moto dei gesti
come Ulisse di morire.

(pp. 7-8)

* * *

Ma non possono essere morti i morti e i vivi
Perché è il loro travaglio che li cerca,
sebbene per un episodio trapassato
di travestimenti uguali di entrambi.
Hanno atteso gli alberi senza speranza
un focolare e la casa,
ombre modellate di me e mi modellano,
ciascuno con un nome e i sinonimi
con il tepore della mia presenza, testimoni,
attendiamo la resurrezione, la replica.
Perciò dopo la tua partenza
la finzione di essere tornata,
due volte è morto il gatto Pessoa,
ma con un nome diverso.
E al fresco seminare di bambini
ha aperto le palpebre la città materna,
agli esuli, ma anche da essa esuli all’alba.

(p. 11)

Il ricordo, la memoria sono collegati intimamente al mito e all’epica classica – Omero innanzitutto – da un lato e alla Storia dall’altro. Il mito e l’epica classica attraversano la raccolta con la forza di un pungolo al pensiero, ché il sogno non è mai fuga dalla realtà, ma, al contrario, intuizione più alta della vera realtà. Né è mai indolore questo sogno, sempre cosciente – come Euridice – del precario, del transitorio, del rimpianto, e la bellezza per antonomasia, Elena di Troia, ne esce trasfigurata, sì, ma dalla sofferenza, ridimensionata, o meglio, in altra dimensione:

 

[…]
Nell’arte innocente della sera
la premessa è ricordare
con un andamento quieto
come quando si scendono le scale:
così il tramonto imprime sopra il volto di ieri
il reticolo di rughe.
“Starò attenta a non sfuggirmi” disse
ma ero io a parlare Elena del sogno.
L’avessi lasciata a un angolo di strada
per ritrovarla
in un accordo tra la penna e l’albero di fuori.

(p. 14)

* * *

Lettera

Senza il focolare dei tuoi occhi
nella foto sfocata delle parole che guardano i ninnoli
sugli scaffali della libreria,
siamo rimasti tu e io Elena
la contadina di Itaca nel sogno.
Entro ogni parola, divisa, il suo confine.
Per approdare all’impasto della voce dell’isola.
Il masso sulla strada donde esala
dal comignolo il fumo di memorie,
nella notte mugola il lamento
ognuno alle proprie case.
I defunti di Troia.
Le sagome dei soldati dentro il foro
confitte al gioco di guerre di parvenze,
con il ricordo nello sguardo obliquo
della fotografia, per scalare le mura
della città assediata.

(p. 25)

* * *

[…]
Ha steso la mano a una scheggia di legno
scolpita in simulacro di bambino
come scende i gradini Euridice
per un senso del corpo
quando arretra la mano per toccarsi
o il rimpianto del proprio nome
prima della pronuncia.
Vive e muore così.
“Sono e non sono Atalaia?” domanda,
saltando all’altro fronte delle parole
che si tralasciano
scivolate dal letto dell’amore.

(p. 31)

La Storia è il perpetuarsi dell’orrore; di quell’orrore la Shoah ha dispiegato l’estremo, spesso presentato come indicibile. Non da Melis. Come afferma, infatti,  l’autore nelle Note: «Scrivere dunque, significa scrivere sempre di Auschwitz e qui lo tento espressamente.» Ma che cosa significa “scrivere di Auschwitz”? Nel componimento centrale di Notizie dall’isola, Alla ragazza di Auschwitz, troviamo una risposta. La scrittura, qui,  nella sua sapiente compostezza e nel suo procedere denso e profondo, autentica poesia, aspira sempre e da sempre alla sublimazione del reale. Ma, ribatte Melis, non può dimenticare il Tempo, il suo scorrere, i suoi solchi, le sue catastrofi, le sue sopraffazioni, le vittime, i carnefici, i posteri e i coevi muti, i vocianti, i corresponsabili, i complici, gli ignari e gli ignavi.

Alla ragazza di Auschwitz

I
Leggo una notizia sul giornale,
misuri i passi fino alla finestra
e seguirai la lenta decadenza delle stelle
mi domando
Mai l’ora è la sua stessa ora.
O arretra: l’aria di un altro tempo,
l’immagine di un amante.
Era il fumo di un autistico sogno
esalato da una radura di alberi stranieri
o corre avanti nell’attesa
come le anime di una radiografia
o un orologio retrogrado sepolto
tra le vene del polso
una vecchia foto per domani
non quella della ragazza sul computer.
Occupa i possessivi dello spazio
quando vogliono toccare le parole.

II
E tu venivi per un ombroso vicolo.
Ti presto i miei pensieri della strada.
Sorprendi che possano abitare corpi umani
dentro il nome dell’isola
come solo l’amore senza ragione è eterno
contemplando la caducità di un paesaggio dal balcone.
Secondo la convenzione verrà anche l’inverno
all’isola tra intervalli di acque
e cadranno le foglie di una donna
in attesa di un frutto.
Il velo che copre il silenzio al fondo
perché le case recludono fuori
inciampando le tracce del cammino

(pp. 27-28)

«Il passato non è morto, non è neanche passato», scriveva Faulkner in Requiem per una monaca, in una frase poi ripresa da Christa Wolf in Trama d’infanzia. Nelle Note a Notizie dall’isola, Melis scrive: «passato e presente si confondono». Sono intimamente collegati, dialogano tra di loro mossi da un nuovo sentimento del tempo nel quale essere e divenire, agire e subire, partire (dall’isola) e restare (nell’isola), accadere e non accadere oltrepassano i confini reciproci, andando incontro l’uno all’altro polo :

Piccole fosse davanti alla soglia
Quando l’ombra dell’anabasi dei passi
L’eredità di un nome conduce
La sera si può intraprendere
Lo scricchiolio che fa la strada
Nella biforcazione dei capelli.
Col ginocchio si scala la sponda del letto
Perché nei particolari si concentrano
Le morte azioni dei vivi
Della casa si lascia la sua assenza

Questo non accadere
È solo un altro accadere:
Dalla radice di un albero
Alla punta di un’agonia
Il passo oscuro di una voce corporea
Udita un giorno e certo moritura
Ritrovata nelle sottolineature di un libro
Della quale avremmo dovuto
Essere contemporanei
Ora nel viaggio del nostos
Nel nostro spazio interiore
E si rinuncia al sentiero che sbocca al mare oceano
Per ascoltare un nome

(p. 17)

*  *  *

[…]
Le lettere nel percorso degli occhi
si annullano nel libro
come il gorgo la sera
inghiottite ai margini del bosco
l’autobiografia degli alberi.

Dallo spiraglio del corpo
l’immagine dissolta dalla foto
la donna giunta da un nome:
l’ascolto di un suono in alto
come un frammento d’ostia alla finestra.

(p. 21)

E allora, ancora, che cosa significa «scrivere di Auschwitz»? Significa che la parola è cosciente della propria impossibilità di essere salvifica, ma che non rinuncia alla propria responsabilità. Allora, la sua “tensione morale” si manifesta e deve manifestarsi anche nella cura e nella ricerca, del nome e del ritmo, della flessione e della misura (qui molto varia, ché accanto agli endecasillabi e ai settenari troviamo molti varietà di versi), in un alternarsi non scontato, ma dettato dalla materia di cui si nutrono:

Invece il tempo sospeso nello spazio
un intervallo tra sé e sé
una discesa contraddittoria di fiume
nell’umiltà delle parole
fino al silenzio come una preghiera
che si specchiava al di là dello sguardo
solo credevi inutile partire
per tornare rimanendo nell’isola.
Una diversa distanza dei pronomi.

(p. 24)

* * *

La consonante aleph o il moto della laringe
se il mondo comincia per vocale.
Dirama l’albero ma oppone il silenzio.
Quando sospendo il fiato prima di pronunciare
tutto giace nel grembo del preludio:
un bambino dentro la placenta
e pennuti nell’aia dalla finestra schiusa
al chiaro della luna
Ieri c’era ancora la ragazza,
tesa alla vita della deportazione.

(p. 37)

* * *

[…]
Si ignora il nome dell’isola
quello che cerca e quello che è cercato
entrambe nostre.
Non accolse i nomi
eppure sono annessi dall’esterno
nello stesso giardino
le voraci formiche della carta.
Chiedono
se torneranno a casa dentro il sogno
senza tempi come la luce
o se si possa trasferirla a un altro.
In mezzo c’è il battello della lingua.

(p. 38)

Ma, ed ecco la coerenza interna alla quale aspira e che senz’altro raggiunge Melis in Notizie dall’isola, solo la parola che assume il carico pesante, fradicio di pioggia, del tempo, che della lingua sa e sa adoperare, operando scelte responsabili, accezioni, coniugazioni e flessione, solo questa parola è poesia, anche se inizia, anzi proprio perché inizia con un riferimento, capovolto con serissimo umorismo, alla grammatica valenziale e alla ‘leggendaria’ valenza zero del verbo “piovere” in italiano:

Il soggetto di tutto il tempo piove.
La poesia è piovosa.
Il noce disgregato delle gocce
entro la ragnatela
avanza dall’altro marciapiede
e attraversa la strada sospinto dalla pioggia
la tua pietà che cade goccia a goccia,
infeconda come un bisogno di madre
per una selvaggina di parole.
I passi come
una striscia di Morse,
forse dalla radice di morire,
dove si può cadere negli spazi
e oltre la storia con le mani tese
la soledad dell’acqua.

(p. 43)

Ben lungi dall’essere, come il verbo “piovere”, “zerovalente”, la poesia di Mario Melis trova nella coerenza dei suoi vari aspetti, delle sue ‘valenze’, un punto di forza fuori dal comune e un indubbio, robustissimo valore.

___________________________

Mario Melis è nato a Roma il 2 febbraio 1942 e vive a Palestrina (RM).
Ha insegnato lettere in un istituto statale della Capitale. Ha pubblicato ricerche di carattere storico-archeologico e il libro di poesie L’altro (Roma, Ed. Cofine, 2004).
Sue poesie sono presenti sul sito www.poetidelparco.it.

27 gennaio (inedito)

berlino 2009 foto gm

Il 27 gennaio dobbiamo ricordare
è questa la particolare memoria
che scherza e mette insieme flash
così nello stesso giorno io ricordo
l’Olocausto e il cielo azzurro d’agosto
in cui ho visitato un campo di sterminio

e poi nella stessa piccola scatola
-pensando a madri che non hanno potuto
a padri che non hanno vissuto- compare
una donna in minigonna che balla
con il figlio in braccio e canta
“ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao”

***

© Gianni Montieri – inediti 2014

L’«altra metà» di Primo Levi: la chimica dei versi – di Emanuele Zinato

levi

I. Primo Levi è celebre soprattutto come testimone di una delle maggiori tragedie del Novecento: i campi di annientamento nazisti. Levi, tuttavia, è anche e soprattutto un grande scrittore: Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati sono opere che, riflettendo sulla “condizione umana”, si situano sulla scia dei Saggi di Montaigne e dei Pensieri di Pascal, La tregua è una grande narrazione epica e picaresca, le quattro raccolte di racconti (Storie naturali, Vizio di forma, Il sistema periodico, Lilìt e altri racconti) sperimentano le varie maniere dell’ apologo “scientifico”, «facendole reagire le une sulle altre».[1] È inoltre un poeta, e nella forma breve delle sue poesie si può apprezzare compiutamente l’impasto di invenzione letteraria e argomentazione etica tipico della sua scrittura.
Levi ha iniziato a scrivere poesie molto presto: il primo testo, dal titolo Crescenzago, è del febbraio 1943. La scrittura in versi dunque precede, e poi affianca, quella in prosa e arriva sino agli ultimi mesi di vita dell’autore. Le poesie uscirono in una prima raccolta di 27 testi presso l’editore Scheiwiller nel 1975: L’osteria di Brema, il cui titolo è tratto da una poesia di Heinrich Heine. Dieci anni dopo, nell’ottobre del 1984, uscì la seconda raccolta, pubblicata da Garzanti: Ad ora incerta, di 53 poesie (anche stavolta il titolo rimanda a un testo poetico: un verso di The Rime of the Ancient Mariner di S. T. Coleridge). Altri 18 testi, composti tra il settembre 1982 e il gennaio 1987, furono raccolti con il titolo redazionale di Altre poesie e pubblicati postumi nel volume einaudiano delle Opere.[2]
Considerare Primo Levi “un poeta” può risultare sorprendente: la poesia nella modernità dell’Occidente è stata il più egocentrico dei generi letterari, un’arte che, nella sua forma tipica, rievoca frammenti autobiografici in uno stile del tutto soggettivo. Levi, invece, è giustamente noto come scrittore del “noi” e del “voi”, come evocatore di un monito e di una responsabilità collettiva. Infatti egli, fedele al criterio di trasparenza nella comunicazione, dichiara perentoriamente “dicendo poesia, non intendo niente di lirico”;[3] e “provo diffidenza per chi è poeta per pochi”.[4]
Nel risvolto di copertina di Ad ora incerta, tuttavia, Levi confessa al lettore un’altra origine, “non razionale”, della propria scrittura poetica:

Uomo sono. Anch’io, ad intervalli regolari, «ad ora incerta», ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.[5]

Quale fra queste dichiarazioni autoriali dobbiamo prendere per buona? I versi di Primo Levi sono davvero la voce della metà inconscia, non razionale dell’autore?
Gli esiti formali sembrerebbero smentire questa confessione leviana. Al lettore delle poesie, infatti, balza agli occhi soprattutto il loro impianto didattico e epigrammatico: anche la poesia sembra nascere in lui dalla ragione, dalla lettura morale della realtà. A partire dal testo poetico più noto, l’ epigrafe di Se questo è un uomo dal titolo Shemà, nei versi di Levi non vi è mai la più piccola traccia di orfismo o «l’attesa che – suono a suono, figura a figura – il senso scaturisca in forza di quella razionalità ‘altra’ che è l’inconscio».[6] Si tratta viceversa di un caso esemplare di figuralità severamente controllata,[7] che permette di accostare, dal punto di vista stilistico e retorico, Ad ora incerta «a quella poesia neorealistica che in Italia è riuscita ad avere così di rado degne espressioni.»[8] Shemà in ebraico significa ‘ascolta’ ed è l’invocazione a Jahwè con cui si apre la preghiera fondamentale dell’ebraismo. Questo titolo allude a una poesia intesa come parola religiosa laicizzata: un monito culturale a largo raggio di senso. Si tratta di tre strofe di 4, 10 e 9 versi liberi, in cui la figura più presente è l’anafora, la ripetizione. I destinatari sono i milioni di anonimi condensati in quel “Voi”: si tratta di una maledizione e insieme di un ammonimento disperato e solenne. Il comando imperioso, martellato dalle anafore, serve a scolpire nel cuore di ognuno la memoria, contro la smemoratezza, l’indifferenza e la complicità. Allo stesso modo funzionano altre poesie composte tra il 1945 e il 1946, come a esempio Buna, Alzarsi, Lunedì, Ostjuden. Non si tratta dunque, di certo, di poesie liriche, il genere letterario dedicato all’espressione dei sentimenti individuali: lo schema è piuttosto quello classico della poesia di pensiero (l’epigramma, l’epistola in versi, l’apostrofe).

(altro…)

Solo 1500 n. 89: A7734

a7734

Solo 1500 n. 89: A7734

Ci sono due gemelli, chiusi nel campo di concentramento di Auschwitz, sono piccolissimi. Fate che siano liberati, a quattro anni, nel 1945. Fate che da quel giorno non si siano più rivisti. Uno dei due (almeno uno) continua a cercare l’altro, spera e sogna di trovarlo. Menachen Bodner, così si chiama, oggi ha 72 anni e vive in Israele, l’altro si spera sia vivo. Grazie al genealogista israeliano Ayana KimRon, Menachen trova il numero identificativo del gemello: A7734 e decide di continuare a cercarlo anche attraverso i social network. Apre una pagina Facebook che ha per intestazione quel numero e continua a sperare. Qui cominciano le nostre domande. Immaginiamo quanto possa essere grande l’amore, ma anche quanto lo sia il dolore. Quanta forza si celi dietro una speranza. Un uomo che non smette di cercare è già di per sé una cosa meravigliosa. Un uomo che non smette di cercare, per quasi settant’anni, chi come lui ha vissuto da bambino l’orrore del campo di concentramento, è qualcosa di più. Menachen non cerca solo suo fratello, che sarebbe già tanto. Probabilmente sta cercando di scrivere la parola Fine. Non stiamo parlando di un tentativo di ricongiungimento familiare ma di fare ordine nelle pagine di storia. Menachen ha in mano una penna, ce l’ha in mano da una vita. Ha il taccuino e la memoria. Ha una vita, forse serena, fin qui vissuta. Trovare suo fratello sarà come scrivere un paio di righe bianche lungo una pagina nera.

(c) Gianni Montieri

Solo 1500 n. 31 – Tutta questa memoria

Solo 1500 n. 31 – Tutta questa memoria

Mi domando quanto davvero ci interessi. Quanto ci tocchi il cuore il ricordo delle vittime dell’Olocausto. Quanto sia vero il nostro disgusto, stupore, orrore, quando (una volta l’anno, in questo periodo) ci passano davanti agli occhi immagini di Auschwitz, video con racconti di superstiti. Libri che tiriamo giù dai nostri scaffali. Tutto questo, mi domando, ci fa male davvero? La nostra partecipazione alla “giornata della memoria” è seria? O è facciata, parvenza, vano tentativo di mettersi a posto la coscienza? Forse non basta questo, forse dovremmo saperne ancora di più, andare e non una volta sola nei campi di sterminio, parlare con qualcuno che rinchiuso lì dentro ci sia stato per davvero, parlarci magari in maggio a giorni della memoria lontani per comprendere, per imparare. Se la storia siamo noi, quale pezzo siamo? Sapere, ogni tanto, che il nostro piccolo, minuscolo, pezzettino di racconto personale viene da quell’altra storia, che è poi la stessa. Pensare che chi  è stato sterminato e chi ha lottato per porre fine a quello sterminio, per salvare anche una sola persona, sia il nostro certificato di esistenza in vita. Veniamo da lì, da tutti gli stermini, quelli della seconda guerra mondiale e tutti quelli prima ancora. Ricordarlo, non farne memoria, ma esserlo, tenere ben presente quell’unico dolore, non soltanto il 27 gennaio, quando saremo presi da scioperi di treni, di mezzi; esserlo sempre, ogni istante. Pensarci sotto il sole di giugno, quando il sole caldo e una prima, visibile, striscia di mare lasci immaginare che nulla di terribile possa più accadere.

Gianni Montieri

Auschwitz Birkenau – Trilogia di un deportato

Entrammo in massa,

uscimmo in mucchi.

.

Il Treno

Tra le fronde del Frassino vidi

arrivare

sulle rotaie ancora calde

dell’ultima partenza

vagoni vuoti e senza finestre

riempirsi di Uomo

e le sue carcasse.

Pianse la mamma

quando

mi vide arrivare in braccio

al bruno gendarme:

giocai

a nascondino con la vita

e la morte mi venne a cercare.

*

Il Campo

File di corpi

nudi

in mucchi

accatastati

*

Gas

Soffiava leggero

da sotto il soffitto

D’affanni e sospiri

gonfiava la stanza

stringendo la gola

al fiato sottile.

.

Ho visto la morte

e aveva i miei occhi.

Ad Auschwitz ci torno volentieri. / mi dà la misura dei fatti. (d.d.) (post di natàlia castaldi)

 La paura

Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto
Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.

I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondevano il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.

Ma no, mio Dio, non vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!

Eva Pickova
(nata il 15.5.1929 – morta il 18.12.1943 ad Auschwitz)
 

 
 

 

 

 

NON SENTITE L’ODORE DEL FUMO  

AUSCHWITZ STA FIGLIANDO 

Le più grandi risorse

erano la speranza e la dignità.

Chi si rassegna, muore prima.

Non so se i giovani hanno appreso.

Se ci si lascia chiudere, terrorizzare

se ci si lascia cristallizzare

si diventa una cosa

gli altri ci diventano cose.

Molti ancora non sanno:

Auschwitz è tra noi. è in noi.

Non so se i giovani sanno

in ogni parte del mondo:

non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,

ai giovani occorre

l’esperienza creativa di un mondo

nuovo davvero.

Ad Auschwitz ci torno volentieri.

mi da la misura dei fatti. 

 

Danilo Dolci

 

DIO MIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?

Noi siamo gli sradicati

i rifugiati che non hanno un ruolo

i confinati nei campi di concentramento

condannati ai lavori forzati

condannati alle camere a gas

bruciaii nei forni crematori

e le ceneri disperse

Siamo il tuo popolo di Auschwitz

di Buchenwaid

di Belsen

di Dachau

Con la nostra pelle hanno fatto abat-jour

e con il nostro grasso han fatto sapone

Come pecore al macello

tu hai permesso che ci portassero

alle camere a gas

Hai lasciato che ci deportassero

Hai messo in vendita a poco prezzo il tuo popolo

e non si trovava un compratore

Andavamo come bestie

assiepati nei vagoni

verso i campi illuminati da riflettori

e circondati da filo spinato

ammucchiati nei camion verso le camere a gas

dove entravamo nudi

chiudevano le porte

spegnevano le luci

e tu ci coprivi con l’ombra della morte

Di noi non son rimasti che mucchi di vestiti

mucchi di giocattoli

e mucchi di scarpe.

 

Ernesto Cardenal 

Ilona Weissovà (nata il 6.3.1932 e uccisa il 15.5.1944 ad Auschwitz)