Augusto Benemeglio

Augusto Benemeglio, Amori molesti. Recensione di Pasquale Vitagliano

Augusto Benemeglio, Amori molesti, Il seme bianco, 2017

 

Augusto Benemeglio è un raffinato “cantastorie”. Leggiamo dalla quarta di copertina che questo suo lavoro è scritto «come una sorta di spartito musicale, […] una musica suonata con sensibilità ed ironia […]». La musica, in effetti, è presente molto nelle storie amorose che egli ha narrato. Il libro, per giunta, si apre con la coppia Chopin-George Sand. L’amore è la musica. Forse per questo, raggiunto il punto più estremo della sublimazione, non possono più suonare insieme, l’uno esclude l’altra. «Sono ormai sette anni che, con lui, il poeta della musica, il genio del pianoforte, che fa tutti vibrare, per me non vibra più nulla», confessa George Sand al poeta tedesco Heinrich Heine.
Ecco che, all’opposto, per Giacomo Puccini non c’è una “coppia” ma il repertorio delle sue donne, quelle reali e quelle delle sue opere. Fratello di cinque sorelle, è cresciuto fra le donne che costellano e fondano, come un Fellini del Melodramma, l’intera sua architettura immaginaria. Volgarmente è passato alle cronache come un “puttaniere”, eppure, scrive l’autore, «tutte le sue donne saranno, come lui, vulnerabili e insicure, malate di solitudine e malinconia, malate d’amore.» Su un campo diverso, ma non troppo (se pensiamo alla passione che muove all’azione), quale la politica, anche per Antonio Gramsci non c’è una sola donna. La differenza con Puccini è che in questo caso le donne sono unicamente reali. E non costruiscono un universo romantico, compongono invece, non si sa quanto inconsapevolmente, la tela di ragno dentro la quale la Storia ha fatto cadere il fondatore del Pci e dell’Ordine Nuovo. Le donne, ancora tre sorelle, sono le sue uniche consolatrici ma anche, chissà, le sue carnefici, esse stesse vittime e colpevoli di un groviglio ancora oggi inestricabile.
Benemeglio è più narratore che musicista virtuale. Personalmente, questi suoi splendidi ritratti “amorosi”, dettagliati e precisi come saggi, eppure, allo stesso tempo, perfettamente “inutili” in quanto sufficienti a sé stessi nella loro bellezza letteraria, mi hanno fatto pensare a come egli stesso definisce Cechov, il quale, «con la sua magica stecca da biliardo, tocca i suoi personaggi-biglie, li fa rotolare e, zac!, li manda in buca, uno dopo l’altro, con una perfetta carambola, tra un sorriso ironico e un gesto di pietà», contemplato e ammirato da Olga Knipper, che il drammaturgo sposa malgrado «il suo terrore per gli sposalizi.» Anche Benemeglio gioca a biliardo con i suoi personaggi, anche se, trattandosi di coppie, ha dovuto giocare di sponda. (altro…)

“Poetare stanca”: Plinio Perilli per Lorenzo Poggi

POETARE STANCA…

Omaggio all’eterno ragazzo di Lorenzo Poggi

Nei buoni vini, è il retrogusto che conta, il sapore che resta e che ci lasciano – dopo che la sorsata gustosa s’estingue, la prima impressione va dissipandosi. Vale, valga anche per la poesia! Chiudo ogni volta l’ultimo libro dell’amico Lorenzo Poggi con una nuance amarognola che sembra poi correggere, smentire e diniegare il suo stesso incanto. Incantamento romantico, intendo, libero e suadente.
«Non so che farmene di lanterne accecate / e voli concentrici di pipistrelli bruniti. // Neanche so che farmene / di aquiloni che masticano terra / e perdono pezzi di colori sguaiati / non adatti a rattoppare / il cielo filato da voli di rondini.»
Ecco la poesia eponima, come suol dirsi, del suo ultimo volume (o quasi): Quel ragazzo che provava a volare (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). Dicevo quasi perché Lorenzo è autore fecondo e prolifico, che ama oltretutto dare spesso alle stampe operine e plaquettes stampate in proprio, “edizioni fatte a mano”, oramai mitiche come i gesti profusi da cui nascono – e la voglia di salvare con la sua ricchezza umana, lessicale, e questo trascinante tracimante surplus lirico, l’amarezza bastarda che tutti oramai ci pervade. Perché viviamo in una società che ha scelto ormai definitivamente il pensiero unico, il modello globalizzato, insomma l’etica consumistica: e la poesia non sembra altro che la pausa sana, l’intervallo sensibile di giornate convulse e ciniche in cui, alla fin fine, siamo tutti tritati come gli acini di caffè dal macinino del famoso, belliano caffettiere fisolofo.
La maggior parte delle liriche qui raccolte, Lorenzo Poggi ce le ha lette e anticipate, con fervore civile e raucedine vocale, durante il nostro laboratorio del mercoledì – insieme appassionato d’esserci e intristito dall’andazzo epocale: «E quel ragazzo che provava a volare» (ecco la strofa finale) «con la vela nell’aria / se l’è portato via il vento», variante inconscia del ritornello della più famosa canzone di Bob Dylan, Blowing in the wind.
L’uva e la poesia asprigna di Lorenzo Poggi sono ricca vendemmia lirica che il nostro amico non fa solo a ottobre, ma in fondo in ogni mese della sua vita – è un po’ il suo carattere –: poesia inquieta e operosa, vitale e impennata di saggezza, candida e vegliarda allo stesso modo:
«Per non guardare fuori – Non raccolgo più sogni / nel cesto delle fragole / né pianti di bimbi / lungo le strade della vita. // Mi basta, quando spiove, / uscire per lumache e cicoria, / con la busta della spesa. // Mi riempio di nulla / per non guardare fuori / lo strepito dei farisei / intorno al tempio.» (altro…)

Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare

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Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare. Prefazione di Augusto Benemeglio, Edizioni Progetto Cultura 2016

Sono rotte le brocche armoniose,
i piatti con il volto greco;
le teste dorate dei classici…

ma l’argilla e l’acqua continuano a girare
nelle umili case dei vasai.

Ernst Jandl

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Mi risuonano nella mente i versi che Ernst Jandl scrisse tra il 1953 e il 1955, mentre scorro, ancora una volta, le pagine della raccolta di Lorenzo Poggi, pubblicata qualche mese fa da Edizioni Proget­to Cultura. Quel ragazzo che provava a volare è una raccolta ricca di testi, nei quali l’io lirico, pre­sente nella maggior parte di questi, cammina, raccoglie, serba e trasmette memoria in un lavoro quotidiano, incessante. Tutto ciò avviene nella piena consapevolezza della fatica e della dignità ar­tigianale. Umile e fiera insieme, tale consapevolezza, ché sa, come sottolineato dalla poesia di Jandl, che «nelle umili case dei vasai» «l’argilla e l’acqua continuano a girare» per resistere alla di­struzione, alla frattura, alla profanazione, sì, della bellezza, per preservarla, nonostante tutto e non tacendo l’enorme meschinità della devastazione perpetrata. La coscienza della necessità di un lavo­ro artigianale di raccolta, selezione, scavo, lima, distesa di linee, impasto di colori, intaglio, model­lamento si accompagna qui alla descrizione di un sogno, che non è mai rigettato. Non è dato tempo di abiura, anche nei giorni del gelo, del fango e del bitume.
Che cosa ne è stato, allora, di quel ragazzo che provava a volare? La risposta alla domanda centrale suscitata dal titolo percorre fitta l’intera raccolta e si articola in camminamenti e visioni, segue il volo di gabbiani e di colombe bianche, affonda i piedi e le mani nella terra, in quella pazientemente coltivata dell’orto e in quella intrisa di acqua e di foglie del sottobosco, calpesta, denunciandone la piattezza infida, l’asfalto e si libra, ancora, in un volo che non ha dimenticato le aspirazioni di “quel ragazzo” e gli insegnamenti di chi lo ha preceduto, del padre carnale e dei padri ideali.
La gamma dei tempi verbali – il passato prossimo che costituisce da sempre la cifra della poesia di Lorenzo Poggi, il presente che conferma il suo essere intrepidamente qui e ora – si arricchisce così dell’imperfetto, tempo della memoria e della cura, della “onnicomprensiva cura” (Sibylle Le­witscha­roff nella traduzione di Paola Del Zoppo). La fedeltà ai sogni è attestata, inoltre, dal tem­po futuro in Il ragazzo dentro. (altro…)

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 2

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Carlo Levi, Lucania '61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Carlo Levi, Lucania ’61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Rileggendo Rocco Scotellaro – 2

Rocco Scotellaro. Poeta della storia contadina

di Felice Di Nubila*

Rocco ScotellaroConsacrato poeta della storia contadina da Levi e da Montale, Rocco Scotellaro va collocato prima nella storia del suo tempo per capire poi il valore e i contenuti della sua poesia-testimonianza.
Nacque a Tricarico (Matera), un paese lucano di ottomila abitanti, nel 1923.
Studiò in convitto a Sicignano vicino a Eboli (dove s’era fermato il Cristo di Carlo Levi).
Per gli studi si dovette spostare a Potenza, poi a Trento, ospite di una sorella.
Alla morte del padre – un modesto artigiano-calzolaio-contadino – nel 1942 tornò a Napoli, poi a Bari con notevoli difficoltà economiche, ragion per cui era uno studente-viaggiatore.
Fondò nel 1943 a Tricarico la Sezione del Partito Socialista, con sede presso la sua casa, impegnandosi nelle attività politiche e sindacali.
Il 1° maggio del 1944 organizzò con i suoi amici contadini la prima Festa del Lavoro. Conobbe Rocco Mazzarone, un medico, attivo intellettuale che lo presentò a Carlo Levi, tornato in Basilicata, dove aveva concluso ad Aliano il periodo di “confinato” antifascista nel 1936, e che aveva scritto il suo Cristo si è fermato a Eboli negli anni Quaranta.
In questi spostamenti il giovane Scotellaro conobbe in Puglia Tommaso Fiore, a Potenza Tommaso Pedio, lucano docente di Storia all’Università di Bari. Aveva fin dall’adolescenza consuetudini di rapporto con Mario Trufelli, poeta, scrittore, giornalista RAI, nato anche lui a Tricarico qualche anno dopo Scotellaro.
Tutti espressione della cultura emergente negli anni cinquanta sulla scia di Carlo Levi, Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro.
Nel 1946 Scotellaro (o meglio Rocco come veniva generalmente chiamato) fu eletto sindaco di Tricarico: a 23 anni, il più giovane sindaco d’Italia.
Aveva intanto avviato rapporti con l’Editrice Einaudi di Torino, con Adriano Olivetti, che gli diede una borsa di studio, con Friedrich Friedman e con George Peck, sociologi venuti in Basilicata per indagini sociologiche a Chiaromonte e a Tricarico (indagini da cui emersero teorie caratterizzate dalla “scoperta” del Familismo amorale). Rocco incontrava spesso a Roma Carlo Levi: conobbe altri intellettuali come Cesare Pavese, Elio Vittorini, che favorirono l’evoluzione culturale del giovane Rocco, il cui travaglio emerge dalle composizioni poetiche e che si presenta più compiutamente nella documentazione dello scambio epistolare intercorso tra Rocco e il professor Pedio, lucano, importante personaggio della storiografia del Mezzogiorno.
I primi orientamenti di Rocco negli anni Quaranta erano nati come oppositore al Regime Fascista con le prime simpatie verso un Comunismo, di cui volle approfondire i vari aspetti. Aveva venti anni alla caduta del Fascismo nel 1943. Aveva letto gli scritti di Gramsci, in particolare Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, importante testo gramsciano.
Negli approfondimenti, guidati da Pedio, erano ambedue pervenuti ad un giudizio negativo sulla Rivoluzione Comunista Russa. Ambedue convenivano che il Comunismo in Italia avrebbe avuto tre nemici: l’Inghilterra, il Fascismo e il Governo sovietico.
Avvicinatisi prima al movimento liberal-democratico di Giustizia e Libertà (che diventerà Partito d’Azione) sia Pedio che Scotellaro avevano aderito al Partito Socialista.
Scotellaro, primo sindaco socialista a 23 anni, era unico in una Regione amministrata in quasi tutti i Comuni da una Democrazia Cristiana che aveva riportato nelle elezioni del 18 aprile 1948 la maggioranza assoluta in Italia.
Il giovane sindaco di Tricarico contestava al suo maestro Pedio, direttore del giornale di sinistra “Il Gazzettino”, una linea troppo morbida verso il Governo. Lui intanto continuava sulla linea dura, a battersi contro gli opportunisti, contro il malcostume, contro il contrabbando e il mercato nero in un contesto sociale difficilissimo del Dopoguerra.
Le sue denunzie, che spesso colpivano nel segno, avevano creato nel contesto sociale inevitabili difficoltà con ostilità personali, che concorreranno ad alimentare con le delazioni, con le calunnie e con le polemiche, le presunte ingiuste imputazioni che portarono in carcere il giovane Sindaco.
Fu arrestato l’8 febbraio del 1950 con l’imputazione di peculato, concussione, associazione a delinquere, truffe e falsità in autorizzazione amministrativa, malversazione aggravata.
I fatti portati al processo erano questi: in una Commissione costituita a Tricarico, anche con la partecipazione di un rappresentante dei proprietari e con le informazioni fornite dall’ufficio di collocamento, erano stati inseriti, negli elenchi anagrafici, i nomi di alcuni braccianti che, secondo le giornate di lavoro eseguite, non ne avevano diritto.
La legge prevedeva per errori di questo tipo una multa per il firmatario degli elenchi, che, in questo caso, era il Sindaco.
Scotellaro fu incolpato perché l’errore fu qualificato come truffa ai danni dello Stato, con aggravante per associazione a delinquere, dopo che l’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza) aveva distribuito coperte e altri indumenti anche a persone che, riportate erroneamente nell’elenco, non ne avevano diritto. Era il 1950 in una povera Basilicata, in cui una imputazione con un formalismo giuridicamente corretto creava una mostruosità, su cui specularono gli avversari al punto di portare in carcere un sindaco costantemente schierato a difesa dei poveri.
Alla conclusione del processo Scotellaro fu assolto dalla Corte d’Assise per non aver commesso il fatto.
Uscì dal carcere di Matera il 25 marzo 1950. Non accettò il reintegro nella carica di Sindaco. Lasciò Tricarico per trasferirsi, con l’aiuto della borsa di studio di Adriano Olivetti, a Portici presso l’Osservatorio di Economia Agraria dell’Università di Napoli. Sotto la direzione del professor Rossi Doria si dedicò ad una ricerca sull’analfabetismo in Basilicata.
Ebbe contatti con l’editore Laterza di Bari. Tentò nuovi accordi con l’Einaudi di Torino. Aveva in programma altra pubblicazione sulla cultura dei contadini lucani oltre al completamento di vari altri testi lasciati incompiuti: morì la sera del 15 dicembre 1953, aveva trent’anni.
“Gli si era otturata una vena del cuore” disse la sorella.
“Furono le cattiverie e le invidie degli avversari politici che lo mandarono in carcere e gli spezzarono il cuore” scrisse la madre in un suo lungo memoriale.

Rocco ScotellaroScotellaro lasciò opere incomplete che a cura dei suoi amici, come Carlo Levi, saranno pubblicate negli anni ’60 e ’70. Nonostante le polemiche e lo strascico giudiziario per una denunzia di Scotellaro alla SPES (Sezione Propaganda della Democrazia Cristiana) per un manifesto diffuso sulla incriminazione del 1950, amici e avversari dovettero riconoscere che Scotellaro era una persona perbene e che le sue battaglie erano giuste e generose. Al funerale a Tricarico Carlo Levi, con una camicia nera e una cravatta bianca, in piedi su una sedia, in segno di protesta verso le Istituzioni, civili e religiose, commemorò Rocco dinanzi a migliaia di tricaricesi e altri cittadini venuti a Tricarico. Dettò l’epigrafe per la tomba: «ROCCO SCOTELLARO SINDACO SOCIALISTA – POETA DELLA STORIA CONTADINA» per le particolari caratteristiche della poesia di Scotellaro che è testimonianza perciò è storia prima che poesia.
I giudizi della critica seguita alla pubblicazione negli anni ’60 e ’70 di tutte le opere di Scotellaro furono diversi: secondo alcuni la testimonianza confligge con le caratteristiche della poesia. Quando al cantore subentra il politico che fa proprie le ragioni della protesta, l’urlo diventa azione: Scotellaro prima che poeta fu protagonista di azioni, di proposte, di idee utili alla soluzione di problemi tra socialismo e liberismo, con idee e manifestazioni anche di sofferenza religiosa – disse qualcuno – per chi coltiva una terra che appartiene ad altri in attesa di una “lungamente promessa (dal ‘700 al ‘900)” riforma agraria che tardava a venire. La critica a Scotellaro fu pervasa da questi contrasti specie quando la componente lirica non riusciva a separarsi dalle componenti sociali.
Qualcuno ha scritto che la denunzia di Scotellaro mancava di forza persuasiva. Qualche altro sostenne che le opere incomplete di Scotellaro (a causa della prematura morte) erano state completate da altri con l’intervento di Carlo Levi che di Scotellaro fece il Messia dei contadini, nonostante le riserve dei cugini comunisti; qualcun altro trovava che alla spinta rivoluzionaria dell’inizio era seguita una velata rinunzia; certamente tutti i temi storici della terra, della casa e della diffusa povertà erano stati accolti nella poesia di Scotellaro che canta nell’insieme un SOGNO INDEFINITO e che a conclusione delle polemiche anche Montale confermò Poeta. Un Poeta che fu anche protagonista di azioni, di idee, di rivendicazioni e di proposte cariche di una ideologia vicina ad una sofferenza religiosa “il sogno di una terra da coltivare per sopravvivere in un mondo in cui la terra e la casa rappresentavano l’asse portante di una sottostoria della Civiltà Contadina: una COSA IMPORTANTE”.
Il sogno di una cosa restò sogno fino al momento in cui l’occupazione delle terre incolte del Demanio, le assegnazioni avviate dopo i movimenti di Monte Scoglioso e la Riforma agraria realizzarono una nuova rivoluzione, questa volta pacifica anche se arrivata in ritardo in una realtà che si evolve ma non cammina mai alla velocità dei sogni (alla terra era stata sostituita l’emigrazione). La storia viene raccontata oggi 2012-13 nel libro di Salvatore Lardino che nel titolo presenta “Il sogno di una cosa”. È la storia della occupazione delle terre nel materano tra fine ’49 e inizio ’50. Sulla copertina c’è l’immagine di un quadro di Carlo Levi: Rocco Scotellaro, un giovane con i capelli rossi che spiega qualcosa ai contadini. Una presenza attiva per pochi anni al cui impegno tanti dedicarono qualcosa:
– Carlo Levi dedicò oltre l’amicizia il quadro di cui abbiamo parlato e altre immagini al ragazzo dai capelli rossi;
– la madre Francesca Armento scrisse un memoriale, in cui parla di vita, di morte e di memorie del figlio, pubblicato negli anni successivi dagli amici di Rocco;
– il Vescovo, Mons. Delle Nocche, pur nel clima di guerra fredda dell’epoca, fece donazione al Comune del Sindaco socialista di un’ala del Palazzo Vescovile per creare  un Ospedale a Tricarico che, nel 1947, senza enfasi e senza bandiere il Vescovo e il Sindaco inaugurarono insieme;
– nei momenti difficili Mons. Delle Nocche era stato vicino a Rocco, facendo prevalere, al di là della dialettica e dei conflitti del momento, nella vita e nella morte, la sua “paternità” (era in atto una scomunica);
– nel 1954 fu conferito alla memoria (caso unico) di Scotellaro il Premio Viareggio per il libro delle poesie “È fatto giorno”;
– Mario Trufelli, oltre a pregevoli memorie nei suoi vari interventi di scrittore, giornalista RAI e poeta gli dedicò una poesia, che leggiamo per concludere questo ricordo.

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SIAMO PIÙ SOLI

 

A Rocco Scotellaro

 

Hanno smesso di cantare i carcerati
attenti scrutano la sera dalle gabbie.
Ora tu sai tutto il dolore è nostro
dei braccianti spersi nelle strade
che s’addormono con mani ingentilite.
Ora la terra ci riporta un grido
come l’ombra dei morti intorno a noi.

Cominciano le veglie nelle case
e noi ridiamo, Rocco, della nostra sorte
come una volta e sempre
con le tazze di vino e i contadini.

Siamo più soli adesso, ognuno alla sua posta
e il cielo ci rincorre nei sentieri
batte la terra che ti tiene il cuore.

.

Alcune date.

Quasi un percorso biografico per Rocco Scotellaro

1923  Il 19 aprile nasce da famiglia artigiana. Frequenterà le elementari a Tricarico e più tardi il Convitto dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni.

1937  Iscritto al ginnasio “Orazio Flacco” di Potenza.

1940  Frequenta il II Liceo a Trento ospite della sorella Serafina, presso il Liceo “G. Prati” con Giovanni Gozzer e Bruno Betta.

1942  14 maggio, muore il padre. Intanto si è stabilito a Tivoli per seguire i corsi universitari di Giurisprudenza a Roma. La morte del padre lo convince a cambiare sede universitaria, per cui sarà prima a Napoli poi a Bari dove frequenta i Fiore e più tardi il “Sottano”.

1943  Il 4 dicembre chiede di iscriversi alla sezione “G. Matteotti” del Partito Socialista di Tricarico.

1944  Riesce a celebrare con Alinovi il 1° maggio a Tricarico.

1946  È eletto primo sindaco socialista di Tricarico. Inizia la spola con Roma dove frequenta Levi.

1947  In agosto si inaugura l’Ospedale civile di Tricarico per la cui realizzazione ha condotto una lunga e appassionata campagna di sensibilizzazione.

1949  Legge Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura di Gramsci e propone a Muscetta un’eventuale edizione di sue poesie. È quindi a Torino per lavorare presso l’Einaudi e conosce Pavese e Vittorini. Il rapporto di lavoro non si concretizza. Verso fine anno (novembre-dicembre) occupa coi contadini materani i feudi di Policoro. Ottiene una borsa di studio da Olivetti. Incontra George Peck e Friedrich Friedmann venuti in Basilicata per condurre indagini sociologiche.

1950  L’8 febbraio, accusato di peculato, è tradotto in carcere a Matera. Ne esce il 25 marzo. Lascia Tricarico per un periodo di studi presso l’Osservatorio di Economia Agraria di Portici sotto la direzione di Rossi-Doria. Ai primi dell’estate è a Portici, durante l’estate visita la Calabria.

1951  Inizia l’inchiesta sull’analfabetismo in Basilicata ed è in trattative per la pubblicazione delle poesie con Einaudi.

1953  Vito Laterza gli propone un libro sulla cultura dei contadini lucani. Muore la sera del 15 dicembre a Portici.

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* Relazione tenuta in occasione del recital di Augusto Benemeglio È fatto giorno. Omaggio a Rocco Scotellaro nel 60° Anniversario della morte, Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, 15 dicembre 2013.

Felice Di Nubila, nato in Basilicata a Francavilla sul Sinni, ingegnere dirigente d’azienda, ha lavorato nel Mezzogiorno fino al 1957.  Non ha mai interrotto i rapporti con la sua terra d’origine, ove ha ricoperto, dopo il 2000, incarichi nell’amministrazione pubblica e in aziende private.  Ha sostenuto progetti di sviluppo e iniziative culturali in associazioni di volontariato solidaristico operanti per la Cooperazione Internazionale nei Paesi in via di sviluppo.  Ha pubblicato un volume di liriche, Boschi lupi luci, Venosa 1989, la ricerca Francavilla sul Sinni. Le origini feudali, la civiltà contadina, il lavoro, lo sviluppo, Roma 2008; nella pubblicazione La Basilicata nel Crocevia della Storia, in corso di stampa, riassume notizie e riflessioni sui grandi eventi che hanno coinvolto direttamente o indirettamente la più piccola regione del Mezzogiorno d’Italia; recupera documentazioni, testimonianze, ricordi del vissuto e immagini originali di tracce ancora visibili del Millennio passato.

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro - Foto di Spartaco Coletta

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro – Foto di Spartaco Coletta