Attualità

L’abbandono

berlino foto gm

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L’abbandono

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di Raffaele Calvanese

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Di notte avevo paura, perché faceva freddo, un freddo dannato. Di giorno avevo paura lo stesso, perché faceva caldo e non arrivavamo mai. Alcuni compagni di viaggio non sono riusciti a vedere la Libia, sono rimasti lì nel deserto. Bevevamo la nostra urina e pregavamo, ognuno pregava ciò che voleva, ognuno sperava in ciò che poteva”

Robert insegnava economia. L’ho conosciuto all’università di Bujumbura un pomeriggio di Giugno. Veniva da Ibadan, aveva studiato lì.  Era alto, bello piazzato, alto quasi quanto me, non sembrava un professore, eppure era lì per insegnare economia, in quel paese che stava cercando di uscire da anni di guerra civile. Noi pure eravamo lì perché la guerra civile stava terminando ed il paese voleva tornare alla normalità con delle elezioni democratiche, le prime dopo anni di lotte intestine e di genocidio. Eravamo lì per capire come fa un paese a rialzarsi.
Io quella maledetta tesi l’avevo già pronta da Novembre. Scritta di getto, come quasi tutto quello che scrivo, ma il professore aveva voluto aspettare. Un toscano, funzionario europeo, una famiglia prestigiosa, discendente lontano della famiglia Ricasoli. Mi ci trovavo bene con lui, era alla mano, come me. Ricordo ancora quando scoprii che aveva dimenticato di firmarmi il frontespizio ed era ripartito per Bruxelles, il funzionario me lo fece notare, scesi, feci due giri del palazzo e al ritorno come da una corsa stremata in facoltà lo riportai con una bella firma assolutamente fasulla. Lui non ebbe nulla da ridire. Solo per la mia sessione di laurea volle aspettare quella straordinaria di Maggio. Poco male, intanto continuavo il corso di specializzazione, sarei partito per l’Africa Sub-sahariana, Burundi per la precisione. Peacekeeping, questo era il termine giusto con cui spiegavo ai miei amici quello di cui mi stavo interessando, senza peraltro che quasi nessuno capisse cosa andavo davvero a fare lì giù. Il Burundi è quel paese che nel linguaggio comune è diventato la metafora del paradosso: “ma da dove vieni, dal Burundi?” “ quant’è vero Dio se non supero l’esame mi faccio frate e me ne vado in Burundi”. Il Burundi era il fratello minore del Rwanda, famoso anch’esso per la sanguinaria guerra civile scoppiata tra Hutu e Tutsi. Nella Regione dei Grandi laghi gli Hutu rappresentano l’etnia più numerosa, mentre i Tutsi sono in netta minoranza, ma nonostante questo rivestono una sorta di ruolo di elite sociale, occupando spesso i posti chiave all’interno della vita di paesi come il Rwanda e il Burundi. La rivalità e le discordie tra queste due etnie balzarono agli onori della cronaca all’inizio degli anni ’90. In Burundi, per la precisione, era scoppiato tutto nel ’93 quando il presidente Ndadaye di etnia Hutu vinse le elezioni in Giugno, divenendo il primo presidente Hutu del Burundi. Già nel Novembre dello stesso anno un colpo di stato lo depose con la violenza, uccidendolo, e facendo ripiombare il paese nel disordine. Un quadro molto chiaro della situazione di quei giorni lo ebbi guardando il film “Hotel Rwanda”.
L’Africa è probabilmente il più grande “luogo comune” esistente. Specialmente se lo si intende come entità unica e indivisibile. Molti problemi legati a questo continente nascono proprio dalla visione che gli “altri” ne avevano a prescindere dalle diverse identità che la abitavano e la abitano ancora. Una terra travisata e rovinata da chi crede di conoscerla. Napoli per certi versi è vittima dello stessa voglia di stereotiparla. In molti, spesso anche tra chi la abita, cadono nel “luogo comune”, pochi sanno difenderla con la forza delle argomentazioni e spesso e più comodo assecondare la vena macchiettista che allo stesso tempo è carta d’identità e condanna di un popolo che è tutt’altro che omogeneo. A Napoli lavora un amico che venne giù in Burundi con me, si chiama Luca, con lui vivemmo quei giorni africani con estrema intensità.

“ Ero partito da casa mia per andare ad aiutare un posto in cui stavano peggio di me. Ero andato per fare la mia parte, coi miei pregi e coi miei difetti. Conoscevo l’economia e credevo che questo sapere potesse essere la mia arma per dare una mano, invece qualche anno dopo ho capito che era un’arma che mi avrebbero puntato contro, a casa mia, dove me l’avevano insegnata l’economia. Ero partito per dare una mano agli altri, poi sono dovuto ripartire per scappare da chi mi minacciava di morte. Ho abbandonato tante cose, tante vite, tanti volti. Ho dovuto trovare la forza di partire da troppi luoghi, di ripartire dopo tante cadute, tante difficoltà. Ora vorrei trovare la forza di restare da qualche parte “

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Irish in Italy (una mostra)

Yeats

Yeats

Irish in Italy: una mostra sull’Irlanda in Italia nel primo ’900

di Carmen Gallo

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Si inaugura sabato 15 ottobre una bellissima mostra dal titolo Irish in Italy. Letteratura e politica irlandesi in Italia nella prima metà del Novecento, dedicata alla ricezione della politica e della letteratura irlandesi nel nostro paese nei primi cinquant’anni del xx secolo. Visitabile, fino all’8 gennaio 2017, presso la Galleria della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Viale del Castro Pretorio, 105, la mostra fa parte di un progetto internazionale più ampio curato da Antonio Bibbò, dell’Università di Manchester, già traduttore di Woolf (sua l’ultima traduzione per Feltrinelli de Gli Anni) e studioso di storia della ricezione con un particolare interesse per la letteratura italiana e quelle di lingua inglese.

Attraverso le bacheche allestite per l’occasione, e un salottino originale degli anni ’40, i visitatori potranno immergersi nell’atmosfera ma anche nelle testimonianze dell’epoca: lettere, documenti e estratti delle traduzioni “d’epoca” dei maggiori testi irlandesi del periodo, da Finnegans Wake alle poesie di Yeats, solo per citarne alcuni, letti da Luca Iervolino.

La mostra infatti, come si legge sul sito, segue due linee principali: “da una parte la lunga e sanguinosa storia dell’indipendenza irlandese e le versioni che di questa sono state presentate in Italia nei primi decenni del Novecento; dall’altra la storia della sorprendente rinascita letteraria irlandese e della sua diffusione e ricezione, prima nell’Italia liberale e poi in quella fascista. Il rapporto tra Italia e Irlanda durante la prima metà del Novecento si tradusse infatti in una serie di avvenimenti e pubblicazioni che raccontano come lo Stato Libero d’Irlanda si sia progressivamente imposto tra noi quale entità autonoma tanto da un punto di vista culturale quanto politico. L’Italia, in quegli stessi anni, stava vivendo una profonda mutazione politica e culturale, con la conclusione del processo risorgimentale e la successiva dittatura fascista”.

Sottolinea ancora Bibbò, “la mostra prova a dar conto di questo complesso rapporto, del suo andamento oscillante nei primi cinquant’anni del 1900 e dei rispecchiamenti tra il panorama letterario e il sistema politico che caratterizzarono, e spesso favorirono, gli scambi tra le due nazioni. L’intreccio tra letteratura ed esigenze politiche nell’emergere di una letteratura propriamente nazionale in Irlanda illumina così anche pagine poco note della nostra storia politica e culturale”.

La mostra ci racconta inoltre non solo la fortuna degli autori irlandesi in Italia nel primo Novecento, ma anche le personalità che più vi hanno contribuito. Tra tutte spicca quella pionieristica di Carlo Linati, traduttore dei drammaturghi dell’Abbey Theatre e di Joyce, che ritraduce Sterne (già tradotto da Foscolo) e fonda, con Enzo Ferrieri, la rivista Convegno, una delle più importanti per la diffusione della letteratura irlandese in Italia negli anni Venti; e quella più tarda di Paolo Grassi, che rinnoverà la scena teatrale italiana dopo il fascismo anche rivolgendo lo sguardo alla scena irlandese. In questi anni, scrive Bibbò, “la letteratura irlandese in Italia vive una seconda giovinezza dopo gli esperimenti pionieristici di Linati e si presenta quanto mai variegata e sorprendente: da una parte gli “europei” Joyce, Shaw e Wilde, dall’altra i “veri irlandesi” Yeats, Synge, O’Casey, e per finire i cosiddetti ‘oriundi’ come Eugene O’Neill. Con questi, si confrontano i maggiori letterati italiani del tempo, da Pavese a Montale, da Gian Dàuli a Emilio Cecchi, fino ai giovanissimi Pasolini e Manganelli”.

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© Carmen Gallo

Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze

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Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze, Einaudi, 2016, € 16,00, ebook € 9,99

di Irene Fontolan

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Non mi trucco e diffido delle donne che lo fanno. Un trucco è un trucco, no? Lo dice la parola. È un inganno. Perché sono bella così? Non lo so.

Fotinì sta in copertina. Così come è: niente trucco, pelle chiara, capelli neri, occhi giovani, sopracciglia folte e bocca carnosa. Presta il suo volto per dire cosa pensa lei che è una ragazza. La sua storia, che profuma di caffè e domeniche mattine, è una delle mille interviste fatte a ragazze italiane raccolte nell’arco di due anni. Sono storie, pensieri, vissuti, progetti, episodi, emozioni impresse. Sono vite, tutte diverse per età, professione, interessi, voci e volti.
Un libro, un dialogo, un bisogno di condivisione e apertura verso l’altro nel quale ci si ringrazia a vicenda per aver raccontato di sé e aver creato così un flusso di ascolto, esperienze, emozioni e pensieri. “Questo libro è un’opera di narrativa che attinge dalla realtà ma si apre alla libertà di immaginare, da un dettaglio, vite e mondi.” Trentotto pezzi di vite delle quali non serve sapere tutto per capirle. Le domande sono semplici, prive di apprensione e giudizio. Parte tutto da un bisogno primario di essere ascoltati, sentiti e pensati ma anche di ascoltare l’altro e ascoltare se stessi.
Concita reinterpreta una riflessione di Daniele Novara: “Ognuno cresce se sognato”, dicendo che “In questo tempo ognuno cresce ed esiste se ascoltato”.
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Giacomo Sandron, Il culo e la pupilla

berlusconi

foto dal sito tarantoonline

IL CULO E LA PUPILLA

(una storia italiota)

 

 

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le belle ragazze poco vestite

svolazza di tavolo in tavolo
che sembra una sposa
lui è un seduttore
e questa la sua casa

passa buona parte della serata
a guardare i giovani corpi
accompagna le preferite
a visitare il parco

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
celebri o meno note
le tocca le tette
star in ascesa starlette
in declino
qualche velina due ministre
più di una escort
ragazze single e ragazze
in apparenza fidanzatissime
conduttrici televisive
famosissime

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le tette la fica le promette
a una nuova vita
di spettacolo e politica

una
doveva essere candidata
al parlamento
non l’hanno messa
all’ultimo momento

doveva essere candidata
alle europee
è stata dirottata sulle
regionali partenopee
ma è arrivata ultima
ha lasciato intendere
di essere la vittima
di un piano calcolato
per screditarla

un anno dopo ecco
il lieto fine della storia
assessore ai servizi sociali
del comune di Casoria
per un posto sicuro pagato
ne è valsa la pena darla

una
ti volevo un attimo briffare
giusto che non ti prendi male
ne vedrai di ogni
è la desperation più totale
c’è la zoccola che viene dalle favelas
la sudamerica che non parla l’italiano
ci sono io che faccio quello che faccio
tu fregatene, sbattitene il cazzo
non essere timida, lui sabato c’è
dobbiamo assolutamente andare
hai qualche amica carina
che possiamo portare?

una
dopo cena si veste da suora
croce rossa sul velo e tunica nera
io non riuscirei a mostrare la mia carne
a vendermi per fare carriera

una
vestita solo di scarpe luccicanti
non indossava le mutandine
quando si chinava in avanti
lasciava vedere il sedere

una
la cosa più eccentrica che faccio
è la danza del ventre
che ho imparato da mia madre

una
poverina ha una bambina
un’altra è malata
non ha più il padre

una
accetta un disco di Apicella
e duemila euro per l’imbarazzo

una
con quella bocca che ti ritrovi
fai bene a parlare di cazzo

una
glielo misi in quel posto
e mi disse fai piano
non siamo arrivati al dunque
però l’ho baciato sulle labbra
sulle guance sulla testa
ovunque

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The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta (di Nicolò Barison)

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The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta

In un futuro distopico, la vita per i single non è per nulla facile. Le persone non accoppiate vengono infatti portate in un hotel dove dovranno trovare un compagno/a entro quarantacinque giorni. In caso negativo, verranno trasformate per sempre in un animale a loro scelta. In questa struttura finisce il grigio architetto David (Colin Farrell) con suo fratello (ora trasformato in un cane).

Al regista greco Yorgos Lanthimos, giunto al suo quarto lungometraggio, non si può proprio rimproverare la mancanza di originalità. Già nei suoi precedenti lavori (Kinetta, Kynodontas e Alps), si poteva ben comprendere la sua idea di cinema e il suo spietato sguardo sull’umanità. Dopo essersi fatto le ossa, Lanthimos questa volta ha a disposizione una produzione internazionale, con un cast di attori noti (Colin Farrell e Rachel Weisz, ma anche la ragazza dai capelli blu della Vita di Adele Léa Seydoux e il caratterista John C. Reilly) e tutto gira per il verso giusto, in un film che è davvero molto affascinante, feroce e al tempo stesso commovente nella sua analisi dell’amore e, più in generale della società umana. I vari personaggi si muovono all’interno di un quadro futuristico annichilente che esteriormente sembra il presente, dove, se passeggi al centro commerciale senza un partner, la polizia ti inizia subito a fare mille domande, ti guarda le mani per vedere se hai la fede, e, se le tue spiegazioni non sono convincenti, vieni arrestato e portato all’hotel.

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Lettera di Camilla Seibezzi #lefiabepertuttiditutti

Un sindaco che decide di ritirare fiabe dalle scuole è molto pericoloso, perciò pubblichiamo la lettera ai giornali di Camilla Seibezzi di Noi, la città. Crediamo che sia una questione che riguardi tutti, a maggior ragione  chi si occupa di letteratura. A fondo pagina, dopo la lettera, troverete i link di che rimandano a due iniziative dei prossimi giorni. (la redazione)

leo

Quando dico che riguarda tutti intendo proprio tutti tutti. (lettera ai giornali di Camilla Seibezzi)

L'”ordine” del Sindaco Brugnaro di ritirare i libri di fiabe del progetto “leggere senza stereotipi” dalle scuole di Venezia è divenuto sintomo agli occhi dell’intero Paese dello stato della democrazia. La circolare indirizzata alle scuole e pubblicata su Internazionale ha toni grotteschi e pare scritta da un marziano. Cosa sono libri genitore 1 e 2 e le fiabe gender? La questione innanzitutto offende e vincola la libertà del mandato educativo di chi opera al servizio della scuola in asili e materne. Gli educatori non sono in grado di discernere gli strumenti atti ad un confronto con i loro piccoli allievi? Offende pure tutti i genitori che hanno scelto di iscrivere i loro figli/e ad una scuola pubblica e per questo presumibilmente laica. Offende tutte le famiglie descritte in quei libri: le realtà più note e quelle meno comuni. Se oggi il Sindaco crede di tutelare solo la maggioranza delle famiglie composte da madre padre un figlio maschio e una figlia femmina subordinate alla procreazione, cosa pensa di fare di tutte le altre? Genitori single, vedovi, famiglie adottive, affidatarie e coppie genitoriali dello stesso sesso? Le confina allo spazio domestico? E se domani volesse rispedire al confino come si è proposto di fare con i migranti anche chi professa una fede diversa dalla maggioranza dei cattolici? I bambini nati con la procreazione assistita li rimettiamo in frigorifero? Ecco che il tema non riguarda “solo” il dibattito sui matrimoni egualitari ed un singolo tratto della vita di una persona, in questo caso l’orientamento affettivo, bensì la libertà di ogni individuo. La chiamata in causa è sconfinata e ne ho misura dalla quantità di lettere e condivisioni che sto ricevendo da tutt’Italia. Chiama in causa la comunità ebraica, musulmana e i rappresentanti delle altre fedi, chiama in causa la scuola e i sindacati, i vecchi e i nuovi partigiani, i partiti di centrosinistra e tutto il mondo di centrodestra che ben annovera nel profondo dell’animo esperienze comuni in tutta la popolazione a prescindere dall’appartenenza partitica. Chiama in causa le persone con disabilità e i loro cari, che non vogliono solo le passerelle sui ponti ma anche il rispetto della pari dignità per tutti. Io mi rivolgo a tutti voi perché alziate la testa anziché distogliere lo sguardo. Perché la lotta alla censura, al segregazionismo e per diritti sono un traguardo comune, un comune modo di stare al mondo. Invito il Sindaco a rendere noti alla cittadinanza i titoli precisi dei libri messi all’indice e ad avere il coraggio di affrontare questi temi con trasparenza in un confronto pubblico.

Camilla Seibezzi, già delegata ai diritti civili del Comune di Venezia

Due iniziative

Leggiamo ai bambini “Piccolo blu e piccolo giallo”

Per giudicare bisogna conoscere: Incontro pubblico a Venezia il 3 luglio

Physique du rôle – Film/documentario (crowdfunding)

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Physique du rôle è un film-documentario che ha l’obiettivo di fotografare la reale condizione della donna italiana nel mondo del lavoro.

Partendo dall’osservazione delle donne marchigiane (lavoratrici dipendenti, imprenditrici artigiane e agricole), Physique du rôle vuole accendere i riflettori sui cambiamenti, le trasformazioni e le criticità che hanno accompagnato la presenza della donna nel mondo del lavoro (industria, artigianato, commercio, agricoltura) in questi anni di crisi.

Physique du rôle è anche un esperimento e una sfida: vuole diventare un modello ripetibile e replicabile in altre realtà regionali. Dalle microstorie di donne (dipendenti, operaie, imprenditrici) siamo convinte si possa ricostruire un contesto più ampio e riuscire a fotografare la condizione della donna nel Paese.

Physique du rôle è quindi solo un primo passo: l’obiettivo è raccontare il paese con una serie di film documentari che restituiscano le criticità, le ansie e le speranze di donne che cercano di sopravvivere nel mercato del lavoro italiano.

Attraverso il racconto autobiografico delle lavoratrici e dei luoghi dove le donne lavorano e creano impresa, il documentario, realizzato dalla filmmaker Silvia Luciani e prodotto dall’Osservatorio di genere (OdG – http://www.osservatoriodigenere.com) di Macerata, vuole diffondere e disseminare in modo dinamico e originale i risultati di una ricerca condotta dalle studiose dell’OdG nell’ambito del progetto (RI)pensare le pari opportunità – (RI)parO, un progetto del Comune di Macerata finanziato e sostenuto dall’Assessorato alle Pari Opportunità della Regione Marche.

Che cos’è (RI)parO?

(RI)parO (gennaio-dicembre 2014) nasce da un’idea e da una proposta avanzata dall’Osservatorio di genere, associazione culturale di Macerata, che dal 2009 dedica la sua attività agli studi di genere e alla valorizzazione delle pari opportunità.

Il progetto ha come obiettivo principale la valutazione d’impatto rispetto al sesso – strumento fino ad ora quasi del tutto inutilizzato in Italia e parte integrante della strategia europea dimainstreaming – in riferimento a quelle politiche regionali che hanno implicazioni rispetto al genere.

(RI)parO si propone di:

riconsiderare e rivedere le politiche di genere in un’ottica di superamento teorico dello strumento delle pari opportunità e della ricaduta che esso ha avuto nelle politiche regionali;

predisporre prassi operative più efficaci alla luce dei risultati valutativi ottenuti;

promuovere la valorizzazione del potenziale femminile oggi presente nel mondo del lavoro a partire dalla correzione dei gap di genere in esso agenti;

verificare l’esistenza di differenze tra le donne e gli uomini nei diversi ambiti di lavoro;

eliminare le disparità di genere;

promuovere l’empowerment femminile migliorando la qualità e l’efficacia delle politiche prese in esame.

Perché un film-documentario?

L’idea di realizzare questo film-documentario che racconti il ruolo e la condizione delle donne lavoratrici nelle Marche nasce soprattutto dalla necessità di mettere in essere uno strumento che possa raggiungere un target il più ampio possibile di utenti e che coinvolga in modo particolare i giovani, attraverso le scuole, e i non addetti ai lavori.

Physique du rôle sarà infatti utilizzato con finalità didattiche e pedagogiche per sensibilizzare sulle questioni di genere i giovani e sarà messo a disposizione di tutti gli operatori (insegnanti, istituzioni pubbliche ecc.) impegnati nella formazione e sulle questioni di genere.

PERCHÉ FINANZIARE Physique du rôle?

Credere in questo progetto significa non solo dare voce alle donne, raccontare le strategie di resistenza quotidiana che esse mettono in campo per superare le mille difficoltà che caratterizzano la loro presenza nel mondo del lavoro, ma anche per riconsiderare e rivedere le politiche di genere in un’ottica di superamento teorico dello strumento delle pari opportunità. Vogliamo inoltre non solo accendere i riflettori sulle criticità ma anche promuovere la valorizzazione del potenziale femminile oggi presente nel mondo del lavoro.

I fondi ci aiuteranno a coprire:

le spese per terminare le riprese

le spese per il montaggio audio video (totale di 50 ore previste)

le spese per la post produzione del film-documentario (della durata di circa 45 minuti)

le spese per i bollini della SIAE e per i diritti d’autore per n. 500 copie

Duplicazione DVD

le spese per la realizzazione grafica e la stampa del manifesto

le spese per la realizzazione grafica e la stampa del libretto che accompagnerà il DVD.

TEMPI

L’Osservatorio di genere e Silvia Luciani credono moltissimo nella validità di questo progetto, perciò abbiamo deciso di iniziare a lavorare al film-documentario: le riprese si concentreranno tra metà ottobre e metà dicembre 2014. Il film-documentario sarà pronto per gennaio-febbraio 2015.

SCOPO DELLA RACCOLTA

Il progetto è autofinanziato. L’obiettivo è di realizzare questo film-documentario senza chiedere finanziamenti ai consueti canali istituzionali – pubblici o privati – ma con il solo sostegno dal basso della cittadinanza, di donne e di uomini impegnati ad eliminare le differenze tra i sessi nella società contemporanea e soprattutto nel mondo del lavoro.

Se sei un’azienda interessata a supportare Physique du rôle puoi scrivere all’indirizzo mail odg@osservatoriodigenere.com

 

PER SOSTENERE IL PROGETTO CLICCATE QUI: PRODUZIONIDALBASSO

Un paio di considerazioni e una poesia di Raboni

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Ieri sera mi stavo scrivendo con un amico, facevamo alcune considerazioni circa strani atteggiamenti riscontrati da entrambi in ambito lavorativo. Un certo tipo di strano controllo, un esercizio di potere dettato dalla paura, il timore della burla, il livello di ignoranza, la soglia bassissima di umanità. Naturalmente, dicevamo cose come Che tristezza. Oppure come Tira proprio una brutta aria. Dicevamo: Mobbing. Tentavamo di confortarci con cose tipo Che ne sanno loro. In realtà loro sanno quello che gli importa, che non c’entra con l’umanità, col rispetto, con la cultura, con l’ironia e che non c’entra nemmeno con il lavoro. Mi tornava in mente il modo di fare dei camorristi e, andando più indietro, i modi dei fascisti, dei dittatori. Facevamo degli esempi e, tra un esempio e l’altro, a me è tornata in mente una poesia di Giovanni Raboni, una poesia che ha per titolo 19**, una poesia attuale, attualissima, che parlava d’altro (?), ma l’altro, il già accaduto quanto dista da qui?

(G.M.)

Certo, è il momento di parlare
come c’è stato quello di tacere
con tutti (perfino con gli amici), attenti
a non fare mai la stessa strada,
e non lasciare in giro taccuini
stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta,
eh? non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno
è appena astuto, sa che non bisogna
lasciarsi andare. E così niente abbracci
al baritono negro, allo scienziato
ebreo per parte di madre, niente fiori
sulle fosse o rimproveri sgarbati
agli aguzzini. Quando più te l’aspetti
torna a tirare un’aria di cappucci.

© Giovanni Raboni – Tutte le poesie – Einaudi 2014

 

Interviste credibili #16 Nicola Lagioia: La ferocia, i sogni, la scrittura

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Interviste credibili #16 Nicola Lagioia: La ferocia, i sogni, la scrittura

Appunti su La Ferocia (Einaudi, 2014)

È da poco uscito il nuovo romanzo di Nicola Lagioia La ferocia, e come mi accade spesso quando un libro mi colpisce particolarmente ho deciso di non recensirlo in maniera canonica, indicherò qui alcuni elementi guida del romanzo, metterò delle palline con dentro le parole ma poi il racconto del libro prenderà corpo mischiando le mie considerazioni alle risposte dell’autore. Pescando dal cestello le domande.

La Puglia, Bari soprattutto, ma anche la provincia, le statali, le provinciali, la vegetazione, gli odori buoni e cattivi, e sfondi di Roma, Avellino, Salerno. E numerosi altri sfondi che il lettore potrebbe facilmente immaginare esercitandosi in un gioco di sostituzione.

Una famiglia: ricca, borghese, potente. Un marito costruttore, una moglie colta, quattro figli. Sei persone tutte determinate e fragili. Tutte controllate e tutte pronte a esercitare il controllo.

Il gioco: potere, politica, appalti, imbrogli, soldi, cocaina, bellezza, sesso, corruzione, morte, ricatto, rovina, rinascita.

L’amore: Chiara e Michele, due dei quatto fratelli, legati dall’infanzia, morbosamente, carni quasi sovrapposte, inseparabili, anche da lontani, anche da perduti, da morti.

Il Sud: è sempre una faccenda di morte e bellezza, di cose a perdere, di modifiche senza cambiamento.

La ferocia: è una parola che comparirà più volte, quasi ossimorica in un sorriso feroce, silenziosa in un gesto, definitiva in uno sguardo, vendicativa quando somiglierà alla gioia.

Il ruolo degli animali: molti e di molte specie sono presenti nel racconto, sono metafora dei personaggi o lo sono del tempo? Stanno lì a significare un altro tipo di ferocia quella che è della natura, che è sopra il controllo, che viene prima dell’idea del controllo.

La tecnica e la prosa: Tutti gli elementi precedenti insieme a molti altri di cui parleremo con Nicola non avrebbero alcuna ragione di esistere se non fossero manovrati da una perfetta tecnica di scrittura, dalla volontà di salire di livello scegliendo spesso parole che non appartengono al linguaggio comune. La ferocia sarebbe molto meno bello se non fossimo colpiti da frasi, pagine, colme di una suprema e malinconica bellezza.

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Interviste credibili #15 – Riccardo Falcinelli (Critica portatile al visual design e altro)

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Interviste credibili #15 – Riccardo Falcinelli (Critica portatile al visual design e altro)

Il Libro – Critica portatile al visual design, Einaudi, 2014

Facciamo la fila di fronte alla Gioconda per ammirare l’originale di una copia che abbiamo già conosciuto altrove.. In maniera simile, ogni giorno davanti allo specchio, attuiamo sul nostro volto la copia di un modello che abbiamo imparato a desiderare altrove.

Critica portatile al visual design è stato pubblicato la scorsa primavera, l’ho scoperto sui Social (e poi dicono…). Quando il libro uscì credevo di non conoscere Riccardo Falcinelli, quando l’ho acquistato e poi letto, entusiasta, ho voluto approfondire. Intanto ho scoperto di avere in casa molto del lavoro di Falcinelli, tra le altre cose, sono suoi i progetti grafici di Minimum Fax e Einaudi Stile Libero. Sto un po’ esagerando, perché ricordo perfettamente, in passato, di aver esultato davanti a copertine ideate da Falcinelli e dai suoi collaboratori; non è passato troppo tempo da quando ho affermato che la cover di Dieci Dicembre di George Saunders (Minimum fax, 2013), è molto più bella nella versione italiana che in quella originale. Quello che intendo per approfondire è il voler conoscere meglio chi ha scritto quello che ritengo essere uno dei migliori libri del 2014 e scoprire come lavora.
Il libro fa insieme quello che dovrebbero fare i saggi e le opere letterarie: appassionare, aiutare a immaginare, a capire, a conoscere. Riccardo Falcinelli fa scienza e storia, comunicazione e letteratura. È un libro che stabilisce connessioni, in un certo senso, mette insieme – davanti ai nostri occhi – elementi che sono già dipendenti l’uno dall’altro. Impariamo quindi, ad esempio, come Barbie e il Parmigiano siano legati, o come il Layout sia presente più che mai nelle nostre vite. Tutto (o quasi) è Visual Design. Come c’è scritto in quarta di copertina Molte cose sembrano innocenti, e sono invece visual design. In sintesi ci troviamo davanti a un libro che seduce mentre genera domande ed è per questo che invece di scrivere una recensione classica ho preferito fare una chiacchierata con Riccardo Falcinelli.

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Quando dici Mantova #5 (regali)

Mantova - Festival letteratura  - festa dei volntari

Mantova – Festival letteratura – festa dei volntari

 

Quando dici Mantova #5 (regali)

Personalmente, se io fossi un grande scrittore e dalla mia penna fossero usciti almeno sette splendidi libri e uno di questi, fra i primi, avesse vinto (poniamo) un Pulitzer e dato l’avvio al forse unico caso di film dalla bellezza pari al romanzo da cui è stato tratto, e nonostante ciò avessi continuato il mio percorso di narratore con libri di bellezza quasi miracolosa, ecco, se io fossi tutto questo e una ragazza al microfono mi dicesse di essere incantata da un brano per lei perfetto che ho inserito nel libro di cui sopra, probabilmente mi metterei a urlare. Ma io ero troppo impegnata a essere la ragazza dall’altro lato del microfono, e Michael Cunningham, alla domanda se lui stesso avesse un’immagine cara, ha dato l’unica risposta possibile: per uno scrittore, l’immagine cara è quella a venire. All’interno dell’opera, sta al lettore ricevere doni e scegliere il più adatto a lui, come per me il brano, appunto, in cui Sally vuole un regalo per Clarissa, presa da una vertigine di amore, paura, senso di mortalità.

Michael Cunningham, per me, è stato uno dei più bei regali di questo festival. Lo scrittore contemporaneo cui ricorro più spesso, l’autore di libri meravigliosi e (mi perdoni, Mr.Cunningham, continui a portare pazienza) di quel gioiello raro della letteratura che è “Le ore”. Ma ho comprato anche dei souvenir. Un Rigoletto di ottone, giusto per viaggiare leggera, per mia sorella appassionata. Libri, a vagoni, da blindarmi per un intero inverno. Anche il festival mi ha fatto dei regali. Tra quelli tangibili, una maglietta taglia L (le M erano terminate, avrete letto che eravamo oltre 700 volontari, e per la S sono terminata io molti anni fa) con il logo dell’edizione di quest’anno. Tra gli intangibili, un senso di come dovrebbero essere le cose belle, un’idea di spartiacque che nei prossimi giorni ho il compito di far decantare.
Che il festival più caro sia quello a venire.

© Giovanna Amato

 

Le cronache della Leda #19: L’Adriana, Nebraska e il meteo

 

parigi - 2010 - museo rodin - foto gm

parigi – 2010 – museo rodin – foto gm

Le cronache della Leda #19: L’Adriana, Nebraska e il meteo

L’Adriana non dice mai veramente quello che fa. Non che nasconda qualcosa o che abbia chissà quale segreto, semplicemente non risponde mai alle domande completamente, omette sempre qualcosa, descrive parzialmente. Sembra quasi un retaggio da vecchia educazione, quando davvero ti insegnavano che certe cose non andavano dette. Lei deve averla talmente ben assimilata la lezione da applicarla praticamente a tutto. Io e la Luisa, ma credo anche altri che la conoscono, troviamo questa cosa divertente, ogni tanto ci innervosiamo però. Alcuni esempi di come risponde l’Adriana.

«Cosa hai mangiato? «Un risotto.» «Ma un risotto come?» «Così, un risottino.»
«A che piano abiti?» «Al penultimo.»
«Come stanno i tuoi figli?» «Stanno.»
«Sei andata poi al cinema?» «Siamo usciti di pomeriggio.» «Ma sei andata o no?» «Sono rimasta tanto in giro.»
«Che libro stai leggendo?» «Un romanzo.»

Una volta, eravamo nella sede del partito, avevamo messo su una parete una mappa del paese, in molti si misero a indicare dove stavano le proprie abitazioni. Uno, non ricordo chi, si voltò verso l’Adriana e le chiese dove abitasse. Lei si avvicinò alla mappa e cerchiò col dito una zona che comprendeva un quarto di città e disse: «Qui.»

L’altro giorno è venuto a trovarmi l’avvocato, non veniva da un mesetto circa, ha avuto qualche problema. Non mi ha detto quale, io non glielo domando. Bisogna capirli i ragazzi, certe volte le cose non le sanno dire. In quei momenti mi dimentico che è un mio amico e mi ricordo di essere la madre del suo migliore amico, la differenza sta qui, di colpo mi sento come sua madre, lui non dice, io non chiedo. Mi ha portato il dvd del film Nebraska, l’avevo perso al cinema e lui è stato così carino da regalarmelo. Nei prossimi giorni me lo guardo.

Oggi è piovuto molto, negli ultimi anni in giugno è successo spesso, non mi pare una grossa novità. Così come non mi pare che lo sia il brusco calo delle temperature. Invece, per qualcuno, continua a trattarsi di eventi straordinari. I telegiornali, i siti internet dei quotidiani, i meteorologi, si sono inventati La bomba d’acqua. Con la variante Grandine e la super variante Tromba d’aria. Bombe d’acqua si sono abbattute ovunque. Perché non li chiamano temporali? Acquazzoni? Precipitazioni intense?

Hanno cancellato, con un paio di Tg1, dall’immaginario collettivo, dalla memoria, migliaia di gavettoni di ferragosto, la riviera romagnola, i bagni numerati, i cinema all’aperto, i pedalò, le piadine, la stazione di Rimini e Viale Ceccarini. Non dico che questo sia un bene o un male, dico solo che è così.

Ho telefonato all’Adriana perché mi sono ricordata che lei quest’inverno era andata a vederlo Nebraska. Le ho chiesto com’era, se le fosse piaciuto. «Non a colori.» Ha risposto.

Leda

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© Gianni Montieri