Attilio Lolini

I poeti della domenica #176: Attilio Lolini, Palle

lolini-necropoli

Palle

Quando viene tedioso il pomeriggio
fratello della sterile mattina
si fanno palle dei giornali

è pieno il sacco dei rifiuti
con i cartocci dei surgelati
che abbiamo aperto
e mangiucchiato
leggendo sulle gazzette
le cronache del mondo

ciò che parve bello e giusto
ben si presta ad esser ripudiato
nell’ora incerta che avanza
d’ogni cosa è ignoto il significato.

.

da Poesie futili, in Notizie dalla necropoli, Einaudi, 2005

I poeti della domenica #175: Attilio Lolini, L’acqua

L’acqua

Tutto è strano stamani
splende il sole
ma le strade sono buie

il vento soffia
dai portoni

come un uomo
che va a tentoni

il tempo è un volto
che increspa l’acqua

siamo in un retroscena
in uno spazio dissolto

forse volato
o sepolto

.

da Carte da sandwich, Einaudi, 2013

Il poeta ostinato – su Carte da Sandwich di Attilio Lolini (recensione di Renzo Favaron)

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Il poeta ostinato – Su Carte da sandwich di Attilio Lolini (Einaudi 2013)

A volte, leggendo Carte da sandwich (Einaudi, 2013), si ha l’impressione di trovarsi alle prese con qualcuno che c’è senza esserci e, in pari tempo, che non c’è, essendoci. Ripensando alla precedente raccolta di Attilio Lolini (Notizie dalla necropoli), ci si ritrova in maniera ancor più persistente a diagnosticare uno stato apparente di allucinazione. Si è scritto “apparente”, non perché la percezione appare disturbata, ma in quanto è la realtà stessa a essere assente, come inghiottita da un buco nero di proporzioni cosmiche. Un esempio? Eccolo: «un vuoto nulla / ascolta / un infinito niente». E, insistendo su questo esempio, se ne trova una traccia anche nella sezione della raccolta (Imitazione) in cui l’autore omaggia alcuni “grandi” (Goethe, Larkin). Tuttavia è il poeta da cui F. Schubert ha attinto per il suo Winterrreise, quel Wilhelm Müller – ora quasi obliato – che ci riconduce e porta a sentire le pulsazioni di un cuore in inverno, a cui è correlativamente associato un paesaggio totalmente bianco, una landa sinistramente abbagliante su cui svetta un perturbante edificio: «ma il mondo è ora un lenzuolo / la strada sepolta dalla neve // Una folla di malati l’attraversa / bianca città dalle strade / che salgono e scendono / come scale della torre murata.» Eppure questa immagine non la si deve collocare come termine e tappa finale, al contrario: appartiene alla sensibilità musicale di Attilio Lolini e la si può considerare come una sorta di personale archetipo. Sintomaticamente in ciò è rintracciabile anche un gusto nutrito nel tempo e fedelmente professato, ma ineluttabilmente avvertito come insufficiente a mantene un aplomb letterario che ormai non sarebbe che il bagaglio di una maschera. Scrive l’autore: «Montale perdoni / stanno sparendomi / i coglioni.»

Così Attilio Lolini si presenta con tutto il suo carico d’anni, un uomo acciaccato nel corpo e alle cui idee riserva una rappresentazione senza sconti. Anzi, come chi sa che il prezzo è sempre più alto del previsto, la partita tra sé e il mondo è giocata senza risparmiarsi e l’affondo finale non può avere per obiettivo che una compiuta e totale tabula rasa: «la rivoluzione non era / dietro l’angolo // vanno distrutte / anche le rovine.»

In questo Klima a cui sembra non esserci scampo, viene da domandarsi, cosa è ancora così solido e capace di sostenere e resistere agli urti? L’autore non è tanto ingenuo da credere che la parola sia salvezza o che lo sia un al di là promesso da qualche dottrina. No, è qualcosa di più prosaico e ordinario (se uno non lo avesse compreso spuntandola su quanto di brutale e doloroso ci riserva il diuturno tran tran). Vale la pena riportarli questi versi e considerarli un insegnamento prezioso: «Perso l’equilibrio / barcollo nel marciapiede / ostinato nelle abitudini / nostre sole religioni.» Ancora una volta, riandando a quanto si scrisse a proposito di Notizie dalla necropoli, Attilio Lolini recupera una figura musicale, l’ostinato, quale tratto che ne caratterizza la cifra poetica e stilistica. Lui stesso sembra darcene una conferma intitolando Giorni di repliche una sezione della raccolta, dove è più esplicito il richiamo a un tempo-ritmo che torna su se stesso e si ripete. Si noterà, però, che l’ostinato del poeta senese è ben diverso da quello della tradizione musicale, dal momento che non corrisponde a un disegno d’accompagnamento ma è, se così si può dire, in primo piano e non relegato al mero ruolo di inciso.

In questo modo, verso dopo verso, Carta da sandwich va componendo una tela di scansioni fonico/ritmiche persistenti, cioè concentrate e che non è azzardato paragonare a veri e propri graffiti sonori. Essenziale, ma al tempo stesso incisiva, come la parola che incarna e interpreta, la poesia di Attilio Lolini conferisce dignità agli aspetti più semplici, ma non per questo banali, dell’esistenza e dell’esistere. Valga per tutte la composizione (Fermacarte) con cui si chiude la raccolta, omaggio all’amato (dall’autore e dallo scrivente) Philip Larkin: «Ricorda le stanze, le tende / la finta stanchezza dell’alba // gli oggetti che spiano / portaceneri e fermacarte // come sono sereno / come sono disperato // non riesco a dormire / mi addormento di colpo.»

(c) Renzo Favaron

Nota: Renzo Favaron su “Notizie dalla necropoli”

Notizie dalla necropoli (recensione di Luigi Socci)

lolini - notizie dalla necropoli

Dopo gli articoli di Piergiorgio Viti e Renzo Favaron  (leggibili qui1 e qui2), e l’interessante dibattito che ne è scaturito, pubblichiamo una recensione a “Notizie dalla necropoli” di Luigi Socci, ulteriore testimonianza dell’interesse che c’è intorno a questo libro e alla figura di Attilio Lolini. Buona lettura,

La redazione

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Notizie dalla necropoli (1974-2004) di Attilio Lolini. Einaudi pag. 189 euro 14.00

 

Attilio LoliniOpportuna autoantologia contenente un trentennio di lavoro, affidato negli ultimi anni alle amorevoli cure dell’Obliquo di Giorgio Bertelli, ma ancor più sparpagliato e disperso per quel che riguarda le prove più lontane nel tempo, apparse originariamente in edizioni semiclandestinamente autoprodotte e, a tener fede a quanto qui riportato dall’amico e autore della postfazione Sebastiano Vassalli, addirittura ciclostilate. Nel leggere questi versi vecchi e nuovi si ha l’impressione, una volta di più, che la lontananza dai circuiti editoriali più blasonati abbia giovato a questo poeta (minore più per scelta che per qualità), in posizione di sicuro spicco all’interno di una generazione più avvezza alla luce, per quanto fioca, dei riflettori. Ad una opzione di minorità consapevole appaiono già improntati i primi testi,  quelli che datano dal 74 al 90, qui raccolti nelle sezioni Da una stazione all’altra e Vesto giovane,  relativamente omogenee sui piani stilistico e tematico. Di vago sapore beat, queste prime poesie prorompono sulla pagina senza titoli, in un flusso vitalistico che azzera qualunque forma di punteggiatura,  in caratteri rigorosamente minuscoli persino in sede incipitaria, nell’uso disinvolto del discorso indiretto libero e di altri escamotage espressivisti. Aferesi ( gli spizi, gli spedali ), anacoluti, neologismi e plurilinguismo omeopatico avvicinano questi versi, seppure di tono meno apocalittico, a quelli di un altro grande irregolare della generazione anteriore: Luigi Di Ruscio. Il furore anarcoide, declinato spesso nella forma dello sberleffo politico a destra e a manca (“neppure il freddo ci stende secchi \ siamo eterni \ mister rumor” o “i poveri come si odiano tra di loro \ egregio ingrao”) ci consegna la figura di un poeta il cui esordio relativamente tardo (a 35 anni, ad appena 6 anni dal ′68), configura l’immagine di un reduce già perfettamente disilluso. Di reducismo parla del resto il poeta stesso nei suoi testi in più di un’occasione, esibendo il lutto di un nichilismo subìto suo malgrado (“ho creduto in tutto \ poi in niente \ perdonami e sopportami”), ma è curioso vedere come in questa feroce minisaga autosarcastica e nullificante (“che pena vendersi \ quando nessuno \ ti compra”) si utilizzi una strumentazione il cui valore sembra ancora percepito come tale. E sono i mezzi della poesia e della sua tradizione. Fin dal primo testo si notano infatti prestiti eliotiani (“morti noi signori e madame \ si chiude”) accettati senza furia deformante e addirittura  poi ungarettiani, (“sta sepolto \ non so dove \ e non importa”), seppur riadattati a diverso contesto, quasi ad avvalorare la propria immagine di sopravissuto alle reboriane granate di una “piccola” guerra le cui trincee si ricontestualizzano sullo sfondo delle latrine di una stazione. E non sarà pertanto un caso che in un testo dedicato a Gotfried Benn (“ma non scacciarmi \ non restituirmi \ al morto mondo \ starò immerso in te \ finchè è possibile \ senza afflizione o gioia”) si incontri la prima, cronologicamente, lettera maiuscola in un quindicennio di lavoro, quella di Benn, appunto, a voler quasi significare che nella tabula del mondo fatta rasa da uno sguardo impietosamente iperscettico, tocchi soltanto alla poesia il compito di rappresentare un ultimo baluardo, un ultimo risicato appiglio per una possibile fede. È storicamente prassi comune tra i poeti autoriduzionisti o troppo dichiaratamente intenti a svilire l’importanza della propria opera e della poesia in generale (si tratti di autori di nugae o di frammenti di cose volgari, di trucioli o pianissimi) quella di coltivare un segreto culto della stessa e Lolini non fa eccezione. I testi delle due successive (e ultime) sezioni, rispettivamente “Poesie futili” (91-96) e “Canti senza sole” (97-2003), riducono ulteriormente l’orizzonte richiudendolo in forme più brevi e regolari e drenando gli ultimi residui di vitalismo. È lo spettro della depressione che si aggira tra questi versi e tra le quattro, sempre più claustrofobiche, pareti di casa. Il pur stentato dialogo lascia il posto al monologo e la bukowskiana corte dei miracoli che popolava le prime raccolte cede il passo ai ben più muti ed inerti inquilini dell’armadietto dei medicinali. Sono le anfetamine, i colliri, le benzodiazepine i nuovi compagni di viaggio tra i mezzi toni e le timide rime da librettista lirico di un poeta autentico che sembra aver immolato la propria vita alla poesia.

luigi socci

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nota: recensione pubblicata su l’Annuario a cura di Giorgio Manancorda (ed. Castelvecchi 2005)

Renzo Favaron – Ciò che resta. Su “Notizie dalla necropoli” di Attilio Lolini

Pubblichiamo questo intervento di Renzo Favaron inviato alla redazione dopo la lettura del contributo (e dei commenti) di Piergiorgio Viti, pubblicato qui ieri.

La redazione

Ciò che resta – Su Notizie dalla necropoli di Attilio Lolini, Einaudi, Torino 2005.
di Renzo Favaron

lolini 2L’avvertenza, dopo aver letto Notizie dalla necropoli, è di non fare un’interpretazione in cui si vada a collocare le quattro raccolte – qui riunite – in un rigido quadro storico. E le ragioni per evitare ciò, sono molteplici. A partire dal primo nucleo della scelta antologica, dove una lettura alla lettera, non fosse che per ragioni di convenienza e di cattiva coscienza, porterebbe dritto a vederlo, se così si può dire, come un reliquato degli anni ’70 e ’80. E in effetti l’oggetto di questo nucleo è riconducibile a quel periodo ma, si badi bene, i motivi sottostanti alla poesia di Lolini, già allora, sono stratificati e hanno un’origine lontana. E dovendo suggerire una chiave, quella che appare più immediata, non sembri folle e paradossale, è la poesia religiosa del duecento. Un nome tra tutti: Iacopone.

Come il Todino, così Lolini ci offre in Da una stazione all’altra una visione del mondo degradata, dove l’amore vero è raro se non assente, dove “per i poveri non c’e nessuna storia” e “la miseria deve nascondersi bene”, il tutto espresso senza alcuna remora di fronte al rischio del disprezzo, del rifiuto, della condanna. Poesia, dunque, sciolta da pastoie ideologiche che pure riecheggiano come materia sottoculturale; non solo, ma sintomatiche di un atteggiamento che è quello di chi nega per affermare, di chi mette in primo piano figure minime e marginali per mostrarcene, insieme alla debolezza, il loro lato umano e l’umana partecipazione di colui che ce le mostra. In questo senso Lolini dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia difficile percorrere la strada della mediocritas. Perché se è rilevabile un’indifferenza di atteggiamento, questa non riguarda certo il poeta. Come quando dice: “…per calmarlo bastava poco/ un sorriso/ diventava bello/ ti faceva vedere l’uccello/ la pelle mangiata/ da uno strano eczema”. Fuori da ogni metafora, l’universo che popola i versi di Lolini è oggetto di un disprezzo che nasce, più che da un evidente distacco dall’amore di/per Dio, dal suo non uniformarsi al gusto borghese, dove non sembra avere effetto la caritas. Efficace, sotto il profilo espressivo, è l’elaborazione di un linguaggio che non deborda negli effetti, né nella tensione iterativa e nemmeno nella sintassi. Anzi, la forza di questo linguaggio è nella compressione, così che la scelta di un registro basso si riverbera per effetto di un’implosione, di qualcosa che ha subito più di un processo sia di assimilazione sia di accomodamento e che alla fine trova la sua misura in formule minime, sentenze, punture di spillo. Valgano qui due versi di Vesto giovane, che potrebbero figurare come epigrafe del novecento (per la drammaticità di alcuni avvenimenti, tra i quali non si può dimenticare la shoah): “Solo i sopravvissuti/ hanno memoria”, dichiara Lolini e attraverso questa strofa lapidaria fagocita illusioni e utopie, così come capta e segnala i vuoti lasciati dalle loro più o meno rumorose cadute e svela i trucchi di un’epoca in cui poco o nulla sembra esserci ancora di dicibile. Eppure, nonostante la durezza del giudizio, a noi Lolini non pare che si aggiri nelle zone del “maledettismo frivolo”, come sottolinea, anche se indirettamente, Vassalli nella postafazione; nemmeno il controcanto di Manacorda, quando parla di “pessimismo frivolo”, correggendo la precedente definizione, ci pare calzante. A rinforzarci in questa convinzione, innanzitutto, è l’impianto musicale che sostiene un po’ tutta la raccolta, tanto che non è raro imbattersi in richiami espliciti a musicisti e alla loro arte; esempi che hanno il significato di forze capaci di resistere, malgrado tutto, all’azione del tempo e al suo inesorabile scorrere.

lolini - notizie dalla necropoliTornando ai testi, ecco una risposta alla presunta frivolezza denunciata: “Mozart chiudeva sempre bene/ puntava soprattutto sul finale/ allegro molto/ presto”, dove si può cogliere anche uno dei tratti caratteristici dell’universo musicale (e, implicitamente, di quello poetico di Lolini), ossia che non sempre alla leggerezza del movimento può corrispondere una leggerezza del tema. Questo contrasto, risolto felicemente dall’autore sul piano stilistico/formale, lascia comunque aperta una questione di non poco conto; nel senso che le formule tanto del “maledettismo” quanto del “pessimismo” appaiono fuorvianti se solo si considera la qualità della grana lessicale di Notizie dalla necropoli, una grana che si è formata con il concreto calarsi nell’infamia della corporeità, nel sordido e nell’abbietto del vivere, depositandosi in modo da non dire più di quanto non sia essenziale. Il poco rimasto, dunque, altro non è che il distillato di un crudo realismo, di un solipsismo che si fa giusto mezzo al di là di una concezione dell’uomo pronta a scorgere ovunque il “male” e il “nemico”, come esemplarmente espresso da questa poesia dedicata a G. Benn: “ti sento come una ferita/ non rimarginata/ un taglio sulla fronte/ ma non scacciarmi/ non restituirmi/ al morto mondo/ starò immerso in te/ finché è possibile/ senza afflizione e gioia”. Dal punto di vista letterario, possiamo ancora notare che il realismo è sostenuto da quella tensione di chi è andato oltre il limite del dicibile, ma non per questo ha deciso di tacere. Contro ogni volontà, del resto, quanto più represse, tanto più la realtà del mondo e la vita si rivelano incancellabili e inesauribili. Lo sviluppo naturale di ciò, con saggia ironia, Lolini lo riassume così: “…ora che il tempo/ è finito/ scrivi la nostra storia/ grazie tante/ parlo ancora/ ti dirò il resto/ mi detesto”. E in questo “mi detesto”, nella sua orgogliosa stringatezza, si esprime la propria irriducibilità e la lucidità di una coscienza decisa a restare vigile, per testimoniare ancora e prolungare sempre lo sguardo anche là dove non si scorge che il buio della necropoli.

“Notizie dalla necropoli” di Attilio Lolini. Lettura di Piergiorgio Viti

lolini - notizie dalla necropoliDa quando la poesia si è svincolata dalle rigide strutture metriche, talora – a dire il vero – soffocanti a tal punto da produrre fenomeni di epigonismo spicciolo, anche il metro di giudizio è andato in crisi, promuovendo al rango di poeti “laureati” copisti dal valore discutibile, e viceversa offuscando in un cono d’ombra talenti dalla luce piena. È il caso di Attilio Lolini, senese di nascita, classe 1939, che, lontano dalle vetrine letterarie, ha saputo imporre una svolta alla lingua poetica italiana, attraverso un’ironia melodrammatica e a volte decadente che fanno di lui quasi un “unicum” nel panorama poetico novecentesco. Forse il solo Raffaello Baldini, pur con dei distinguo, potrebbe essere avvicinato al toscano Lolini, che plasma la lingua, specie nelle prime raccolte, Da una stazione all’altra e Vesto giovane, con una incisività rara e in alcuni testi sorprendente. Notizie dalla necropoli, con postfazione di Sebastiano Vassalli (altro grande messo al confino – e chissà perché – dalle patrie letterarie) è insomma un’antologia di trent’anni di scrittura (dal 1974 al 2004) che chi ama la poesia dovrebbe avere, per varie ragioni. In primis, il pluristilismo di Lolini: accattivante, magmatico, capace di mescolare parole di registro basso (cazzabubboli, scartafaccio, allo spedale di v, onoriscausa ecc.) con altre più ricercate, quasi dei neologismi (allocchito, insalivato ecc.) con spiazzante facilità; in secondo luogo perché trovare così tanti elementi (quello comico e grottesco, quello epigrammatico, quello tragico) in un poeta è fatto assolutamente eccezionale. Inoltre, ciò che colpisce di Notizie dalla necropoli è la presa diretta della realtà, resa senza troppi filtri; una realtà “ai margini”, di operai che hanno un tavolo a parte, di alberghetti con lenzuola giallicce, di denti che tintinnano come ballerini di flamenco. La scrittura di Lolini, in apparenza leggera e disincantata, fa invece riflettere su un dramma che si consuma tutti i giorni, spesso a nostra insaputa: quello della quotidianità; e non conforta, anzi, lacera, pone interrogativi difficili, e, nello stesso tempo, a suo modo, ci incastra.

© Piergiorgio Viti

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***

il quintaelementare ingegnere onoriscausa
(che si è fatto da sé)
(venuto su dal nulla)
apre la nuova fabbrica
elettrodomestica

ministro in vista (moro)
per i cazzabubboli
di carosello
e l’arcivescovo
a benedire le macchine
acqua benedetta selz
ti spruzza questo

operai tute bianche in vista

il tricolore sta benissimo
sulle buzze
dei sindaci di sinistra
discorso ufficiale
non va per niente male

rinfresco democratico
gli operai tute bianche
hanno un tavolo a parte

.

*

le carte i viaggi
giorni e giorni
assieme
poi sospetti
noia

scomparso chissà dove

ho qui la mappa
di pensioni alberghetti
freddi cinema
gabinetti

stazioni

ora ripetiamo
stancamente
parole
che furono
innocenti

la vecchiaia
le ha rese oscene
come i nostri volti
che la morte prepara
con accurato pudore

.

*

Poesia leucemia
ah, la tua boccuccia
che spiffera

mi sono arruffianato
uno che dicono potente

stava in disparte
mi guardava male
poveraccio

anch’io squittisco
tramo

che pena vendersi
quando nessuno
ti compra.

.

*

Flamenco

Stamani il dente che tintinnava
come un ballerino di flamenco
ha preso il volo ed è caduto
senza neppure un doveroso addio.

Stiamo a vedere cosa combina il tempo
quale faccia lo specchio ci rimanda
se la storia è davvero un otre gonfio
da suonare o bucare.

.

*

Funghi

Per non incontrare
chi va in vacanza

per fuggire
montagna e mare
facciamoci ibernare

non saranno
tempi lunghi

ci scongeleranno
quando escono
i funghi.

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Renzo Favaron, dopo avere letto questo contributo, ha inviato una sua lettura del libro di Attilio Lolini. La nota si può leggere qui.