articoli controvento

Facebook: libertà di pensiero o di censura? Un fatto. (post di Natàlia Castaldi)

Facebook, ovvero il grande fratello a portata di click …

Gente comune, probabili o futuri assassini, movimenti politici e civili, fascisti, anarchici, comunisti, ballerine e veline, escort e puttane, fedifraghi di ogni sesso, età, religione, Chiesa, Stato, servizi segreti, artisti ed aspiranti tali, frustrati, intellettuali, editori, mamme, papà, nonni, scrittori, cantanti, musicisti, accattoni … e poeti: insomma, di tutto un “pot”.

Ma a quale fine, scopo e costo?

Il pregio principale è quello di poter fare rete in tempo reale, ogni notizia corre sul filo dei secondi e raggiunge chiunque, si creano contatti utili, amicizie, legami, insomma una mecca per lo scambio di opinioni e per la diffusione di contenuti con la possibilità di “link a rimando”.

Il grande gioco dell’informazione a basso costo – si vorrebbe dire a costo zero, ma preferisco dire a basso (? – sic!) costo, giacché il prezzo da pagare è alto e salato: la nostra stessa dignità, intimità, esistenza … -, ma non sono qui a fare discorsi morali, non vedo come potrei(!?), del resto ritengo che qualunque strumento sia buono o cattivo in base all’uso che se ne fa, quindi solo e direttamente in relazione alla stupidità o perversione, intelligenza o onestà, di chi ne usufruisce. Dunque, sorvolando l’innumerevole lista di pregi e difetti dei social network, che non mi interessa affatto fare, entro nel particolare raccontandovi l’accaduto.

IL FATTO

Nei giorni scorsi (circa due settimane fa) qualcuno ha segnalato come “offensivi” alla redazione di Facebook tutti i link delle Edizioni Smasher, con il conseguente risultato che nessun utente su tale piattaforma possa più linkare, diffondere, pubblicizzare contenuti, che rimandino al sito della suddetta Casa Editrice.

Le Edizioni Smasher e i suoi autori si sentono profondamente danneggiati e offesi da quello che ritengono un attacco giustificabile solo con la piena e consapevole volontà di danneggiare il lavoro da essi svolto, ed hanno, pertanto, ripetutamente segnalato l’ingiustizia e l’infondatezza di tale segnalazione allo Staff di Facebook, senza ottenere alcuna risposta.

Insomma, la solerte Redazione di facebook si prende la briga di accogliere indiscriminatamente qualunque segnalazione e, quindi, di bannare l’oggetto (o, peggio, il soggetto!) della stessa, ma non si cura minimamente di verificare la fondatezza di quanto le venga segnalato, né tantomeno di rispondere alla richiesta di spiegazioni da parte di chi, ingiustificatamente, si ritrovi discriminato e bannato.

In segno di protesta, in quanto autore Smasher e redattore di questo litblog, pubblico qui di seguito tutti i link delle “offensive” pubblicazioni Smasher.

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Our culture book AA.VV. (a cura di Teresa Regna) Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione maggio 2011 ISBN 978-88-6300-039-9

La ragazza della porta in faccia Valeria Vaccaro Edizioni Smasher, Euro 10,00 1^ edizioni maggio 2011 ISBN 978-88-6300-036-8

Dialoghi con nessuno Natàlia Castaldi Edizioni Smasher - 12,00 euro ISBN 978-88-6300-035-1

Circospette ombre. Discussione sulla fotografia Giulia Carmen Fasolo Edizioni Smasher Volume cartaceo Euro 10,00 - Versione eBook Euro 5,00 ISBN 978-88-6300-038-2

Dialoghi Giuseppe Giunta Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione aprile 2011 ISBN 978-88-6300-030-6

Diecidita Jacopo Ninni Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione maggio 2011 ISBN 978-88-6300-027-6

Dei malnati fiori Enzo Campi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione maggio 2011 ISBN 978-88-6300-033-7

Le ali della Fenice Benedetto Orti Tullo Edizioni Smasher, 6 euro. 1a edizione aprile 2011 ISBN 978-88-6300-032-0

Sbocciata nelle viscere Antonella Taravella Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione marzo 2011 ISBN 978-88-6300-029-0

Io, che sono carne che non mi basta Salvatore Amenta Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione marzo 2011 ISBN 978-88-6300-028-3

Lola F Paola Amerio Edizioni Smasher, 12 euro. 1^ edizione dicembre 2010 ISBN 978-88-6300-023-8

Vocianti Giovanni Abbate Edizioni Smasher, 8,50 euro. 1a edizione ottobre 2010 ISBN 978-88-6300-026-9

Conti zafarani Giovanni Canzoneri Edizioni Smasher, 6 euro. 1a edizione ottobre 2010 ISBN 978-88-6300-025-2

quando qualcuno Simonetta Bumbi Edizioni Smasher - 8,50 euro 1a edizione novembre 2010 ISBN 978-88-6300-024-5

Gli occhi e il cuore Salvatrice Vilardi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione luglio 2010 ISBN 978-88-6300-022-1

Purgatorio delle anime perse Maria Galella Edizioni Smasher - 12,00 euro 1a edizione luglio 2010 ISBN 978-88-6300-019-1

ipotesi corpo Enzo Campi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione giugno 2010 ISBN 978-88-6300-020-7

All'improvviso e per sempre Danilo Rinella Edizioni Smasher - 12,00 euro 1a edizione maggio 2010 ISBN 978-88-6300-016-0

Razza impura - di Franco Cilli e Domenico D'Amico - ISBN 978-88-6300-017-7 Euro 14,00 - Pag. 450 1a edizione maggio 2010

Sempre in bilico Fabio Bosco Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione maggio 2010 ISBN 978-88-6300-018-4

Foto/grammi dell'anima - libere im_perfezioni Massimo Bisotti Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione marzo 2010 ISBN 978-88-6300-015-3

Sfioro le parole che taci Giulia Carmen Fasolo Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione aprile 2010 ISBN 978 88 6300 014 6

La primavera di Palma Salvatrice Vilardi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione marzo 2010 ISBN 978-88-6300-012-2

Ancora domani Fabio Ognibene Edizioni Smasher - 12,00 euro 1a edizione marzo 2010 ISBN 978-88-6300-013-9

Un giorno perfetto Marco Degli Agosti - Ed Warner Edizioni Smasher - 8,50 euro 1a edizione febbraio 2010 ISBN 978-88-6300-011-5

"Il mio amico disabile" dell'Associazione Crescere Insieme - ISBN 978-88-6300-010-8 Euro 10,00 - Pag. 96 - con illustrazioni 1a edizione ottobre 2009

Sospensioni Camilla Catracchia Edizioni Smasher - 8,50 euro 1a edizione novembre 2009 ISBN 978-88-6300-009-2

Vertigini Scomposte Antonella Taravella Edizioni Smasher, 8 euro. 1a edizione novembre 2009 ISBN 978-88-6300-008-5

notediparole Orlando Andreucci e Simonetta Bumbi Edizioni Smasher, 15 euro 1a edizione ottobre 2009 ISBN 978-88-6300-007-8

Il Dottor Maus e il settimo piano Collana Narrativa per ragazzi Edizioni Smasher, 6 euro - Pag. 58 1a edizione ottobre 2009 ISBN 978 88 6300 006 1

Da vicino nessuno è normale. Giusy e il punto di non ritorno Edizioni Smasher, 10 euro ISBN 978-88-6300-005-4

Le campane dell'inferno Edizioni Smasher, 2009 - Euro 14 euro. 1a edizione ISBN 978-88-6300-004-7

La Dea Bit Edizioni Smasher. 8 euro. 1a edizione maggio 2009 ISBN 978-88-6300-003-0

Io sto con le tartarughe di Simonetta Bumbi - ISBN 978-88-6300-002-3 Euro 12,00 - Pag. 234 1a edizione maggio 2010

Passaggi d'assenza di Giulia Carmen Fasolo - Edizioni Smasher 10 euro ISBN 978-88-6300-000-9

Il pianto delle falene di Giorgio Sannino - Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione aprile 2008 ISBN 978-88-6300-001-6

Ernesto Sabato – Final de una (r)esistencia (post di natàlia castaldi)

Avrei voluto saper trovare parole come queste per salutarlo, lo hanno fatto due amici di noiseFromAmerika, Michele Boldrin e Ne’elam, che ringrazio.

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Al morire, questa azione infattibile che si compie obbedendo, [si] succede più in là della realtà, in un altro regno. [Maria Zambrano]

Ernesto Sabato

È morto oggi(*) Ernesto Sabato. Ancora un paio di mesi ed avrebbe tagliato il traguardo dei 100 anni.

È stato uno scrittore lucido, finissimo indagatore dell’animo umano, formidabile creatore di mondi possibili che stavano “più in là della realtà” riuscendo, al contempo, a non essere impossibili. Trovò la sua strada dopo averne percorse molte altre: attivista politico, studioso di filosofia, ricercatore e scienziato all’Istituto Curie di Parigi e al MIT. Infine, a partire dal 1940, scrittore ed anche pittore.

È, anzitutto, l’autore della trilogia costituita da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso [Abaddón el exterminador] (1974,). Il secondo é il nostro preferito, qui la trama. Uno di noi ne possiede tre copie perché l’altro, volendo fargli dono d’uno dei suoi libri preferiti, pensò giustamente d’inviargli la copia fresca di stampa della nuova edizione italiana … Preziosa comunque, non solo per l’amicizia che in essa riposa ma anche perché la nuova versione Einaudi (la vecchia era degli Editori Riuniti: Ernesto era un militante fedele …) contiene un’utilissima piantina di quella parte di Buenos Aires in cui si svolgono gli avvenimenti narrati.

Sobre héroes y tumbas è un libro che al suo interno ne contiene un altro, Rapporto sui ciechi, capolavoro nel capolavoro. Nel caso foste familiari con la cecità come raccontata da Saramago, quella di Sabato è altra cosa. Chi volesse intendere a cosa ambiscano e cosa vogliano imitare (con risultati, rispettivamente, noiosi e ridicoli) l’Eco dei pendoli ed il Brown dei davincicoke, legga Rapporto sui ciechi. Permette di scoprire che la distinzione di Eric Auerbach fra stile “alto” e “basso” ha assunto, ai giorni nostri, dimensioni inaspettate grazie all’aggiunta, appunto, dello stile “pomposo” e di quello “ridicolo”.

Sabato é una specie di gnostico moderno: non solo per la visione duale che ha della natura del mondo e dell’uomo ma, in un senso strettamente etimologico, perchè gnosticismo, da gnósis (γνῶσις), ovvero conoscenza, significa dottrina della salvezza tramite la conoscenza. Ed è precisamente quello che Sabato ha tentato di fare con lo scrivere. In un suo passo famoso osserva

Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.

Sabato descrive in modo impareggiabile l’imperfettibile condizione umana, e per farlo deve ricorrere a spiegazioni, sempre più difficili, sempre più complesse, senza disperare, consapevole che quella è la sola strada. Un commentatore ha scritto oggi bene su questo punto: «…che cosa significa spiegare? La risposta, probabilmente influenzata dalla recente lettura, fu: spiegare significa stabilire una rigorosa catena causale che si trasforma alla fine in un nodo scorsoio che si stringe attorno al collo. Leggere Sabato è per me una questione di igiene mentale: per non morire soffocato dalla spiegazione diurna del mondo, per non abbandonare l’insondabile cecità dell’uomo.»

Sulla propria morte e la sua preparazione ad essa aveva scritto Sabato stesso, nell’ultimo capitolo della sua raccolta di saggi più nota, La resistencia (del 2000). In quel capitolo, la cui epigrafe è la frase di Maria Zambrano riportata nel sommario, si legge:

Cada hora del hombre es un lugar vivo de nuestra existencia que ocurre una sola vez, irremplazable para siempre. Aqui reside la tensión de la vida, su grandeza.

[…]

Creo que lo esencial de la vida es la fidelifdad a lo que uno cree su destino, que se revela en esos momentos decisivos, esos cruces de caminos que son dificiles de soportar pero que nos abren a las grandes opciones.

[…]

Como la luz de la aurora que se presiente en la oscuridad de la noche, así de cerca está la muerte de mi. Es una presencia invisible.

[…]

Su llegada no será una tragedia como hubiese sido antes, pues la muerte no me arrebatará la vida: ya hace tiempo que la estoy esperando.

[…]

Cuando la gente me para por las calles para darme un beso, para abrazarme, o cuando voy a algun acto, como en la Feria del Libro, donde una multitud durante horas me está esperando y me colma con su afecto, una invencible sensación de despedida me nubla el alma.

[…]

Antes, la muerte era la demostración de la crueldad de la existencia.

[…]

Pero ahora que la muerte está vecina, su cercania me ha irradiado una comprensión que nunca tuve; en este atardecer de verano, la historia de lo vivido está delante de mí, como si yaciera en mis manos, y hay horas en que los tiempos que creí malgastados tienen más luz  que otros, que pense sublimes.

He olvidado grandes trechos de la vida y, en cambio, palpitan todavía en mi mano los encuentros, los momentos de peligro y el nombre de quienes me han rescatado de las depresiones y amarguras. También el de ustedes que creen en mí, que han leído mis libros y que me ayudarán a morir.

Noi due, a cui fece compagnia per così tanti anni, oggi ci sentiamo un pò più soli.

Michele Boldrin e Ne’elam

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(*) l’articolo è stato scritto ieri, 30 aprile 2011, appena giunta la notizia della scomparsa di Ernesto Sabato.

La Costituzione sanguina (post di natàlia castaldi)

Art. 33.

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

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La Costituzione sanguina.

La Costituzione sancisce il diritto alla pluralità ideologica, religiosa e di pensiero, ed in tale quadro consente che l’istruzione privata – dunque ideologicamente e/o religiosamente orientata – sia permessa e ammessa, a tutela del diritto di ogni singolo cittadino di scegliere, esprimere ed orientare liberamente il proprio pensiero.

E fin qui ci siamo.

Tuttavia, la stessa Costituzione ammettendo la coesistenza dell’insegnamento pubblico e di quello privato, aggiunge e precisa che quest’ultimo debba essere “senza oneri per lo Stato”.

Che cosa significa?

Più che interpretare il comma costituzionale, sarebbe doveroso analizzarlo nelle sue parti, quindi partendo da un semplice dizionario della lingua italiana, il Sabatini Coletti, disponibile online, scopriamo che SENZA significa: 1) Con mancanza di, con assenza di, per esprimere un concetto di privazion, 2) Con esclusione di, a parte; etc.; mentre per ONERE si intende: Obbligo, carico che si deve sostenere necessariamente in quanto previsto o disciplinato dalla legge […] [es:  o. fiscali, il complesso dei tributi di cui è gravato un contribuente | o. deducibili, le spese che si possono detrarre in sede di denuncia dei redditi | o. sociali, i contributi previdenziali e assistenziali]. Dunque, senza interpretare, ma solo parafrasando il comma costituzionale, mi pare evidente che laddove dice senza oneri per lo Stato” esso significhi senza ALCUN FINANZIAMENTO da parte dello Stato, né tantomeno senza alcuna AGEVOLAZIONE O SGRAVIO FISCALE, che indirettamente ricadrebbe sul bilancio dello Stato.

Perché?

Per due fondamentali motivi, anch’essi espressi nella stessa Costituzione, troppo spesso violentata, ancorché si preferisca il termine “interpretata”.

In primo luogo, perché la stessa Costituzione stabilisce che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Libero, quindi plurale, non orientato, non fazioso, diversamente da quello privato che già in partenza esprime il suo “indirizzo”, “orientamento”, quindi la sua “parzialità”; e ancora perché la Costituzione stessa, nell’art. 33, cc. 3 e 4, si prende la briga di precisare che l’iniziativa privata è libera di istituire scuole ed istituti di educazione, purché ciò non determini, richieda o implichi alcun onere finanziario per lo Stato, che di contro si impegna – come esplicato nell’art. 34 – a GARANTIRE un’istruzione PUBBLICA, quindi aperta a tutti ed OBBLIGATORIA per i primi otto anni formativi.

In secondo luogo, perché la stessa Costituzione asserisce che la scuola “è aperta a tutti” e ne determina, pertanto, l’obbligatorietà indipendentemente dalle discriminanti economiche che possano sussistere, assumendosi quindi la RESPONSABILITÀ di offrire e permettere ad ogni individuo le medesime possibilità di crescita, formazione e miglioramento socio-culturale.

Con tale ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ, la Nostra Costituzione conferisce allo Stato il dovere di far sì che ogni cittadino – sulla base di un altro fondamentale principio costituente, che prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi ai diritti ed ai doveri previsti dalle Leggi dello Stato – usufruisca del diritto allo studio, incentivando un principio meritocratico per cui, capaci e meritevoli abbiano il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, indipendentemente dalle possibilità economiche a loro disposizione, e questo grazie all’intervento ed al supporto offerto dallo Stato per mezzo di “borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

La Nostra Costituzione sanguina. Possibile che non ce ne accorgiamo?

La Libia e L’Italia – di Michele Boldrin (post di Natàlia Castaldi)

Indissolubile

I fatti libici sono noti. Chi volesse un aggiornamento basta che visiti Al Jazeera. Sono anche noti a tutti l’inazione ed il silenzio del nostro governo, rotto solo negli ultimi due giorni da due interventi.

Primo quello del presidente del consiglio, che ha giustificato il suo totale silenzio affermando di non voler “disturbare” il suo amico Gheddafi. Oggi, di fronte alle reazioni del resto del mondo civile, il satrapo nazionale – noto estimatore di Gheddafi, il cui stile di vita cerca strenuamente di imitare mentre sogna di adottarne i metodi di governo – ha fatto emettere una nota della presidenza del consiglio nella quale

fa sapere di seguire con attenzione e preoccupazione l’evolversi della situazione e di considerare inaccettabile l’uso della violenza sulla popolazione civile. Nel comunicato si legge che il premier «è allarmato per l’aggravarsi degli scontri e per l’uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile». Nella nota Palazzo Chigi aggiunge che «L’Unione Europea e la Comunità internazionale dovranno compiere ogni sforzo per impedire che la crisi libica degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili, e favorire invece una soluzione pacifica che tuteli la sicurezza dei cittadini così come l’integrità e stabilità del Paese e dell’intera regione».

Di oggi l’intervento del ministro italiano degli esteri, il quale ha invitato l’Unione Europea a non “interferire” nelle vicende libiche. Dice Frattini che non vogliamo “esportare la democrazia”, non in Libia almeno. In Iraq, come ci ha ricordato Filippo Solibello, invece sì: gli iracheni sono, evidentemente, più meritevoli dei libici. Un popolo, quest’ultimo, per il quale – sin da quando il generale Graziani esercitava la sua azione ”pacificatrice” per ridare a Roma l’impero che, secondo i deliri fascisti, le spettava – le elites italiane sembrano avere ben scarsa considerazione.

Apprendiamo inoltre, dal Corriere della Sera, che la posizione ufficiale italiana è perfettamente allineata con quella della famiglia Gheddafi:

Rispetto alla Libia, il titolare della Farnesina auspica una «riconciliazione pacifica», arrivando a una Costituzione, come propone [il] figlio [di] Gheddafi.

Tutto ciò è così scandaloso da apparire banale, come solo il male politico riesce ad essere. Mentre un folle massacra la sua gente inerme, chi potrebbe fermarlo non agisce ma invita alla “stabilità del paese e dell’intera regione”.

La politica estera italiana, nei confronti del regime libico è sempre stata quella che conosciamo, dai tempi di Andreotti in poi. Miope e squallida? Sì, ma non di più di quanto lo fosse, nel medesimo periodo, la real-politik adottata dagli altri paesi occidentali verso i propri “partners” del terzo mondo e del mondo arabo, in particolare. Partner, dopo tutto, è la traduzione, nel linguaggio della diplomazia internazionale, di una via di mezzo fra “escorts” e “killer”. Da alcuni anni, sotterraneamente e lentamente, il comportamento degli altri paesi ha cominciato a cambiare. Non per l’Italia, però, che sotto la guida di Silvio Berlusconi è diventata l’alleato ed il partner commerciale più fedele (e più servile) della Libia del criminale Gheddafi (oltre che della Russia del quasi altrettanto criminale Putin, ma non divaghiamo). Il tutto, ovviamente, in nome del sano realismo delle persone d’affari che risolvono problemi concreti e non si perdono in fisime intellettuali.

Tale differenza è diventata palese nelle ultime settimane a fronte dell’insurrezione dei popoli dell’Africa del Nord, per esplodere negli ultimi giorni a seguito dell’estendersi alla Libia della rivolta popolare. Gli eventi libici e l’allineamento dello stato italiano alle direttive della famiglia Gheddafi (come appare evidente sia dalle dichiarazioni riportate sopra che da tutta l’azione del duo Berlusconi-Frattini) ci pone fuori dalla comunità degli stati democratici europei ed atlantici rendendoci, di fatto e di principio, alleati di Gheddafi. Mentre persino l’ONU (lo stesso organismo che anni fa aveva messo la Libia a presiedere la commissione per i diritti umani) rompe con Gheddafi definendolo un criminale di guerra ed un genocida (aprendo quindi la porta per il suo arresto e processo secondo le leggi internazionali) il governo italiano ne appoggia ufficialmente posizioni e richieste!

Incredibile, ma vero: il crepuscolo del satrapo genera oramai mostri ben maggiori che le puttanelle minorenni che danzano nei seminterrati di Arcore. Questa è una vergogna nazionale ed un ulteriore scandalo morale che il popolo italiano non dovrebbe sopportare. È anche un grave errore strategico che danneggia gli interessi italiani nel lungo periodo, nel medio e probabilmente persino nel breve. Gheddafi è finito, indipendentemente da quante migliaia di cittadini inermi massacrerà oggi e nei prossimi giorni. Con lui finirà il suo regime e il potere della sua squallida famiglia (così simpatica, per altro, alle elites italiane, dagli Agnelli ai Berlusconi alle puttanelle televisive che ai suoi figli si accompagnano).

Trovo sconvolgente che l’opinione pubblica italiana non stia chiedendo al governo italiano di allinearsi con il resto del mondo civile isolando il regime di Gheddafi per forzarne l’abbandono

Trovo sconvolgente che l’opposizione parlamentare italiana non chieda ai cittadini di scendere in piazza, non tanto per “esportare” la nostra democrazia in Libia ma per chiedere due cose semplici:

– che la comunità internazionale fermi la mano del criminale (vista la posizione già adottata dalla diplomazia ONU un intervento d’interdizione dello spazio aereo è facilmente e rapidamente implementabile dall’aviazione NATO del Mediterraneo del Sud);

– che il governo italiano agisca materialmente contro Gheddafi e in supporto del popolo libico che ne chiede la testa.

Concretamente, per raggiungere questo secondo obiettivo, oltre a condannare senza ambiguità le azioni del governo libico il governo italiano dovrebbe porre sotto immediato sequestro TUTTI i beni patrimoniali, mobili ed immobili, posseduti dal regime Libico e dalla famiglia Gheddafi in Italia e nelle società italiane operanti nel mondo, attivandosi per offrire asilo ai perseguitati e supporto politico e materiale al popolo in rivolta.

Non è impossibile fermare la mano del criminale e aiutare i libici a liberarsi di lui e dei suoi soci. Basta volerlo. Certo che, quando si son fatti con il criminale affari sporchi e, probabilmente, accordi sotto banco, la sua caduta potrebbe apparire un rischio anche per chi quegli accordi li ha fatti.

Ragione di più perché gli italiani per bene, oggi, stiano con il popolo libico in rivolta. Essere libici, oggi, è una maniera molto concreta d’essere anche veri patrioti italiani.

Michele Boldrin

talking about a revolution (post di Natàlia Castaldi)

“Non ho sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione, quindi non mi permetto di disturbare nessuno”

No, non è fantascienza, sono le parole del Cavaliere che, invitato a prendere posizione in merito alle repressione delle rivolte in Libia, preferisce non disturbare il Colonnello. In effetti, la preoccupazione del nostro Governo pare concentrarsi sul monito che da Tripoli tuona come una minaccia nei confronti dell’Unione Europea

“Se continuate a incitare i manifestanti alle proteste nel nostro Paese, interromperemo la nostra cooperazione sul fronte immigrazione”

come riferito dall’ambasciatore di Ungheria, convocato oggi dalle autorità libiche.

Certo che la nota amicizia e collaborazione che il Cavaliere ha sempre coltivato con il Colonnello Gheddafi, non può che lasciare perplessi dinanzi all’eventualità di creargli “disturbo”, ma la proverbiale delicatezza ed il tatto del Cavaliere nell’affrontare le questioni internazionali, non smetteranno mai di stupirci. E però c’è anche da dire che un piccolo giudizio, un pensiero, una piccola frase, un cenno che facesse  trasparire la disapprovazione nei confronti della sopressione criminale operata su un popolo che manifesta la volontà di liberarsi da un tiranno, sarebbe stata auspicabile e rassicurante per la fiducia dello stesso popolo italiano, che si dice viva in pacifica democrazia con il suo Governo.

Intanto apprendiamo tramite  il sito del quotidiano britannico Independent che ci sarebbero “200 morti e più di mille feriti”, mentre dall’ospedale di al-Jala di Bengasi il medico Nabil al-Saaiti, in un collegamento telefonico con l’emittente qatariota, informa che “ieri agenti della sicurezza di origine africana reclutati dal regime hanno aperto il fuoco contro i manifestanti e il numero dei morti è tale che non riusciamo a metterli tutti nella camera mortuaria dell’ospedale per identificarli”, quantificando a 285 i morti e a oltre 700 i feriti.

CASO RUBYSCONI: IL TRABOCCHETTO DI GIULIANO FERRARA E LA POLITICA – di Marco Brando

Giuliano Ferrara – ex comunista diventato berlusconiano passando per il craxismo – è stato negli ultimi anni portabandiera dei teocon (cattolici conservatori e/o atei devoti) e di conseguenti crociate contro la fecondazione assistita, il testamento biologico, la legge che regola il ricorso all’aborto e via elencando. Però da alcuni giorni sta (ri)difendendo a spada tratta il premier. E dà del “puritano” a chi non plaude le perfomance bungabunghesche di Silvio B. con aspiranti soubrette e prostitute maggiorenni e minorenni. L’altro giorno Ferrara si è persino esibito in monologo concessogli “stranamente” dal TG1 minzoliniano: ha attaccato per alcuni minuti “il moralismo, il bacchettonismo, lo Stato Etico”. E anche sabato 12 febbraio a Milano – nel corso della manifestazione da lui promossa e intitolata “In mutande ma vivi – Contro il neopuritanesimo ipocrita” – ha definito “puritani”, ovviamente in senso spregiativo, i soliti pm (manovrati dalla sinistra & viceversa, a seconda delle occasioni) e quella parte non trascurabile di italiani schifati.

Eppure solo l’11 gennaio scorso, prima che Silvio B. chiamasse tutti i suoi fedelissimi a raccolta, lo stesso Ferrara – in versione super eroe dei teocon (non era ancora riscoppiatto il caso Rubysconi) – aveva tuonato su La Stampa contro i corsi di educazione sessuale a scuola, supportando una presa di posizione del Papa: “Sì. Questi corsi obbligatori nelle scuole sono una delle bandiere della stupidità occidentale. Non parlo a difesa della fede come fa il Papa … però mi solleva sentirlo denunciare la sconcezza asettica e obbrobriosa dell’educazione sessuale obbligatoria…”.

Evidentemente, Ferrara giustifica solo gli esempi di “educazione sessuale” propinati da Silvio B.? Vai a capire… In compenso nell’intervista aveva aggiunto: “Il Papa crede nella sobrietà dei costumi, in una sessualità umana orientata alla costruzione di significati vitali e non alla distruzione dell’amore nella caricatura del piacere”. Appunto: com’è noto, è proprio quell’opinione papale ad ispirare i festini berlusconiani.

Guarda caso, oggi anche il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, capo della cattolicissima Comunione e Liberazione e berlusconiano devoto, in un’intervista televisiva ha usato a sua volta il termine “puritani” per etichettare coloro che trovano un po’ “sopra le righe” i comportamenti del premier.

Insomma, Ferrara, Formigoni, Berlusconi e tutto il Pdl difendono in pubblico il Papa quando predica l’astinenza sessuale e boicotta l’uso del profilattico, negano i diritti delle coppie di fatto e normano la fecondazione artificiale in base a precetti confessionali; nello stesso tempo, sul fronte privato, rivendicano il diritto a una vita “allegra e noncurante dell’esistenza” (sempre parole di Ferrara, su Panorama).

Detto questo, il polverone sollevato con tanto fervore dai vari Ferrara sta cercando di far dimenticare alla gente che il caso Rubysconi non verte sulle doti morali o amorali di Berluska. Ricapitolando, ci sono due reati. Il più evidente ruota intorno alla telefonata notturna alla Questura di Milano, fatta dal premier perché fosse rilasciata l’allora minorenne Ruby. Si tratta di concussione. Silvio B. ha ammesso di aver fatto quella telefonata. Poi c’è il reato di prostituzione minorile, perché una ragazzina sarebbe stata indotta a prestazioni sessuali a pagamento.

Queste non sono solo questioni morali o penali, sono questioni politiche, che in qualsiasi altro Paese normale avrebbero portato alle dimissioni del premier (per non parlare di altri reati contestatigli in passato). Così come la coerenza tra le prediche pubbliche e i comportamenti privati è una questione politica. Se c’è un errore in cui non bisogna cadere è disquisire solo sulla moralità o meno dei baccanali del premier. Occorre tornare alla politica, quella nobile. Le manifestazioni possono anche andare bene. Ma da sole non restituiranno alla gente amor proprio, senso civico e fiducia nelle istituzioni: gli ingredienti fondamentali per poter ricominciare.

Marco Brando

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Né puttane, né madonne, solo donne (e uomini) – di Michele Boldrin

Fossi stato a Venezia sarei andato a Campo Santa Margherita.

1. Il personale è politico. Su nFA lo andiamo ripetendo da sempre, ma vale la pena insistere. In un sistema liberale di democrazia rappresentativa il “principale” (elettori) delega all'”agente” (parlamento ed esecutivo) dei poteri discrezionali che non possono essere limitati a priori. Ossia: la discrezionalità delle scelte del politico è consustanziale al sistema liberal-democratico persino nelle (sempre fantasiose e spesso incoerenti) teorizzazioni dello stato minimo con le quali si dilettano molti supporters in mala fede del BS. La discrezionalità è praticamente infinita in un posto come l’Italia, in cui al potere politico è stato delegato tutto. Questo implica che il carattere morale di un eletto conta tanto quanto le promesse elettorali che fa, infatti conta molto ma molto di più.

Assente una morale unica imposta dallo stato, o dalla religione, ogni cittadino ha il diritto di chiedere ai suoi rappresentanti che essi soddisfino i criteri morali che più gli aggradano. Verranno poi eletti quelli la cui morale meglio s’approssima a quella della maggioranza degli elettori. Il monitoraggio pubblico delle azioni dei politici è dunque perfettamente legittimo, senza eccezione alcuna. Altrettanto legittima è l’espressione pubblica di sostegno o di condanna di tali comportamenti e delle loro implicazioni morali. L’altro giorno alcune centinaia di persone hanno pubblicamente manifestato, al teatro Dal Verme di Milano, il loro appoggio morale alle pratiche economico-sessuali del signor BS. Perfettamente legittimo. Altri milioni di persone hanno ieri manifestato nelle piazze d’Italia la loro disapprovazione morale per tali comportamenti.

Io sto con questo secondo gruppo pur consapevole che non solo rischia di risultare minoritario al momento del voto ma anche che, su molte altre questioni, le mie valutazioni mi pongono ben lontano dalle scelte di molte di queste persone. Fa nulla: first things first.

2. La via morale, non quella giudiziaria, alle dimissioni. Le centinaia di concentrazioni di persone che hanno avuto luogo ieri in Italia e all’estero NON chiedevano che il signor BS venga messo in galera per come gestisce la sua sessualità. Chiedevano invece che BS si dimettesse da primo ministro a causa della maniera in cui gestisce la sua vita sessuale. Ossia riaffermavano il diritto di scegliersi i propri rappresentanti anche in base a principi morali obiettivi (basati su azioni, non affermazioni). Questo mi sembra non solo legittimo ma addirittura sacrosanto e doveroso, in Italia, oggi. Da circa trent’anni, ossia dall’ascesa al potere della cricca Craxiana, è venuta affermandosi una visione folle del principio morale, visione secondo cui esso sarebbe estraneo alla politica ed alla gestione della cosa pubblica, apparentamente basata su imperscrutabili e mai dichiarati freddi criteri pragmatici. È banale, io credo, provare che la politica o è etica o non è: la scelta politica difficile è, puramente e semplicemente, quale etica vogliamo seguire e fino a che punto vogliamo imporla a chi non la condivide.

Nell’opinione pubblica italiana, invece, è sempre più diffusa l’idea secondo cui qualsiasi affermazione d’un principio morale (rubare è male, far prostituire le minorenni è male, copiare è male, corrompere i giudici è male, eccetera) consiste in “moralismo”. Tale puttanata (giusto per rimanere in tema…) viene spacciata come alta teoria politica da una cricca di intellettuali dei miei stivali fra i quali spiccano i nomi di Ferrara, Ostellino, Panebianco, Sallusti, Pera (smise perché licenziato), Romano (pure smise, non mi è chiaro perché) ed altri epigoni minori. Questi stessi “intellettuali”, o un sottoinsieme dei medesimi, invoca poi principi morali per impedire che le donne abortiscano o che i malati terminali possano scegliere come porre fine alla loro vita. Così facendo essi provano che il suffisso “ismo” è solo una misura della loro ipocrisia.

Ne consegue che la richiesta di dimissioni, motivata eticamente, che alcuni milioni di persone hanno oggi inviato a BS è legittimata dal comportamento dei suoi sostenitori oltre che da quelli del destinatario della medesima.

3. La questione morale è viva e vegeta Coloro i quali ne negano la rilevanza (se non la centralità) sono o ben persone immorali (quindi non atte al governo della cosa pubblica), o ben persone ipocrite, o ben persone stupide/ignoranti, o ben persone in malafede. La proposizione mi sembra auto-evidente ma, siccome son certo che, oltre ai soliti trolls, anche qualche persona ragionevole mi rimprovererà d’essere un nostalgico di Enrico Berlinguer, rimando ai commenti l’argomentazione del perché così non sia. Berlinguer o no, la questione morale – oggi come vent’anni o trent’anni fa (ma non quaranta: allora NON era un fattore dirimente) – è assolutamente critica per il futuro del paese. Ragione in più per andare in piazza oggi.

4. Il benaltrismo è ipocrita. Sono un sostenitore del principio secondo cui le battaglie politiche si vincono proponendo soluzioni concrete a problemi concreti. Son anche certo che i problemi italiani non finirebbero se (cosa di cui continuo a dubitare) BS e la sua cricca di puttane e masnadieri venissero allontanati dal potere. Nondimeno, per le ragioni sin qui articolate, nella misura in cui il problema morale assume le dimensioni che ha assunto con quest’ultimo governo BS, esso ha implicazioni pratiche.

Un presidente del consiglio che usa il suo potere solo per due obiettivi (evitare i processi per le sue malefatte economiche ed affittare quante più puttanelle si trovino per allietare le serate) non è un presidente del consiglio in grado di risolvere alcun problema del paese. La prova è banale: nulla è stato fatto dal maggio 2008 ad oggi, né nulla si farà, per affrontare i problemi che stritolano il Paese. Dire che i problemi sono altri e che l’alternativa a BS è peggiore di lui è mentire. Perché i problemi BS non li affronta comunque e, se usciamo dal regime BS con, almeno, un minimo di recupero morale v’è una speranza che un personale politico migliore possa essere scelto, a destra o a sinistra, alle prossime elezioni.

5. Ipocrisia sessuale. [Vietato ai minori e alle persone di stomaco debole, io vi ho avvertito, non ditemi poi che sono un volgare] Nell’ultimo paragrafo avevo inizialmente descritto il secondo obiettivo per esteso come “affittare quante più puttanelle si trovino per allietare le serate in cui scarica le sue frustrazioni di grasso e sfatto nanerottolo a cui non tira più e a cui nessuna la dà se non caccia tanti tanti euro.” Poi il censore (si, ce l’abbiamo anche noi, ma a modo nostro) ha spostato qui la versione uncensored. Toni volutamente forti per descrivere ciò a cui BS (in compagnia di Fede, apparentemente) si dedica. Perché su questo l’ipocrisia è massima, e va ribaltata. Un argomento quasi ossessivo del campo mediatico pro-BS è che questa indignazione morale è frutto di una cultura bacchettona, vittima di fobie sessuali, repressione, perbenismo e via andando. Cretinate immonde a cui non capisco perché la “sinistra” italiana non abbia il coraggio di rispondere a tono: quello sessuale è l’unico terreno in cui sono certi di poter battere la “destra” a mani basse! In realtà so perché: se sei incompetente lo sei sempre e comunque, non solo in economia. Allora ci provo io, con un piccolo elenco di fatti ovvi.

– BS e Fede affittano puttane perché sono vecchi, grassi, laidi, squallidi e probabilmente impotenti. Per tutta la vita sono anche stati brutti e nanerottoli e le donne se le sono sempre dovute comprare d’una maniera o nell’altra. BS straparla delle sue conquiste da giovane ma … non sono mai spuntate. Non vorrei dire, ma secondo me eran tutte a pagamento anche allora. C’è una prima moglie anonima sparita nel dimenticatoio. E poi c’è quella roba che l’ha appena divorziato e per avere la quale ha dovuto spendere una fortuna! Insomma: un poveretto, sessualmente parlando, tutta la vita. Lui, Fede e compagnia sono degli sfigati a cui nessuna delle allegre giovincelle con cui passano ora le serate darebbe neanche un’unghia se non ci fossero di mezzo i soldi ed i posti in politica. Questi due losers avrebbero voluto avere il sex appeal di un Alfredo Reichlin (che mi perdonerà, spero, per averlo nominato) o di un Mastroianni (altro comunista, ma che scopava alla grande) o anche solo d’un Casini (!) ed invece hanno la pancia flaccida e le scarpe con il rialzo interno. Sessualmente parlando, dei poveretti. Diciamolo!

– Questi, assieme ai loro compari, sono anche quelli che da sempre spingono per fare la guerra giudiziaria alle puttane. Sono, quindi, degli squallidi ipocriti. E vi prego d’apprezzare il fatto che sorvolo sul ruolo della signora ministra Mara Carfagna in questa questione di vajasse …

– Ovviamente, essendo degli omuncoli incapaci di avere una relazione paritetica con una donna decente, ed essendo sempre stati incapaci di suscitare l’interesse d’una donna decente, costoro, BS in testa, hanno una concezione della donna che dà il vomito a chi con le donne normali ha relazioni paritetiche. La donna, nella testa di BS e dei suoi seguaci, è il sostituto costoso della sega. Rispetto alla sega ha l’unico vantaggio che, a volte, la puoi esibire in pubblico suggerendo agli altri “visto cosa mi sono comprato?”. E, dice il prete, non fa venire la meningite … L’esempio di BS è chiaramente seguito dai suoi ministri e seguaci: basti vedere le “consorti” di Brunetta e di Bondi, tanto per restare alla lettera B.

 Pausa. Sto sparando ad alzo zero? Si’, sto sparando ad alzo zero: mi sono rotto dell’ipocrisia di costoro. Mi sono rotto e mi vergogno di gente come Renato Brunetta che si offende (ed io lo difendo) perché lo prendono in giro per il fatto che è alto un metro ed un … PERÒ non ha il coraggio, la dignità, il minimo di spina dorsale per dire pubblicamente che il suo capo, il BS, è un uomo di merda quando prende in giro quel rutto, esteticamente parlando, della Rosy Bindi. Perché, effettivamente, la Rosy Bindi bella non è, ma nemmeno BS e Brunetta sono alti, o fighi! Infatti, i tre si assomigliano … fisicamente, sia chiaro, che la Rosy, ch’io sappia, non affitta gigolò …

– Fatta la pausa ricomincio. No, non preoccupatevi, non ricomincio. Tanto il punto è chiaro. Ed è il seguente: questa marmaglia indecente che in questi giorni, e da mesi, si slancia in prolusioni squallide sul moralismo ed il puritanesimo di coloro che criticano i comportamenti di BS va affrontata e battuta sul suo stesso terreno. Sono LORO quelli con i problemi sessuali, sono LORO quelli per cui la donna è solo una cosa da comprare, sono LORO quelli che baciano le pile, son LORO che fan finta di obbedire al prete e poi con il prete vanno a puttane o, mentre il prete si fa il chierichetto, cercano di corromperne la sorellina del chierichetto con lo zucchero filato! Ok, ok, son partito in quarta di nuovo. Punto è, carissimi, che il mondo da cui BS e la sua cricca vengono è quello delle frustrazioni, dell’impotenza, delle seghe e del sesso solo a pagamento. I frustrati sono Ferrara e Berlusconi, non chi li critica! Siamo NOI i SANI DI SESSO, sono LORO gli INFERMI MENTALI!

Le donne (e, spero, gli uomini) che erano in piazza oggi c’erano anche per ricordarci questo: c’è un’Italia che fa sesso di gusto, onestamente, tranquillamente, allegramente, e persino con orientamenti diversi, da qualche decennio a questa parte. E NON è, nella grande maggioranza, l’Italia che sta con BS. Nella grande maggioranza, quella sessualmente liberata è l’Italia che sta CONTRO BS. Diciamolo, perdinci!

[Fine del paragrafo vietato ai minori e alle persone di stomaco debole]

6. L’ipocrisia dei finti liberali italiani ha passato il limite. Tanto per non far nomi: da Antonio Martino a Piero Ostellino, da Panebianco (di cui scordo il nome) ad una Annalena Benini che non conoscevo sino a quando il Corriere non ha deciso di pubblicare la sua insulsa missiva ai tanti ragazzi che seguo via internet e che (a parole) continuano a dichiararsi liberal/libertari dico: vergognatevi o, ai ragazzi, fermatevi e riflettete. Ho sentito gente peraltro simpatica ed intelligente (penso ad Annalisa Chirico, tanto per menzionarne una) argomentare cose a metà fra il ridicolo ed il folle. Espressioni come “sono contraria allo stato etico” vengono abusate per evitare di dover dare un giudizio sull’etica di un uomo politico! Non esiste lo stato anti-etico o non-etico o a-etico, Annalisa, quindi evitiamo di dire assurdità. In secondo luogo io, come te, sono favorevole sia alla legalizzazione della prostituzione che delle droghe, tutte infatti. Questo non m’impedisce di ritenere non adatto a governarmi uno che si fa di coca da mane a sera (che se la fa, ragazzi, ma smettiamola con l’ipocrisia!) ed ha come unica fissa le minorenni più sboccate che trova! E suvvia, che per governare ci vogliono cervello, concentrazione e, soprattutto, senso dello stato!

Non solo, Annalisa ed amici che nelle sue affermazioni si ritrovano, v’è profonda differenza fra usare l’apparato dello stato per sanzionare penalmente comportamenti non graditi e sanzionare i medesimi comportamenti moralmente, attraverso il rifiuto individuale dei parametri etici che tali comportamenti fondano. Il diritto del KKK di manifestare, che quelli come me difendono, NON implica, anzi legittima, il diritto di quelli come me a condannare publicamente e con veemenza, sulla base di pure criteri MORALI, quando il KKK propone e pratica! È imbarazzante dover sopportare che si faccia ancora confusione sull’ABC dello stato liberale quando ci si ammanta ogni giorno della bandiera del liberalismo!

Per favore, ragazzi, abbiate il coraggio delle vostre idee. Siete “anticomunisti” nel senso che qualsiasi cosa sia “di sinistra” è per voi peggiore di qualsiasi cosa vi sia a “destra”? Ditelo, ci fate più bella figura. Ho visto tante di quelle troiate in giro in questi giorni, tutte opera di self-proclaimed libertari-radicali, che davvero mi son stancato di questa ipocrisia. Volete fare le mosche cocchiere di BS? Va benissimo, ma assumetevene la responsabilità. Il liberismo, lo stato liberale, le idee libertarie, eccetera, eccetera, lasciatele stare. Non c’entrano nulla!

7. Una morale borghese. Io oggi sarei andato in campo Santa Margherita perché oramai mi sembra una questione di dignità personale. E quindi di dignità di una nazione, che è composta di tanti individui la somma, pesata, della dignità dei quali è la dignità della nazione. A questa somma il signor Berlusconi Silvio, assieme al circo che lo accompagna, contribuisce un valore altamente negativo. Dovremmo fare il possibile per toglierlo di mezzo, puramente per una ragione di stile, dignità e rispetto reciproco. Tutti valori molto borghesi e solidamente tali, infatti.

Alla fin fine, le donne e gli uomini che nelle piazze d’Italia hanno chiesto a Silvio Berlusconi di dimettersi hanno riaffermato, per una delle poche volte nella storia di questo paese medievale, dei valori molto, ma molto borghesi: quelli della responsabilità e della dignità individuale, quelli della sobrietà, del senso dello stato e della cosa pubblica, della rettitudine morale, della coerenza fra affermazioni pubbliche e comportamenti privati. L’Italia borghese, oggi, non vuole Silvio Berlusconi a rappresentarla perché egli altro non è che un frustrato e malato satrapo medievale.

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[art. pubblicato oggi su noiseFromAmerica – Riflessioni a margine delle manifestazioni di domenica 13 febbraio ]

Una sana Norimberga no? – di Michele Lupo (post di Natàlia Castaldi)

Ne sentivamo la mancanza. Poi, in questo paese che a volte ti verrebbe di sognare luterano, severo, bergmaniano, finalmente è arrivata: lei, la salvatrice, l’emancipatrice, la vera femmina che non muore mai, che non è quella che scende in piazza (ma le piazze nei borghi italiani non stavano prevalentemente in alto, appena sotto il castello?), ma la femmina archetipica, prima ancora che mignotta: l’ironia, l’ironia italiana sparsa ovunque come un prezzemolo da supermercato, buona a giustificare qualsiasi porcata o pochezza (perlopiù coniugate), a salvarsi il culo qualora cambiasse l’aria, si sa mai, a non farsi beccare in castagna quando la proposizione è lasca, fessa, improbabile: spesso e volentieri.

È arrivata la sera del 12 febbraio, la sera del teatro “Dal Verme” (ironico, anzi no), quello dell’enorme mucchio di pus che dirige “Il Foglio” – giornale pagato dai contribuenti, da te lettore (ma non lamentartene, cerca di essere ironico) – circondato da un certo Camillo Tristo, chierico rimasto traumatizzato da piccolo appena si è visto allo specchio, convinto assertore come il suo capo(doglio) purulento della probità del magistero del papa-sorcio (un tedesco non avvezzo all’ironia se non involontaria, ma di stanza in Italia da tanto di quel tempo che all’occorrenza – nel caso per es. improbabile che rischiasse di vedere la magistratura intromettersi nelle faccende della Banca Vaticana – pronto a una svolta anche lui), salvo rimestare le carte in corso d’opera perché se il prezzo da pagare alla coerenza protestante è la disfatta, sempre meglio darci dentro di cazzo e di bordelli non essendo stato eletto casualmente a sacramento l’esercizio della confessione – dalle parti loro, intendo, di Santa Romana Chiesa della domenica, e gli altri giorni chi s’è visto s’è visto.

Dopo la performance nel ventre del “Verme” insomma (teatro il cui nome non era tutto un programma come pensate voi che difatti non avete colto l’ironia), bello cucco e avvinazzato, s’è presentato in televisione (la7) dal duo Costamagna-Telese, giulivi e allegretti pure loro – siamo italiani – un altro dei paladini del mucchio di pus di cui sopra (bisogna dire, pura letteratura vivente, quest’ultimo: magnifico e irripetibile esemplare di correlativo oggettivo, una composta coprostatica riassunta  – si fa per dire – in una vis fescennina lì lì per sbrogliarsi in diarrea). Il paladino, certo Dajefoco, si sperticava in applausi, al “Verme”, dava di gomito al coprostatico spronandolo a una performance spettacolare, eroica; ignaro, il siciliano piromane, o forse incosciente, della sciolta in arrivo (una lezione su Kant a Umberto Eco, mica cazzi); più tardi, brillo, è arrivato in tv, s’è assiso, ha sorriso, s’è passato una mano sui capelli come a sistemarsi un riporto che fortuna sua non aveva, e l’ha detta. L’ha detta la parola magica, la parola passe-partout più sputtanata d’Italia dagli anni Ottanta a oggi dopo “libertà”: ironia. Ha sfoggiato un largo e furbesco sorriso e ha ammonito la Costamagna – un biondo traliccio elettrico imperturbabile –  che come al solito non si capiva il carattere “ironico” della performance. Ce l’aveva, Dajefoco, senza dirlo, con un certo genere di coglioni, quelli così apostrofati dal porcello di Arcore, quelli che avevano pensato di non votarlo, quelli che non avevano capito che il duce d’antan non faceva male a nessuno, avendo escogitato il “confino” non come una punizione bensì come una vacanza forzata per “rinfrescarsi le idee” (peraltro, ad alcuni toccarono in sorte paesini dal clima salubre, con vedute niente male, non come gli alberghi della costa abruzzese, notoriamente non il meglio della regione, cui il porcello era stato costretto dalla sfiga che lo ha attanagliato in tutti questi anni a parcheggiare i terremotati aquilani).

Insomma Dajefoco, autore pare di romanzi pupari, rideva; rideva non dello sconcerto del traliccio – che non v’era – ma di quello immaginabile nella serie dei coglioni di là dallo schermo; e anche prima, mentre il liquame intestinale del capo(doglio) sommergeva il “Verme”, se la ridevano anche il cyborg Santanché, e il paleofascista ministro della Difesa, che s’è interrotto solo un attimo per pigliare a calci un altro coglione che si era permesso di fargli due domande sull’affaire Ruby, la zoccola del Rif, montagne care ai freak de ‘na vorta (le canne difatti fanno ridere). Il coglione era un giornalista, d’accordo, ma poco ironico. Io l’ho ascoltato Dajefoco, e debbo dire mi sono divertito; insomma mi sono istruito, ho imparato, sono persino arrivato a una conclusione. Che per gli altri, per i giornalisti che in questi venti anni di merda si sono astenuti dal fare domande, e che hanno fatto pure una redditizia carriera, mi piacerebbe immaginare una sobria Norimberga. Vorrei sentire quel mantra così poco liberale, “ho obbedito agli ordini”. Sarebbe spiritoso, quasi ironico. Ironicamente, la sentenza sarebbe forfettaria: dieci anni per uno a pulire i cessi, a scuola. La mascotte di Tremonti, la signora diventata avvocato in Calabria e assurta a (ironico) capo dell’Istruzione, sarebbe contenta per il risparmio. E dentro, nella composta aula di cui sopra, porterei anche il “bivacco di manipoli” e mignotte che in questi anni ha legiferato per noi.

Naturalmente, sono ironico.

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Michele Lupo nasce a Buenos Aires, vive a Tivoli.

Dopo il saggio critico su Boccaccio Elementi carnevaleschi nel Decameron (Loffredo Editore, 1992), è successivamente approdato alla narrativa con numerosi racconti apparsi su varie riviste italiane e con il romanzo L’onda sulla pellicola (Besa Editrice, 2003), di forte impronta satirico-grottesca. I fuoriusciti è il titolo della raccolta di racconti per i tipi della Stilo Editrice (2010); ha per protagonista una variegata umanità che vive ai margini delle consuetudini sociali. Il secondo romanzo, Rosso In Fuga, è previsto per maggio 2011.

Scrive su http://lapoesiaelospirito.wordpress.com e su http://www.paradisodegliorchi.com