Arthur Schnitzler

Cristina Bove, Una per mille

 

Cristina Bove, Una per mille. Prefazione di Franco Romanò, Fusibilia libri 2016

Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza dispensate attraverso tubi catodici, canali telematici, lunghezze d’onda, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.
C’è un evento – non dimentichiamo che ci troviamo dinanzi a una narrazione che merita pienamente questo nome – dal quale si può cominciare a parlare di pluralità di punti di punti di vista. Giro di vite, svolta, linea spezzata e poi ripresa sul palmo della mano che riporta il tormento e il trauma sul quale lavorano incessantemente due agenti opposti: il ricordo misericordioso e il vergognoso oblio. Questo evento è un volo giovanile, foriero di coma e ossa rotte, ma portatore di visioni ‘oltre’, ‘al di là’, sì che le voci di Cristina Bove sono ‘voci sulla soglia’. Sanno di bivi, di attese, di altre dimensioni. Sono tramite e luogo, come si legge nel romanzo. Sono consapevolezza e empatia, sono, nonostante tutto, speranza. (altro…)

Chiara Mutti, Scatola nera

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Chiara Mutti, Scatola nera, FusibiliaLibri 2016

Recensione di Dante Maffia

Se si attendono gli esiti della scatola nera vuol dire che il disastro è già avvenuto ed è nel disastro che bisogna andare a leggere le indicazioni necessarie per scoprire i motivi per cui l’aereo è caduto. Restando nella metafora, questa scatola nera di Chiara Mutti è talmente dichiarata ed esposta che entrarci non dovrà essere una complicazione ma una verifica di che cosa contiene, essendo una scatola nera molto particolare, quella che bisogna leggere quando a cadere è una persona, con tutto il suo passato, con tutte le sue accidie, le sue recriminazioni, le delusioni, i progetti naufragati, i progetti realizzati, i sogni.
Dunque animo, silenzio e attenzione massima per cercare di decifrare i quarantuno messaggi che sono conservati in questo delizioso scrigno. Attenzione massima perché si tratta di messaggi a un tempo metafisici ed esoterici sorretti da un pensiero sottile e perfino delicato, ma non per questo flebile.
La voce di Chiara Mutti è riconoscibile, lo era già al suo esordio, infatti La fanciulla muta ha destato l’attenzione di critici e di premi importanti, perché la pastosità espressiva della poetessa non tergiversa, non nasconde le verità, anzi le sottolinea e le rende incandescenti come pietre aguzze che penetrano nel cuore e forse anche negli occhi.
La Prefazione di Aldo Onorati mi pare che dica fino in fondo i motivi per cui Scatola nera è importante, ma, come sempre accade per i libri densi e ricchi di tematiche e di sfumature, è impossibile condensare in due pagine la piena di un fiume che via via pone mille domande.

Perché mai questa scia
di detriti alla deriva?
Questo nulla che ci attrae
più dell’attorno scomposto?

Chiara Mutti non appartiene alla congrega di quei poeti che scrivono senza la consapevolezza di quel che comporta la poesia, tanto è vero che i lettori superficiali dei suoi versi potrebbero facilmente definirla pessimista o leopardiana. In realtà lei del dolore e delle disfunzioni del sociale non coglie gli aspetti soliti, ma i risvolti insoliti, quelli, per intenderci, che sarebbero piaciuti e Celan o a Trakl o addirittura a scrittori come Schnitzler. (altro…)

Giovanni Ricciardi, La canzone del sangue

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Tu  sola, ostili i giorni, mi soccorri
(A.M. Curci)

Giovanni Ricciardi, La canzone del sangue, Fazi editore 2015
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Quanto è vera la vita di carta? Quanto dolore deborda dalle righe di un pentagramma, magari oltre le intenzioni di chi ha trascritto, trasposto e consegnato all’interprete, al lettore, all’ascoltatore, all’esecutore? Quanti significati, ancora, serba, nasconde e svela ai cercatori, aruspici e minatori, il  verbo latino tradere?

Sono domande, queste, che Giovanni Ricciardi sa far emergere, istigando la ricerca di risposte, nella sesta indagine del commissario Ottavio Ponzetti, La canzone del sangue. Punto di partenza sono testo e melodia di una canzone, le cui strofe dell’originale sono riportate nell’esergo della prima parte, e che è nota come canzone popolare siciliana per eccellenza: Vitti na crozza. Ottavio Ponzetti si trova a fronteggiare richieste di aiuto, segreti, antiche e nuove storie, enigmi e rancori, quasi suo malgrado, perché in Sicilia, teatro delle vicende, si trova in ferie con la famiglia al completo. Allora, si chiederanno i lettori affezionati a Ponzetti, dove è finita Roma, dove le sue vie e i suoi colori, la sua afa e il caldo umido? Roma ci sarà, in un ponte reale e ideale, ci saranno perfino l’avvocato Galloni e il suo cane Socrate. Ci sarà, eccome, il fido Iannotta, con il suo romanesco misto di saggezza e di ovvietà; interverrà perfino, come scopriranno i lettori, il commissario Montalbano. (altro…)