Armando Pizzinato

Pizzinato e la poesia di Zanzotto. Di Silvana Tamiozzo Goldmann

Pizzinato-Zanzotto
«Questi versi […] li ho subito sentiti “miei”»: Armando Pizzinato e la poesia La contrada. Zauberkraft

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Armando Pizzinato muore nella sua casa veneziana nei pressi della Basilica della Salute il 17 aprile 2004 (era nato a Maniago il 7 ottobre 1910).[1]
Mi sembra bello ricordarlo, come mi ha chiesto di fare l’amico Fabio Michieli, con una piccola scheggia a latere della sua straordinaria carriera artistica, vale a dire attraverso una poesia che gli fu cara nel tempo: La contrada. Zauberkraft di Andrea Zanzotto, che segnò un momento di singolare intensità nella storia della loro amicizia.
La poesia appartiene alla seconda sezione di Idioma ed è vero centro di questa raccolta[2] il cui motivo dominante è l’incontro con le presenze della contrada (il paesaggio è quello familiare di Pieve di Soligo) in una tensione – colloquio con i trapassati cui fa da tramite il mondo di chi sta ai confini e sta per traghettare all’altra riva portando con sé tesori di piccole rare esperienze e preziose storie.
Il mio breve excursus riguarda un segmento poco noto del tragitto compiuto da questa poesia che, come avverte giustamente Stefano Dal Bianco nel commento alle Poesie e prose scelte di Zanzotto (Mondadori, i Meridiani, 1999), funge da introduzione razionale (e per questo in italiano) alla serie successiva delle poesie in dialetto di Onde eli (Dove sono).
Ricordo, en passant, che Pizzinato fu tra i fondatori nel 1946 (insieme a Santomaso, Vedova, Guttuso, Viani, Corpora, Turcato, Birolli, Leoncillo, Morlotti e Franchina) del Fronte nuovo delle Arti e che con Guttuso nel 1950 fu tra i protagonisti del Realismo (tra le sue realizzazioni più significative di questo periodo va ricordato il ciclo degli affreschi per la sala consiliare di Parma, arredata da Carlo Scarpa). Seguiranno le nuove stagioni dei Giardini di Zaira, nel 1962, delle Betulle, nel 1970, dei Gabbiani, nel 1973 fino al ritorno, alla fine degli anni ’70, alla primitiva ricerca espressiva di un astrattismo in cui le forme movimento nello spazio assumono trasparenze e limpidezze inedite in un discorso dai tratti anche lirici.

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio - 11 luglio 1999)

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio – 11 luglio 1999)

Riassumo brevemente le tappe principali del sodalizio tra Pizzinato e Zanzotto.
Il primo abbozzo in forma manoscritta della poesia in questione (datata da Zanzotto: 1980) a lavoro compiuto sembra nuotare in una sorta di felice fusione nelle Forme in movimento della serigrafia di Pizzinato. È Zanzotto stesso a proporgliela (o meglio, a riproporgliela, se guardiamo le date) in una delle lettere conservate al Centro interuniversitario di Studi veneti di Venezia, datata 2 luglio 1984 (CISVe: “Archivio Carte del Contemporaneo”, Fondo Pizzinato): «Caro Armando, ti unisco qui il testo autografo da riprodurre per la nostra serigrafia. Puoi sceglierne delle parti ed anche collocare le strofe qua e là, oppure, lasciando insieme, puoi tagliare. Vedi tu, mi fido dei tuoi colori. Questa stesura è un po’ diversa da quella che conosci, e quindi fatta ad hoc per la serigrafia».
La versione che si fonde con Le forme in movimento di Pizzinato ripropone dunque un primo nucleo di quello che diventerà il testo definitivo di Zauberkraft. Zanzotto si fida dei “colori” dell’amico e gli dà carta bianca sulla distribuzione delle strofe e dei versi, che gli trascrive. Le tre serie di puntini di sospensione che intervallano le strofe che entrano nella serigrafia alludono infatti a un testo più lungo e compiuto, adattato e compresso per l’occasione pittorica. Rispetto alla versione definitiva, qui il primo gruppo di versi della poesia, dopo l’epigrafe iniziale isolata, parte infatti dal verso 37 («Occorre una Zauberkraft senza pari») e si arresta al verso 42 («Tu non tornare alla decenza dello stato minerale») per poi proseguire, dopo la seconda sospensione rappresentata con puntini, riprendendo e giustapponendo versi precedenti (30-36): inoltre i versi 30-32 qui appaiono spezzati in 4 unità («Come si può pretendere che qualcuno | sopravviva con piccoli commerci | in precarietà più delicate | che vapori sui vetri»).
(altro…)

25 aprile con Franco Fortini (poesie da Versi scelti)

 

Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia, 1952 (Collezione CGIL, Roma)

 Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia (1952)

 

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da Foglio di via (Gli anni)

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La città nemica

Quando ripeto le strade
Che mi videro confidente,
Strade e mura della città nemica

E il sole si distrugge
Lungo le torri della città nemica
Verso la notte d’ansia

Quando nei volti vili della città nemica
Leggo la morte seconda,
E tutto, anche ricordare, è invano

E «Tu chi sei?», mi dicono, «Tutto è inutile sempre»,
Tutte le pietre della città nemica,
Le pietre e il popolo della città nemica

Fossi allora così dentro l’arca di sasso
D’una tua chiesa, in silenzio,
E non soffrire questa luce dura

Dove cammino con un pugnale nel cuore.

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Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

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Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

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A un’operaia milanese

Tutta distrutta, tutta nuova nata,
Lacerate le pietre senza pietà,
Per te risorta si fa, diventata
Tutta nostra, questa città

Sepolta e solo spirito è la madre tremante
Che ci angosciò in servitú di baci.
E dolorosamente con le dita di fiamma l’amante
Quei segnali cancella tenaci.

Ma qui dove fra essere e non essere esita
Prigioniera in se stessa una nostra figura,
Tu liberata porti la giustizia sicura
Che i vivi conosce e i morti.

E te guardando in noi si umilia un tristo
Schiavo tiranno e la speranza è piena:
Dentro i mattini il mio popolo desto
Attende la grande sirena.

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Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

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da Poesia e errore (Al poco lume)

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Quel giovane tedesco

Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
intorno all’Hôtel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.

Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.

La poesia non vale
l’incanto non ha forza
quando tornerà il tempo
uccidetemi allora.

Ho letto Lenin e Marx
non temo la rivoluzione
ma è troppo tardi per me;
almeno queste parole
servissero dopo di me
alla gioia di chi viva
senza più il nostro orgoglio.

(1947)

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da Poesia e errore (I destini generali)

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Una sera di settembre

Una sera di settembre
quando le donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi  due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.

(1955)

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Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

(1955)

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da L’ospite ingrato

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Autostrada del sole

Tutto era così semplice, averlo saputo.
Che l’accurato labirinto delicato
la patria immaginaria
in questo vento dovevano sparire
e noi scagliati sulla luce
dei rettilinei…
Ora a noi tardi liberi
in quest’aria di nulla
pianure monti umiliati
altri spazi e doveri
dilatano e già veri
da morirne. E di vista
si perde il cuore
come dopo il sorpasso
l’altro nel retrovisore.

(1960)

 

Fortini Versi scelti

::A

 

Luigia Rizzo Pagnin: poesia e impegno civile

«Io mi considero una donna della stagione dell’emancipazione, una parola che nell’esplosione del femminismo in Italia è caduta in disgrazia, ma che io rivendico invece, perché attraverso questo percorso ho preso consapevolezza: […] ho appreso che molte [donne] entravano nella Resistenza per il padre, i fratelli, la casa distrutta, ma attraverso questo percorso dei sentimenti e dell’amore entravano nell’area pubblica, che allora era la Resistenza, la lotta al fascismo, la riconquista di una libertà perduta. Per dire che cosa? Per dire che una donna è sempre una duplicità, è sempre un due fin dalla sua natura: la cura, l’amore e nello stesso tempo, più tardi, conquista la capacità di stare nell’agone pubblico, che può essere la guerra, la lotta per la pace, il consiglio comunale di un paese, può essere un posto importante nell’istituzione pubblica. Questa duplicità il pensiero del femminismo l’ho chiamata “la differenza”: siamo l’amore, siamo i sentimenti e siamo la dignità di stare al mondo nel pubblico.»

Luigia Rizzo Pagnin, Giornata delle donne della Resistenza
Padova, 20 settembre 2005

gigetta-rizzo-pagninCassandra andava coi teneri piedi legati… Recita così il primo verso di un’ancora inedita quando la lessi per la prima volta nel 1997 poesia di Luigia Rizzo Pagnin, ora in Acqua Donna Poesia (pp. 12-13), raccolta pubblicata nel 2004.
Cassandra: un personaggio che riaffiora dal pas­sato mi­tologico, dalla letteratura classica, attraverso l’attenta ri-lettura di Christa Wolf. Una donna condannata a vaticinare e non essere creduta, non essere ascoltata (passando per pazza), perché rifiutatasi alle attenzioni di un dio: Apollo, il dio della poesia. Cassandra, nella poesia di Luigia, si spinge a diventare simbolo della poesia stessa costretta nella condizione di voce inascoltata ai più. Poesia combattuta che si interroga, in­ter­rogando il suo autore nel contempo. Poesia che vuole es­sere se stessa senza media­zioni. Poesia, però, che sa di essere il doppio di se stessa; sa di possedere due facce di­stinte che appartengono alla stessa entità, – e perché no? – persona: il poeta.
Gli esordi della Rizzo sono legati a un impegno civile sentito come unica con­dizione dell’esistere nel tempo per non essere fuori del tempo, esclusi e estranei ai fatti che fanno o possono fare il tempo. Unico modo per fronteggiare l’apatia ge­nerale che avan­zava rapida su di un terreno fertile.
Con Il borghese agli agguati, sua prima raccolta, pubblicata nel 1964 (ma i testi sono precedenti, in alcuni casi di parecchio, alla loro pubblicazione), Luigia ci pone di fronte agli occhi il pericolo di un imborghesimento to­tale della socie­tà. Pe­ricolo fattosi realtà. Chi si opponeva con forza al borghese è di­ventato nemico di se stesso, per­dendo coordinate, identità. Un’identità simbo­leg­giata dalle parole di Gramsci poste in apertura, a mo’ di esergo, che diventano monito e guida della raccol­ta.[1]
La parola poetica della Rizzo non risparmia critiche ai suoi compagni; non per­dona loro, ma anche a se stessa, d’avere discusso troppo poco e agito senza riflet­tere quel tanto sarebbe bastato per ricevere il tanto sperato dono di cui si parla nella prima poesia della raccolta, Se­rata con gli amici.[2]
Per rappresentare con più forza la propria condizione Luigia ricorre al ri­cordo del compagno Pavese, modello di letterato comunista che ha lottato e sof­ferto per «trovare un solido, rassicurante ideale cui ancorarsi senza smarrimenti e senza in­certezze» (dalla prefazione di Marino Berengo all’edizione del 1985).

Tramontando quest’epoca feroce
ancor non sorge un’epoca felice.[3]

Due endecasillabi che con irruenza disegnano la condizione sospesa di chi vede fini­re un’epoca ma non ne vede una nuova avanzare. Due endecasillabi in grado di illumi­nare la poesia In morte di Cesare Pavese dando allo stesso tempo lo spes­sore della poe­sia della Rizzo. Una poesia che denuncia e non accetta compro­messi. Infine due endeca­sillabi che riprendono moduli dello stesso Pavese (senza imitarne, però, l’endecasillabo falecio), apertamente citato in chiusura con una tripla anafo­ra della forma verbale verrà, omag­gio e eco di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
LRP_1964 IBAASe le prime due parti della raccolta (Il borghese agli agguati e Le morti) si av­valgono d’un registro poetico alto che non disdice il ricorso alla tradizione, so­prattutto, ma non solo, no­vecentesca, ecco che la terza sezione, Lettere aperte, sterza in direzione d’una poesia più secca, diretta, cicatrizzata. Ecco quindi convivere Montale in Serata con gli amici («Disorientata ascolto / come l’uomo s’impiccola / al passare degli anni»),[4] il già citato Pavese nella poe­sia a lui dedicata e la lezione di Ungaretti, con poesie costruite su pe­riodi brevi quasi a ri­produrre la narra­zione di un apologo, ma soprattutto in grado di ren­dere lo stato di chi scrive e cerca di riprendere i fili d’una comunicazione improvvisamente inter­rotta con il mondo esterno.

POCHE PAROLE CHIARE

Mi guardo attorno
e trovo
che si è in molti a sorridere.

All’indomani dei fatti d’Ungheria,
della rabbia dolente
e lo stupore,
all’indomani del ventesimo
e del ventiduesimo,
credevo che ci saremo scontrati,
invece ci accarezziamo.

Che volete di piú?
Ci hanno messo in guardia
dalla psicologia.
– Compagni, superate l’emozione,
fate interventi politici,
mirate alla sostanza,
non confondete le cose,
non traducete meccanicamente –
il risultato è la buona educazione,
la creanza.

Ma anche l’operaio non è
che si azzardi troppo.
Una sera,
nel bel mezzo della riunione,
dove decisi
i meno educati
chiarivano le loro posizioni
(non c’era piú niente di allusivo
per dio
e si colpiva il bersaglio
con la canna alla mira)
un compagno operaio
si alzò indignato.
– Questa non è una riunione,
questa è una bolgia.
Mi vergogno di noi compagni!
Ero venuto qui
per poche parole chiare
da riferire in fabbrica
domani.
E cosa trovo?
Che non si è d’accordo,
si dà ragione a quello,
torto a quest’altro.
Per me Krusciov
stia attento.
Noi operai non abbiamo
tempo da perdere.
Ci alziamo presto al mattino
e sfatichiamo tutto il giorno –
Zittimmo tutti.

Ma con la piú grande volontà
di questo mondo
non ci riuscí di dare
parole chiare.

Per la cronaca,
se v’interessa saperlo,
quella riunione
ebbe sette sedute.[5]

Il borghese aveva vinto.
Ma l’impegno della Rizzo continuerà negli anni sempre più tesi di un’Italia in rapido cambiamento a briglie sciolte, traendo da sé la forza per parlare della con­dizione fem­minile nel pieno della protesta femminista. Luigia si schiererà in prima linea con la raccolta Una tensione che dura, pubblicata nel 1973 dall’Unione Donne Italiane. È il primo segno d’un cambia­mento radi­cale, profondo. La Rizzo scopre in sé il doppio di sé: l’essere donna in quanto donna e l’essere donna e avere diritto a una vita che non sia sog­getta al maschile, per usare un ter­mine di Simone de Beauvoir. Non ci si riconosce più nel mondo dell’uomo.
Scriverà di sé nel 1985:

Io non venivo dal femminismo, ma dalla cultura del movimento operaio.
La crisi politica della sinistra, originata dalla tragedia dei paesi dell’est, aveva oscurato valori e convincimenti.
Che cosa restava di noi? Qualcosa di indomito nonostante tutto, di radi­cato: una volontà di vivere, di andare avanti, di cambiare; in altre parole, di fare il Sociali­smo, ma questa volta partendo da noi, partendo dall’uomo che poi per me sarà la donna, la mia coscienza di donna.
Il Femminismo. [dalla nota Al lettore, pubblicata nella riedizione del 1985]

Non esiste un solo universo, un uno, ma esiste il due. E nonostante la donna voglia ri­conosciuto per sé un ruolo civile, è lei stessa a sacrificarlo in virtù del ruolo sociale che nemmeno le lotte operaie hanno saputo cambiare. Nulla ha cam­biato una vita ‘sem­pre scissa in due emisferi’. Lapidaria scrive:

Un tempo la donna cucinava
nella caligine,
tra nere stoviglie.
Oggi, aiutata dalla plastica,
ha bianca
persino la fuliggine.

Con ciò
non è
che sia mutato di molto
il suo destino.[6]

La parola si fa ancora più secca; «priva di orpelli» la definirà la Rizzo. L’ironia su­bentra alla dimensione puramente poetica; un’ironia ‘brechtiana’,[7] che era già entrata in scena con Lettere aperte. Essere diretti sembra essere la parola d’ordine di questi versi disincantati, disillusi e so­prattutto rivendicanti il riconoscimento d’un ruolo diverso da quello ordinario.
LRP_1985 IBAALe prime due raccolte vennero ripubblicate nel 1985 insieme ad altre due ine­dite, Le chitarre elettriche e Potere operaio, degli anni ’70. L’edizione ap­parve per i tipi del Centro Internazionale della Grafica in quel di Venezia, arricchita da una puntuale e esaustiva prefazione di Marino Berengo, un’intensa nota di Ar­mando Pizzinato (che ac­compagna le po­esie anche con dieci disegni inediti).
Le due raccolte inedite apparentemente nulla aggiungono e nulla tolgono a quanto fino ad allora la poe­sia della Rizzo aveva espresso. Accentuano nella secchezza d’una tonalità mono­corde, che accompagna (oserei dire intona) un’accresciuta disillusione, l’attenzione alla situa­zione giovanile, da sempre presente: giovani ai quali non si perdona la spa­valda irruenza con la quale ten­dono a sostituirsi ai vecchi burocrati. Ma è proprio qui che quella cifra che apparentemente pare non aggiungere nuova materia al “già detto” trova invece il suo nuovo punto di forza: ovvero è nella voce adulta, che potrebbe farsi rampogna per le scelte della compagine sociale che ora affacciandosi alla realtà, alla società, reclama i pro­pri diritti (forse scordando che a tanti diritti richiesti corrispondono pure altrettanti doveri), è, si diceva, in quella voce adulta che si fa sempre più presente l’autocritica non solo dell’io di chi pronuncia quei versi ma di un noi collettivo (civile) che sente di avere perso il contatto diretto con la società e stenta a vedere la trama attraverso la quale riprendere le fila di un discorso un tempo tessuto con successo.
La lunga pausa degli anni ’80 se segna un silenzio editoriale, spezzato solo dalla riedi­zione veneziana che raccoglie, come già ricordato, tutta la produzione della Rizzo (edita e inedita), non denuncia assolutamente una pausa nella ricerca d’una identità da parte del “poeta”; è un silenzio necessario perché quando si spezzerà porterà in premio alla poesia una nuova coscienza di sé, non solo sul piano poetico, ma che assume i toni di una vera e propria poetica, quella del “doppio”:

Da quanti millenni
tu, stavi latente in me
doppia cosa che io sono?[8]

LRP_1990 LampadaÈ quanto si legge in Duplicità,[9] poesia che emblematicamente chiude la quarta sezione di Lampada, raccolta pubblicata nel 1990. In tre sole poesie si porta all’estremo la tensione originatasi con la presa di coscienza dell’essere donna, attraverso l’appropriazione d’uno spazio interdetto da sempre alla donna, l’universo re­ligioso, che entra prepotentemente nel dire della Rizzo. Una religiosità tutta laica, non mistica.[10] La donna/Luigia riconosce per sé un ruolo attivo nel percorso di salvazione dell’uomo che le è negato dalla «non avvenuta liberazione / dal pa­dre / e dal figlio».[11] Però sa che sono state le donne a essere crocifisse al po­sto degli uo­mini del mondo. Sono state le donne a sopportare l’estremo sacrificio.
È questa la tensione che rende unito questo volumetto fragile all’apparenza. L’io si sente contrastato dentro da due facce che chiedono la luce negata loro. È una lotta dolo­rosa che però dev’essere protratta fino all’estrema sua conseguenza, se questo in qual­che qual modo gioverà alla ricerca della verità:

E la verità non è dire.
È toccare:

toccare il mondo
come una ferita
incandescenti poi
per tutto il resto della vita
– e senza gemere –
bruciare.[12]

Una tensione pienamente avvertibile in questa chiusura isolata, forte, resa an­cora piú in­cisiva da un ‘verso muto’, lo spazio che segue la terzina prima della chiusa; spazio che si propone quale vero e proprio verso e non pausa.
Il percorso poetico di Luigia Rizzo ha potuto attingere, come già si è detto, ai più di­spa­rati registri linguistici della tradizione. Ma più cresceva il suo dire più si accentuava il di­vario tra le sue due linee portanti: poesia civile e poesia li­rica.
Non è mai stata operata una scelta vera e propria a favore dell’una o dell’altro, per­ché scegliere avrebbe significato escludere una delle componenti della dupli­cità, dell’essere stesso poeta;

Ho perduto la luce
ritrovato una lampada:

Che io intraveda al buio
ciò che non vedo
al chiaro.[13]

Il suo essere due le permette di intravedere (mirata la scelta del verbo) al buio ciò che al chiaro non si vede, ma non ci si nega di poter comunque tentare di ve­dere al chiaro; si esi­ste su due piani: uno superficiale e sfuggente, uno piú pro­fondo e percepi­bile dal suo interno. Per quanto possa essere doloroso, la Rizzo non si risparmia di scandagliare se stessa alla ricerca di un’identità.
La luce, poi, fin dall’apertura si presenta come cifra della raccolta, simbolo princi­pale d’un intricata simbologia. È soprattutto una luce riflessa, spesso fioca. Ecco quindi appari­re la luna, le perle, ma soprattutto il girasole, emblema della vita piegata e silen­ziosa che attende una luce in grado d’illuminarne il corso. È questo il filo sul quale scorre quella re­ligiosità laica tesa alla ricerca d’una fonte di luce che accenda e riveli la duplicità e quindi il suo dire.
Una duplicità che resta tale anche al cospetto dell’unione per eccellenza: quella per amore,

Non inquietarti con me
quando io sono inquieta

il mio amore per te
non patisce incertezza

ma di aderirti non chiedermi
come alla mano il guanto:

Io, sono io,
tu, sei l’altro.[14]

Ma ci viene subito replicato nella poesia successiva che il termine primo esiste se esiste l’altro, ma non in funzione dell’altro:

Il tuo amore per me
è interrotta cascata

precipiti su me
saltando ogni distanza

non chiedi di distinguerti
come alla mano il guanto

semplicemente esisti
se esiste l’altra.[15]

In seno all’unione ci si distingue affinché ci si possa riconoscere. Questa è la duplicità vissuta e raccontata dalla Rizzo: una duplicità che rifiuta come Cassan­dra ogni mediazione, perché vuole esistere per sé e non in funzione d’altri.

Cassandra andava coi teneri piedi legati.
La parola le usciva forzata da interna distruzione.
Non poteva non dire
e dir non poteva
per chiara percezione di sé.

Attorno, nessuno reggeva lo sforzo
di distrarsi alla sua distrazione.
La distrazione dei più era di Cassandra
il nemico possente.

Nessuno a lei d’intorno
– né prossimo né lontano –
desiderava ascoltarla
e il dire suo inascoltato
era solo fastidioso rimbombo:
tuono nel vuoto!

Dunque che me ne faccio io
della mia voce
in questo momento
che mi è chiesto di scomparire?
A nulla io sono stata?
Che me ne faccio di me?

Oh! Tu che permetti
l’inascolto di una lingua accaldata,
tu, Mediazione,
che assapori la mia sconfitta,
che appari e scompari
ben sapendo che la mia afasia
appaga la tua vittoria;
tu, che mi rendi muta
nel momento stesso ch’io parlo,
hai per certo schivato
come uno straccio inerte
la mia identità:
l’unica delle cose in-mediabili.
Di questo ti vanti?

Se ne va se ne va come rubata
l’irriducibile augusta
fatta schiava in terra materna
violata dai vincitori
lontana dal luogo
che ascoltò la sua voce
senza ascoltarla,
per volontà di un dio
che non perdonò l’evidenza
la più semplice delle intenzioni:

Essere vera
senza mediazioni.

© Fabio Michieli


[1] Cfr. L. Rizzo Pagnin, Il borghese agli agguati, Centro Internazionale della Grafica, Ve­nezia, 1985, pp. 57-58: «Niente può essere preveduto, nell’ordine della vita morale e dei sentimenti, partendo dalle con­stata­zioni attuali. Un solo sentimento, divenuto oramai costante, tale da caratterizzare la classe operaia, è dato oggi verificare: quello della solidarietà. Ma la intensità e la forza di questo sentimento possono esse­re solo valutate come sostegno della volontà di resistere e di sacrificarsi per un periodo di tempo che an­che la scarsa capacità popolare di previsione storica riesce, con una certa approssimazione, a commisura­re; esse non pos­sono essere valutate, e quindi assunte come sostegno della volontà storica per il periodo della creazione ri­voluzionaria e della fondazione della società nuova, quando sarà impossibile fissare ogni limite temporale nella resistenza e nel sacrifi­cio, poiché il nemico da combattere non sarà più fuori del proletariato, non sarà più una potenza fisica esterna limitata e controllabile, ma sarà nel proletariato stesso, nella sua ignoranza, nella sua pigrizia, nella sua massiccia impenetrabilità alle rapide intuizioni, quando la dialettica della lotta delle classi si sarà interiorizzata e in ogni coscienza l’uomo nuovo dovrà, in ogni atto, com­battere il “bor­ghese” agli agguati» (Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, anno II, n. 15, 4 set­tembre 1920).
[2] «Ah se mi fossi scoperta così / come ora a vent’anni! / Se migliaia di giovani avessero allora / pen­sato più che cantare, / pensato più che sperare, / pensato più che decidere subito / per i tempi dei tempi, / forse il dono sarebbe venuto, / con semplici mani, / da tutti i giorni, / a questo appun­tamento modesto / di vivere oggi, / non domani.» (Serata con gli amici, in Il borghese …, cit., p. 19, vv. 72-85).
[3] In morte di Cesare Pavese (a 11 anni dalla sua scomparsa), in Il borghese …, cit., p. 34, vv. 18-19.
[4] Serata con gli amici, in Il borghese…, cit., p. 17, vv. 12-14.
[5] Poche parole, in Il borghese …, cit., pp. 57-58.
[6] La fuliggine, in Il borghese …, cit., p. 79.
[7] Così la definirà Bianca Tarozzi nella prefazione a Lampada, Edizioni La Press, 1990, pp. 9-12.
[8] Duplicità, in Lampada, cit., p. 66, vv. 26-28.
[9] Emblematicamente intitolata Vangelo non “secondo…”.
[10] Condizione ‘laica’, quella della Rizzo, che forse si avvale della profonda e attenta lettura e as­simila­zione di Simone Weil, della quale sembrano echeggiare frasi tratte dalla Lettera a un reli­gioso.
[11] Una donna stava in ginocchio, in Lampada, cit., p. 63, vv. 18-20.
[12] Cfr. Lampada, cit., p. 70. È forse da ritenersi sintomatica la dedica della poesia che affronta il tema della verità a Simone Weil.
[13] Lampada, in Lampada, cit., p. 17.
[14] Non inquietarti con me, in Lampada, cit., p. 41.
[15] Il tuo amore per me, in Lampada, cit., p. 42.

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Luigia Rizzo Pagnin è nata a Venezia, dov’è vissuta fino al 1962. Il suo impegno civile, si può dire, inizia durante la seconda guerra mondiale, ancora ragazza. Subito dopo la Liberazione è tra le prime donne in città ad attivarsi tra le fila dei militanti comunisti, in un ambiente predominato dagli uomini. Come tante veneziane e veneziani si è trasferita a Mestre (1962), e qui ancora vive. Insegnante di scuola elementare, dal 1976 al 1985 è stata Assessore all’Istruzione e alla Cultura nella Provincia di Venezia. Nel 1964 ha pubblicato per le Edizioni del Rinoceronte la prima raccolta di poesie, che s’intitola, da uno scritto di Gramsci, Il borghese agli agguati (riedita nel 1985 per il Centro Internazionale della Grafica di Venezia, con l’inserimento di due nuove raccolte: Le chitarre elettriche e Potere operaio. Prefazione di Marino Berengo); nel 1973 l’Unione Donne Italiane ha pubblicato Una tensione che dura (d’ispirazione femminista). La raccolta Lampada, accompagnata da una preziosa Prefazione di Bianca Tarozzi, è stata pubblicata nel 1990 (Edizioni La PRESS). Del 2004 è la raccolta Acqua Donna Poesia; mentre di quest’anno è la raccolta in dialetto veneziano L’oro del pensar, introdotta da una nota di Silvana Tamiozzo Goldmann. Le due ultime raccolte sono state pubblicate dal Centro Internazionale della Grafica di Venezia.