Arizona

in-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

trieste 2012 - foto gm

In-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

 

La vecchia appoggiò la ciotola con il latte al solito posto, alla sinistra della porta d’entrata. Andò a sedersi sulla sedia a dondolo in fondo al patio, al riparo dalla luce artificiale della lampada posizionata sopra la porta. Aspettò. Dopo un paio di minuti i gatti arrivarono. Erano randagi, erano tre. Pensò che una puntualità del genere non era paragonabile alle rate d’affitto, che la voracità con cui trangugiavano il latte era pari a quelle delle sanguisughe bastarde, che aspettavano chiunque osasse avvicinarsi al vecchio stagno appena fuori dal paese. I gatti sapevano che si trovava lì nell’ombra e la guardavano di tanto in tanto. Non c’era gratitudine nei loro occhi e nemmeno sfida. Era paura, paura che il latte sparisse, che la volta dopo non ce ne fosse. Brutte bestiacce, pensò, quando se ne furono andate. Entrò in casa, si sedette al tavolo della cucina. La loro bella cucina, Bill l’aveva costruita pezzo per pezzo, giorno dopo giorno. Ci lavorava di sera quando tornava dal lavoro nei campi. Diceva che le avrebbe costruito la cucina più bella della contea, lei sorrideva, era certa che sarebbe andata così. Così come era sicura che nessuno avrebbe potuto controllare tutte le cucine della contea per stabilirne il primato. Sorrise a quel pensiero, al ricordo di Bill, si tenne per qualche istante il viso tra le mani, poi scosse la testa. Tra poco sarebbero passati vent’anni dalla sua morte, cadere da un albero, che assurdità. La vecchia scosse di nuovo la testa. Ci sono cose a cui non ci si può rassegnare. Bill diceva che quando il loro ragazzo sarebbe diventato grande avrebbero viaggiato. Diceva che sarebbero arrivati fino a Boston, gli avevano raccontato cose fantastiche di quel posto dove tutti si vestivano bene. Dove gli uomini si toglievano il cappello per salutare le signore. Lei lo prendeva in giro sul fatto che lui non portava il cappello. Poi però gli domandava quanta distanza ci fosse tra Boston e la loro piccola città, quanta ce ne fosse tra l’Arizona e Boston. Bill quelle volte abbassava la testa, poi rispondeva che no, non lo sapeva. Non sapeva nemmeno quanto fosse grande l’Arizona. Nessuno dei due si era mai mosso da lì. Buddy, il loro ragazzo, il loro unico figlio, quando compì sedici anni, li guardò in faccia – erano seduti a tavola – e disse che se ne sarebbe andato. Nessuno dei due rispose niente, quella notte a letto piansero entrambi. Tutti e due sapevano che era giusto così. Tutto stava cambiando e in quella terra arida non c’era più posto per i giovani in gamba. Non lo vide mai più, erano passati ventidue anni. Le scriveva una volta all’anno per Natale e un’altra volta scrisse per la morte del padre. Diceva che stava bene, aveva cambiato due o tre città lassù al nord. Lei le cercava sulla vecchia cartina che aveva in casa. Sopra quel foglio di carta ingiallito la distanza sembrava più breve e, comunque, non avrebbe saputo né calcolarla né immaginarla. Non si era sposato. Lei gli scriveva per i compleanni, lettere brevi, non era mai stata brava a scrivere. Prima di inviarle le faceva leggere a Pete giù all’ufficio postale. Poi le spediva. Si alzò e uscì di nuovo fuori, scese i gradini e dal giardino guardò verso la luna e poi le stelle. Le stelle le avevano sempre fatto paura, come se fossero state messe lì dal padreterno per controllare i loro comportamenti. Quando qualcuna spariva, o mandava una luce più opaca, era un brutto segno. Lassù non erano contenti. Quella sera erano talmente luminose da accecare, da spaccare il cuore. Pensò di essere la più stupida vecchia della contea e rientrò. Si preparò per andare a dormire. Prese in mano la cartina e toccò con un dito il Canada, poi aprì tutta la mano, tenne il pollice sull’Arizona e il mignolo sul Canada. In fondo Buddy era a un tiro di schioppo. Si mise a letto, quella notte sognò la neve.

© Gianni Montieri

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Grant Lee Buffalo – Happiness (album Mighty Joe Moon 1994)

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the songs they hum
Don’t want to sing along
There’s nothin’ that I said

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us

Nevermind the words that came
Out of my mouth when all that I could feel was pain
The difference in the two of us
Comes down to the way
You rise over things I just put down

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

Ooh ooh ooh

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the curse I wore
Proud like a badge
Till it just don’t shine no more

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

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