Aristotele

Dante e l’Olocausto: sul perché Adorno aveva torto

In questi giorni di memoria non solo occasionale ma davvero commossa e trepida (anche per eventi recenti che paiono sgorgati proprio da quel passato), mi è capitato di ripensare per contrasto alla celebre sentenza di Adorno, per il quale scrivere poesia dopo Auschwitz era “un atto di barbarie”, e al limite “impossibile” (Critica della cultura e società, 1949). Uomini e opere, a proposito e a prescindere da Auschwitz, hanno già del tutto smentito questa idea, che lo stesso Adorno in parte ritrattò. Se quindi riprendo una questione abbondantemente dibattuta, e in fin dei conti chiusa (scrivere dopo Auschwitz non solo è possibile e lecito, ma necessario), lo faccio per tentare ancora una volta di capire in che modo il linguaggio si è organizzato attorno a quell’indicibile che è stato l’Olocausto, riuscendo a simbolizzarlo e in qualche modo umanizzarlo. Quel grande poeta del trauma che fu Paul Celan, che con Adorno intrattenne un lungo carteggio, replicò con i suoi versi alla supposta impossibilità della scrittura, trovando proprio in questi una ragione di sopravvivenza (si uccise poi a cinquant’anni, e lì Adorno dovette correggersi: non la poesia è vietata dopo Auschwitz, ma la serenità). La provocazione del filosofo, per quanto coinvolta e dolorosa, rimase insomma una provocazione, con la quale però vale la pena di confrontarsi ancora. C’è infatti qualcos’altro che si accompagna al valore di testimonianza e resistenza della letteratura contro l’orrore, un’evidenza emotiva raramente esplicitata perché in fondo percepita come incongrua e fuori luogo, e cioè il piacere che perfino quei testi possono dare e danno a noi lettori, un godimento connaturato a quella stessa tremenda e nuova consapevolezza. D’altra parte fu già detto tanti secoli fa: “[a]nche di ciò che ci dà pena vedere nella realtà godiamo a contemplare la perfetta riproduzione, come le immagini delle belve più odiose e dei cadaveri. La causa, anche di ciò, è che imparare è un grandissimo piacere non solo per i filosofi ma anche per tutti gli altri” (Aristotele, Poetica, Laterza 2006, trad. di G. Paduano, p. 7). Va da sé che Aristotele non poteva prevedere l’Olocausto, e che un cadavere astratto non vale Auschwitz, così come i morti di tutte le guerre della Storia non pesano sulla nostra coscienza e sul nostro immaginario come i morti nei campi di concentramento. In Auschwitz c’è qualcosa di più, qualcosa che va oltre. E tuttavia quel piacere conoscitivo lo sentiamo anche per la poesia nata dai lager, e senz’altro per la poesia di Celan, proviene infatti “dal senso euforico che deriva dal provare a dare un senso anche all’orrore, a penetrarlo e articolarlo, non cedendogli l’ultima parola” (S. Brugnolo, “Introduzione”, in La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Carocci 2016, p. 47). Detto in questi termini, si capisce che il piacere in questione non ha niente di amorale e cinico, arriva bensì dal profondo, da una rivelazione sofferta del mondo e dell’umano.

Anche per il grande libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, non possiamo separare la testimonianza penosa dal capolavoro. Non sbagliava quindi Calvino a ravvisare nell’opera “pagine di autentica potenza narrativa”, evidenziandone così fin da subito gli aspetti letterari e piacevoli. C’è quasi un capitolo intero dedicato a Dante, o meglio alla fatica che il narratore fa per ricordare il canto di Ulisse e recitarlo durante la corvée per il rancio a Jean, studente alsaziano del Kommando Chimico. Di rima in rima, aiutandosi con il francese, percependo come nuove le curve della sintassi dantesca (“…«misi me» non è «je me mis», è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto…”, Einaudi 2014, p. 110), arriva quindi fino in fondo al canto, mentre intorno già si annuncia la zuppa del giorno: a quel mare “sopra noi rinchiuso”, che suona come un rispecchiamento abissale dell’intera storia. Pochi giorni fa un amico e collega scriveva su Facebook proprio di questo accanimento nel ricordare versi quando si è circondati dalla morte e dalla follia del lager, cogliendo credo in pieno la posta in gioco: “[p]erché parlare dell’Ulisse di Dante ad Auschwitz è forse uno dei gesti di resistenza all’assurdo più belli che io abbia mai letto, un gesto di permanenza dell’umano nell’inumano” (Gianluca Crisci, post del 27/01/2018). Questo di fatto fa Levi anche col suo libro, chiamando Dante a garante dell’impresa: parlare dell’orrore con i mezzi della poesia, impedendo quindi all’inumano di avere l’ultima parola. La scelta di Dante come riferimento sembra quasi obbligata: due inferni a confronto, uno letterario e l’altro storico, uno divino e l’altro umano, entrambi caratterizzati da un ordine implacabile. Quello dei tedeschi però, in assenza di teologia e di colpe da scontare, aggiunge alla disumanità i tratti di un’“assurda precisione” (p. 8), una burocrazia che procede spietatamente per inerzia. Levi sottolinea d’altronde, sul finire dell’opera e a campo ormai evacuato per l’arrivo dei russi, l’obbedienza ostinata e ottusa da parte dei nazisti rimasti a regole e ruoli prestabiliti: “[v]erso mezzogiorno un maresciallo delle SS fece il giro delle baracche. Nominò in ognuna un capo-baracca scegliendolo fra i non-ebrei rimasti, e dispose che fosse immediatamente fatto un elenco dei malati, distinti in ebrei e non-ebrei. La cosa pareva chiara. Nessuno si stupì che i tedeschi conservassero fino all’ultimo il loro amore nazionale per le classificazioni” (p. 153). All’altro capo del libro, appena arrivati ad Auschwitz, i prigionieri percepiscono invece l’eternità mostruosa del lager, la circolarità senza tempo di ogni dannazione: “[o]ggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente” (p. 14); “il futuro ci stava davanti grigio e inarticolato, come una barriera invincibile. Per noi, la storia si era fermata” (p. 114). Ma l’inferno della Commedia è molto più di una suggestione generalizzata, guida la scrittura di Levi e compare letteralmente anche al di fuori del capitolo sull’Ulisse: lo stesso titolo dell’opera è in fondo la deriva tragica del fatti non foste. Alla vigilia della deportazione il destino di tutti, compresi i bambini, ci viene detto in una chiusura di periodo che ha tutta la terribilità delle ellissi dantesche: “[i]l commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito” (p. 7, corsivo mio). Per spiegare la legge del campo, dove tutto è proibito, vengono poi citati altri due versi (“Qui non ha luogo il Santo Volto,/ qui si nuota altrimenti che nel Serchio!”), urlati nel poema da un diavolo beffardo a proposito della pece bollente in cui sono immersi i barattieri. Conosciamo a quel punto la truppa di diavoli guidati da Malacoda, i loro modi scomposti fino al peto di Barbariccia, la zuffa tra Alichino e Calcabrina che finiscono per invischiarsi nella stessa pece dei dannati. Così quando il narratore paragona a questi maldestri sgherri infernali il suo odiato Kapo (“Alex vola gli scalini: ha le scarpe di cuoio perché non è ebreo, è leggero sui piedi come i diavoli di Malebolge”, p. 104), possiamo forse immaginare in lui una segreta e perfino divertita rivalsa.

Questo è dunque Dante dentro il lager, la poesia venuta di fatto in soccorso, non inutilmente. Poi negli anni Levi replicò all’esagerazione di Adorno con l’esagerazione opposta, sostenendo che dopo Auschwitz non si potesse fare più poesia se non su Auschwitz stesso. Di certo la letteratura ha continuato a esistere, talvolta parlando di quello, ed è stato bene così. Casomai per Levi qualcos’altro doveva forse andare in crisi, ma è un’altra complicatissima storia (“Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza”, p. 155). Sul valore della parola rispetto all’orrore, invece, dice meglio di tutti Steinlauf, amico del narratore, suo compagno di prigionia, che si ostina a lavarsi in qualche modo e lo rimprovera di non fare altrettanto. Il raccontarsi e il lavarsi diventano quasi la stessa cosa, un continuo ricondurre l’uomo alla propria umanità. Potrebbe sembrare in altri contesti un paragone un po’ svilente per la scrittura, qui ne costituisce il più formidabile degli elogi: “appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza […] Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca” (p. 33).

© Andrea Accardi

 

 

Stefano Brugnolo, La tentazione dell’Altro

La tentazione dell’Altro
Avventure dell’identità occidentale da Conrad a Coetzee

1 Di cosa parliamo quando parliamo di alterità

Prima di cominciare a prendere in esame i testi e di provare a ordinarli secondo qualche criterio, è necessario dire meglio cosa si intende qui per Altro/Altri/Alterità. Sono parole abusate, ma non vedo come potrei astenermi dall’adoperarle. Voglio intanto premettere che se userò spesso la parola Altro (con la maiuscola) lo farò al fine di suggerire l’idea che al di là delle tante diversità è esistito un più generale senso o sentimento dell’Altro, e che esso è la conseguenza del gigantesco sforzo compiuto dall’Occidente per controllare, contenere, escludere quanto di “irrazionale” si opponeva alla civiltà: la follia, le perversioni, l’improduttività, il pensiero magico, le superstizioni ecc. Non è vero, come vorrebbe un certo pensiero che ontologizza e mitizza la diversità – si pensi qui a Foucault e ai suoi seguaci –, che si trattò solo di un’operazione di esclusione ed emarginazione, si trattò anche di includere e omologare quanto prima era eccentrico, misterioso, fuori squadra; ma certo il risultato non cambia e fu quello di un generale disincanto che tese a ridurre le differenze tra i popoli e le culture. Come ho già detto, ne risultò per contraccolpo un bisogno, una nostalgia di alterità, quale appunto ritroviamo anche e soprattutto nella letteratura che prenderò in esame. Se dunque quest’ultima si mostra affascinata e inquietata dall’Altro, andrà poi specificato caso per caso di quale alterità si tratti. Il presupposto filosofico e antropologico da cui parto è infatti che esistono solo diversità relative a fronte di un’umanità che è unica nello spazio e nel tempo: apparteniamo tutti a una comune specie e per quante differenze si diano tra culture, lingue e nazioni le nostre esperienze restano comunque confrontabili. In questo senso condivido integralmente quanto una volta ha scritto Claude Lévi-Strauss (1983, p. 10): «coloro che pretendono che l’esperienza dell’altro – individuo o collettività – è, per essenza, incomunicabile e che è sempre impossibile, e persino colpevole, voler elaborare un linguaggio in cui le esperienze umane, lontanissime nel tempo e nello spazio, diventerebbero, almeno in parte, mutualmente intellegibili, altro non fanno se non rifugiarsi in un nuovo oscurantismo». L’altro non è irraggiungibile o indecifrabile, si può farne esperienza, ci si può identificare con lui, e comunque lo si può immaginare, e questa letteratura ci testimonia proprio di tale possibilità, anche se poi contemporaneamente ci dà conto della sua problematicità. Va da sé, infatti, che qualunque rappresentazione letteraria dell’alterità si dà sempre e comunque sulla base di pregiudizi e proiezioni. Questo, però, non rende meno significative e potenzialmente illuminanti quelle rappresentazioni. La libertà sessuale dei tahitiani, per esempio, è stata certamente trasfigurata da viaggiatori, scrittori e pittori, che ne hanno dunque dato una descrizione poco oggettiva, ma ciò non toglie che essi si sono confrontati davvero con quelle forme di esistenza, e che questo confronto ha provocato una serie di reazioni e domande, quelle sì autentiche e decisive. Domande come le seguenti: cosa ci distingue dagli altri? Cosa ci dispiace o piace dei loro sistemi di vita? Come dobbiamo misurarci con essi? Vogliamo cambiarli o rispettarli per come sono? È preferibile il nostro o il loro modo di vivere? Ora, le risposte che ne sono derivate sono state interessanti anche e proprio perché quegli artisti hanno valorizzato e spesso esagerato le differenze antropologiche, trattandole da suggestivi termini di paragone per un’indagine che in definitiva verte sulla condizione umana. Chi dunque denuncia le deformazioni ed esagerazioni di cui avrebbero dato prova quegli artisti trascura il fatto che, diversamente dagli storici o dagli antropologi, essi non mirano a rappresentare obiettivamente gli altri, adottando un punto di vista impersonale, bensì a rendere l’effetto che ci fanno, le conseguenze che l’incontro (o lo scontro) con loro produce in noi. Ne deriva che per esempio i tahitiani di Gauguin non ci restituiscono i tahitiani “veri” ma quelli visti da un soggetto europeo – da intendere qui come sovraordinato alle distinzioni di classe, culturali e nazionali che lo attraversano al suo interno – che si confronta con quella gente a partire dalle sue passioni, dalle sue ossessioni e anche dai suoi cliché, e non certo come un soggetto puro e disinteressato. Lo stesso concetto di stereotipo, se riconsiderato in questa prospettiva, può allora dispiegare tutta la sua potenziale ambivalenza. Prendiamo quello, coltivato da Kipling e da altri, secondo cui gli orientali sarebbero lenti, poco puntuali, disorganizzati, incostanti nel lavoro, inclini ai piaceri e all’ozio. Certo, sono generalizzazioni inaccettabili: questi orientali si costituiscono come anti-modelli, controfigure negative di occidentali concepiti come efficienti, produttivi, puntuali; diventano cioè veri e propri capri espiatori dell’ideologia coloniale. È, infatti, come se le “parti” pigre, edonistiche, rilassate presenti nell’homo occidentalis venissero proiettate nell’orientale, e con ciò espulse da sé. Ma il risultato di tale operazione, allorché viene gestita da un grande autore, è tutto fuorché scontato: quei difetti possono infatti trasformarsi in pregi, diventando manifestazioni di ricchezza umana, di una capacità di sentire e vivere in modo più sensuale e intenso. Quello che abbiamo proiettato fuori di “noi” ci ritorna allora come un’immagine deformata ma rivelatrice di ciò che abbiamo rinunciato a essere e a vivere, dei nostri desideri più segreti: dietro il “noi non siamo come loro” emerge un “noi potremmo/vorremmo essere come loro”. E questo accade perché, diversamente dagli ideologi imperialisti e razzisti, i grandi scrittori e artisti, anziché assolutizzare e reificare quei presunti difetti dell’Altro, li rappresentano con curiosità e generosità, fino a renderli interessanti e anche seducenti, e a trasformarli in pregi. E così, mentre l’ideologia tende a nascondere quanto per esempio l’Ebreo egoista e avido non sia altro che la controfigura rivelatrice del gentile egoista e avido, una sua proiezione appunto, Shakespeare, nel riprendere quello stereotipo (che almeno in parte condivideva), fa sì che sia poi lo stesso Shylock a rovesciarlo, mostrando ai suoi interlocutori (e agli spettatori) che loro sono come lui (The Merchant of Venice, 3, i, vv. 60-63): «If you prick us, do we not bleed? If you tickle us, do we not laugh? If you poison us, do we not die? And if you wrong us, shall we not revenge?». Allo stesso modo agiscono gli scrittori coloniali che qui prendo in esame: Conrad, Stevenson, Kipling, Loti, Maugham ci raccontano di personaggi portatori di pregiudizi occidentali che spesso loro stessi condividevano, ma ci mostrano anche, e per questo sono preziosi, come quei pregiudizi entrino in fatale contraddizione con le esperienze reali che quelli fanno “oltre il confine”. Ciò che li rende così interessanti anche a distanza di tempo è dunque proprio l’esplorazione di una contraddizione che interessa tutti, se supponiamo che le diversità umane siano sempre e per tutti una sfida, una minaccia, ma anche un’occasione. In altre parole ancora, quelle opere sono illuminanti non benché ma proprio perché implicano i luoghi comuni discriminanti che poi interrogano. D’altra parte, pretendere un’astratta obiettività ed equità dai discorsi letterari significherebbe misconoscere che essi sono contigui ai discorsi di tutti, e di essi condividono le approssimazioni, le incoerenze e perfino i luoghi comuni. Ecco perché, mentre studi e trattati mirano a essere specifici, esatti e “misurati”, gli anti-specialistici discorsi letterari sono necessariamente idiosincratici. Le affascinanti descrizioni conradiane così cariche di arcaicità e mistero della “nera” foresta africana risulterebbero inattendibili e inaccettabili se venissero giudicate secondo i parametri adottati da naturalisti e geografi, eppure è solo perché gli artisti rendono i paesaggi e le popolazioni diverse così alieni e misteriosi che alla fine ci restituiscono, sia pure per via di eccesso e di contrasto, nuove immagini di “noi stessi” e, più in generale, delle possibilità dell’umano. L’Africa di Conrad, l’India di Kipling, la Cambogia di Malraux hanno una relazione solo indiretta, figurata, con l’Africa, l’India e la Cambogia reali, ma ciò non toglie che quelle immagini possano essere vere, ma allora vere di un’altra verità, che non riguarda gli africani e gli indiani in quanto tali, ma in quanto rappresentativi di forme di vita e di modi di rapportarsi al mondo ben altrimenti generali. (altro…)

Intervista a Massimo Donà su filosofia e poesia

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Massimo Donà, filosofo, musicista, professore ordinario presso l’Università San Raffaele di Milano, dialoga con Francesco Filia su poesia e filosofia. Qui il suo sito personale.

  1. Una delle prime testimonianze del rapporto tra filosofia e poesia è il frammento 42 di Eraclito: “Omero è degno di essere scacciato dagli agoni e di essere frustato, ed egualmente Archiloco”. Da questa affermazione lapidaria, sembra che tra poesia e filosofia, più che un dialogo, si sia instaurato subito uno scontro violento. È così? Per quale motivo?

Certo… d’altronde, anche Platone avrebbe parlato di palaia diaphorà, ossia di “antica inimicizia” tra poesia e filosofia. Insomma, quella del rapporto tra parola poetica e parola filosofica è una questione tanto antica quanto l’Occidente. Una questione intricata, tutt’altro che semplice. E in ogni caso, il fatto che la filosofia abbia sempre visto con sospetto il linguaggio dei poeti non può non far riflettere; e soprattutto, che addirittura Eraclito e Platone temano così tanto la poesia non può certo essere un caso. Evidentemente il dire poetico trasfigura e rende in qualche modo pericolosamente “equivoche” le parole della scienza e della filosofia; quelle parole, cioè, che scienziati e filosofi vorrebbero rigorose, precise, soprattutto perché, solo grazie a questa precisione, ci avrebbero consentito di comunicare e di intenderci, rendendo la vita sulla terra sempre più agevole. Solo il rigore della filosofia, e quindi della scienza da essa derivata, avrebbero consentito di accumulare, nel corso dei secoli, anzi dei millenni, tutto quel sapere sempre anche “pratico” che avrebbe dato vita all’attuale civiltà della tecnica, consentendoci di debellare malattie, di allungare la durata della vita, e di trascorrere un’esistenza sempre più confortevole e salubre. Certo, con tutte le controindicazioni del caso (vedi: rottura degli equilibri dell’ecosistema, omologazione e artefazione della rete alimentare, nonché progressiva crescita dell’inquinamento e della potenza distruttiva degli arsenali militari… comunque – mai dimenticarlo! – sempre direttamente proporzionali al progressivo potenziamento della scienza medica, dell’efficacia dei mezzi di locomozione, della salubrità degli ambienti di vita…. etc. etc.). Mentre, il dire poetico e le immagini dell’arte si sono evolute per conto proprio; non curandosi affatto di corrispondere alle esigenze del progresso tecnico e del sapere scientifico-filosofico che l’ha reso possibile. Sembrano provenire da una sorta di ‘incantamento’… che avrebbe reso certuni quasi ossessivamente intenti a trastullarsi con una bellezza “vaga”, che si sarebbe lasciata interpretare nei modi più diversi, indipendentemente da qualsiasi criterio di giudizio… in modo, almeno apparentemente, del tutto libero. I più direbbero… quasi a casaccio.

  1. Sia la filosofia che la poesia hanno a che fare con il discorso (con il logos) e quindi hanno una struttura radicalmente relazionale. A suo giudizio in che modo questa struttura relazionale si differenzia nella parola filosofica e in quella poetica?

Se dovessimo dire in sintesi cosa può aver reso così difficile e doloroso il rapporto tra poesia e filosofia potremmo evocare (ancora una volta, per l’ennesima volta) il famoso decimo libro della Repubblica, quello in cui Platone ci fa capire in modo molto chiaro per quale motivo gli artisti (o perlomeno, certi artisti) dovevano essere considerati pericolosissimi per la società e dunque per la polis: Platone ci spiega che gli artisti e i poeti, in virtù del proprio fare, “separano” ed “isolano” gli essenti. Perché li liberano dai legami grazie ai quali, solamente, i medesimi sembrano poter avere il significato che siamo soliti attribuire loro. Ecco, così facendo, il poeta e l’artista darebbero forma ad essenti che, non significando nulla (in quanto sorti da un gesto separante, volto a rompere i legami che costituiscono la prima condizione per poter aver a che fare con una cosa “dotata di un certo significato”), sono come puri phantasmata (fantasmi, realtà apparenti, che “non sono mai quello che sembrano essere”), costitutivamente “ingannevoli”. Anche Leopardi sapeva bene che proprio a questo avrebbe dovuto mirare il fare del poeta: a trasfigurare la significazione sempre precisa e ‘praticamente’ verificabile…. tanto cara al linguaggio comune e a quello della scienza, in un suono vago, indeterminato, intonato al fine di contrastare radicalmente la precisione di cui hanno invece bisogno gli uomini di scienza e i soggetti che vivono inscritti in una dimensione fondamentalmente pratica, come quella della quotidianità (dove una macchina per il caffè deve funzionare e riuscire a farci bere un buon caffè, dove una bicicletta o un’automobile devono funzionare consentendoci di accelerare o quanto meno rendere veloci i nostri spostamenti). Dunque, il linguaggio dell’arte, prima di istituire nuove e magari sorprendenti relazioni tra le cose del mondo, non dimentichiamolo mai: “rompe le relazioni” che consentono agli esseri umani impegnati nella prassi (al fine di raggiungere scopi più o meno nobili) di fare quello che di volta in volta di propongono di fare. L’arte e la poesia de-cidono, nel senso che recidono i legami sempre anche semantico-sintattici che danno forma al mondo per come tutti noi lo conosciamo. Producendo oggetti isolati; che chiamiamo opere d’arte – le quali, non a caso, vengono rinchiuse in quella sorta di spazi neutri e neutralizzanti, destinati ad isolarle… che tanto assomigliano ai campi di concentramento o ai manicomi di un tempo… spazi che chiamiamo musei, fondazioni, gallerie…. o libri, nel caso della poesia, che ci accompagneranno all’interno di un mondo inesistente, o di un’isola che non c’è, come quella governata dal mago Prospero (della Tempesta shakespeariana), in cui accadranno cose in grado di farci liberamente piangere o ridere senza che i fatti per i quali ridiamo o piangiamo ci coinvolgano personalmente, secondo quanto accade invece quando piangiamo o ridiamo nella vita reale.

  1. Forse un aspetto che non si mette mai sufficientemente in evidenza è che sia la filosofia che la poesia, essendo pensiero che si dice in parole, sono prima di tutto suono e quindi musica. È possibile ritenere che esista un fondo musicale, oltre che della parola, anche della parola che si fa pensiero o del pensiero stesso?

Certo, perché l’isolamento prodotto dal fare artistico, liberando l’essente dai condizionamenti che di norma lo vincolano al proprio significato (tendenzialmente univoco), irrigidendolo in una afasìa priva di risonanze, gli consentiranno nello stesso tempo di liberare il “proprio suono”. Di risuonare, cioè, cor-rispondendo ad una molteplicità che non la costringerà più a funzionare nel modo imposto da questa o quella significazione, ma al contrario gli consentirà di portare alla luce sempre nuove relazioni e di scoprire inedite consonanze… che consentiranno ad ognuno di noi di dare vita ad una vera e propria sinfonia. Alla luce della quale lo stare insieme delle cose tra loro e con noi potrà finalmente scoprirsi mobile, dinamico… libero di essere condotto lungo diverse direzioni, a seconda delle suggestioni che una rete mai statica di relazioni renderà di volta in volta percorribili. D’altro canto, l’aveva ben capito Merleau-Ponty, che anche nella vita pratica, in verità, se feriamo la coltre di nebbia che ci tiene lontani dal vero, lo vediamo bene… che le relazioni entro cui si disegna e si costruisce la nostra esistenza sono determinate, prima che dai significati (immobili o tendenzialmente statici come le idee platoniche), da accenti, ritmi, anticipi, ritardi, movenze – che, solo, ci consentono di riconoscerci ed intenderci. Rendendo per ciò stesso possibile una vita davvero unica e realmente irrinunciabile. Dove l’individuo non sia costretto a risolversi in un bene comune che sarà di tutti solo in quanto non sarà, in verità, di nessuno. Dove ogni minima inflessione del timbro e del ritmo possa liberare un essere irriducibile a qualsivoglia essenza, in quanto mai vincolabile al significato che purtuttavia ogni volta vorrebbe farci credere essere “il suo”. Consentendoci per ciò stesso di fare esperienza di quell’essere in quanto essere che Aristotele avrebbe voluto consegnare alla cosiddetta filosofia prima.

  1. Lei spesso si è confrontato con alcuni tra i massimi autori della poesia italiana, come Leopardi, Zanzotto, Luzi, per fare alcuni nomi. Cosa l’ha spinto a interrogare la parola di questi autori? Cosa ha cercato di trovare? A quali domande hanno contribuito a rispondere?

Proprio per quanto appena detto; cioè per il fatto che solo la parola poetica (e più in generale il linguaggio dell’arte) porta alla luce il puro essere delle cose; ossia, l’oggetto privilegiato della metafisica o filosofia prima. Insomma, credo che nulla possa rivelarsi così interessante, per lo sguardo filosofico, delle cose dell’arte, e quindi della parola dei poeti; che ci conduce appunto al cospetto dell’essere in quanto essere. Facendoci altresì fare reale esperienza dei paradossi connessi a questo medesimo essere; e innanzitutto alla sua aporia di fondo… in virtù della quale si dovrebbe riconoscere che davvero l’essere non si distingue mai da quel non essere da cui nello stesso tempo esso deve anche distinguersi. L’arte e la poesia ci mostrano cioè cosa comporti davvero quanto, dal punto di vista puramente speculativo, potrebbe anche venire concepito in modo puramente astratto: ossia cosa comporti, in rebus, il fatto che l’essere si dica solo nel suo originario negarsi (come ho cercato di mostrare nei miei lavori teoretici più impegnativi – come L’aporia del fondamento, Sulla negazione e Il tempo della verità). Cosa comporti cioè che, vedere e incontrare l’essere, significa incontrare la sua aporia originaria. E come, solo in virtù di questo negarsi, l’essere possa dirsi e mostrarsi in molti modi (per dirla con Aristotele). Perché, proprio per il fatto di non essere mai quello che pur sempre esso anche è (stante che, se non lo fosse, anche – l’essere che è –, non potrebbe neppure costituirsi il suo negarsi… come potrebbe darsi infatti una negazione senza il positivo in essa e per essa negantesi?), l’essere può venire colto davvero solo là dove, dei significati che sempre e comunque finiremo per incontrare, si saprà riconoscere il loro costituirsi innanzitutto come espressioni del loro originario non essere quello che sembrano essere. Ogni cosa, infatti, nelle parole di Luzi, di Zanzotto, ma anche di Leopardi, mostra insomma il proprio non dire mai quel che, di sé, ogni volta, comunque, finisce per dire. Ogni cosa, nella loro opera, diventa come un impenitente Jago (uno dei protagonisti dell’Otello di Shakespeare) che, pur dicendosi come ‘pipa’, dice sempre anche di non esser una pipa (Magritte queste cose le aveva capite molto bene!). Non a caso un grande poeta come Pessoa poteva chiedersi: “Dire cosa? Insomma, cosa ci è realmente concesso di dire? Cosa diciamo quando diciamo? L’uomo è libero sin tanto che dice, e può dire, sin tanto che non teme di dire – ma cosa, tale dire gli consente davvero di testimoniare? Le sue idee? Qualcosa relativo al mondo? Una verità? Solo menzogne? Il fatto è che, se non ci si decide a rispondere a queste domande, a rimanere del tutto vaga e improbabile è qualsivoglia supposta istanza di libertà connessa al coraggio ed alla capacità di dire. E se nelle cose non ci fosse ‘niente da capire’?” (in Il guardiano di greggi).

  1. Parlare è soprattutto correre un rischio. Correre il rischio di essere fraintesi, anzi del fraintendimento radicale, eppure dalle sue riflessioni il fraintendimento assume anche la luce di una possibilità. In che senso questa possibilità può manifestarsi?

Certo, e anche qui il discorso riprende da dove l’avevamo lasciato. Gli interrogativi posti da Pessoa lo mostrano con grande lucidità… che forse (come diceva anche Francesco De Gregori) non c’è proprio niente da capire… nel senso che, forse, da capire, c’è innanzitutto questo: il niente che in ogni positività è originariamente custodito. Non essendo, quest’ultima, mai quello che dice di essere. Senza peraltro volerci dire di essere, piuttosto, “qualcos’altro”. Ché di qualsivoglia altro significato si dovrebbe tornare a dire il suo non dire quel che dice – e quindi il non essere quel che il medesimo dice appunto di essere. Ma, se così stessero davvero le cose – come io credo –, allora il fra-intendimento apparirà come l’unico vero modo di intendersi. Di intendersi, cioè, abitando il frammezzo in cui l’uno non è mai uno, e neppure l’altro è mai altro; in cui ognuno, dunque, è il proprio altro. Dove, ci si fraintenderà davvero (nel senso di trovarsi condannati a prendere fischi per fiaschi), piuttosto, ogni volta che si cederà alla tentazione di intenderci attribuendoci questo piuttosto che quel significato, in modo pressoché univoco. Dove cioè si finisca per credere davvero che l’uno è uno e l’altro è altro. E dunque ci si allontani da quel “fra” in cui solamente si è ‘insieme’. Certo, dunque, il linguaggio della poesia è sempre foriero di fraintendimenti; ma questi fraintendimenti la poesia non li teme affatto, anzi li cerca, potremmo dire… li alimenta, li produce. Al contrario di quanto accade nel linguaggio quotidiano, dove si fa di tutto per cercare di non venire fraintesi… generando proprio per questo i più tragici fraintendimenti… che la realtà non si esime dal farci sperimentare con la potenza tragica che tutti abbiamo in qualche modo conosciuto. Capirsi, dunque, nel linguaggio della poesia, non significa riuscire ad individuare il corretto significato delle parole, sì che ci si possa intersoggettivamente accordare e stare tranquilli, senza rischiare che là dove io intenziono “una rosa” tu stia intenzionando “un sentimento amoroso”… (da fiorista, ad esempio, dovrò venderti una rosa, sapendo bene di venderti solamente una rosa, magari bella, di gradevole aspetto, cioè non avvizzita, senza volermi spacciare per venditore del sentimento che tu, compratore, magari vedi e riconosci in quella rosa… ché, se guardassi al sentimento che tu in essa e con essa vuoi significare, potrei tranquillamente venderti anche una rosa avvizzita… ché tanto non è la rosa che a te interessa, ma il sentimento che vuoi comunicare). Nel linguaggio della poesia non si comunicano dunque significati ma fraintendimenti, cioè modi di stare “fra” i significati, modi di stare insieme, che, in quanto consapevoli del niente che in essi ha sempre luogo, corrisponderanno ad un esaltante sentimento di “libertà” (stante che libertà significa non essere vincolati da nulla, o meglio non essere vincolati se non al nulla che rende ogni realtà paradossalmente capace di liberarci, innanzitutto, proprio dal suo “significato”).

  1. Nel famoso passo sulla ‘meraviglia’ (thauma) Aristotele afferma che essa è all’origine sia del mito, che nella Grecia si manifestava prevalentemente nella parola poetica, che della filosofia. Come, a suo giudizio, questo stato d’animo fondamentale viene declinato nelle due dimensioni?

Diciamo che mentre la poesia corrisponde alla meraviglia originaria “imitandola”, nel senso buono del termine… ossia ripetendola identica e limitandosi dunque a fare eco alla medesima… come per un riverbero destinato a propagarsi all’infinito, per cerchi concentrici mai esauribili….la filosofia, di fronte al mostrarsi come non essente da parte di quel che è (perché infatti ci meravigliamo di fronte ad una finestra, ad un tavolo o ad una rosa? Perché, se non per il fatto che quella finestra, quel tavolo e quella rosa ci dicono di non essere quello che sono, ossia, una finestra, un tavolo e una rosa? Non c’è infatti nulla di meraviglioso nell’essere finestra da parte di una finestra, che in quanto riconosciuta come tale, è nota, e dunque non può affatto meravigliarci – essa può dunque meravigliarci solo là dove si manifesti, “miracolosamente”, almeno rispetto alla doxa, come finestra che, di sé, dice appunto di non essere una finestra), si chiede come sia possibile che quel che non è (quel che è) sia. Perché l’essere e non il nulla? Si sarebbero chiesti prima Leibniz e poi Heidegger. Se le cose non sono, da dove, per esse, la possibilità di essere? E di mostrarsi come finestre, tavoli, rose, etc. La poesia, come già abbiamo cominciato a dire, “non si interroga” (perciò Leopardi la riteneva capace di rallegrare l’animo, nonostante ci mostri la medesima nullità messa in luce dalla filosofia – appunto perché non si trova condannata a vedere non corrisposta una domanda di senso come quella in cui la filosofia trasforma in ogni caso la domanda originaria “perché l’essere e non il nulla?”). La poesia, dunque, si limita a fare eco al niente delle cose… un’eco che può assumere infiniti timbri, infiniti ritmi… perciò la poesia e l’arte non si esauriranno mai.

  1. A suo giudizio è possibile per l’uomo contemporaneo, dominato dall’apparato tecnologico, un reincantamento verso il mondo, magari a partire proprio dal thauma?

Certo, è sempre possibile. Non c’è mondo che possa impedire che ci si incanti di fronte all’esserci di quel che c’è… che possa spegnere questa scintilla – in noi sempre viva, perché connaturata al nostro stesso essere non-essendo – da cui, solamente, arte e poesia possono scaturire… e talvolta diventare necessari quali condizioni di autentica libertà. Quella libertà che piace tanto al mio amico Giorello (un tema, quello della libertà, al quale il filosofo milanese ha dedicato di recente un gran bel libro)… e per cui tanti uomini hanno dato la vita, non verrà mai spenta, sin tanto che avremo occhi capaci di cogliere lo sconcertante esserci di quel che, propriamente, non c’è… eppur tanto ci coinvolge, seducendoci con una potenza tale da rendere spesso inessenziale tutto quel che l’anima “pratica” (di cui siamo sempre anche fatti) non può fare a meno di desiderare e cercare con tenace perseveranza. Si tratta infatti di una libertà che, come sapeva bene anche Kant, costituisce un’evidenza in base alla quale non potremo mai accontentarci della conoscenza dei fenomeni e delle loro leggi necessarie e necessitanti; perché il fenomenico, in cui pur siamo inscritti, non potrà mai esaurire i bisogni che ci chiamano dal profondo, e che non sono mai bisogni di questo o di quello (come quelli pratici), ma ci muovono sempre ed irresistibilmente a tentare un’esperienza che troppo spesso il mondo che abitiamo da “soggetti” sembra rendere impossibile. E che forse lo è, anche – almeno, da un certo punto di vista -, ma che nondimeno agli occhi del filosofo e del poeta (sia pur nella loro diversa declinazione) apparirà sempre assolutamente necessaria.

  1. In ultimo, il confronto con la poesia e con le forme d’arte in generale come si inscrive nel suo percorso filosofico?

Si tratta di un confronto che ho sempre avvertito come ineludibile; o quanto meno assolutamente centrale per la mia ricerca. In effetti io mi sono sempre mosso oscillando tra un interesse teoretico o metafisico e uno più specificamente estetico; appunto perché ho sempre riconosciuto nell’esperienza dell’arte una possibilità unica e decisiva per restituire alla mia ricerca una prova del fatto che quel che vado pensando ha qualche ragione per essere pensato. Del fatto che, ad esempio l’aporia del fondamento di cui ogni cosa mi sembra perfetta espressione non parli di qualcosa di evanescente e fumoso, privo di riscontro nella realtà, ma trovi proprio nelle parole della poesia e nelle immagini dell’arte la prova più eclatante della propria plausibilità. E che, ad esempio, quella “negazione” che da tempo cerco di ripensare, liberandola dalla nefasta opera di riduzione con cui la si continua a far valere come semplice indicazione di una generica alterità, trovi una perfetta esemplificazione nel “non” in virtù del quale ogni vera opera d’arte rifiuta di farsi irretire entro uno schema concettuale volto ad esplicitarne il supposto autentico “significato”. Insomma, per me il confronto incessante e ravvicinato con le grandi espressioni dell’arte è momento essenziale di una ricerca che rimane comunque “metafisica” e volta a cercare di testimoniare quella verità che, per quanto si continui a ripetere che mai potremo trovare e catturare, deve venire comunque riconosciuta come quel massimamente noto (e che debba essere concepita come il massimamente noto è ricavabile dal semplicissimo fatto che non avrebbe alcun senso riferirsi ad una verità che ricercheremmo senza sapere nulla di essa… d’altro canto, se davvero nulla sapessimo di essa, non avrebbe alcun senso considerarsi filosofi, ossia amanti di una verità che significherebbe per noi tanto quanto abracadabra)… che, spesso proprio perché così noto ed evidente, fatichiamo a riconoscere. Così come fatichiamo a riconoscere il senso autentico di quell’arte che pur si palesa ogni volta, e con la massima evidenza, quale perfetta testimonianza di una verità che, proprio come la lettera rubata di Allan Poe, forse, non vediamo mai… proprio perché l’abbiamo sempre davanti agli occhi.

Grazie.

Il corpo del discorso: Des Esseintes e la tarda latinità (seconda parte)

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(articolo già apparso, tradotto in francese e lievemente rimaneggiato, nel “Bulletin de la Société J.-K. Huysmans n. 107″). Prima parte qui

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Come detto, la letteratura di fine Ottocento ha spesso proposto l’immagine della decadenza romana, dell’Impero agonizzante sotto i colpi delle invasioni, e collassato sul proprio degrado morale e politico (chiaro capovolgimento dell’ottimismo moderno). Nel discorso dell’esteta, però, il disfacimento di una civiltà fa tutt’uno con quello della sua lingua classica. Il parallelismo tra la letteratura latina e quella francese avviene così sotto il segno di una metafora scandalosa, quella di un corpo moribondo che proprio nei suoi rantoli dirà le cose migliori :

En effet, la décadence d’une littérature, irréparablement atteinte dans son organisme, affaiblie par l’âge des idées, épuisée par les excès de la syntaxe, sensible seulement aux curiosités qui enfièvrent les malades et cependant pressée de tout exprimer à son déclin, acharnée à vouloir réparer toutes les omissions de jouissance, à léguer les plus subtils souvenirs de douleur, à son lit de mort, s’était incarnée en Mallarmé, da la façon la plus consommée et la plus exquise. […]
C’était l’agonie de la vieille langue qui, après s’être persillée de siècle en siècle, finissait par se dissoudre, par atteindre ce deliquium de la langue latine qui expirait dans les mystérieux concepts et les énigmatiques expressions de Saint Boniface et de Saint Adhelme.
Au demeurant, la décomposition de la langue française s’était faite d’un coup. Dans la langue latine, une longue transition, un écart de quatre cents ans existait entre le verbe tacheté et superbe de Claudien et de Rutilius, et le verbe faisandé du VIIIe siècle. Dans la langue française aucun laps de temps, aucune succession d’âges n’avait eu lieu; le style tacheté et superbe des de Goncourt et le style faisandé de Verlaine et de Mallarmé se coudoyaient à Paris, vivant en même temps, à la même époque, au même siècle.
Et Des Esseintes sourit, regardant l ‘un des in-folios ouverts sur son pupitre de chapelle, pensant que le moment viendrait où un érudit préparerait pour la décadence de la langue française, un glossaire pareil à celui dans lequel le savant du Cange a noté les dernières balbuties, les derniers spasmes, les derniers éclats, de la langue latine râlant de vieillesse au fond des cloîtres.19

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