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Su Rodolfo Walsh

 

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

Su Rodofo Walsh

Libri:

Operazione Massacro, traduzione di Elena Rolla, La Nuova Frontiera, 2011, € 12,00, ebook € 8,49
Il violento mestiere di scrivere, traduzione di Stefania Marinoni, La Nuova Frontiera, 2016, € 12,50
Fucilati all’alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárezdi Roberto Ferro, trad. di Agnese Guerra, Arcoiris 2013, € 12,00

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di Martino Baldi

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Per un uomo rigoroso, ogni anno diventa più difficile decidere qualunque cosa senza destare il sospetto di stare mentendo o di sbagliarsi.

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Operazione Massacro è un libro che non dovrebbe mai finire fuori catalogo. Sempre sia lodata dunque la casa editrice  La Nuova Frontiera di Roma per aver riproposto a dieci anni dalla prima edizione italiana, uscita per Sellerio nel 2002, il capolavoro di Walsh (nella traduzione di Elena Rolla e con una introduzione di Alessandro Leogrande), tassello non isolato di un prezioso costante lavoro di diffusione della letteratura sudamericana in Italia, di cui è tra gli editori indipendenti uno dei maggiori baluardi. Operazione Massacro non è infatti un libro qualsiasi. Da un punto di vista letterario Walsh nel 1957 anticipa di quasi un decennio quel A sangue freddo di Truman Capote che viene pressoché universalmente considerato il capostipite della letteratura non-fiction ma, quel che più conta, è che quella di Walsh va inserita nel novero delle più alte testimonianze del secondo Novecento di resistenza dell’umanesimo a ogni barbarie e a ogni incarnazione del male nella Storia.

Il libro è il racconto di un massacro misconosciuto commesso nel 1956, a José León Suárez, un sobborgo di Buenos Aires, dalle forze della “Rivoluzione Liberatrice” antiperonista in Argentina. La sera del 9 giugno 1956 un gruppo di civili, senza alcuna colpa salvo quella di essersi riuniti per seguire insieme un incontro di pugilato alla radio in contemporanea con una sollevazione popolare peronista in altri luoghi del paese, viene prelevato dalla polizia, sequestrato per alcune ore e infine sottoposto a un’esecuzione sommaria per fucilazione. Alcuni di loro riescono a sfuggire anche al colpo di grazia ed è a partire dalle loro testimonianze raccolte in segreto, nonché ad un alacre e pericolosissimo lavoro di ricerca delle prove, che Walsh riesce a ricostruire l’accaduto minuto per minuto, inchiodando alle loro responsabilità gli uomini del regime del generale Aramburo e il generale stesso.

La narrazione, preceduta da un prologo in cui Walsh racconta come si trovò precipitato nel cuore degli eventi, è scandita in tre parti (Le persone, I fatti, Le prove) come in un vero dossier investigativo, e procede di traccia in traccia mescolando gli strumenti dell’indagine giornalistica e giudiziaria con quelli della narrazione poliziesca – di cui Walsh era già un riconosciuto maestro. Il tocco dello scrittore è secco, serrato, come in un noir senza troppe concessioni allo stile. Del resto non ha bisogno di enfatizzare alcunché, di giocare con i registri linguistici o costruire intrecci da fiato sospeso. I fatti sono di per sé già così tenacemente allo stesso tempo reali e inverosimili (eppure, lo scopriremo col tempo, così tragicamente comuni) da tenere il lettore col fiato sospeso fino alla fine. Le diverse testimonianze dei sopravvissuti costituiscono già il più agghiacciante degli intrecci. Se la sensibilità del grande scrittore si vede dal sapere scegliere gli strumenti adatti e rinunciare all’uso eccessivo di altri, in questo caso Walsh ci offre un esempio impareggiabile di misura, limitandosi ad agire sul ritmo e sul montaggio per trasformare una serie di eventi, notizie e testimonianze in una macchina narrativa infernale.

L’indagine di Walsh, naturalmente, non ebbe esiti giudiziari; fu insabbiata e i colpevoli restarono impuniti dalla giustizia ordinaria. Quel massacro resterà uno dei tanti sanguinosi episodi impuniti che costellano la storia delle dittature argentine del secondo Novecento. Segnò invece l’esistenza di Walsh, che da pacifico giocatore di scacchi e scrittore di racconti polizieschi, investito dalla Storia, non seppe tenere sotto controllo il suo spirito di dignità e giustizia, come invece si esigeva in quegli anni in America Latina da un cittadino che volesse vivere a lungo. E infatti il giornalista e scrittore, all’epoca del massacro poco più che trentenne, non visse a lungo. Dopo un periodo di militanza a vario titolo, giornalismo, scritture e semiclandestinità, il 24 marzo 1977 inviò alla redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri una Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare, in cui si denunciavano le nefandezze e le violenze del regime militare istituito l’anno prima dal generale Videla. La Lettera è pubblicata in Appendice a Operazione Massacro. Il giorno dopo averla inviata, Rodolfo Walsh fu sequestrato in un’imboscata mentre diffondeva la sua lettera, e da allora compare nella lista dei desaparecidos, le persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente per essere sospettate di avere compiuto attività “anti governative”, e delle quali si persero per sempre le tracce. Tra il 1976 e il 1983 si calcola che furono circa 30.000. Walsh sarebbe arrivato al campo di concentramento già morto e il suo cadavere sarebbe stato esposto dai militari come trofeo. Bisognerà attendere molti anni per veder pubblicata la sua lettera, che in Italia è stata tradotta per la prima volta nel 2004 e compare in questo caso per la prima volta in volume.

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Una frase lunga un libro #33: Rodolfo Walsh, Fotografie

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Una frase lunga un libro #33: Rodolfo Walsh, Fotografie, La Nuova Frontiera, 2014. Traduzione di Anna Boccuti e Elena Rolla; € 17,00, ebook € 6,99

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E adesso nessuno può dire che non le ho intimato l’alt, come di rigore, a cui lei non ha risposto, e che non ho sparato un colpo di avvertimento, come dice il regolamento, e poi ucciso un sospetto che mi stava venendo addosso con la bicicletta. Anche se lo sconosciuto è lei mio tenente, e sta boccheggiando sull’erba e mugola mentre la palpeggio come se fosse una donna, come se fosse Julia, e trovo il caricatore che mi ha tolto e lo getto nel canale prima che arrivino le altre sentinelle bianche per la luna e per la fifa. Se lei avesse ancora un attimo, ma non ce l’ha, le spiegherei dell’altro caricatore che mi ero nascosto tra le gambe, lì in quel posto.

Rodolfo Walsh è stato un grande giornalista investigativo, la sua biografia ha del leggendario. Walsh è l’uomo che intercettò e decodificò un messaggio della Cia circa l’operazione Baia dei porci, quella decodifica permise a Fidel Castro di prepararsi all’eventuale arrivo degli Americani. Walsh è l’uomo che ha scritto il celeberrimo Operazione massacro (la Nuova Frontiera, 2011), epocale testimonianza giornalistica degli anni del peronismo. Walsh è desaparecido dal 25 marzo 1977, perché è l’uomo che scrisse la famosa lettera aperta al generale Videla. Le testimonianze, però, dicono che arrivò al campo di concentramento già morto e che il suo cadavere fu esposto come un trofeo. Walsh è l’uomo che ha scritto racconti bellissimi, i migliori sono raccolti in Fotografie, il più famoso  è probabilmente Quella donna che narra la storia del trafugamento del cadavere di Evita Perón, che nel 1999 ha vinto il premio come miglior racconto argentino del XX secolo.

Fotografie è il libro che svela a noi lettori come il grande giornalista fosse anche un finissimo narratore. Walsh ha il tocco, il dono tipico di alcuni scrittori sudamericani, quella capacità di fondere finzione a situazione reale, il saper ricorrere all’allusione. Lo scrittore argentino si muove su più strati e diverse sono le tecniche usate in queste storie. Spesso la patina della magia o della suggestione fanno muovere i personaggi e fanno sì che siano felici o disperati, ma i motivi che scatenano i sentimenti sono prossimi alla realtà, a situazioni di povertà reale, accennano alla corruzione politica, evidenziano quanto conti il potere in Argentina, che ad esercitarlo siano un prete, un ufficiale, un proprietario terriero. La frase riportata in alto è pronunciata da una sentinella, ha appena ammazzato l’ufficiale che passa per il controllo del turno di guardia, ebbene noi non sappiamo perché lo abbia fatto, il racconto è tutto in prima persona, il soldato quasi sempre parla della sua donna, donna che non potrà raggiungere quella notte, donna che immagina già con un altro, pensa al tenente, pensa a quando arriverà, finge di addormentarsi, poi agirà. Non odia il tenente, noi possiamo immaginare, ognuno lo faccia a modo proprio, possiamo immaginare una voglia di vendetta, di reazione al potere e alla noia, vendetta per amor mancato o perduto, possiamo pensare che il soldato, che non improvvisa, abbia individuato nel tenente la concentrazione di ogni torto subito, di ogni speranza venuta a mancare, che lo ammazzi per solitudine e per paura. Questo fa Walsh, ma lo fa con quella prosa e quel ritmo e incanta.

I racconti si alternato tra brevi e più lunghi, incredibilmente bello è Foto (Walsh dice che è quello che gli è costato più fatica). È costruito proprio come un album fotografico, ogni paragrafo è uno scatto, ogni scatto è un’immagine ed è anche quello a cui l’immagine rimanda, dell’album fotografico ha la misura e l’alternanza, e dentro c’è tutto. La storia di una famiglia, di un’altra famiglia che andrà a costruirsi, una corrispondenza, un amico ribelle e perduto. Un altro racconto parla di giovani orfani che vivono, crescono e imparano, si formano dentro quattro mura, tra immaginazione e speranze. E non voglio rovinare lo stupore del lettore che si troverà davanti a Nota a piè di pagina, per cui mi fermo. Rodolfo Walsh è uno scrittore che mi è diventato subito caro e che continuerò a leggere, più avanti ci occuperemo anche degli altri libri tradotti in Italia, intanto buona lettura.

[…] in particolare Gunning, che trent’anni dopo continua a figurare nelle zone dell’antica memoria, circonfuso d’oro alla luce di un sole abbondantemente tramontato, nel momento unico della rovesciata che aveva regalato alla sua squadra un clamoroso trionfo: le gambe in aria, la testa quasi a sfiorare il suolo, lo scarponcino sinistro che sparava all’indietro quel tiro tremendo che era entrato fischiando tra i pali avversari.

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

Alan Pauls – Storia dei capelli (recensione di Martino Baldi)

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Alan Pauls – Storia dei capelli , Sur, 2012, traduzione di Maria Nicola – €  15,00 – ebook € 9,99

Non c’è giorno che lui non pensi ai capelli. A tagliarli molto o poco, a tagliarli subito, a lasciarli crescere, a non tagliarli più, a farsi rapare a zero, a radersi la testa per sempre. La soluzione definitiva non esiste. È condannato a tornare incessantemente sulla questione. Sempre così, schiavo dei capelli, finché crepa, magari. E perfino dopo. Non ha forse letto che… che i capelli crescono anche… o erano le unghie?

Il magnifico Roberto Bolaño lo definì uno dei più grandi scrittori latinoamericani viventi e forse il motivo per cui Alan Pauls piaceva tanto a Bolaño è lo stesso Pauls a dircelo, parlando del grande scrittore cileno in una intervista rilasciata a Valerio Rosa, giornalista de l’Unità: “Credo che Bolaño sia riuscito a mettere insieme due tradizioni apparentemente incompatibili: quella selvaggia, spontanea, avventurosa, beatnik, alla Kerouac, con quella colta, letteraria e concettuale, alla Borges, recuperando una certa energia, propria degli anni 70, per renderla romantica. Ha trasformato la sconfitta del sogno rivoluzionario in un sogno poetico”. Sintesi poetica tra posizioni apparentemente inconciliabili, dunque: è questa la lezione di Bolaño, vero e proprio compimento della vocazione peculiare della letteratura sudamericana, con la sua capacità di tenere insieme fantasia e impegno, leggerezza e profondità, come forse nessun altra letteratura è mai riuscita a fare.
Proprio in questo solco si inserisce lo scrittore Pauls e, in particolare, la sua trilogia delle “storie” dedicata giustappunto agli anni 70: Storia del pianto, Storia dei capelli, Storia del denaro. Definita dallo stesso autore “trilogia della perdita” in un’intervista apparsa su “Il Manifesto” qualche anno fa (“direi che sono libri sulla perdita, su quanto c’è di irreversibile nella perdita”), la trilogia è stata composta tra il 2007 e il 2013. In Italia Fazi ha pubblicato il primo romanzo nel 2009, per poi lasciare il compito di concludere l’opera a Sur, casa editrice indipendente mai abbastanza celebrata per il magnifico lavoro che da anni ha intrapreso per la diffusione della letteratura ispanoamericana in Italia.

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Nuova poesia latinoamericana. #8: Claudia Masin

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA 

Claudia Masin

Claudia Masin

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

 

Claudia Masin (Argentina, 1972). Scrittrice e psicanalista. Vive dal 1990 a Buenos Aires. Coordina laboratori di scrittura. Ha pubblicato le raccolte di poesia Bizarría (1997), Geología (2001), La vista (2002, ristampato nel 2012) El secreto. Antología (2007), Abrigo (2007), La plenitud (2010), e il libro di fotografie e poesie El verano (2010). Il suo libro La vista ha ottenuto all’unanimità il Premio ‘Casa de América’ in Spagna nel 2002 ed è stato pubblicato dalla casa editrice Visor di Madrid. Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese e portoghese. È stata co-direttrice delle marche editoriali “Abeja Reina” e “Curandera”. Ha creato e coordinato, insieme ad artisti di diverse discipline, cicli di poesia, musica e immagine, come “El pez que habla”, “La musik” e “El gallo y la luna”. Le sue poesie appaiono in diverse antologie latinoamericane.

 

POLIGRAFÍA

Escribías con una piedrita en la tierra tu nombre, palabras
al azar: arena, río, spider man. Como si creyeras que una historia
se escribe por la suma, la discreta acumulación de partículas.
O como si dibujar una casa bastara para poder habitarla. Pero
¿quién vive una vida real en una casa dibujada?

Hay un ligero, sutil desasosiego en las largas horas
de la siesta, que hace que todos prefieran dormir. Aún así,
resistías despierta. Es extraño pensar en una vigilia en pleno día,
cuando nada escapa a la visión y cada sonido resuena
amplificado en el silencio.

Los climas violentos crean una sensación de inminencia,
la ilusión de que nada va a quedar igual después del vendaval
o del calor intenso: una fiesta que se celebra
por un acontecimiento imaginario. Y es la imaginación,
y no los hechos, quien te deja asombrada una y otra vez
frente a cosas idénticas.

En esa hora en que son intensas niñez y desdicha,
como agujas en preciosa sincronía, ¿cuál
sería el objeto de tu espera? ¿Un naufragio, un estallido,
acaso el descubrimiento de la tristeza,
esa grieta que modifica tu mundo para siempre?
No es otra cosa que ese momento
lo que dirían las palabras, si alguna palabra
dijera alguna vez algo cierto.

(de Geología, 2001)

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POLIGRAFIA

Scrivevi con un pietruzza il tuo nome nella terra, parole
a caso: sabbia, fiume, spiderman. Come se credessi che una storia
si scrive attraverso la somma, il discreto accumularsi di particelle.
O come se disegnare una casa bastasse a poterla abitare. Però
chi vive una vita reale in una casa disegnata?

C’è una leggera, sottile inquietudine nelle lunghe ore
della siesta, che fa in modo che tutti preferiscano dormire. Anche così
resistevi sveglia. È strano pensare ad una veglia in pieno giorno,
quando nulla sfugge alla vista e ogni rumore risuona
amplificato nel silenzio.

I climi violenti creano una sensazione di imminenza,
l’illusione che nulla resterà uguale dopo la tempesta
o il calore intenso: una festa che si celebra
per un evento immaginario. Ed è l’immaginazione,
e non i fatti, che ti lascia meravigliata ancora ed ancora
davanti a cose identiche.

In quell’ora in cui sono intense l’infanzia e la disgrazia,
come lancette in preziosa sincronia, quale
sarebbe l’oggetto della tua attesa? Un naufragio, un’esplosione,
forse la scoperta della tristezza,
quella crepa che modifica il tuo mondo per sempre?
Non è altro che quel momento
quel che direbbero le parole, se qualche parola
dicesse una volta qualcosa di certo.

(da Geología, 2001)

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Nuova poesia latinoamericana. #4: Carlos J. Aldazábal

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA 

Carlos J. Aldazábal

Carlos J. Aldazábal

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

 

Carlos J. Aldazábal (Argentina, 1974). Ha pubblicato le raccolte poetiche La soberbia del monje (1996), Por qué queremos ser Quevedo (1999), Nadie enduela su voz como plegaria (2003), El caserío (2007), Heredarás la tierra (2007), El banco está cerrado (2010), Hain, el mundo selknam en poesía e historieta (con le illustrazioni di Eleonora Kortsarz, 2012) e Piedra al pecho (2013). Alla sua poesia sono stati conferiti numerosi premi. Aldazábal è stato incluso in diverse antologie e tradotto parzialmente in inglese e in italiano.

 

 

TIGRE

 

Felino sí.
Probablemente puma o simple gato:
la madera tallada no transmite verdades
y a un tigre de madera no se le ven dibujos.

Faltaría un pintor, alguien que con minucia
le decore el hocico, las patas, los costados,
para que la madera forme al tigre,
espejismo de rayas, pura voluntad de artesanía.

Luego sí, vendrá algún domador hecho de plomo:
acercará la silla, y al oído del tigre
escupirá verdades hasta formar la jaula.
Con un poco de alambre cubierto de algodones
construirá un gran aro para que el tigre salte
y el fuego lo consuma, como consume el fuego la madera.

¿Y si el tigre le ruge? ¿y si el tigre no salta?
¿si la silla se rompe y el domador tropieza?
¿y si el fuego perdona los colores del tigre
y se encarga del plomo y lo convierte en río,
y el tigre va y se baña, como hacen los tigres
que no son de madera, y se queda sin jaula?

¿Entonces se sabrán los dibujos del tigre?

¿O será por el agua, su devenir, sus ríos,
que Heráclito hablará de las certezas?

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TIGRE

Felino sì.
Probabilmente puma o semplice gatto:
il legno intagliato non trasmette verità
e in una tigre di legno non si vedono disegni.

Servirebbe un pittore, qualcuno che con minuzia
gli decori il muso, le zampe, i fianchi,
perché il legno formi una tigre,
miraggio di strisce, pura volontà di artigianato.

Dopo sì, arriverà qualche domatore fatto di piombo:
avvicinerà la sedia, e all’orecchio della tigre
sputerà verità fino a formare una gabbia.
Con un po’ di fil di ferro coperto di cotone
costruirà un grande cerchio perché la tigre salti
e il fuoco la consumi, come il fuoco consuma il legno.

E se la tigre ruggisce? E se la tigre non salta?
se la sedia si rompe e il domatore inciampa?
e se il fuoco perdona i colori della tigre
e si incarica del piombo e lo tramuta in fiume,
e la tigre va e si bagna, come fanno le tigri
che non sono di legno, e rimane senza gabbia?

Allora si sapranno i disegni della tigre?

O sarà attraverso l’acqua, il suo divenire, i suoi fiumi,
che Eraclito parlerà delle certezze?

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Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa

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Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa – La Nuova Frontiera, 2013 (trad. di Francesca Lazzarato)

 

Alina Cerunda era bella, nonostante i suoi settant’anni. Chi dice che non lo fosse, mente. I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti e questo li rovina. So da buona fonte che non faceva mai il bagno. Impeccabilmente pettinata, con i capelli cotonati anche quando dormiva, sembrava pulita. Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro.

Chi è Alina Cerunda? Non sappiamo nulla di lei, eppure ci pare, subito, di conoscerla. Anzi, ci pare di ricordarla, così come la sta ricordando la protagonista de La promessa di Silvina Ocampo. Qual è l’idea che abbiamo dei vecchi? Intanto, qual è l’età giusta per dire vecchio? Non certo, non più, quella dei settant’anni di cui scrive la Ocampo. Il vecchio per noi è, forse, un’età più avanzata, ma noi vediamo perfettamente Alina, e la vediamo vecchia, vecchia di quel tempo, nel tempo per lei pensato dalla scrittrice argentina. Vecchio che ci appare magico e, addirittura, logico. La Ocampo fa, molto spesso, in tutta la sua opera, il gioco di mettere e togliere, di verità e finzione, caro a lei e al suo grande amico ed estimatore Borges. Ci dice che Alina è vecchia e bella, ma sottintende che qualcuno sostiene il contrario, mentendo. Nega, un momento dopo, la bellezza, I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti. La loro rovina. Sono i volti o sono gli abiti? La protagonista sta ricordando: con che occhi ricorda? Quelli da bambina o da adulta? Dove finisce il ricordo e dove comincia l’immaginazione? La Ocampo prosegue, un’altra voce (è un pettegolezzo?) sostiene che Alina non facesse mai il bagno, e un attimo dopo ritorna il ricordo che è l’opposto: Impeccabilmente pettinata… anche quando dormiva, sembrava pulita. E chiude con ciò che chiarisce o confonde del tutto: Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro. La Cerunda non è più soltanto una persona, ma un’immagine dipinta in un quadro, e in quel quadro, in quello spazio, tutto è vero. Possono coesistere il non lavarsi e il sembrare pulita. Il verbo sembrare potrebbe dirsi il preferito da molti scrittori sudamericani. La bellezza e la rovina del travestimento.
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Poesia latinoamericana #2: Alejandra Pizarnik

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Prosegue con i versi di Alejandra Pizarnik la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scroso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Alejandra Pizarnik

ALEJANDRA PIZARNIK

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Alejandra Pizarnik (Argentina, 1936 ‑ 1972). Considerata una delle maggiori poetesse dell’America Latina, la sua influenza è stata enorme per le nuove generazioni di scrittori. Il crescente interesse risvegliato da questa poetessa è sottolineato dagli innumerevoli studi e saggi dedicati alla sua opera. Nel 1960 viaggia a Parigi dove entra in contatto con grandi intellettuali dell’epoca, come Sartre, Simone de Beauvoir e Marguerite Duras, oltre che con scrittori del calibro di Octavio Paz e Julio Cortázar. Tra i suoi libri si ricordano: La tierra más ajena (1955), La última inocencia (1956), Las aventuras perdidas (1958), Árbol de Diana (1962), Los trabajos y las noches (1965), Extracción de la piedra de la locura (1968) e El infierno musical (1971). Muore suicida il 25 settembre del 1972, a causa di una overdose di seconal. Nel 2000 la casa editrice Lumen pubblica la sua Poesía completa, e nel 2002 appare, sempre ad opera della stessa casa editrice, la sua Prosa completa.

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ÁRBOL DE DIANA

14

El poema que no digo,
el que no merezco.
Miedo de ser dos
camino del espejo:
alguien en mí dormido
me come y me bebe.

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16

Has construido tu casa,
has emplumado tus pájaros,
has golpeado al viento
con tus propios huesos.
Has terminado sola
lo que nadie comenzó.

. (altro…)

Bioy Casares a cento anni dalla nascita

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Cento anni fa nasceva a Buenos Aires Adolfo Bioy Casares, che il pubblico italiano conosce soprattutto per le opere scritte con Jorge Luis Borges (tra queste, Sei problemi per Don Isidro Parodi, Il libro del cielo e dell’inferno). Il suo romanzo del 1940 L’invenzione di Morel, particolarmente apprezzato da Borges e da Octavio Paz, ebbe anche in Italia, nel 1974, una trasposizione cinematografica,  con Emidio Greco, in quell’occasione, al  primo film come regista.  Nel centenario della nascita di Bioy Casares – in questo anno 2014 ricorre anche il quindicesimo anniversario della morte –  proponiamo l’incipit di Progetti per una fuga al Carmelo, una delle sue Historias Desaforadas, raccolte in Italia nel volume L’orologiaio di Faust, dal titolo di uno dei racconti.

Planes para una fuga al Carmelo

Al professor lo irritaba la gente que se lebantaba tarde, pero no quería despertar a Valeria, porque a ella le gustaba dormir. «Pone mucha aplicación» pensó, mientras contemplaba el delicado perfil y la efusión roja del pelo de la chica sobre la almohada blanca.
El profesor se llamaba Félix Hernández. Parecía joven, como tantas personas de su edad en aquella época (veinte años antes, hubieran sido viejos). Era famoso, aun fuera del mundo universitario, y muy querido por los alumnos. Se consideraba afortunado porque vivía con Valeria, una estudiante.
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Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

Stasera sarà Argentina – Olanda e questo racconto parla di un’altra Argentina – Olanda, di Mario Kempes, di un bambino a cui piaceva il calcio, di dittatura e di sogni

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Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

 

Prologo

Sono le tredici e dieci del 26 giugno 1978, ora di Buenos Aires. La notte prima, i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali di calcio, da parte dell’Argentina, hanno inebriato tutto il paese. Nelle stanze del ritiro dei campioni, c’è ancora grandissima euforia, tutti sono contenti, tutti sono pronti a ricevere le medaglie e gli onori del caso. Tutti meno uno. Mario Kempes è chiuso in bagno da più di un’ora, Daniel Bertoni (suo compagno di stanza) è agitato, chiede a Mario di sbrigarsi. Kempes non uscirà, il capocannoniere del Mundial non è contento. Mario Kempes ha finito lo shampoo.

21 giugno 1978: Quiroga

Non c’è nessuno più argentino di me, sì lo so che gioco nel Perù. E allora? Vuoi sapere com’è andata? Io sono un buon portiere, ho giocato nel Rosario Central (sì Rosario, proprio dove giocheremo tra un…

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Davide Orecchio – Stati di grazia

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Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

 

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. Per Davide Orecchio le parole sono un po’ come le onde, e come le onde fanno avanti e indietro, si sollevano, si ritraggono, fanno schiuma, sbattono sugli scogli, muoiono sulla battigia, lì dove lo scrittore mette il punto. Questo libro è pieno d’acqua, acqua salata che va dalla Sicilia all’Argentina, dall’Argentina a Roma e racconta una storia terribile e meravigliosa, tragica e d’amore. Orecchio ha scritto una storia di abbandoni, dove ogni abbandono è legato all’altro; dove ogni personaggio è perduto e ritrovato, e tra la sparizione e la ricomparsa c’è il mutamento, c’è, come quando si ricompone un silenzio, lo stato di grazia.

Uscito con Pietro per fumare e fianco a fianco m’ha chiesto: «Allora come va la vita?»; questione che s’è staccata da me per colare lontano, dov’era peraltro la mia risposta.

Eccolo il primo abbandono. Un uomo che non c’è più parla a un uomo che non vuole più esserci. Uno fingerà di partire e un altro partirà al posto suo. Qualcuno abbandona la scuola, qualcuno la famiglia, qualcuno la propria storia. Dove una vita smette ne comincia un’altra. Un documento d’identità indossa un altro nome e così cambia pure la pelle. Si può sparire senza fare un metro oppure attraversando l’oceano, ed eccola l’Argentina, che da immagine su una rivista diventa luogo, posto, diventa mondo nuovo. Vecchio e nuovo sono, però, poli interscambiabili e questo romanzo ce lo dimostrerà. Pietro, Paride, Angela, Bartolo, Aurora, Diego, Arturo, Rosa, Johnny, Matilde: questi i personaggi principali. Anime che si incroceranno, si legheranno e spariranno scaraventate via. La Sicilia degli anni cinquanta, l’Argentina delle dittature, delle sparizioni. L’Argentina del dolore e della fuga. Poi Roma, dove forse sta la salvezza ma non la pace. La morte, il tradimento, l’amore perduto, la malinconia, la durezza e la Dittatura, tutto partecipa all’abbandono, alla solitudine degli attori di Orecchio. Eppure a nessuno di questi manca mai la forza, a nessuno viene meno la tenerezza. Dove tutto si ricompone, anche se solo per un attimo, lì si manifestano gli stati di grazia.

dove iniziano ad affiorare gli scomparsi: gente sparita da mesi torna a farsi vedere e i testimoni assistono al ricomporsi delle fattezze.

Davide Orecchio scrive in maniera splendida e unica, inventa e padroneggia un nuovo linguaggio, in cui le parole dondolano, giocano di sponda, rimbalzano. Un linguaggio che vede i verbi a volte ridotti all’osso, ma che non perde mai il ritmo. Un linguaggio che è il filo che lo scrittore ha tessuto per noi, annodando fatti reali alla pura, fantastica, finzione. Può succedere, per fortuna, ancora, di innamorarsi prima del suono delle parole e poi di quello che raccontano e di provare una sincera ammirazione. Anche per il lettore sono previsti degli stati di grazia, come quando durante il viaggio appare, dietro una curva, qualcosa di non previsto, una luce inattesa.

Poi la corriera ha suonato l’ora di ripartire e m’alzo e scopro che mi sono appena messa al mondo, lì sulla sabbia del fiume dove ho deciso di nascere. E, partoritami, sono tornata al sedile. Sono tornata al viaggio.

 

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© Gianni Montieri

in-side stories #28: Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

Biennale architettura 2010 - foto gm

in-side stories #28  Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

«Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione.» Sandoval, uno dei personaggi principali del bellissimo film Il segreto dei suoi occhi (film del regista argentino Juan José Campanella, premio Oscar come miglior film straniero del 2010), pronuncia questa frase rivolto a Esposito, suo superiore e amico. I due stanno svolgendo un’indagine, cercano un assassino/stupratore, Sandoval dice quelle parole compiendo un ragionamento sulla loro inettitudine.

Ho rivisto il film da poco tempo. Quasi negli stessi giorni Antonio Moresco in un interessante articolo uscito su Ilprimoamore raccontava quale fosse la cosa alla quale non avrebbe potuto assolutamente rinunciare (lui la chiamava dipendenza): camminare di notte. Tutte le notti, d’estate e d’inverno. Con pioggia, neve, vento o afa. O niente. Tutte le notti da un capo all’altro di Milano. Ho cominciato a pensare a «tutte le persone» proprio come dice Sandoval nel film «ma a quella persona», a una persona, cioè a me stesso. Tolto l’amore e gli affetti, qual è la cosa alla quale non potrei rinunciare? Domanda apparentemente semplice ma non così semplice. Riflettevo sulle varie possibilità e mi risultavano tutte, più o meno, scontate. Ma, evidentemente, nessuna passione lo è. Continuava a restare fissata nella memoria l’espressione di Sandoval − «Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione» −, si riproduceva nella mia testa come un mantra. Nel frattempo sono successe due cose che mi hanno colpito particolarmente: (A) il Napoli è stato eliminato dalla Champions League, pur avendo totalizzato un numero assai rilevante di punti; (B) ho riletto per la seconda volta (e adesso per una terza volta) Dieci Dicembre di George Saunders (ed. Minimun fax, 2013). Il punto A mi ha procurato sconforto, delusione, sgomento, tristezza, incazzatura. Il punto B mi ha regalato gioia, ammirazione, comprensione, bellezza, illuminazione. Il rapporto A/B potrebbe essere esemplificato in questa maniera: Ogni eliminazione dalla Champions League è dolorosa / Ogni frase di George Saunders è illuminata. Arrivato a questo punto mi è venuto spontaneo chiudere il ragionamento: le due grandi passioni della mia vita, quelle che non posso cambiare, sono: Il calcio e la lettura. Ma come dicevo poco fa non è semplice la domanda, non è semplice la risposta.

Scena fuori campo

Una mattina, sono a casa, sto aspettando il tecnico della caldaia. Tecnico che non si paleserà. Mi preparo un caffè con la Moka, con la consueta cura. Riempio la parte inferiore della macchinetta fino alla valvola. Mai oltrepassarla. Se non sapete cos’è la valvola non abbiamo più niente da dirci. Aggiungo il caffè, dosando i mucchietti di polvere col cucchiaino, costruendo una perfetta, piccola collina aromatica. Completo l’opera mettendo la parte superiore della macchinetta e chiudo, stretto, stretto. Accendo il gas a fuoco lento, appoggio la moka sul fornello e aspetto. L’attesa del caffè che sale (o che esce) rappresenta una serie di bellissimi istanti, poi arriva il borbottio, poi arriva l’aroma. Spengo e verso nella tazza. Senza zucchero, naturalmente. Riempio un bicchiere d’acqua con gas. L’acqua serve a pulire, a preparare la gola ad accogliere il caffè come si deve. Bevo il caffè a piccoli sorsi. Fine della scena fuori campo.

Tutti questi gesti che si compiono, che io compio, durante la preparazione del caffè, dal primo all’ultimo, sono tutti atti che amo profondamente, ma secondo me non vanno a costituire una passione. Somigliano più a un rituale, a qualcosa che si fa per devozione. A una passione non si può rinunciare, ricordiamo Sandoval. Se un medico arrivasse da me una mattina e, dopo aver letto i miei esami del sangue, mi dicesse che da quel momento io non debba bere più caffè, che farei? Smetterei, ovviamente, con fatica, si capisce, ma la paura sarebbe più forte. Ma se mi dicesse che non devo più guardare una partita del Napoli, oppure di non leggere mai più un libro, ce la farei? Secondo me no, potrei provarci ma la passione non se ne andrebbe. Nel periodo in cui non guarderei le partite, starei sempre a comprare La Gazzetta dello Sport, prendendomi in giro, andrei a cercarmi i gol su Youtube, come se non fosse la stessa cosa. Chiederei, attraverso imploranti messaggini, il risultato parziale di un Napoli – Sassuolo, o che so, di un Napoli – Livorno. Per non parlare dei libri. Immagino con terrore la scena con l’apparizione di questi infermieri/facchini che mi entrano in salotto, e, dietro ordine di non so bene quale primario, mi svuotano le librerie, non trascurando i libri sul divano né quelli impilati accanto al letto, perché NUOCIONO GRAVEMENTE ALLA MIA SALUTE. L’orrore. Il mio futuro da malato consisterebbe nell’aggirarmi nelle librerie indipendenti (senza chiedermi da cosa), in quartieri periferici, leggendo un paio di paginette di nascosto, e subito dopo fischiettare per non dare nell’occhio, sorridendo ai librai. Nelle giornate più difficili, arrivare a rubare una fascetta di D’Orrico e poi correre fuori a vomitare.

Seconda scena fuori campo

Sono seduto al tavolo di casa mia, ho davanti il taccuino e il pc è acceso. Ricopio dal taccuino una poesia su un file word. Controllo che la metrica, pensata (ma condensata) sui piccoli fogli di carta, corrisponda alla mia idea di partenza, sistemo la punteggiatura, cambio una o due parole, controllo l’insieme, salvo il file.

Terza scena fuori campo

Qualche tempo dopo (ore, giorni, settimane) riapro quel file, mi illumino, so cosa fare, dove levare, se aggiungere, se buttare o tenere. Dove scomporre e dove accorpare. So cosa fare e mi piace quel che devo fare. Fine della seconda e della terza scena fuori campo. Magari queste cose le faccio bevendo un caffè, per cui le tre scene fuori campo potrebbero anche stare insieme.

C’è quindi la questione della scrittura. Io scrivo. Mi piace? Sì. Quanto mi piace? Maledettamente, cazzo. Ma scrivere è la mia passione irrinunciabile? La cosa che non posso cambiare? Non lo so. Non so se non dovessi scrivere più cosa farei. Esiste, però, la possibilità che non ne morirei. È tempo che io confessi: da piccolo avrei voluto fare il calciatore professionista. Mai stato abbastanza bravo, l’ho sempre saputo per fortuna. Ogni tanto penso che riuscire a scrivere bene sarebbe come giocare in serie A. Una poesia bellissima e indimenticabile vale quanto un gol in Champions League? Forse, tolti i milioni di euro di differenza tra riuscire in una cosa o nell’altra. E se mi fossi messo a scrivere soltanto perché non so giocare a calcio? Sarà vero? Però la passione per il calcio, per guardarlo, la sofferenza per una sconfitta della tua squadra del cuore non sono surrogati del tuo “avrei voluto fare il calciatore ma…”, sono qualcosa che sta sopra, che viene prima e dopo e che nessuno può controllare. Come nessuno che non è vittima della stessa passione potrà capire cose come: esultare come un bambino, urlare “gol” precipitando giù dal divano, far partire dei vaffanculo al niente, commuoverti. Alla stessa maniera la lettura non è un surrogato della non scrittura. La lettura è qualcosa che viene prima e che viene dopo. Non si può spiegare il piacere che si prova quando si sceglie un libro, sfogliarlo, annusarlo, leggerlo. Amarlo, odiarlo. Isolarti da tutto e da tutti, tu e il tuo libro tra le mani.

In conclusione, tirando le somme, come dicevo, tolto l’amore e gli affetti, le mie passioni vere “quelle che non posso cambiare” sono due, due soltanto: quella per il gioco del calcio e quella per la lettura. Firmato, un uomo banale.

 © Gianni Montieri

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Paolo Conte  – Cuanta pasiòn

Ma sì, sarà il carattere
o la malinconia
che sta dietro al carattere
come una gelosia
sarà il pensiero vergine
che ha la fantasia
vissuta dal carattere
come la frenesia

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le vigne stanno immobili
nel vento forsennato
il luogo sembra arido
e a gerbido lasciato
ma il vino spara fulmini
e barbariche orazioni
che fan sentire il gusto
delle alte perfezioni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

Più son pallide e languide
le donne nell’ andare
e meglio sanno esprimere
il morbido sbandare
che arriva dai vulcani antichi
e dalle onde del mare
che sulle terre tiepide
si sporgono a danzare

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le musiche difficili
son spiriti dannati
che dal naufragio invocano
interpreti spietati
ma, dato che contengono
occulte persuasioni,
ti strappano anche l’ anima
insieme ai pantaloni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

Anna Toscano – my camera journal 4

2013-07-25-00-16-58

Quando mi hanno detto che mi avrebbero portata qui ne ero felice. L’eternità in un luogo così bello, calmo, silenzioso. La Basílica Nuestra Señora Del Pilar lì in fondo la vedevo bene: lì mi sono sposata, lì ho battezzato il figlio che ora tengo tra braccia, lì i miei e i suoi funerali. Allora c’era così poca gente qui. Tra nove anni questo luogo compirà due secoli, è sovraffollato, non ci sta più nessuno, molte cappelle sono abbandonate con casse a vista sui vivi ed erbacce che crescono fin sui tetti. Non sono i turisti con il loro vociare che mi danno noia, coi loro cellulari che suonano, con le loro risate piene di vita, con i loro flash in pieno giorno, anche se da quando hanno portato qui Evita sono sempre più numerosi. Una volta c’era la pace del calar della sera. Poi, poi hanno costruito qui attorno, ovunque, vicinissimi condomini alberghi ci sovrastano. E quando chiudono i cancelli è lì che le luci si accendono piano per piano stanza dopo stanza ed ecco le figure alle finestre, le loro voci, la musica, gli odori che escono dalle cucine, a  rendere tutta quella vita insopportabile a noi che siamo così eterni.

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Testo e foto di Anna Toscano

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il link per leggere il my camera journal 3