Arcipelago Itaca

Inediti di Danilo Mandolini

DA ANAMORFICHE
di © Danilo Mandolini
(di prossima pubblicazione)

* * *

Da I. – PSICHEDELIE DEI RUMORI, DELLE VOCI, DEI SUONI E DEI SILENZI

* *

Da Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni – Uno

 

Il vuoto
non si vede ma
spesso si sente.

Il vuoto
ha più voci ma
è trasparente.

 

*
1. 7 x 12

Da sola la finestra
si chiude nel rimbalzo
seriale di più colpi
dal vento provocati
(nel vento custoditi
a mo’ di sedimenti
d’un tempo residuale).

Le stanze rovistando
in cerca di se stesso
quel soffio senza meta,
poi, soltanto per un po’
duro resta addosso.

 

*
Cigolano gli anni avanzando,
quasi sussurrano passando
sotto l’ampia volta in ombra
che ogni singola presenza ‒
………….ogni singola vita ‒
inconsapevole delinea.

E un segno lasciano,
questi spazi colmi di tempo;
lasciano
come una traccia lieve per dire,
per rammentare che a lungo
anche nel moto dell’aria persiste
lo stesso arrancare degli anni,
lo stesso esiguo clamore
che torna
dopo aver compiuto
(incolume cometa)
un’orbita completa.

(altro…)

Da ‘La natura selvaggia’ di Beloslava Dimitrova

 

L’oceano si spacca
diviene rifugio dei sensi
ci raggeliamo
io le altre persone
uccelli e animali
aspettiamo
che il Mondo ricominci
daccapo

 

Natura

realmente nessuno è stato ucciso
ognuno salta volontariamente
alcuni figli molto bravi
sono divenuti tossicodipendenti
i pazzi si arrampicano sulle pareti
avanzano con movimenti rotatori
questo non ha alcun senso
non ho svegliato nessuno
prendi questo veleno
avvicinalo alla tua bocca
mentre sei incinta
ti supplico

 

(altro…)

‘Gli alfabeti intatti’ di Francesca Fiorentin. Nota di Carlo Tosetti

Francesca Fiorentin, Gli alfabeti intatti, Osimo, Arcipelago itaca edizioni, 2017, pp. 76, € 13,00

 

Luglio 2014

Paradossi

Non mettere i fiori in cimitero
che poi i fiori, così belli, odoreranno di morti.

(da Gli alfabeti intatti, pag. 34)

Provo una nitida vicinanza agli stati d’animo che imprimono vibrazione alle poesie di Francesca Fiorentin, quantomeno per le immagini e per le emozioni che il testo rivela o che io riesco a dedurre, in quanto – a tutto diritto e, aggiungo, sanamente – la poetica di Francesca è nella giusta dose “ermetica”; non mi riferisco ai temi affrontati dalla corrente novecentesca (benché alcune tematiche affiorino “per contrasto”), ma alla “patina” linguistica che talvolta dissimula il senso dei componimenti.
Il fremito che pervade la sua opera prima (Gli alfabeti intatti, ArcipelagoItaca Edizioni, 2017) mostra un animo indagatore e riflessivo, disposizione per cui la collocazione nel quotidiano e, più precisamente, nell’attuale quotidiano, appare spesso “fuori tempo”.
Mi riferisco alla cadenza delle giornate del secolo corrente, le quali (le giornate economiche, politiche, quindi sociali) possiedono una organizzazione puramente nominale e che in realtà, anzi “sotto” la realtà sensibile, malcelano un trafficare inesaurito, un caos disordinato e, soprattutto, inumano: un disordine “antibiotico” travolge totalmente il nostro secolo.
Tentando di affondare ulteriormente l’analisi in questa direzione (interiore), ciò che più condivido di questa visione della realtà, è il rifarsi – anche in questo caso, se non direttamente, per contrasto – ad una legge antica, ormai sepolta dalle sabbie tecnologiche e scientifiche, una sapienza che indica, nell’apparente semplicità delle relazioni fra gli enti, la via, unica, vera, della vita.
Per questa ragione ho aperto l’articolo con la succinta poesia Luglio 2014 (poche poesie recano un titolo, le più una data): la natura, malgrado la sciagurata rotta tracciata dall’umanità, si poggia su fondamenta composte da risonanze, da accordi che nutrono gli enti naturali e questo distico regala una chiave di lettura della poetica di Francesca Fiorentin.
La bellezza (la vita) è in accordo con la bellezza stessa, nelle sue molteplici manifestazioni e questa è la “legge eterna” sottesa agli eventi.
Tragicamente, ecco l’amaro sapore del “succo” dei nostri giorni: il frammischiare l’uomo al disumano, sempre e comunque. Disumana non è soltanto la morte, la fine del nostro tempo (tema che nel libro è toccato), ma tutto ciò che in vita s’oppone ad essa, ostacolandola, alterandone i movimenti iscritti nell’ordine naturale delle cose. Questo sentire – ineluttabilmente – porta la poetessa ed il lettore ad identificare i “nemici” del vivere, in quanto lo stesso uomo ha costruito (in materia e in idee).
Con ciò, non voglio presentare Francesca Fiorentin come un’anacronistica (e incantata) luddista, ma è fuor di dubbio che le affannate giornate umane… oggi di umano abbiano ben poco. (altro…)

Simone Maria Bonin, da ‘Tratti primi’

 

Da neurone a neurone
corre un filo elettrogeno
…………………di fame
colpiscimi
se puoi, fammi male
prega altro dolore

……..un colpo di esistenza
tra le vertebre delle parole

 

*

Sei parole senza nome, senza
soluzione

impara la posizione del corpo
……………………………….le cose
non torneranno più

 

*

(Denmark)

I

La gente per le strade quasi ti sorride.
Niente fa troppo rumore.
Hanno i capelli chiari, i vestiti neri
e molta paura della morte, com’è normale oggi.
Finché reggono le gambe girano i pedali
delle loro biciclette. I vecchi sono tolti alle famiglie
per evitare incomprensioni. Giovani infermieri li tengono per mano.
E con tutte le attenzioni del caso, coi capelli chiari
e i vestiti neri la gente per le strade sorride, senza pensieri

 

*

V

L’aria restringe il colore a piccoli fiocchi di neve.
È un freddo che ci vuole guardare, studia i nostri
………………………passi goffi
nel reale. Globi luminosi cadono dal buio, stelle
dentro a stelle sopra il mare e sono d’onde suoni d’onde
e pelle sulla pelle per scaldare

 

*

X

Cade il sonno in ombra nelle cose
dove il corpo si fa lieve e distratti
a tentoni cerchiamo la neve

.

Simone Maria Bonin, Tratti primi, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 72, euro 12,50

‘Luciano Cecchinel, Poesia. Ecologia. Resistenza’ di Paolo Steffan

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Paolo Steffan, Luciano Cecchinel. Poesia. Ecologia. Resistenza. Con cinque poesie inedite di Luciano Cecchinel. Prefazione di Alessandro Scarsella (1a edizione Premio “Arcipelago itaca” per un’opera inedita di prosa critica sulla poesia italiana), Arcipelago Itaca 2016, pp. 188, € 18,00

 

Questo volume corposo, consistente, è stato pubblicato a fine 2016 da Arcipelago itaca, ed è stato vincitore della “Prima Edizione del premio nazionale per poesia e critica” indetto dalla casa editrice. Un libro che, per impianto e cura, rappresenta a oggi – e per il prossimo futuro – il più completo studio pubblicato sul poeta Luciano Cecchinel. Un libro che, per profondità di lettura critica, facendo convergere al proprio interno la critica letteraria pregressa in un dialogo ‘fecondo’, apre al lettore un percorso stimolante e capace di presentare spunti che vanno al di là del testo, come un’opera di critica ben congegnata sa fare. Facile, si direbbe; invece l’approccio di Paolo Steffan apre uno squarcio su tre mondi complessi che rappresentano anche l’etica del suo muoversi critico-vitale nel proprio mondo (e non con il mondo). Il trinomio del titolo ‘Poesia. Ecologia. Resistenza.’ è già dentro il suo modo prima che negli autori da lui prescelti, tra cui ricordiamo, monograficamente, Andrea Zanzotto, Cecchinel e Sebastiano Barozzi. Per un giovane critico, questa produzione è degna di nota e anche di onore. E mentre si rilegge il titolo non si può fare a meno di ricordare, forse facilmente, che la quarta parola sarebbe ‘libertà’; così come ogni rivoluzione (critica) su un autore ha la propria, anche Steffan sottende quella che è la cifra della sua intuizione e di una forma mentis dinamica, aperta cioè al contenimento di spinte provenienti da tradizioni anche diverse.
Credo si possa affermare che lo sguardo che utilizza è filologico-tradizionale, eppure vi è – lo ribadisco – già nel titolo una forma di militanza tutt’altro che esplicita, o meglio: che rende esplicita un’etica di continuità coniugandola alla materia poesia nelle formule che Cecchinel utilizza, con una trattazione intertestuale del dialetto – come il saggista evidenzia “non totalizzante” nell’opera del poeta veneto, eppure in grado di segnare un tratto largo della sua produzione. L’intertestualità investe, per Steffan, non solo il rapporto reciproco di Cecchinel con Zanzotto e la parentela tra i due ma, soprattutto, il legame con il territorio, il riferimento alla lingua-corpo della poesia che è anche ‘terra’ della/nella stessa – il ‘dove’ nasce.
Nell’attraversamento poetico e critico Paolo Steffan sceglie l’acronimo “P.E.R.” che accompagna ciascuno nel già citato per-corso, in cui incontriamo, tra i molti riferimenti, Pascoli, Pavese e Pasolini – da sempre nelle letture del critico. Le tre P sono portatrici di rimandi non solo al naturale ma − anche − al “mondo degli ultimi” che occupa un’intera sezione dell’opera. Tra le autrici, intelligentemente Steffan porta l’esempio di Anna Maria Ortese, per gli stessi motivi in precedenza citati. La costellazione di Steffan – più evoluta di quella che mi permetto di proporre – permette una coralità significante che il lettore sarà incuriosito di ri(n)tracciare da sé, grazie al filo rosso svolto sotto i suoi occhi in un ‘non labirinto’. (altro…)

Barbara Pumhösel, da ‘In Transitu’

 

Ancora

il filo di tela di ragno
mantiene l’equilibrio
sospeso nell’aria. Il vento
muove soltanto un dito
……………………e l’acero
manda la prima foglia
a chiamare l’autunno.

 

*

L’amore è brina.
Alfonso Gatto

Favola

io sono la volpe
……………….tu sei l’uva
la mia lingua s’allunga
di giorno in giorno
il mio sguardo
è fosforescente ormai
sulle mie tracce
ciocche di pelo
vienimi incontro non posso
non voglio più tentare
di sfiorarti con versi
verticali in alto lassù
vienimi incontro sto
ardendo per un poco
di fresco per la prima
brina sulla tua pelle

prima che arrivi l’inverno (altro…)

Lettera all’autore #1: Andrea Raos, Le avventure dell’allegro leprotto e altre storie inospitali.

Caro Andrea, 

mi sono preso un po’ di tempo per leggere il tuo libro e quindi per scriverti. È stata una lettura affascinante e impegnativa. Ti confesso che dopo le prime pagine mi sono chiesto cosa stessi leggendo, se un libro di prosa, un libro di traduzioni, un saggio, un libro di poesie, una favola, un racconto, un diario di viaggio, un manga. Poi, quando ho compreso che il tuo libro è tutte queste cose insieme, mi sono rilassato e mi sono goduto la lettura fino in fondo. L’Allegro leprotto mi è  sembrato un esperimento riuscito, perché riesce a sintetizzare tutti i generi attraverso un’unità superiore. È come se nel percorso labirintico del testo vi fossero dei fili che si dipanano lungo i vari capitoli che non fanno smarrire mai del tutto il lettore nella vertigine della lettura, insomma mi sembra che dietro l’apparente prevalere di forze centrifughe ve ne siano altre altrettanto forti che hanno un ruolo centripeto, in particolare dei temi che sono presenti come delle ossessioni che circolano in tutti i capitoli: la rievocazione di un passato che assume i tratti di una vera e propria anamnesi personale, dissimulata e moltiplicata nei tanti mascheramenti che la voce narrante e poetante assume; l’uso di parole che assumono un valore simbolico e allusivo, sia in tono ironico, prevalente, sia in tono rivelativo; la forza sperimentale del testo; il rapporto polemico con le forme della tradizione poetica, vedi le sestine implose o le ottave di L’anno scorso pervinca; il confronto con la cultura e con la lingua giapponese; gli animali fantastici che circolano e imperversano tra le pagine, buoni compagni de Le api;  un sottofondo, una nota cupa e costante che si presenta come sottotesto di ogni pagina e che è, a ben vedere, segnalato e suggerito dall’aggettivo del sottotitolo – ‘inospitali’ -, un confrontarsi con l’enigma dell’esistenza, con l’orrore di fondo del mondo, senza neanche bisogno di esplicitarlo. In ultimo mi sembra che rispetto ai tuoi lavori precedenti, forse con la sola eccezione di le Lettere nere che mi paiono riecheggiare in alcuni passaggi, vi sia un coinvolgimento più sofferto dell’io lirico che emerge tra le varie immagini del testo, un’urgenza di raccontarsi, sempre nelle forme che ti sono proprie, che rende la lettura in molti tratti commovente. A queste che ti ho appena elencante, aggiungo altre considerazioni sparse, così come mi vengono in mente; l’aggettivo ‘allegro’ mi sembra che si debba riferire prevalentemente al lessico musicale, alla velocità di esecuzione, a un tempo veloce (come il leprotto mi verrebbe da dire), all’incalzare della scrittura e dell’atto della scrittura, che muove sia tu che scrivi sia noi che leggiamo e credo di poter aggiungere che il tuo stile in questo libro è quello non solo di un allegro, ma di uno scherzo che diventa, in alcuni passaggi, un vero e proprio allegro feroce. Altro punto centrale è l’uso radicale dell’ironia, la volontà riuscita di una totale dissimulazione e spiazzamento del testo stesso, oltre che del lettore, l’utilizzo ironico della favola, che già ti caratterizzava, qui addirittura diventa ancora più sofisticato, trasformandosi in una cornice in cui si inseriscono altre tipologie di testi; un’altra cosa che mi ha profondamente colpito è la struttura stereoscopica del libro, a cui accenni anche tu quando parli di libro pop-up, preciso meglio questa mia sensazione, è come se nella tua scrittura si passasse dalla similitudine alla metafora, e qui niente di nuovo mi dirai, ma la metafora si stacca completamente da ciò a cui si riferisce per diventare altro, per assumere vita propria e a sua volta generare altre metafore che diventano altri personaggi e storie, il color pervinca che diventa protagonista incontrastato di un’intera sezione. E da questa forza metaforica e allegorica non sono escluse neanche le sezioni in cui, apparentemente, riferisci di episodi della tua vita o ricorri esplicitamente alla memoria. Il tuo libro è un libro tridimensionale, per tornare all’immagine stereoscopica, è un libro che nella suo polimorfismo assume una vita propria, inquietante e sempre nuova ogni volta che si rilegge.

Forse ti starai chiedendo perché ti scrivo una lettera anziché fare una recensione seria come Dio comanda? Un po’ per motivi miei, un po’ perché il tuo libro eccede qualsiasi forma chiusa, anche quella di una recensione che lo voglia contenere e definire e quindi dirti le mie impressioni provvisorie, e tali mi sembrano dover rimanere, mi è sembrato l’unico modo onesto per essere all’altezza del tuo testo e poi, lo confesso, ti ho usato come cavia, per vedere se la forma epistolare possa essere adatta a parlare in maniera, non dico esaustiva, ma almeno opportuna di un libro. In ultimo, a proposito di cavie, ecco cosa mi frullava in testa sin dall’inizio della lettura e anche dalla lettura de Le api e degli altri tuoi libri, che non riuscivo a mettere a fuoco, le vere cavie della tua scrittura sono i lettori, oserei dire che c’è quasi un elemento sadico nella tua scrittura, non sei tu che vai incontro al lettore, ma è il lettore che deve spasmodicamente seguirti, anzi inseguirti, braccarti nei tuoi continui depistaggi e, quando ha la sensazione di averti raggiunto, tu, come scrittore, sei già altrove, sei già in un altro luogo poetico ed è forse proprio in questo continuo spostamento, in questo essere sempre oltre che cogli la dimensione più propria della tua poesia e della poesia nella sua essenza. Ti saluto con profonda stima e con affetto e spero che prima o poi avremo l’occasione di incontrarci di persona. A presto, dunque.

Francesco Filia

Andrea Raos, Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Arcipelago Itaca, pp. 156, Brossura, EAN: 9788899429225
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*
Un giorno l’Allegro Leprotto decise di andare a vedere com’è fatto il cielo e, raccontata una bugia ai genitori per potersi allontanare da casa, si mise in cammino.
—Camminò per quasi una settimana scalando, un saltello dopo l’altro, la montagna più alta che c’è. Poco a poco sparirono gli alberi e i fiori, gli animali e i prati, e si trovò a scorticarsi i polpastrelli contro gli stuoli di rocce taglienti e fredde verso la cima.
—Finalmente giunto sul cocuzzolo stette da lì proteso verso il cielo, ormai vicinissimo, per diversi giorni e notti finché, stiracchiandosi e allungandosi più che poteva, non riuscì ad afferrare con gli zampini il bordo della volta celeste. Per qualche istante riprese fiato con la testa mezza dentro, issato in un buio che non capiva, e il sedere mezzo fuori, nel mondo normale fatto di luce e muoni; poi, con un ultimo sforzo, si slanciò ancora un po’ più su e capitombolò dentro a dietro il cielo. Fu come trarre un sospiro, gettare uno sguardo in tralice, e alla fine un piccolo “clac”.
—Seduto sul didietro, ancora intontito dalla rotolata che aveva fatto cadendo, si guardò intorno. Vide che dietro al cielo tutto è buio. C’erano solo il freddo e il niente.
—L’Allegro Leprotto capì che i pianeti e le stelle che vedeva brillare dal basso, quando nelle sere d’estate andava a rincorrere le lucciole nei prati invasi dal profumo del fieno appena tagliato, sono pietre che sprizzano luce verso la terra rotolando e stridendo in assoluto silenzio, come calcoli neri e pulsanti di cui traspare il ghigno se premuti contro la membrana che li chiude.
—Io spero che ti scardini la vita.
*
Penso il pensiero
altrui formarsi e farsi fiato e vedo
che le cose
accadono e non sono mai le stesse:
tutte cambiano,
le buone ingrigendo con il giorno, le cattive
fisse in uno sguardo pronto a spegnersi.
Così sono guardato
mai guarito dalle cose.

Mauro Barbetti, ‘Versi laici’

Mauro Barbetti, Versi laici (2010-2016), postfazione di Alessio Alessandrini, Osimo, Arcipelago itaca, 2016, euro 12,00

È senza dubbio ‘non confessionale’, come afferma nella postfazione Alessio Alessandrini, la poesia di Mario Barbetti in Versi laici (una selezione qui), volume uscito da qualche mese per i tipi di Arcipelago itaca. Una raccolta, questa, che muove attentamente nel quotidiano non per fotografarlo – come molta poesia lirica di oggi fa – ma per raccogliere e restituire al lettore ciò che c’è di ‘pubblico’ nel privato. Un moto poetico aperto che, appunto, vede in seno il “popolo” oltre che il “pubblico”, entrambe voci presenti nell’etimologia di ‘laico’ (b. lat. Làicus dal gr. Laikòs aggettivo formato da làos popolo, onde anche làïtos, lïetos pubblico).

Il libro comprende versi scritti nell’arco di sei anni, organizzati secondo una formula fissa: una lirica apre ciascuna delle sei sezioni, sezioni che si presentano per lo più come testi lunghi di più strofe. In prima battuta c’è un’ispirazione, un muovere nell’oggi che si lega anche a due fatti importanti per la storia italiana: la perdita della scienziata Margherita Hack (1922-2013), cui è dedicata la prima sezione-canzoniere Post-dialogo, e la morte di Piergiorgio Welby (avvenuta nel 2006) che porta a comporre al poeta D’amore, ideale e vita. Non volendo scadere nella definizione di “poesia civile” si potrebbe dire che Barbetti qui trova una giusta dimensione per far entrare la scienza nella poesia e per fare poesia di fatti di scienza, soprattutto per imperniare argomenti etici nel dire poetico, che in questo modo diventa etico due volte. Un esempio (da pp. 15-16):

Alla mia mente
sembra ormai bastare
una singola sollecitazione
che a troppe ci si perde
una minimale oscillzione
legata al proprio asse
come se lieve indugiasse
in una fase rallentata
in un raggio a curva breve
anticipando l’ultima fermata.
Poiché conosco bene
le leggi dell’attrito
e so che il moto
infinito
non sarà.
Improvvisa
cadrà la verticale
a piombo
precipite
come in Pisa
dentro un’immensa cattedrale.

La modalità di costruzione è quella che prosegue nei diversi testi: soprattutto nella presenza dell’allitterazione e della paronomasia come figure di suono preponderanti. Non manca anche l’utilizzo della rima baciata. Un altro esempio:

Di fenomeni luminosi in una chiesa

Intessuta trama traluce in tralice
trattenuta troppo tra dice e non dice
si fa tramite in tenue trasparenza
traduce un tratto non scritto
traccia un tetto tra indice e terra
poi trova un transito ne segue la voce
si trasforma ancora avvampa riluce
induce in transetto una croce greca
trascinando trombe a troni celesti
quindi trema la luce torna candela
infine pace di morti ammazzati
tra un qui e il campanile a vela.

L’intero libro tiene uniti elementi architettonici e dello spazio, in un andirivieni che procede con echi; alcune parole-chiave, in questo senso, sono: «vuoto», «muro/i», «cornice», «quartiere», «finestra/e», «stanze»; molte le leggiamo nei testi oggi citati. Viene da chiedersi, perciò, cosa rappresenti questa specifica dimensione lessicale che, a mio avviso, a differenza di altre voci contemporanee quali quelle di Carmen Gallo (qui a cura di G. A. Liberti) e Davide Valecchi (altro poeta pubblicato di recente da Arcipelago itaca) ad esempio, non pare imperniare la costruzione del verso sullo spazio né fare dello stesso l’elemento cardine del poetico, da cui tutto nasce. Al contrario saremmo di fronte al punto di approdo, laddove il senso trova un senso ultimo; l’architettura e lo spazio sopraggiungono come dimensione fisica di quella «poetica dichiarativa» di cui parla Alessandrini. Una poetica in cui l’esperienza appartiene all’evidente che non si può non dire; un evidente non impresso, non fotografato appunto e non descritto, ma un manifesto che vive e resiste nel movimento – nelle altezze, della «chiesa», della «cattedrale» – che il fare poetico permette di tracciare..

© Alessandra Trevisan

Francesca Fiorentin, da ‘Gli alfabeti intatti’

 

Gennaio 2016

La macina ha un potere
venti ne ha lo Stato

Le mie mani senza frumento di maggio
ottanta ne ha la banca

Tre giocatori rubano il sonno
posseggono macchine truccate

Gocce notturne sul viso
cadono sulla posidonia
il mio funerale quasi indiano.

*

Gennaio 2016

Le lettere in fondo alla borsa, chiuse,
aspetto di non sapere
verso acqua incolore, inodore dalla brocca
ai fiori e sulla mia testa
già arida di addii
incolore sia la vita – o almeno – senza i rossi.

* (altro…)

Gianluca Garrapa, da ‘Di fantasmi e stasi. Transizioni’

dall’una all’altra parte del cavedio. nei fossati di luce lunare.
appesi a traverse massaie il ricamo. schiuma molteplici quotidianità.
d’altra parte il cavedio imparziale. a sguardi di lumache
che trascinano. superfici di bava. reattivo soltanto ai millenni. di
vagabondaggio quantistico. non può comunicare il falso vuoto.
per questo il fascino rotola ai piedi. degli occhi nella diagonale.
attraverso il silenzio. filo che imperla quotidiane molteplicità.
dall’una all’altra parte del cavedio.

*

attraversa incolume la strada nel sole forestiero dell’estate.
vieni dici con me al limite sul marciapiede opposto. e resto
a non seguirti ad avvicinarti solamente con lo sguardo. la fuga
dei palazzi che affrontano lo spazio della piazza. lumeggiano i
semafori e fermano la corsa mentre ti ripeti. con la mano sventoli
il trapasso dal marciapiede sporco all’altro spoglio. e sono troppo
tardi i passi che distraggono da me ogni altro segno. abbiamo
questo caldo nello zaino e presto partiremo nel sole forestiero
dell’estate.

* (altro…)

#PoEstateSilva #9: Mauro Barbetti, da Versi laici (2010-2016)

Di questo tempo

Di questo tempo che si perde al vento
al vanto al soldo al come e al quando
al saldo versato senza un rimando
all’attesa invasa di un sentimento

a ciò che si disfa in un solo momento
o si respira .. respinti restando
mantenendo a se stessi .. non resistendo
mutuando forma orma o accento

e la grazia del verso poi .. ancora viva
ma solo la grazia e non più lo sputo
quasi apparisse delitto o misfatto

solo per grazia o dono ricevuto
e mai per diritto progetto o riscatto.
Ringrazia. Non fu data alternativa.

* (altro…)

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)