Arcipelago Itaca

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo. Disegni di Francesco Balsamo, Arcipelago itaca 2019

Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019) di Giampaolo De Pietro provengono scatti improvvisi, scarti, attese guardinghe e soprattutto tanto, tanto camminare.
L’autore dei versi dichiara che il Cane Corallo è il cane-meticcio cane-da-caccia Tobia, e già il nome apre la via a una serie di associazioni che vanno dal testo biblico alla serie televisiva in bianco e nero di quando al pomeriggio c’era “La TV dei ragazzi”.
Ma Tobia ha una sua personalità fatta di paure e di attenzioni, di mimetizzazioni – «Il cane corallo/ corteggia ogni cespuglio/ fino a sembrare un gatto (che fa le fusa/ e contro il primo che passa si struscia)» – e di attese in sconosciute scansioni del tempo: «il cane a muso stretto per/ la quiete irriflessa dalla bocca/ aperta di sempre, la lingua pendente/ sua attesa di appendersi all’aria del prossimo/ autunno, chissà che nome hanno le stagioni/ delle sensazioni per lui, il cane».
Nel suo camminare, che alterna i movimenti del battere e del levare, che è cadenzato dal fiato e dal fiuto (oltre il semplice e non sorprendente gioco di parole, vale la pena di indagare su questa “altalena del respiro”), si sollevano, si sprigionano domande. O siamo noi umani a immaginare, a ipotizzare quesiti e interrogazioni, a esprimerli sproloquiando, lingue verbose a fronte delle lingue lunghe, ma mute di idiozie, del cane?
Anche questo interrogativo anima le pagine di Dal cane corallo, ed è un interrogativo legato sia all’incontro tra due dimensioni esistenziali, canina e umana, sia agli strumenti espressivi e comunicativi in senso ampio:

La lunga lingua del cane,
per non sapere dire scemenze,
la lingua lunga dell’uomo,
per l’eccesso – opposto – contrario (altro…)

PoEstate Silva: Riccardo Canaletti, Poesie da “Sponde”

 

La fermata di Rimini a metà nel tragitto andato
trascorso in silenzio, accanto all’uomo che dorme.
Arrivare è questione di ore, di ora. E forse
è più che un andare dove si era cresciuti,
addensati nel mistero di una camera nascosta
al giorno, nel dettato inumano di un altro essere umano
così simile a te, così distante.

 

 

Eccomi, sono di nuovo con te
ti affilo le mani. Non consumare.
Che la parola menta al tuo posto.
Ho trovato il mistero che ti hanno nascosto
alla nascita: di me ti sollevi il coraggio
la foce che infiamma dai fiumi, che annega.

 

 

Non puoi sottrarti, arrivare a zero
non puoi consumarti, spenderti
nel colore meticcio prima del buio.
La luna non imbarca la costa,
il litorale con il litorale in pietra.
Né il luogo vuoto della corsia d’emergenza,
la falsità che è nei pini marittimi
e la sveglia raso pelle della zanzara,
l’ora adatta per iniziarti al fuoco.
Né l’acqua, qui a commisurarti la vocalità.

 

 

Sul morse della serranda punto linea punto.
Il sole recidivo tra le tende.
È un lamento innominato che significa sorpresa,
pomeriggio a gocce di cicale e auto solitarie.

Non avrai pensato che questo fosse mio,
di un bianco che riversa nel convesso del pensiero.

 

© Riccardo Canaletti, Sponde, Arcipelago itaca 2019

Fresco di stampa (il colophon recita “luglio 2019”), Sponde segna una svolta più razionale della poesia di Riccardo Canaletti; svolta già intravista – a rigor di cronaca – nei componimenti che sono apparsi in rete tra la pubblicazione della prima raccolta e questo nuovo capitolo. Si tratta di una poesia più meditata, meno istintiva, dove anche i sentimenti sembrano volere esseri controllati dal pensiero, e questo controllo è sicuramente una conseguenza degli studi e delle letture di Canaletti. Ma ricondurre tutto a questa facile e sbrigativa etichetta equivarrebbe a liquidare un intero discorso con una rapida definizione che nulla, in realtà, dice.
La lettura di Sponde restituisce un’idea di una ricerca poetica che, per quanto iniziata da poco, e quindi per forza di cose in evoluzione, in crescita, continua a fare tesoro di letture e della sedimentazione di queste; un’immagine su tutte: «l’uomo che dorme» nel vagone del treno in cui viaggia l’io della prima poesia, che non può non far pensare al giovane marinaio della prima poesia di Sandro Penna, e a moltissime altre descrizioni di viaggi in cui chi scrive osserva l’umanità che passa fuori dai finestrini insieme a quella che si ritrova a condividere un momento.
Ecco! Fotografie di istanti, di momenti; attimi di vita vissuta con intensità e che il pensiero, la riflessione, cercano di comprendere (tanto nel senso di analizzare, quanto nel senso di racchiudere e perciò preservare) per dare significati ulteriori all’esperienza, e non limitare la stessa a una serie concatenata di eventi che nulla dicono a chi se li ritrova poi sulla carta (idea perfettamente sintetizzata in quel «dettato inumano di un altro essere umano»).
E forse proprio per questa dimensione più distesa verso il pensiero, anche il verso si distende, si dilata, fino a raggiungere estensioni ipermetre, al limite del narrato nelle quali più forte si sente la volontà di contenere, di controllare l’osservazione della realtà (a scapito – forse – di una più completa realizzazione dell’immagine pensata).
Eppure, anche là dove il rischio di perdere il controllo del proprio dettato sembra in agguato, ecco che Canaletti riesce a chiudere, nuovamente nella metafora del viaggio, un discorso che lega le sponde della ricerca; una ricerca, sia chiaro, che non si riduce alla sola osservazione da un luogo sicuro, protetto, chiuso: no!, l’osservazione della realtà è condotta da un io che si cala nella realtà, nella dimensione umana, per esperire il tutto per poi, con un salto razionale che restituisce la reciprocità (così Pellegatta nella breve prefazione) tra soggetto e oggetto, elevarsi a discorso universale, a poesia. (fm)

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, Arcipelago itaca 2019

L’ideale conversazione che conduco da diversi anni a questa parte con la scrittura di Pasquale Vitagliano – poetica, narrativa, saggistica – riguarda non solo gli esiti, bensì anche il farsi della scrittura, il suo continuo divenire. Mi sembra di poter affermare che, con piglio sempre molto consapevole sia circa le intenzioni comunicative sia circa le aree di osservazione di volta in volta messe a fuoco, sia, ancora, circa gli strumenti per la restituzione a chi legge, la scrittura di Pasquale Vitagliano si sia cimentata con questioni che vale la pena definire con aggettivi che giungono a noi dalla storia e dalla letteratura: “questione privata”, “questione meridionale”, “questione politica”, “questione etica”.
Con Del fare spietato la questione si estende, con un obiettivo che insieme si allarga e si definisce. Sì, perché la questione affrontata da Pasquale Vitagliano nella sua più recente raccolta di versi è la questione umana. Troppo ampia? Troppo vaga? Tutt’altro: la dedica al comune amico Gianmario Lucini, instancabile propugnatore di poesia, sorridente e dolente e rigorosissimo nell’individuare gli obiettivi centrati dall’ipocrisia e dalla devastazione imperanti, fa sì che il passaggio dal precedente Habeas corpus a Del fare spietato si manifesti come coinvolgimento totale di chi scrive e di chi legge. Non ci si può sottrarre, nessuna torre d’avorio è permessa, le illusioni che ci possano essere spazi per una qualsivoglia sinecura sono smontate pezzo per pezzo. Non si torna indietro, l’avaria individuata è pervasiva, l’allarme suona da tempo, nell’ignoranza responsabile e irresponsabile e nel colpevole insabbiamento. Il mondo è avariato: penso proprio a Störfall, tradotto con il titolo di Guasto, il racconto di Christa Wolf scritto a un anno dall’incidente di Cernobyl.
Il componimento iniziale dispiega proprio questo passaggio, con un’apertura che richiama un’altra famosa formula giuridica latina, Noli me tangere, con la differenza fondamentale che qui, invece dell’affermazione di un diritto civile fondamentale, si fa riferimento, piuttosto, a una situazione di rischio, di emergenza, di sospensione di prossimità: «Non mi toccare/ Sono rimasto sulle scale/ Salgo senza trovare più/ Le chiavi per tornare da dove sono venuto.» Sempre in questo componimento, è individuata una delle cause più dilanianti del mancato porre riparo al guasto profondo, ed è una causa definita oscena, indegna di essere rappresentata e parente di quel Vilipendio di cui scriveva Lucini nella raccolta che portava quel titolo: «Nostra oscena incapacità di camminare insieme.»
A Gianmario Lucini e, insieme a lui, all’interlocutore umano ‘universale’ sembrano rivolgersi le sette terzine che principiano con «Dove sei dove ti trovi in questo momento/ Io sono qui pensavo di essere finito/ E invece sono al sicuro e tu dove sei.// Dove sei adesso vedo in video i morti». Lo scenario è quello del giorno dopo l’Apocalisse; siamo sopravvissuti e incapaci di riconoscere l’altro da noi in questa ripetizione seriale del post-disastro.
Le allitterazioni accentuate non temono di farsi martellanti quando il j’accuse addita colpevoli e complici, ivi compresi i “social” maggiormente in voga nella manipolazione di comunicati e notizie: «Rutto erutto tremo vibro non cinguetto […] Spioni senza ideologia scemi simoniaci sfaldati».
Il distacco interno al logos tra lingua e idee è individuato con esattezza e con una resa spietatamente veritiera che, in più, ricorre all’uso ben calibrato delle rime interne: «Più idee che lingua/ Suole la lingua battere/ Duole l’idea cattiva/ È un’afta che rende orbi/ E invece non c’è lingua/ Senza un’idea che soffra». La privazione e la deprivazione linguistica è una spia della perdita integrale, del lutto, della solitudine, dell’abbandono, dell’essere esposti come gli infanti alla ruota di un tempo, della condizione permanente di orfani: «Siamo rimasti soli/ Privati di ogni lessico/ Sformati e senza canti/ Orfani randagi esposti». (altro…)

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Anna Maria Curci)

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre. Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca 2019
 

Fammi essere Antigone, ti prego,
se ancora a questo gioco vuoi giocare.
Io raccolgo le spoglie abbandonate.
A te lascio i trofei da conciatore.

(Anna Maria Curci, 20 dicembre 2015)
 

Attraverso l’epica e il mito per una coscienza piena della storia, per una scelta alternativa alla sequela di violenze e sopraffazioni che pare ineluttabile e che come tale, nel corso dei tempi, è stata imposta. La riscrittura del mito come denuncia della menzogna e come costruzione di una convivenza pacifica ha avuto un’interprete che ha fatto scuola fin dagli anni Settanta del secolo scorso, Christa Wolf. A Cassandra e a Medea, alle voci loro conferite da Christa Wolf ha prestato attento ascolto Maria Lenti negli anni e, recentemente, con la sua raccolta Elena, Ecuba e le altre.
Ma dietro Christa Wolf ci sono altre autrici, altri autori, appassionatamente letti e ‘curati’: senza ombra di dubbio Karoline von Günderrode – penso al componimento Arianna a Nasso – la cui riscoperta ha preso l’avvio proprio da Christa Wolf, che ne curò l’antologia delle opere, Einstens lebt ich süßes Leben (tradotta in italiano con il titolo L’ombra di un sogno), e la pose al centro del racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, insieme all’altro protagonista Heinrich von Kleist.
Lo stesso Kleist di Pentesilea, così come Goethe di Ifigenia in Tauride sono autori, come ha ben messo in evidenza Ruth Klüger in Frauen lesen anders (“Le donne leggono diversamente”), che hanno saputo dare espressione alla parte del pensiero umano che coltiva la pazienza e, soprattutto, il noi. Questo passaggio dall’io al noi, così limpidamente auspicato da Maxie Wander nelle pagine del suo diario, viene sottolineato, proprio a proposito della ‘scelta di metodo’ di Christa Wolf, dalla studiosa italiana Rita Calabrese, in un passaggio del suo libro Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013): «L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.»
La riscrittura di Christa Wolf colpisce per l’originalità degli accenti, per l’incisività del dettato, per l’acume nella lettura del presente: «A Corinto non ho mai sentito nessuno parlarne, ma un’osservazione accidentale di Acamante una notte mi ha fatto capire improvvisamente quel che Medea fa per lui, senza minimamente saperlo: gli dà la possibilità di dimostrarsi che può essere giusto, privo di pregiudizi e persino amichevole con una barbara. Assurdamente questo modo di essere è venuto di moda a corte, ma non tra il popolo basso, che estrinseca il suo odio per i barbari senza rimorsi e senza riserve» (Christa Wolf, Medea. Voci, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1996, 83-84).
Tutto questo si può dire a ragion veduta della scrittura di Maria Lenti in questa raccolta, ricchissima di echi e soluzioni e capovolgimenti. Sì, perché se la pazienza porta il discernimento, qui ci troviamo dinanzi a un repertorio molto ampio e poeticamente efficace di puntuali rettifiche rispetto a tradizioni e dicerie. Non è un caso se, nella bella prefazione, Alessandra Pigliaru riprende il filo di quel “discorrere del noi” che Rita Calabrese aveva individuato per Christa Wolf: «Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. […] Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire.». Un altro sguardo, allora, dal margine alla pienezza, è quello che nutre la poesia di Maria Lenti. (altro…)

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Roberto Marconi)

Donne che criticano gli uomini

(sul libro di poesia di Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca, Osimo 2019)

si ripete che penelope fosse solo un sogno
di omero, che fosse solo sua sorella, ma la
realtà ci guarda bene, perché lei aveva da
tempo lasciato ulisse, farsi i proci comodi
suoi, s’era emancipata ma non vendicata
e poi aveva fondato una scuola di cucito
con allievi maschi; ora compone poesie
R. Marconi

1.

Molte sono le letture, come occorre, che si possono affrontare con un libro. Ad esempio nell’autrice in merito: riconoscere i legami tra le interpreti (protagoniste) e i loro compagni/antagonisti, oppure sfidare direttamente la sua scrittura (sovente essenza di parole significanti) o, andando in media res, far fronte a una importante questione femminile che perdura da una vita e che potrebbe risolvere tante vicissitudini.
Quest’ultima opera poetica di Maria Lenti (Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago Itaca, Osimo 2019) è un libro di persone, personaggi, donne in evidenza, scritto spesso come se ogni composizione fosse quasi una sentenza che potrebbe esser fondativa di una resa al merito della convivenza civile, come fosse una specie di lezione sul rispetto dell’altra.
Nel viaggio tra le pagine c’è questo metter in discussione l’idea del Mito, che ci siamo fatti. Autrice che rivede Autori per eccellenza e da una conclusione diversa, femminile, alle leggendarie storie che ci hanno accompagnato negli anni di scuola o nei racconti degli sceneggiati per chi non leggeva o studiava, come a dare voce a chi altri hanno scelto per loro. Chi riscrive più che dare un’ultima parola (almeno stampata) preferisce portare un’altra versione (un’altra chance), quindi rifare, come qualcosa che non è andato a buon fine, una sorta di rivincita, senza fare giustizia, sul percorso storico della vita.
Le vendette sono terribili quanto le colpe (e chi ricoprendo un ruolo importante fomenta paure fa lo stesso gioco).
I versi di Maria sono centellinati (è spesso il timbro di tutta la sua poesia, di questa raccolta come delle precedenti), perentori, quasi aforistici. Qui vuole restituire il verso a tante figure mitologiche, rivedute oggi, dopo il ’68, dopo tanti diritti conquistati e non regalati. Un riscatto dall’essere viste soltanto come incubatrici, all’essere etichettate come scandalose.
Oggi qualcosa è cambiato ma non possiamo fermarci.
In conclusione del libro mi sembra di aver avuto sotto mano un ripasso, veloce, dell’Eneide, dell’Iliade, dell’Odissea, delle Tragedie di Euripide, di Ovidio. Storie scritte all’origine con la voce di questi autori, maschili, ora rivivono con la voce anche femminista di Maria Lenti. Nei termini che caratterizzano appunto la storia dei comportamenti umani. Ribadirlo non fa mai male.
Si taglia il filo per inaugurare questa raccolta con Arianna che s’innamorerà di Teseo, lo aiuterà a uscire dal labirinto e lui come ringraziamento la pianterà in Nasso. L’autrice però riscatta la figlia di Minosse perché, se Teseo se n’è andato, lei in fin dei conti è più “leggera e liberata”; così per la donna più bella, famosa e amata del mondo antico, Elena, che preferisce restare con la sua “ombra”, Paride, e non tornare a Sparta con Menelao.
Opera nella sostanza, questa raccolta, in cui le parole sono dosate proprio per non lasciare forse nessuna rivalsa.

 

2.

Una brevissima rassegna,
————————————————dal ragionar col membro

 

Erifile ad Anfiarao

Per una collana e lenzuola candide
ti avrei indotto a marcire contro Tebe.
Sei così sciocco da scambiare orgasmi
con l’esistenza intera?

———————————————–alla tenerezza dell’Amore

 

Bauci a Filemone

Una carezza il vento tra le fronde
antica fedeltà reciproca,
—————-Filemone,
ininterrotta.

———————————————-dal non annullarsi per un uomo

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Patrizia Sardisco, Autism Spectrum

 

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum. Postfazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca 2019

 

#0

lo spettro non traccia nei normografi
senza riga e compasso
china a mano libera
la testa
disdegna
di segnalare non insegna
riconsegna
un lato umano asintotico
a ogni punto

 

#3

hai percorso volando
l’enclave breve
di un acceleratore del pensiero
i piedi alati divine particelle
in moto sghembo in ascesa poi
la planata
e sei atterrata estranea esausta
straniati gli arti
crudi arrochiti alberi le mani
le disprassie fanno il vento contrario
nelle mani ammainate issate
contrariate contratte aperte e chiuse
gli occhi di più
cloro in un loro cielo

 

#5

l’insufficienza dei filosofi guardiani
la rotta frenesia e gli argini argillosi
il soliloquio perenne l’ecolalia disforica
lo strabismo sorpreso e l’attenzione artiglio
la tenaglia la faglia il maglio il deraglio
il groviglio
l’imbroglio ferino del passaggio all’atto
la liquida incoerenza oculomanuale
cardiomanuale
l’anima animale accumulo sul gesto
il transito veloce di una refe
nel lago pensiero
lo sbrego il gorgo l’ardua gora del giorno
la parola

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Non importa ormai vivere bensì la vita, Juan Carlos Mestre

 

ANTEPASADOS

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
al hambre le llamaron muralla del hambre,
a la pobreza le pusieron el nombre de todo lo que no es extraño a la pobreza.
Poco es lo que puede hacer un hombre con el pensamiento del hambre,
apenas dibujar un pez en el polvo de los caminos,
apenas atravesar el mar en una cruz de palo.

Mis antepasados cruzaron el mar sobre una cruz de palo,
pero no pidieron audiencia, así que vagaron por los legajos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Y llegaron a los arenales,
en los arenales la tierra es brillante como escamas de pez,
la vida en los arenales sólo tiene largos días de lluvia y luego
largos días de viento.

Poco es lo que puede hacer un hombre que sólo ha tenido en la vida estas cosas,
apenas quedarse dormido recostado en el pensamiento del hambre
mientras oye la conversación de los gorriones en el granero,
apenas sembrar leña de flor en la sábana de los huertos,
andar descalzo sobre la tierra brillante
y no enterrar en ella a sus hijos.

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
atravesaron el mar sobre una cruz de palo.
Entonces pusieron nombre al hambre para que el amo del hambre
se llamara dueño de la casa del hambre
y vagaron por los caminos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Poco es lo que puede hacer un hombre con las migas de la piedad,
comer pan mojado los días de lluvia a los que luego seguirán
largos días de viento
y hablar de la necesidad,
hablar de la necesidad como se habla en las aldeas
de todas las cosas pequeñas que se pueden envolver con
cuidado en un pañuelo.

 

ANTENATI

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
chiamarono la fame muraglia della fame,
alla povertà posero il nome di tutto ciò che non è estraneo alla povertà.
Poco è ciò che può fare un uomo con il pensiero della fame,
appena disegnare un pesce nella polvere dei cammini,
appena attraversare il mare in una croce di legno.

I miei antenati attraversarono il mare sopra una croce di legno,
ma non chiesero udienza, cosicché vagarono per le pratiche
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

E giunsero agli arenili,
negli arenili la terra è brillante come squame di pesce,
la vita negli arenili ha solo lunghi giorni di pioggia e poi
lunghi giorni di vento.

Poco è ciò che può fare un uomo che solo ha avuto nella vita queste cose,
appena restare addormito sdraiato nel pensiero della fame
mentre ode la conversazione dei passeri nel granaio,
appena seminare legna di fiore nel lenzuolo degli orti,
andare scalzo sulla terra brillante
e non sotterrare in essa i suoi figli.

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
attraversarono il mare sopra una croce di legno.
Allora posero nome alla fame perché il padrone della fame
si chiamasse signore della casa della fame
e vagarono per i cammini
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

Poco è ciò che può fare un uomo con le briciole della pietà,
mangiare pane bagnato nei giorni di pioggia ai quali seguiranno
lunghi giorni di vento
e parlare della necessità,
parlare della necessità come si parla nei villaggi
di tutte le piccole cose che si possono avvolgere
con cautela in un fazzoletto.

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Sonia Ciuffetelli, La farfalla sul pube

 

Sonia Ciuffetelli, La farfalla sul pube. Postfazione di Cinzia Marulli, Arcipelago itaca editore, 2018

 

Metamorfosi

Ingollata l’aria del tuo bacio
già era svenuto il cielo
e il riflesso della stella
nel tuo bicchiere pieno non tremava

né si muoveva il vento
tra le dita vestite di luce

lo spazio d’un break
diventò il tempo di una eternità

durata il sorso di un boccale
di vodka e limone

il più bel sorriso fu quello del finale
te lo proposi tra lacrime e perdita
mentre attraversavo il viale gonfio
d’aria grigia e vapori dismessi e riciclati
senza guardare…

————————-[ero troppo giovane per capire, troppo
—————————————–grande per saper ignorare]

quando ti ritrovai
casualmente flottando
tra cirri e tempesta

eri pietra e radice
nel giardino di statue.

 

Pensiero II

E mentre sorridi arriva tutta
la tua malinconia
quella tristezza che sprizza
oltre il tuo gesto
al di là di te.

 

Atmosfere 2017

Gente spaventata, pochi negozi, in anemia,
locali brilli del centro, un infinito cantiere.
Le notti fredde e la Fontana bianca e ghiacciata,
sullo sfondo il Gran Sasso.
Un monumento al clima sotto un cielo perfetto.
Un traffico di timori e paure,
un traffico di parole ricomposte e di speranze lese.
Le notti.
Piumini e stivali pronti sulle soglie,
cellulari e caricatori in vista, torce ed elmetti,
oggetti messi in fila sulla via di fuga.
Le notizie.
Intorno le voci, gli allarmi, le previsioni,
le rassicurazioni in un frullato che diventa sempre più denso,
sempre più carico.
Intorno le opinioni di tutti contro tutti,
di tutti solidali e soli.
Questa volta è diverso.
Il coro è stonato, mescolato, grande.
Noi dentro, centri-fugati.
E in questo atollo di demoni e povera gente,
il girone di chi è in perenne fuga
e di chi giace in attesa degli eventi.

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Su “Datità” di Giovanna Frene

È uscita al momento giusto la riedizione di Datità di Giovanna Frene, perché ci accompagna nell’attesa della pubblicazione di Eredità ed estinzione prevista per quest’anno. Grazie alle cure di un editore attento come Danilo Mandolini, patron di Arcipelago Itaca, che aveva pubblicato nel 2015 Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, si viene a colmare uno di quegli imperdonabili vuoti che caratterizzano il mondo della poesia; infatti Datità uscì la prima volta nel 2001 per i tipi di Manni, per non essere poi più ristampato. Accompagnata dalla Postfazione di Andrea Zanzotto, la raccolta aveva già allora messo in chiaro la direzione della ricerca poetica di Giovanna Frene, ossia quel non più progressivo bensì decisivo allontanamento del proprio dettato da ogni residuo di lirismo, nonché la scelta di non percorrere le vie di un versoliberismo comunque aderente a forme riconoscibili o riconducibili alla tradizione, anche più recente. No!, la direzione presa da Frene era (ed è) quella di una frattura coi generi per la commistione dei registri. Come avevo già avuto occasione di dire scrivendo di Tecnica di sopravvivenza, il cuore di questa ricerca è una visione della storia che si innesta nella poesia, storia da intendersi non come narrazione delle gesta degli eroi, bensì come riflessione sulla voce di chi la storia ha ridotto alla condizione del silenzio.
Datità come Gegebenheit: non ciò che viene dato, ma ciò che si palesa, si mostra, si rivela. Ciò che è il risultato di una riflessione che inscindibilmente lega poesia e filosofia, perché è l’essere pensante a dire e non l’io a cercare di esprimere i propri tormenti. Per questo Datità è un libro necessario: perché scuote il pianeta poesia dal suo nucleo e scorga un nuovo mondo magmatico che pone domande dirette e non cerca di addolcire nulla a nessuno, né al poeta né al lettore.
Una dichiarazione di poetica che a diciotto anni di distanza mantiene tutta la sua forza primigenia e la rilancia accresciuta di ciò che è seguito.
Datità si offre ora nuovamente al lettore nella forma in cui vide la luce nel 2001, compresa la già ricordata Postfazione di Andrea Zanzotto, maestro riconosciuto di Frene. Postfazione che assume ora pure una valenza di profezia post eventum, alla luce di quella lungimiranza zanzottiana che già allora riconobbe i segni di una poesia che univa al rigore della lingua il rigore di una riflessione etica, filosofica.
I simboli stessi della poesia contemporanea, troppo spesso abusati, vengono ridiscussi. Il corpo, per esempio, è ricondotto a un’idea di unità laddove i più lo sezionano; sicché Canova – «splendore fisico unificante» è definito da Zanzotto nella Postfazione – diventa l’emblema di una sorta di indivisibilità nel segno dell’arte («non separi l’uomo ciò che l’arte ha unito nell’oscuro/ del principio smembrando piuttosto il mondo che la natura»), dove arte andrà intesa nel suo significato più ampio, comprensivo, e non esclusivo. Universalità che non dev’essere banalizzata, svenduta, messa in liquidazione; bensì preservata, difesa con le armi della scrittura retta dal pensiero e dalla capacità di argomentare le cose e il loro rovescio, gli sguardi e i segnali (evidente la lezione zanzottiana), di fornire spiegazioni alle proprie scelte intellettuali («proferire perfetti/ simulacri attinti al tutto della totalità […] riflessi dietro lo specchio/ percepire d’un tratto □ un uno», Autoritratto).

© Fabio Michieli

 

Autoritratto

Questa immobile fissità          sono io?
È ancora la mia bocca questa furente serie di carni?
Sedimenti di petali fra le fessure – se fino a ieri
era tutto perfezionato al meglio        mentì
questa evanescente fluidità chiamata
tritacarne? Negare di preferire qualsiasi
preferenza            fingere di fingere la
finzione del non sentire          proferire
perfetti simulacri attinti al tutto della totalità:
soltanto così          riflessi dietro lo specchio
percepire d’un tratto                  un uno.

 

[tritacarne: dal film Stalker di A. Tarkovskij]

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Danilo Mandolini, Anamorfiche

Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.
Le composizioni che si susseguono mantengono la promessa del titolo, ampliano, pertanto, la coscienza, orchestrano la domanda – angosciata, martellante, disperata sull’esito o, al contrario, pronta allo scontro, all’attrito, allo schiaffo – su essere e tempo, o meglio sull’esistere nel tempo, oltre il tempo, nonostante il tempo.
Gli effetti che si palesano a chi legge sono preparati da una progettazione attenta, da un gioco di squadra tra forme verbali nei modi finiti (in prevalenza l’indicativo, al tempo presente) e nei modi indefiniti (gerundio e infinito, quest’ultimo sovente nella versione sostantivata) e figure retoriche (con maggiore frequenza di anafora, metafora, allitterazione, anastrofe, figura etimologica, poliptoto, ossimoro).
Le psichedelie delle voci si estendono anche a quelle, non umane per fonti di emissione, umanoidi per imitazione, che accompagnano tuttavia il nostro quotidiano vagare qui e ora: «Una voce metallica di donna/ precisa dice:/ “Fra cinquecento metri svoltare a sinistra.”// Improvvisa la città/ si schiude allo sguardo,/ si fa osservare nel buio/ e con timore mostra/ (sfavillanti, scoscese)/ le sue insegne.».
Ecco che le psichedelie, anche delle voci metalliche registrate per farci da nocchiere nella metropoli senza soluzione di continuità, consentono di dilatare lo sguardo, di spostare più avanti il limite, di consentire una più lucida, seppure non pacificata, “rivelazione”.
Così come le Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni. Uno (prima parte della prima sezione, erano introdotte dai versi di tre guide poetiche, Pasolini, Sereni, Campana, così le Psichedelie dei silenzi sono introdotte da una frase di Albert Camus, tratta da Le mythe de Sisyphe, che si allarga essa stessa a comprendere le “assurde” ragioni della poesia: «L’assurdo nasce dal confronto tra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo».
L’allargamento della coscienza, il dilatarsi della percezione si amplifica ulteriormente con il silenzio e grazie al silenzio. Si manifestano con chiarezza aneliti e aspirazioni: «[aspiro a conoscere a fondo,/ fino in fondo,/ l’essenza ultima e vera/ d’ogni stupore», lo sguardo muto individua «il varco senza voce», il risuonare, terso, dell’esortazione prende quota e coraggio (ebbene sì, “il faut imaginer Sisyphe heureux”): «Una volta al giorno/ (non è fondamentale quando,/ non serve di più)/ è appropriato, è consigliabile/ salvare una vertigine,/ serbarla con grande premura/ quasi fosse l’unica/ a disposizione di tutti». (altro…)

Poesie da “In deserto” di Paolo Steffan

da

MACCHIE

Al Ministro dell’Interno,
perché pietà è ben viva

Mare nostrum

Il ruolo del poeta deve essere […] protestare, dando
fondo a tutte le nostre parole, contro il saccheggio
della realtà, che è poi lo sgomento della nostra
epoca. Descrivere l’orrore.

Yves Bonnefoy

1. Naufragio

Ché rifugio è solo su riarsa ripa
ché i mostri son mostri e angeli si mostrano
ché di brecce di folgore rituona
il mare nostrum – ché muti riemergono
in richiami di buio
e poi muti si perdono

Ché sirene già cantano
litanie da Pilato su palati
di belve immonde da marmoree sponde

La di loro camicia verdeggiante
di un rosso arrossa ma non più cangiante
rosso di mare nostrum, e già rifugio
eternato per lampo
di quel lacero drappo
e vago abbaglio di terra straniera
mai avuta e già rimorta

 

4. Indulgentia per maria

Da latitudini alpine noi pochi
di molti vi chiediamo:
se non perdóno, ch’esso sia odio vero

A chi per bassi fini d’indelebile
colpa satura l’anima
greve e grigia d’un popolo che dentro
il segreto dell’urna
lorda le sue mani di sangui lontani, umani

E di fiamme notturne più mai riarda
la soglia querula di mare nostrum
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Cristina Bove, La simmetria del vuoto

Cristina Bove, La simmetria del vuoto. Prefazione di Anna Maria Curci, Arcipelago Itaca 2018

L’equilibrio della sospensione: _La simmetria del vuoto_ di Cristina Bove

C’è un verbo che associo alla poesia di Cristina Bove e che si addice in modo particolare a questa raccolta, _La simmetria del vuoto_. È un verbo che appartiene alla lingua tedesca e, come spesso accade per i passaggi da un idioma all’altro, racchiude molti significati, che non possono essere resi con un solo verbo italiano. Il termine tedesco è schweben, e vuol dire stare sospesi, librarsi, così come, pure, oscillare, fluttuare. Ecco, la dimensione nella quale si muovono e alla quale permettono di accedere i versi di Cristina Bove è sicuramente ‘oltre’, al di sopra (si pensi al «canto al di sopra della polvere» dei Canti lungo la fuga di Ingeborg Bachmann), si muove, si libra, sorvola, conservando tuttavia la piena consapevolezza del bilico perenne, della sospensione su un abisso che può essere fatale, o lo è già stato e dunque si spalanca nell’indaffarata noncuranza della maggior parte dei viventi.
Occorrenze e ricorrenze sono una prova vivida del collocarsi della poesia di Cristina Bove su una soglia tutta particolare. Più che fermarsi al vano di una porta, le immagini prendono per mano e conducono piuttosto sul parapetto di un balcone, sull’impavesata di un veliero, su scogli a picco o, ancora, sul limitare di un bosco insieme incantato e insidioso e, naturalmente, “attraverso lo specchio” di Alice in Lewis Carroll. Già soltanto con il termine “oltre”, ci imbattiamo – mentre la ricchissima tavolozza di Cristina Bove dispiega una formidabile gamma cromatica e ripesca dalla nostra memoria, anche senza menzionarlo, il blu oltremare –  in due composti, «oltresemantico» e «oltreluce». Si tratta di due termini che interpreto come programmatici: occorre aspirare a significato e a chiarezza che comprendano e insieme superino il piano sensoriale.
Altro termine ricorrente è «volo» – e torniamo al librarsi, all’essere sospesi, al sorvolare. Se il volo è da un lato legato a un episodio-svolta nell’esistenza – «da quella notte del trentuno agosto», leggiamo in 1961 (epilogo d’estate e d’un suicidio) -, come ribadiscono i versi di Immaginaria lettera d’amore: «: è lì che sei rimasta, passandoti attraverso/ indenne/  così ti vidi nella scia del volo/ cadere tra i gerani  e adesso il velo/ che ti sfigura e quasi ti cancella/ ha il senso che ti diedi _parve una foto in ombra_/ tuttavia/ raccolsi ogni tuo modo di morire/ non potevo sapere/ quanto ti avrebbe consentito il vivere», e gli endecasillabi perfetti di In itinere: «eppure un volo le testimoniava/ di un alfabeto senza le parole», dall’altro esso si manifesta sotto le sembianze di turbinare universale di «sirene pesci girifalchi in volo» nell’(auto)irridente La visione centripeta, in cui «è l’Es che r(ide) e si ridimensiona». (altro…)