Arcipelago Itaca

Pietro Roversi, da ‘I pinguini dei tropici’

 

Europa, Europa

Per fato qui, o altrove
e ovunque orfano d’un baratto,
sfortunatamente il continente è
diviso tra cattolico, protestante
e altre varietà del matto
Dio Uno e Trino. Da bambino
collezionava bandiere,
da adulto stelle,
gialle sul campo blu dell’adozione.

E mentre fa colazione, altrove
un altro esce da un igloo,
o sta sotto un banano, scende
da un gradino su un pavimento
di fango battuto. Pian piano
s’arriva ai confini del mondo,
ci si sposa, si figlia, s’impara
una lingua, il ratto
d’Europa, Europa. (altro…)

Marco Di Pasquale da ‘Formula di vapore’

.

nei chiodi delle stelle ti leggi al futuro e la luna d’artificio
di stasera rischiara nelle vene e scorgi nel meandro almeno
una lisca di progetto
mentre altri strattonano ad ostruire l’avvenire e tu non vuoi
firmare se non uno specchio in bianco

 

un intento brusio come mani
in balia dei venti, una contorsione
di speranze che sfavilla appena
sulle crisalidi dei giorni
il diluvio di luce dal sogno
a livellarci sudati e sorridenti

.

FORMULA DI VAPORE

mentre attendo la schiuma del contrattacco
mi ritrovo nel passaggio delle nuvole
formula di vapore che comanda il pallore
delle nove scarse del mattino
al chiuso delle mura proteggo il forte
dalla bomba di rancore fuori portata
senza innesco, la vita già minata (altro…)

Lettera all’autore #6: Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

ANDARE-PER-SALTI

Cara Annamaria,

nel rileggere il tuo Andare per salti a distanza di mesi dalla presentazione napoletana dell’autunno scorso, mi soffermo con maggiore attenzione sul senso del verbo del titolo, ‘andare’ e mi sembra che tu riprenda la dimensione originaria dell’atto poetico a partire dalla sua origine arcaica, il poetare, il raccontare, il dire è un andare, esso si rifà al peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli. Quindi l’andare rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. L’andare è ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo e al tempo stesso ci permette di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. L’andare rimanda subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri, corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza, che è un andare enigmatico. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero.
Mi sembra che la tua cifra poetica si inserisca in questa dimensione e vi apporti un contributo originale e perciò spiazzante rispetto alle attese del lettore. Perché il tuo andamento poetico è un andamento, che, come il titolo del libro enuncia radicalmente, procede non in maniera costante e lineare, ma per salti, per balzi e sussulti. In una prima accezione, il tuo andare per salti potrebbe far riferimento ad un’attenzione rapsodica dei tuoi versi alle varie sfaccettature del mondo e della vita, ma a me sembra che ci sia un senso più profondo, che investe prime di tutto il nucleo ispirativo della tua versificazione, che si dispone sulla pagina come frammento che emerge dallo sfondo bianco e che in maniera, al tempo stesso, fluida e precisa, come nella grande tradizione novecentesca, di cui al tempo stesso sei erede, ma che volutamente tradisci per procedere oltre. È presente un fluire da tempo andante musicale, che impedisce all’orecchio di soffermarsi sul singolo elemento ma che restituisce il suono e il senso delle parole e dei versi in maniera complessiva. Ma vi è anche una dimensione di senso profondo e di visione del mondo, il tuo andare per salti è un “fare i conti” con il mondo in maniera radicale, giungere con un balzo sulla cosa da dire e offrirla alla parola poetica, la portata di quest’atteggiamento la si evince soprattutto nella seconda e terza sezione del libro – Per tumulti; Per spazi inaccessibili – dove il confronto con la vita si fa più serrato e riesce a fare i conti sia con il contemporaneo, sia con la storia, sia con la dimensione mitica attraverso la storia, in particolare gli intensissimi testi sulla Shoah, nella sua dimensione epocale, ma anche, soprattutto nella prima sezione, nella sua dimensione familiare e individuale (così mi lascio vivere/ un vivere semplice che almeno/ un po’ faccia coesione/ un rimpicciolirmi come/ seme tra i semi.), il passaggio da una generazione all’altra, la dedica a tua nipote in esergo ne è il segno tangibile. L’insieme di tutte queste suggestioni rivelano un sostrato etico profondo, una tensione morale che non arretra dinanzi nemmeno agli spazi inaccessibili del dolore e del male.
In questa prospettiva la tua poesia si presenta come un andare che diventa un deviare, e la poesia è proprio questo deviare dal vedere ordinario, è un deviare che sposta il punto di vista ordinario e volge lo sguardo in altra direzione, lungo magari un sentiero più nascosto e più impervio ma che, in quanto non già battuto, ci fa vedere le cose, quegli stessi sentieri ordinari della nostra vita quotidiana, in un’altra luce, magari con lo smalto originario del primo giorno della creazione, per dirla con Boris Pasternak. Solo correndo il rischio di errare e di perdersi si può approdare da qualche parte, fosse anche solo l’andare stesso. L’uomo non è, ek-siste, cioè è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana dell’andare, dell’errare, della possibilità inquietante dell’errore nel fare dell’uomo, ma anche quella salvifica, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa. La poesia è il filo di Arianna, le molliche di Pollicino che ci guidano nel labirinto dell’esistenza mostrando in controluce, in negativo, la via non presa, il bivio dove si decide la vita di ognuno. Essa è un tenue segno che ci guida lungo il percorso, creandolo di volta in volta, che ci può condurre a casa o farci perdere definitivamente. La tua poesia (tu aguzzino tu vittima/ vera o consenziente (lo sai solo tu)// resta la poesia?) mi sembra non far altro che parlare in maniera essenziale, a tratti leggera, a tratti vorticosa – penso alla poesia Taràn (tu non lo sai ma questa tua danza turbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate)– a tratti sofferta della condizione umana e della sua intima e rischiosa libertà fino a giungere ai bordi da cui si contempla l’infinita distesa del Nulla costitutivo di ogni cosa (come all’origine nudi/ finalmente originali miseramente/ splendidi del nulla).
Ti saluto con stima e amicizia.

Francesco Filia

Annamaria Ferramosca, Andare per salti, Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca, 2017

Angina d’amour – Giulio Maffii, di Melania Panico

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Angina d’amour è un libro complesso e vivo in cui si intersecano temi fondanti come amore, lutto, memoria, in una struttura che non lascia spazio a equivoci o storture. Un libro che segna un passaggio netto nella produzione dell’autore.
Il titolo è un chiaro riferimento – attraverso una terminologia medica – al rapporto stretto tra eros e thanatos. La prima sezione Venti angine d’amore si apre con Cosimo Ortesta: “la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore”.
Il dolore non è qualcosa da cui ci si può salvare, è la ferita e dopo la ferita la cicatrice. La poesia – quando autentica come in questo caso – serve ad avallare o a raccontare, poco a dimenticare e di nuovo a inserirci nella vita. La poesia è testimonianza: “ho fatto le ossa/ rapinando il respiro del sasso/ non rispondo e torno/ nel nucleo della sera/ ti lascio con i nodi”.
Angina d’amour è pieno di oggetti e di solitudine, di moltitudini che si incontrano nel “mistero eucaristico del sanguinamento”, un mistero che unisce tutti, una umanità che fatica a trovare una risposta, un senso, eppure lo cerca, nella contraddizione costante e spesso avvilente, per quanto umana, tra ciò che si desidera e ciò che si ha.
“Nessuno sembra lacerato dentro/ sono qui che t’aspetto/ si aspettano i santi/ a chiese aperte e occhi spupillati/ mi benedice la cassiera sudata/ con il sorriso inverso”. A guardarla da fuori sembra una realtà perfetta e onesta. A guardarla da dentro, con gli occhi all’interno, si avverte la deformità del senso e il rumore che fa questa deformità. È un rumore silenzioso. Sono gli oggetti a essere infestati dal silenzio ed è un silenzio infettato quello che gli oggetti stessi ci rimandano indietro. (altro…)

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca 2017

Da un incontro che l’autrice stessa definisce nell’introduzione, con le parole del famoso saggio di Freud, “perturbante”, sgorga il flusso di Paesaggio con ossa di Lella De Marchi. È l’incontro con Malina, o, per essere più precisi, la visione di Malina, «nuda e distesa nella roulotte», il punto dal quale si diramano le considerazioni che vanno a comporre un poema, il cui titolo, così come si ma­nifesta fin dal primo componimento, altro non è se non la natura di questa visione: «Malina nuda e distesa nella roulotte è un immenso paesaggio/ con ossa, vita che vive senza ornamenti, vita che vi­ve solo di sé.» Oltre il dato di fatto, vale a dire l’aver portato del cibo, nel contesto dello svolgimen­to di lavori socialmente utili, a una giovane tossicodipendente, dal corpo magrissimo e coperto di ecchimosi a causa di un recente stupro, ospitata temporaneamente in una roulotte, su “un giaciglio malsano”, si innalza e si modula la testimonianza di una contesa sfiancante e permanente tra bellez­za e sfacelo, tra puro e turpe. Malina «sembrava la regina dolente di un regno invivibile», afferma Lella De Marchi nell’introduzione. Il poema che narra di questa regina e di questo regno, narra an­che di chi ha visto e ne dà testimonianza.
Vivido e vuoto sono aggettivi che si alternano, si affiancano in questa visione rivelatrice e rinnova­ta, con esplicita allitterazione o con tacito richiamo. Vita nonostante il vuoto, la deprivazione di ogni ornamento, vita che vive di una bellezza che si afferma per contrasto, rovescio e capovolgi­mento di ogni orpello. Quel nome, Malina, giunge alle mie orecchie con un carico antico e un fasci­no sempre nuovo, dalla fiaba Jungfrau Maleen (La vergine Malvina), che apparve fin dall’edizione del 1850 delle Fiabe dei fratelli Grimm. Malvina è una principessa bellissima, punita per il suo amore e costretta, da una sentenza del proprio padre, tanto crudele quanto ingiusta, a trascorrere set­te anni murata, nell’oscurità e con la sola compagnia di un’altra fanciulla, l’affezionata cameriera, nella stanza di una torre. Quando insieme all’amica – resistenza e tenacia si daranno il cambio per sostenersi vicendevolmente – riuscirà ad aprire una breccia nel muro e insieme, oltre le rovine del mondo in cui erano state murate, cercheranno e non troveranno accoglienza, si nutriranno di ortiche, diventeranno sguattere, gli stenti e le privazioni non avranno turbato la bellezza di Maleen/Malvina. Sia il suo silenzio, sia il suo canto distingueranno il suo cammino fino all’avventuroso incontro con l’amato. Paesaggio con ossa – il richiamo ai montaliani Ossi di seppia, come ricorda Caterina Da­vinio nella sua nota Il corpo come paesaggio, postfazione al libro, è una delle numerose e feconde suggestioni di questo libro – di Lella De Marchi, proprio come la fiaba riportata dai fratelli Grimm, ha l’incanto doloroso di un viaggio di scoperta che si nutre dell’incontro, dell’accadere del prodi­gioso, di ciò che suscita stupore e meraviglia. Davvero si ha l’impressione che l’io lirico, dal prolo­go menzionato in apertura, Malina distesa nella roulotte è svegliata da noi dal nostro, per tutte le quattro parti, Movimenti, Astuzie, Deliri, Gesti, che compongono il poema e precedono l’Appendice, si configuri progressivamente come quella compagna di sventure e avventure di Maleen/Malvina nella fiaba, dalla prigionia, agli stenti, alla testimonianza di una bellezza inusuale e misconosciuta, di una gloria calpestata, ma non annullata. (altro…)

Silvia Tripodi, da ‘Punu’

 

Ho portato il viaggio di molta stanchezza
nella ingiungente macchina
al di qua della macchina
verso il cortile
viaggio che porta giunge
quasi al silenzio dello spettare
dalle parti dei minuscoli oggetti
delle cose chiamate cose.

*

.
Viaggio porta alle cose
pezzi molto piccoli
pezzi molto più piccoli
fino alle cose chiamate
della famiglia degli oggetti.

* (altro…)

Inediti di Danilo Mandolini

DA ANAMORFICHE
di © Danilo Mandolini
(di prossima pubblicazione)

* * *

Da I. – PSICHEDELIE DEI RUMORI, DELLE VOCI, DEI SUONI E DEI SILENZI

* *

Da Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni – Uno

 

Il vuoto
non si vede ma
spesso si sente.

Il vuoto
ha più voci ma
è trasparente.

 

*
1. 7 x 12

Da sola la finestra
si chiude nel rimbalzo
seriale di più colpi
dal vento provocati
(nel vento custoditi
a mo’ di sedimenti
d’un tempo residuale).

Le stanze rovistando
in cerca di se stesso
quel soffio senza meta,
poi, soltanto per un po’
duro resta addosso.

 

*
Cigolano gli anni avanzando,
quasi sussurrano passando
sotto l’ampia volta in ombra
che ogni singola presenza ‒
………….ogni singola vita ‒
inconsapevole delinea.

E un segno lasciano,
questi spazi colmi di tempo;
lasciano
come una traccia lieve per dire,
per rammentare che a lungo
anche nel moto dell’aria persiste
lo stesso arrancare degli anni,
lo stesso esiguo clamore
che torna
dopo aver compiuto
(incolume cometa)
un’orbita completa.

(altro…)

Da ‘La natura selvaggia’ di Beloslava Dimitrova

 

L’oceano si spacca
diviene rifugio dei sensi
ci raggeliamo
io le altre persone
uccelli e animali
aspettiamo
che il Mondo ricominci
daccapo

 

Natura

realmente nessuno è stato ucciso
ognuno salta volontariamente
alcuni figli molto bravi
sono divenuti tossicodipendenti
i pazzi si arrampicano sulle pareti
avanzano con movimenti rotatori
questo non ha alcun senso
non ho svegliato nessuno
prendi questo veleno
avvicinalo alla tua bocca
mentre sei incinta
ti supplico

 

(altro…)

‘Gli alfabeti intatti’ di Francesca Fiorentin. Nota di Carlo Tosetti

Francesca Fiorentin, Gli alfabeti intatti, Osimo, Arcipelago itaca edizioni, 2017, pp. 76, € 13,00

 

Luglio 2014

Paradossi

Non mettere i fiori in cimitero
che poi i fiori, così belli, odoreranno di morti.

(da Gli alfabeti intatti, pag. 34)

Provo una nitida vicinanza agli stati d’animo che imprimono vibrazione alle poesie di Francesca Fiorentin, quantomeno per le immagini e per le emozioni che il testo rivela o che io riesco a dedurre, in quanto – a tutto diritto e, aggiungo, sanamente – la poetica di Francesca è nella giusta dose “ermetica”; non mi riferisco ai temi affrontati dalla corrente novecentesca (benché alcune tematiche affiorino “per contrasto”), ma alla “patina” linguistica che talvolta dissimula il senso dei componimenti.
Il fremito che pervade la sua opera prima (Gli alfabeti intatti, ArcipelagoItaca Edizioni, 2017) mostra un animo indagatore e riflessivo, disposizione per cui la collocazione nel quotidiano e, più precisamente, nell’attuale quotidiano, appare spesso “fuori tempo”.
Mi riferisco alla cadenza delle giornate del secolo corrente, le quali (le giornate economiche, politiche, quindi sociali) possiedono una organizzazione puramente nominale e che in realtà, anzi “sotto” la realtà sensibile, malcelano un trafficare inesaurito, un caos disordinato e, soprattutto, inumano: un disordine “antibiotico” travolge totalmente il nostro secolo.
Tentando di affondare ulteriormente l’analisi in questa direzione (interiore), ciò che più condivido di questa visione della realtà, è il rifarsi – anche in questo caso, se non direttamente, per contrasto – ad una legge antica, ormai sepolta dalle sabbie tecnologiche e scientifiche, una sapienza che indica, nell’apparente semplicità delle relazioni fra gli enti, la via, unica, vera, della vita.
Per questa ragione ho aperto l’articolo con la succinta poesia Luglio 2014 (poche poesie recano un titolo, le più una data): la natura, malgrado la sciagurata rotta tracciata dall’umanità, si poggia su fondamenta composte da risonanze, da accordi che nutrono gli enti naturali e questo distico regala una chiave di lettura della poetica di Francesca Fiorentin.
La bellezza (la vita) è in accordo con la bellezza stessa, nelle sue molteplici manifestazioni e questa è la “legge eterna” sottesa agli eventi.
Tragicamente, ecco l’amaro sapore del “succo” dei nostri giorni: il frammischiare l’uomo al disumano, sempre e comunque. Disumana non è soltanto la morte, la fine del nostro tempo (tema che nel libro è toccato), ma tutto ciò che in vita s’oppone ad essa, ostacolandola, alterandone i movimenti iscritti nell’ordine naturale delle cose. Questo sentire – ineluttabilmente – porta la poetessa ed il lettore ad identificare i “nemici” del vivere, in quanto lo stesso uomo ha costruito (in materia e in idee).
Con ciò, non voglio presentare Francesca Fiorentin come un’anacronistica (e incantata) luddista, ma è fuor di dubbio che le affannate giornate umane… oggi di umano abbiano ben poco. (altro…)

Simone Maria Bonin, da ‘Tratti primi’

 

Da neurone a neurone
corre un filo elettrogeno
…………………di fame
colpiscimi
se puoi, fammi male
prega altro dolore

……..un colpo di esistenza
tra le vertebre delle parole

 

*

Sei parole senza nome, senza
soluzione

impara la posizione del corpo
……………………………….le cose
non torneranno più

 

*

(Denmark)

I

La gente per le strade quasi ti sorride.
Niente fa troppo rumore.
Hanno i capelli chiari, i vestiti neri
e molta paura della morte, com’è normale oggi.
Finché reggono le gambe girano i pedali
delle loro biciclette. I vecchi sono tolti alle famiglie
per evitare incomprensioni. Giovani infermieri li tengono per mano.
E con tutte le attenzioni del caso, coi capelli chiari
e i vestiti neri la gente per le strade sorride, senza pensieri

 

*

V

L’aria restringe il colore a piccoli fiocchi di neve.
È un freddo che ci vuole guardare, studia i nostri
………………………passi goffi
nel reale. Globi luminosi cadono dal buio, stelle
dentro a stelle sopra il mare e sono d’onde suoni d’onde
e pelle sulla pelle per scaldare

 

*

X

Cade il sonno in ombra nelle cose
dove il corpo si fa lieve e distratti
a tentoni cerchiamo la neve

.

Simone Maria Bonin, Tratti primi, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 72, euro 12,50

‘Luciano Cecchinel, Poesia. Ecologia. Resistenza’ di Paolo Steffan

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Paolo Steffan, Luciano Cecchinel. Poesia. Ecologia. Resistenza. Con cinque poesie inedite di Luciano Cecchinel. Prefazione di Alessandro Scarsella (1a edizione Premio “Arcipelago itaca” per un’opera inedita di prosa critica sulla poesia italiana), Arcipelago Itaca 2016, pp. 188, € 18,00

 

Questo volume corposo, consistente, è stato pubblicato a fine 2016 da Arcipelago itaca, ed è stato vincitore della “Prima Edizione del premio nazionale per poesia e critica” indetto dalla casa editrice. Un libro che, per impianto e cura, rappresenta a oggi – e per il prossimo futuro – il più completo studio pubblicato sul poeta Luciano Cecchinel. Un libro che, per profondità di lettura critica, facendo convergere al proprio interno la critica letteraria pregressa in un dialogo ‘fecondo’, apre al lettore un percorso stimolante e capace di presentare spunti che vanno al di là del testo, come un’opera di critica ben congegnata sa fare. Facile, si direbbe; invece l’approccio di Paolo Steffan apre uno squarcio su tre mondi complessi che rappresentano anche l’etica del suo muoversi critico-vitale nel proprio mondo (e non con il mondo). Il trinomio del titolo ‘Poesia. Ecologia. Resistenza.’ è già dentro il suo modo prima che negli autori da lui prescelti, tra cui ricordiamo, monograficamente, Andrea Zanzotto, Cecchinel e Sebastiano Barozzi. Per un giovane critico, questa produzione è degna di nota e anche di onore. E mentre si rilegge il titolo non si può fare a meno di ricordare, forse facilmente, che la quarta parola sarebbe ‘libertà’; così come ogni rivoluzione (critica) su un autore ha la propria, anche Steffan sottende quella che è la cifra della sua intuizione e di una forma mentis dinamica, aperta cioè al contenimento di spinte provenienti da tradizioni anche diverse.
Credo si possa affermare che lo sguardo che utilizza è filologico-tradizionale, eppure vi è – lo ribadisco – già nel titolo una forma di militanza tutt’altro che esplicita, o meglio: che rende esplicita un’etica di continuità coniugandola alla materia poesia nelle formule che Cecchinel utilizza, con una trattazione intertestuale del dialetto – come il saggista evidenzia “non totalizzante” nell’opera del poeta veneto, eppure in grado di segnare un tratto largo della sua produzione. L’intertestualità investe, per Steffan, non solo il rapporto reciproco di Cecchinel con Zanzotto e la parentela tra i due ma, soprattutto, il legame con il territorio, il riferimento alla lingua-corpo della poesia che è anche ‘terra’ della/nella stessa – il ‘dove’ nasce.
Nell’attraversamento poetico e critico Paolo Steffan sceglie l’acronimo “P.E.R.” che accompagna ciascuno nel già citato per-corso, in cui incontriamo, tra i molti riferimenti, Pascoli, Pavese e Pasolini – da sempre nelle letture del critico. Le tre P sono portatrici di rimandi non solo al naturale ma − anche − al “mondo degli ultimi” che occupa un’intera sezione dell’opera. Tra le autrici, intelligentemente Steffan porta l’esempio di Anna Maria Ortese, per gli stessi motivi in precedenza citati. La costellazione di Steffan – più evoluta di quella che mi permetto di proporre – permette una coralità significante che il lettore sarà incuriosito di ri(n)tracciare da sé, grazie al filo rosso svolto sotto i suoi occhi in un ‘non labirinto’. (altro…)

Barbara Pumhösel, da ‘In Transitu’

 

Ancora

il filo di tela di ragno
mantiene l’equilibrio
sospeso nell’aria. Il vento
muove soltanto un dito
……………………e l’acero
manda la prima foglia
a chiamare l’autunno.

 

*

L’amore è brina.
Alfonso Gatto

Favola

io sono la volpe
……………….tu sei l’uva
la mia lingua s’allunga
di giorno in giorno
il mio sguardo
è fosforescente ormai
sulle mie tracce
ciocche di pelo
vienimi incontro non posso
non voglio più tentare
di sfiorarti con versi
verticali in alto lassù
vienimi incontro sto
ardendo per un poco
di fresco per la prima
brina sulla tua pelle

prima che arrivi l’inverno (altro…)