Arcipelago Itaca

Non importa ormai vivere bensì la vita, Juan Carlos Mestre

 

ANTEPASADOS

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
al hambre le llamaron muralla del hambre,
a la pobreza le pusieron el nombre de todo lo que no es extraño a la pobreza.
Poco es lo que puede hacer un hombre con el pensamiento del hambre,
apenas dibujar un pez en el polvo de los caminos,
apenas atravesar el mar en una cruz de palo.

Mis antepasados cruzaron el mar sobre una cruz de palo,
pero no pidieron audiencia, así que vagaron por los legajos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Y llegaron a los arenales,
en los arenales la tierra es brillante como escamas de pez,
la vida en los arenales sólo tiene largos días de lluvia y luego
largos días de viento.

Poco es lo que puede hacer un hombre que sólo ha tenido en la vida estas cosas,
apenas quedarse dormido recostado en el pensamiento del hambre
mientras oye la conversación de los gorriones en el granero,
apenas sembrar leña de flor en la sábana de los huertos,
andar descalzo sobre la tierra brillante
y no enterrar en ella a sus hijos.

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
atravesaron el mar sobre una cruz de palo.
Entonces pusieron nombre al hambre para que el amo del hambre
se llamara dueño de la casa del hambre
y vagaron por los caminos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Poco es lo que puede hacer un hombre con las migas de la piedad,
comer pan mojado los días de lluvia a los que luego seguirán
largos días de viento
y hablar de la necesidad,
hablar de la necesidad como se habla en las aldeas
de todas las cosas pequeñas que se pueden envolver con
cuidado en un pañuelo.

 

ANTENATI

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
chiamarono la fame muraglia della fame,
alla povertà posero il nome di tutto ciò che non è estraneo alla povertà.
Poco è ciò che può fare un uomo con il pensiero della fame,
appena disegnare un pesce nella polvere dei cammini,
appena attraversare il mare in una croce di legno.

I miei antenati attraversarono il mare sopra una croce di legno,
ma non chiesero udienza, cosicché vagarono per le pratiche
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

E giunsero agli arenili,
negli arenili la terra è brillante come squame di pesce,
la vita negli arenili ha solo lunghi giorni di pioggia e poi
lunghi giorni di vento.

Poco è ciò che può fare un uomo che solo ha avuto nella vita queste cose,
appena restare addormito sdraiato nel pensiero della fame
mentre ode la conversazione dei passeri nel granaio,
appena seminare legna di fiore nel lenzuolo degli orti,
andare scalzo sulla terra brillante
e non sotterrare in essa i suoi figli.

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
attraversarono il mare sopra una croce di legno.
Allora posero nome alla fame perché il padrone della fame
si chiamasse signore della casa della fame
e vagarono per i cammini
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

Poco è ciò che può fare un uomo con le briciole della pietà,
mangiare pane bagnato nei giorni di pioggia ai quali seguiranno
lunghi giorni di vento
e parlare della necessità,
parlare della necessità come si parla nei villaggi
di tutte le piccole cose che si possono avvolgere
con cautela in un fazzoletto.

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Sonia Ciuffetelli, La farfalla sul pube

 

Sonia Ciuffetelli, La farfalla sul pube. Postfazione di Cinzia Marulli, Arcipelago itaca editore, 2018

 

Metamorfosi

Ingollata l’aria del tuo bacio
già era svenuto il cielo
e il riflesso della stella
nel tuo bicchiere pieno non tremava

né si muoveva il vento
tra le dita vestite di luce

lo spazio d’un break
diventò il tempo di una eternità

durata il sorso di un boccale
di vodka e limone

il più bel sorriso fu quello del finale
te lo proposi tra lacrime e perdita
mentre attraversavo il viale gonfio
d’aria grigia e vapori dismessi e riciclati
senza guardare…

————————-[ero troppo giovane per capire, troppo
—————————————–grande per saper ignorare]

quando ti ritrovai
casualmente flottando
tra cirri e tempesta

eri pietra e radice
nel giardino di statue.

 

Pensiero II

E mentre sorridi arriva tutta
la tua malinconia
quella tristezza che sprizza
oltre il tuo gesto
al di là di te.

 

Atmosfere 2017

Gente spaventata, pochi negozi, in anemia,
locali brilli del centro, un infinito cantiere.
Le notti fredde e la Fontana bianca e ghiacciata,
sullo sfondo il Gran Sasso.
Un monumento al clima sotto un cielo perfetto.
Un traffico di timori e paure,
un traffico di parole ricomposte e di speranze lese.
Le notti.
Piumini e stivali pronti sulle soglie,
cellulari e caricatori in vista, torce ed elmetti,
oggetti messi in fila sulla via di fuga.
Le notizie.
Intorno le voci, gli allarmi, le previsioni,
le rassicurazioni in un frullato che diventa sempre più denso,
sempre più carico.
Intorno le opinioni di tutti contro tutti,
di tutti solidali e soli.
Questa volta è diverso.
Il coro è stonato, mescolato, grande.
Noi dentro, centri-fugati.
E in questo atollo di demoni e povera gente,
il girone di chi è in perenne fuga
e di chi giace in attesa degli eventi.

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Su “Datità” di Giovanna Frene

È uscita al momento giusto la riedizione di Datità di Giovanna Frene, perché ci accompagna nell’attesa della pubblicazione di Eredità ed estinzione prevista per quest’anno. Grazie alle cure di un editore attento come Danilo Mandolini, patron di Arcipelago Itaca, che aveva pubblicato nel 2015 Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, si viene a colmare uno di quegli imperdonabili vuoti che caratterizzano il mondo della poesia; infatti Datità uscì la prima volta nel 2001 per i tipi di Manni, per non essere poi più ristampato. Accompagnata dalla Postfazione di Andrea Zanzotto, la raccolta aveva già allora messo in chiaro la direzione della ricerca poetica di Giovanna Frene, ossia quel non più progressivo bensì decisivo allontanamento del proprio dettato da ogni residuo di lirismo, nonché la scelta di non percorrere le vie di un versoliberismo comunque aderente a forme riconoscibili o riconducibili alla tradizione, anche più recente. No!, la direzione presa da Frene era (ed è) quella di una frattura coi generi per la commistione dei registri. Come avevo già avuto occasione di dire scrivendo di Tecnica di sopravvivenza, il cuore di questa ricerca è una visione della storia che si innesta nella poesia, storia da intendersi non come narrazione delle gesta degli eroi, bensì come riflessione sulla voce di chi la storia ha ridotto alla condizione del silenzio.
Datità come Gegebenheit: non ciò che viene dato, ma ciò che si palesa, si mostra, si rivela. Ciò che è il risultato di una riflessione che inscindibilmente lega poesia e filosofia, perché è l’essere pensante a dire e non l’io a cercare di esprimere i propri tormenti. Per questo Datità è un libro necessario: perché scuote il pianeta poesia dal suo nucleo e scorga un nuovo mondo magmatico che pone domande dirette e non cerca di addolcire nulla a nessuno, né al poeta né al lettore.
Una dichiarazione di poetica che a diciotto anni di distanza mantiene tutta la sua forza primigenia e la rilancia accresciuta di ciò che è seguito.
Datità si offre ora nuovamente al lettore nella forma in cui vide la luce nel 2001, compresa la già ricordata Postfazione di Andrea Zanzotto, maestro riconosciuto di Frene. Postfazione che assume ora pure una valenza di profezia post eventum, alla luce di quella lungimiranza zanzottiana che già allora riconobbe i segni di una poesia che univa al rigore della lingua il rigore di una riflessione etica, filosofica.
I simboli stessi della poesia contemporanea, troppo spesso abusati, vengono ridiscussi. Il corpo, per esempio, è ricondotto a un’idea di unità laddove i più lo sezionano; sicché Canova – «splendore fisico unificante» è definito da Zanzotto nella Postfazione – diventa l’emblema di una sorta di indivisibilità nel segno dell’arte («non separi l’uomo ciò che l’arte ha unito nell’oscuro/ del principio smembrando piuttosto il mondo che la natura»), dove arte andrà intesa nel suo significato più ampio, comprensivo, e non esclusivo. Universalità che non dev’essere banalizzata, svenduta, messa in liquidazione; bensì preservata, difesa con le armi della scrittura retta dal pensiero e dalla capacità di argomentare le cose e il loro rovescio, gli sguardi e i segnali (evidente la lezione zanzottiana), di fornire spiegazioni alle proprie scelte intellettuali («proferire perfetti/ simulacri attinti al tutto della totalità […] riflessi dietro lo specchio/ percepire d’un tratto □ un uno», Autoritratto).

© Fabio Michieli

 

Autoritratto

Questa immobile fissità          sono io?
È ancora la mia bocca questa furente serie di carni?
Sedimenti di petali fra le fessure – se fino a ieri
era tutto perfezionato al meglio        mentì
questa evanescente fluidità chiamata
tritacarne? Negare di preferire qualsiasi
preferenza            fingere di fingere la
finzione del non sentire          proferire
perfetti simulacri attinti al tutto della totalità:
soltanto così          riflessi dietro lo specchio
percepire d’un tratto                  un uno.

 

[tritacarne: dal film Stalker di A. Tarkovskij]

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Danilo Mandolini, Anamorfiche

Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.
Le composizioni che si susseguono mantengono la promessa del titolo, ampliano, pertanto, la coscienza, orchestrano la domanda – angosciata, martellante, disperata sull’esito o, al contrario, pronta allo scontro, all’attrito, allo schiaffo – su essere e tempo, o meglio sull’esistere nel tempo, oltre il tempo, nonostante il tempo.
Gli effetti che si palesano a chi legge sono preparati da una progettazione attenta, da un gioco di squadra tra forme verbali nei modi finiti (in prevalenza l’indicativo, al tempo presente) e nei modi indefiniti (gerundio e infinito, quest’ultimo sovente nella versione sostantivata) e figure retoriche (con maggiore frequenza di anafora, metafora, allitterazione, anastrofe, figura etimologica, poliptoto, ossimoro).
Le psichedelie delle voci si estendono anche a quelle, non umane per fonti di emissione, umanoidi per imitazione, che accompagnano tuttavia il nostro quotidiano vagare qui e ora: «Una voce metallica di donna/ precisa dice:/ “Fra cinquecento metri svoltare a sinistra.”// Improvvisa la città/ si schiude allo sguardo,/ si fa osservare nel buio/ e con timore mostra/ (sfavillanti, scoscese)/ le sue insegne.».
Ecco che le psichedelie, anche delle voci metalliche registrate per farci da nocchiere nella metropoli senza soluzione di continuità, consentono di dilatare lo sguardo, di spostare più avanti il limite, di consentire una più lucida, seppure non pacificata, “rivelazione”.
Così come le Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni. Uno (prima parte della prima sezione, erano introdotte dai versi di tre guide poetiche, Pasolini, Sereni, Campana, così le Psichedelie dei silenzi sono introdotte da una frase di Albert Camus, tratta da Le mythe de Sisyphe, che si allarga essa stessa a comprendere le “assurde” ragioni della poesia: «L’assurdo nasce dal confronto tra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo».
L’allargamento della coscienza, il dilatarsi della percezione si amplifica ulteriormente con il silenzio e grazie al silenzio. Si manifestano con chiarezza aneliti e aspirazioni: «[aspiro a conoscere a fondo,/ fino in fondo,/ l’essenza ultima e vera/ d’ogni stupore», lo sguardo muto individua «il varco senza voce», il risuonare, terso, dell’esortazione prende quota e coraggio (ebbene sì, “il faut imaginer Sisyphe heureux”): «Una volta al giorno/ (non è fondamentale quando,/ non serve di più)/ è appropriato, è consigliabile/ salvare una vertigine,/ serbarla con grande premura/ quasi fosse l’unica/ a disposizione di tutti». (altro…)

Poesie da “In deserto” di Paolo Steffan

da

MACCHIE

Al Ministro dell’Interno,
perché pietà è ben viva

Mare nostrum

Il ruolo del poeta deve essere […] protestare, dando
fondo a tutte le nostre parole, contro il saccheggio
della realtà, che è poi lo sgomento della nostra
epoca. Descrivere l’orrore.

Yves Bonnefoy

1. Naufragio

Ché rifugio è solo su riarsa ripa
ché i mostri son mostri e angeli si mostrano
ché di brecce di folgore rituona
il mare nostrum – ché muti riemergono
in richiami di buio
e poi muti si perdono

Ché sirene già cantano
litanie da Pilato su palati
di belve immonde da marmoree sponde

La di loro camicia verdeggiante
di un rosso arrossa ma non più cangiante
rosso di mare nostrum, e già rifugio
eternato per lampo
di quel lacero drappo
e vago abbaglio di terra straniera
mai avuta e già rimorta

 

4. Indulgentia per maria

Da latitudini alpine noi pochi
di molti vi chiediamo:
se non perdóno, ch’esso sia odio vero

A chi per bassi fini d’indelebile
colpa satura l’anima
greve e grigia d’un popolo che dentro
il segreto dell’urna
lorda le sue mani di sangui lontani, umani

E di fiamme notturne più mai riarda
la soglia querula di mare nostrum
(altro…)

Cristina Bove, La simmetria del vuoto

Cristina Bove, La simmetria del vuoto. Prefazione di Anna Maria Curci, Arcipelago Itaca 2018

L’equilibrio della sospensione: _La simmetria del vuoto_ di Cristina Bove

C’è un verbo che associo alla poesia di Cristina Bove e che si addice in modo particolare a questa raccolta, _La simmetria del vuoto_. È un verbo che appartiene alla lingua tedesca e, come spesso accade per i passaggi da un idioma all’altro, racchiude molti significati, che non possono essere resi con un solo verbo italiano. Il termine tedesco è schweben, e vuol dire stare sospesi, librarsi, così come, pure, oscillare, fluttuare. Ecco, la dimensione nella quale si muovono e alla quale permettono di accedere i versi di Cristina Bove è sicuramente ‘oltre’, al di sopra (si pensi al «canto al di sopra della polvere» dei Canti lungo la fuga di Ingeborg Bachmann), si muove, si libra, sorvola, conservando tuttavia la piena consapevolezza del bilico perenne, della sospensione su un abisso che può essere fatale, o lo è già stato e dunque si spalanca nell’indaffarata noncuranza della maggior parte dei viventi.
Occorrenze e ricorrenze sono una prova vivida del collocarsi della poesia di Cristina Bove su una soglia tutta particolare. Più che fermarsi al vano di una porta, le immagini prendono per mano e conducono piuttosto sul parapetto di un balcone, sull’impavesata di un veliero, su scogli a picco o, ancora, sul limitare di un bosco insieme incantato e insidioso e, naturalmente, “attraverso lo specchio” di Alice in Lewis Carroll. Già soltanto con il termine “oltre”, ci imbattiamo – mentre la ricchissima tavolozza di Cristina Bove dispiega una formidabile gamma cromatica e ripesca dalla nostra memoria, anche senza menzionarlo, il blu oltremare –  in due composti, «oltresemantico» e «oltreluce». Si tratta di due termini che interpreto come programmatici: occorre aspirare a significato e a chiarezza che comprendano e insieme superino il piano sensoriale.
Altro termine ricorrente è «volo» – e torniamo al librarsi, all’essere sospesi, al sorvolare. Se il volo è da un lato legato a un episodio-svolta nell’esistenza – «da quella notte del trentuno agosto», leggiamo in 1961 (epilogo d’estate e d’un suicidio) -, come ribadiscono i versi di Immaginaria lettera d’amore: «: è lì che sei rimasta, passandoti attraverso/ indenne/  così ti vidi nella scia del volo/ cadere tra i gerani  e adesso il velo/ che ti sfigura e quasi ti cancella/ ha il senso che ti diedi _parve una foto in ombra_/ tuttavia/ raccolsi ogni tuo modo di morire/ non potevo sapere/ quanto ti avrebbe consentito il vivere», e gli endecasillabi perfetti di In itinere: «eppure un volo le testimoniava/ di un alfabeto senza le parole», dall’altro esso si manifesta sotto le sembianze di turbinare universale di «sirene pesci girifalchi in volo» nell’(auto)irridente La visione centripeta, in cui «è l’Es che r(ide) e si ridimensiona». (altro…)

Poesie da “Eccesso di forma” di Davide Lucantoni (Arcipelago Itaca 2018)

Novembre

C’era una scritta nuova in vernice rossa
sui mattoni di cinta del camposanto,
diceva: Qui per i discorsi non c’è più posto.
Faceva molto freddo in quel periodo
e l’aria talmente densa, si scolpiva con la voce.

*

Cammino tra la ferrovia e il lungomare,
una strada in cui il passo (più che mosso)
è commesso; e dove si direbbe che il punto
del viaggio stia nella sosta del silenzio,
se a braccarlo poi è il suo nome.

*

(Andare a tentoni e chiamarli gesti, fare
cose nel frattempo, ma farle in tempo se
il tempo è la sintassi di uno svolgimento
che sta tra cosa ti sfugge e se te ne accorgi) (altro…)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (lettura di Salvatore Ritrovato)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua, ArcipelagoItaca, Osimo 2018

Il teatro naturale della poesia è la terra, e ogni poeta che conosce il suo lavoro lo sa, dal momento che si riporta – con maggiore o minore consapevolezza – all’esempio di Esiodo, il primo a tradurre, in Le opere e i giorni, il suo malessere privato esistenziale su un orizzonte georgico e cosmologico. Il poeta che parla dei suoi luoghi non lo fa per omaggiare la toponomastica, ma per trattenere per sempre, sulla pagina, l’aria del luogo in cui vive, assimilarla nel sangue, nella scrittura. Operazione tanto difficile quanto meritoria, com’è vero che ci rassicura sul fatto che la parola della poesia sa evadere dai termini circoscritti della cronaca personale assurgendo a una dimensione universale, e nello stesso tempo offrire al lettore la possibilità di condividere paesaggi e sentimenti comuni. Penso che siano queste le premesse da cui muovere per avvicinarsi a questa nuova raccolta di Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (Arcipelago Itaca, Osimo, 2018) che svolge in tre sezioni il sentimento di una terra finora poco percorsa dai poeti, l’entroterra dei Monti Sibillini, meno ignota però a viandanti, pellegrini, e oggi giorno a escursionisti di ogni specie.
Nel leggere le poesie di Lanfranchi si avverte chiaramente il senso di una poesia che si è messa in cammino, non per raggiungere una meta, semmai per evitarla o almeno tenerla a distanza; si è messa in cammino per quel puro bisogno, innanzitutto di visione e di ascolto, che nel movimento passo dopo passo si realizza, onde attingere a quella nuova dimensione sensoriale che snida i dettagli dal paesaggio (e lo vediamo nella prima sezione della raccolta di Lanfranchi, l’eponima La voce obliqua), così come la Natura, che ancora regna (ne è la prova estrema il terremoto, con cui il poeta si misura nella seconda sezione, Cratere) nelle regioni del pianeta meno antropizzate, oggi recintate entro parchi nazionali, suscita in una riflessione finale sull’uomo, Tra dono e danno (come recita il titolo dell’ultima concentratissima e sorvegliatissima sezione). Dunque, è mai possibile una riflessione esistenziale sull’uomo che prescinda dalla sua più profonda essenza, la terrestrità, incisa già nell’etimo (da homo, quindi humus, ‘terra’, dalla radice sanscrita bhu/hu)? Domanda retorica; e Lanfranchi stesso ci avverte, in una corrispondenza privata, che occorre guardare di là dalla «concretezza e verità dell’ambientazione», verso una risemantizzazione sostanziale di quegli elementi paesaggistici (fra i quali spiccano le «pietre», quasi a misurare l’immobilità del dove) in cui si affatica l’andare di chi scrive, quindi verso una prospettiva trascendentale, che, se pure non è riconducibile immediatamente all’esperienza del reale, intanto la rende possibile. Questo tenere al centro della poesia l’io non è però un atto di potenziamento narcisistico, ma è solo di autenticazione del soggetto nella misura in cui lo responsabilizza come “uomo” (cioè creatura terrestre) nei confronti del paesaggio. Paesaggio che pertanto diventa proprio dell’io che ce lo mostra e lo attraversa, allorché anche noi possiamo condividerlo, farlo nostro. E questo diventa evidente quando il poeta s’inoltra nelle stesse zone già osservate nel loro stato di profonda quiete, ora colpite dal sisma: non si tratta di una vana nostalgia (nel senso di dolore del ritorno) per una pace perduta, ma di una lucida presa di coscienza che il soggetto, già appartato protagonista di un paesaggio, ora può dissolversi nella parola io che lo grammaticalizza, sì che il suo senso di straniamento personale si preciserebbe, di fronte a un evento geologico così rovinoso, come un timore di estraneità di fronte al vissuto collettivo. Se questo non avviene, la ragione sta nel fatto che l’ultima sezione torna a ricucire i due aspetti yin e yang della natura (o, come direbbe Laozi, il lato oscuro e quello luminoso della collina), e in particolare l’ultimo (è più veloce di te questa scrittura) riapre il discorso riportando la riflessione sulle istanze della scrittura, di quel verso capace di distendersi in ampie volute ritmiche, e di ramificarsi e infittirsi come in un bosco di segni, assecondando il passo-pensiero lento e divagante del poeta in cammino, la sua ambizione non ad arrivare, bensì a sostare e attendere.
È su quest’ultimo aspetto della poesia di Lanfranchi che vorrei richiamare l’attenzione, ricordando come essa maturi raccogliendo i frutti delle precedenti raccolte. Alcune poesie della seconda sezione hanno per qualche tempo oscillato fra una stesura in prosa e una in versi, prima di fermarsi, con provvidenziale scelta, su quest’ultima. Non perché Lanfranchi non creda nel poème en prose, né perché sia un convinto sostenitore della “poesia verso la prosa”, ma perché ritengo non si potesse scegliere dispositivo di versi, avvolgenti ma mai tortuosi, migliore alla ‘dissoluzione’ ritmica della prosa: di là dal loro scarno filtro metaforico (che non ne pregiudica la tensione lirica), queste poesie intendono raccontare la stessa libertà di movimento di chi cammina senza guardare al cronometro, per stabilire qualche nuovo primato; esse, al contrario, rimettono in moto un pensiero poetante, capace di riprodurre, quasi nel tentativo di raggiungere un’affabile continuità poematica, il timbro gorgogliante e sognante di una sorgente che si fa ritmo, di un ritmo che si fa passo, e così si slancia e ricomincia, si spegne e poi riprende, e quindi di un ritmo che si fa corpo che non mette un ego convinto di custodire qualche forma di vita inimitabile al centro del suo cammino, bensì i suoi tanti dubbi, la sua fragilità.

© Salvatore Ritrovato

 

Dalla sezione La voce obliqua

un mattino piccolo

il sole affiora sulle rocce e scova gli uomini, giù in basso
densi tra le case
in un mattino piccolo di un giorno qualunque
come un dio minore trovare la luce che incanta
gli occhi, incagliare in un’ombra di passi

è nelle valli la vita tra questi monti dove i vecchi
hanno la loro tana come i tassi e le donnole vispe
e le pietre cambiano colore nell’arco del giorno e il vento
è una sfinge e abbandona chi ascolta e resta muto
di fronte al suo vessillo

cosa cercate voi sul dorso dei giganti? – cosa vi spinge
nella fatica di salire per poi cedere alla stanchezza?
c’è un’erba magra qui tra questi sassi, e una terra dura
e rugginosa e lucertole e serpi che serrano le pupille
come lame
solo ciò che vedi è nel buio tra i boschi che ammantano
le pareti, e questo è quanto basta per chi sale e si sporge
oltre la vita: camminare e non altro, divenire ciò che si è
e nulla di troppo

  (altro…)

PoEstate Silva #10: Stefano Salvi da ‘Una luce propria (1996-2017)’

 

Eppure chi vede, altro non vede
che questo: certe visitazioni. E favoriscono
nella remissione atmosferica.
Tempo di luce forte, ad aria
chiara, ripetendo le pose del fuoco ed il solo
punto di voce – gli agi di commozione
vengono a due a due:
i segni del raccolto sono di epoca
di un approdare visibile, come
il raggio del risveglio, scomparso
dalle abitazioni,
soccorreva la cognizione degli astri
scanditi attorno all’avvento.

 

E in queste vene dure quello che toglie
all’erroneo è il cavo nelle foglie – solo così guardi
con cura: dopo spinta
un’acqua accesa a sciamare, nelle ore di notte.
Non esiste la neve, ovunque,
e non si possono
scoprire lumi neanche su un sonno.
L’equilibrio in una traversata diurna
è più forte, perché si mostra
quanto mette eco.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Proprio il molto numero delle soglie dice
l’elevazione cercata.
Il segno per le materie eruttive
scompare, come sempre fa ogni rovo: aperto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E non può trovarsi nelle mani
niente altro che ciò che fai in parti. (altro…)

PoEstate Silva #7: Luca T. Barbirati, da ‘Carlo Michelstaedter. Un angelo debole’

 

Sulle orme di Tolstoj

Il 17 febbraio 1910 Tolstoj ricevette una lettera da uno studente che lo ammoniva di predicare il Vangelo pur mantenendo la sua condizione di privilegiato. Non era stato sufficiente confessare il suo patologico orgoglio di insegnare ciò che lui stesso ignorava1. Il fantasma di essere un mentitore, un falso sacerdote, continuava a perseguitarlo, ora più che mai visto che si era convertito a un culto più importante di quello della letteratura: Tolstoj voleva insegnare agli uomini a vivere il bene. A quel ragazzo rispose che abbandonare il suo essere un ricco bàrin era il suo più grande desiderio. Ma la differenza tra la persuasione e la rettorica non consiste nella sola sincerità che può raggiungere una mente abituata a pensare. La persuasione è smascherare la sincerità dallo stesso pensiero.
Nel 1910 Tolstoj aveva 82 anni, Michelstaedter appena 23, ma entrambi cercavano la stessa cosa: la verità. In loro riviveva la stessa ansia di ricerca, la stessa passione e la stessa identica brama di sapere, che si compiva attraverso una sottrazione anziché con un accumulo. Per questa via negativa s’incontrarono lungo i sentieri che da millenni i pochi simili errano incessantemente, e per i quali non v’è altro accesso che pensare contro se stessi finché il fuoco sacro non illumini la via. Tolstoj e Michelstaedter cercavano la stessa cosa, e non perché lo studente avesse letto Resurrezione2, ma perché il maestro abbandonò la propria famiglia pochi giorni prima di morire. È Tolstoj a suggellare la via di Michelstaedter, e non l’opposto. È il maestro che si fa nuovamente allievo a distruggere definitivamente ogni certezza nella trasmissione del sapere. Non c’è niente da imparare, niente da insegnare. Soltanto un compito infinito.
Il 28 ottobre, alle 4 del mattino, Tolstoj fuggì il più lontano possibile, prese un treno diretto prima a sud, poi in Bulgaria. Abbandonò la casa e la moglie, e con i calzari e una sola veste continuò la sua ricerca della verità. Le ultime parole prima di cadere in stato di incoscienza furono: «La verità… Io amo tanto… come loro».
Sul “Marzocco” del 7 maggio 1911, Pascoli immaginò la voce che richiamò Tolstoj morente:

«e Dio gli disse: “io già non venni a pace
Mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia! (…)”»3

Michelstaedter fece lo stesso, e lasciò detto per qualche postero le parole che seguono. (altro…)

PoEstate Silva #5: Gianni Iasimone, da ‘La quintessenza’

11.
Richiamo

C’è anche il gatto stasera.
È tornato, dopo mesi e mesi di assenza,
di copule e lotte all’ultimo sangue.
Il tuo Nerone, più nero della notte,
sempre fiero e mezzo spelacchiato.
Solo i suoi occhi rossi come lanterne
brillano e aprono un cielo crudele
senza una ferita che sia luna,
una macchia remota, una stella.
Sulla colonna del cancello
come sempre è appollaiato
e inutilmente aspetta
che tu lo chiami.

 

17.
In vita

Sotto un concerto di capriate
di pregiate essenze del vecchio foro,
e una fioca luce notturna che disegnava
strane figure su vetri sporchi di acqua e sale.

Con la testa reclinata su una mano con braccio
disposti a lama e vomere verticale,
sotto una serrata, nervosa mascella che triturava
ricordi e illogico vento.

Con l’orecchio teso alla vis poetica
del giovane pescatore, la cellula trepidava
nella tasca e insisteva
nell’attesa di essere ascoltata.

Rotto l’indugio, tra il disturbo
e il desiderio di non perdere nulla
di quel − di ogni − momento,
pur con disagio, dall’incanto mi sono sospeso.

Era la voce della nera signora
che annunciava un’altra sinistra conquista.
E là, all’angolo delle gronde e le guglie
sfiorate dal nero volo, sorella, ti ho vista.

Anche tu già nel regno
dei giusti a far festa.
Come non esser contenti se rivedi
chi in vita hai amato. (altro…)

PoEstate Silva #1: Alessandro De Francesco, da ‘La visione a distanza’

 

il mattino presto guardando la stanza che circonda il
quaderno si stupisce del movimento di rotazione del collo
della possibilità di muovere gli occhi sin dalla prima infanzia
quando c’erano bisogni che non sapevamo…. esprimere il
pianto era interrogazione del reale la testa ondeggiava
all’indietro….. le mani non sapevano afferrare
come adesso che il pensiero non ha verità da proporre la
domanda e visto dal buio molto di quanto afferma le azioni
che potremmo compiere sono una pellicola in un proiettore
spento………………………… si sono verificate situazioni non
esattamente identiche alla prima descrizione fornita prima
ci si credeva al centro

 

consiste in un insieme di cellule con funzione di filtraggio
che crescono lentamente senza una struttura predefinita
ciò permette la generazione di forme mai perfettamente
identiche le une alle altre

se allarmato da un predatore può gonfiare il proprio corpo
fino a dilatarsi in una sfera trasparente o portare testa e
braccia nella propria zona cava che riempie d’inchiostro
scomparendo nell’oscurità (altro…)