Arcipelago Itaca

Francesca Fiorentin, da ‘Gli alfabeti intatti’

 

Gennaio 2016

La macina ha un potere
venti ne ha lo Stato

Le mie mani senza frumento di maggio
ottanta ne ha la banca

Tre giocatori rubano il sonno
posseggono macchine truccate

Gocce notturne sul viso
cadono sulla posidonia
il mio funerale quasi indiano.

*

Gennaio 2016

Le lettere in fondo alla borsa, chiuse,
aspetto di non sapere
verso acqua incolore, inodore dalla brocca
ai fiori e sulla mia testa
già arida di addii
incolore sia la vita – o almeno – senza i rossi.

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Gianluca Garrapa, da ‘Di fantasmi e stasi. Transizioni’

dall’una all’altra parte del cavedio. nei fossati di luce lunare.
appesi a traverse massaie il ricamo. schiuma molteplici quotidianità.
d’altra parte il cavedio imparziale. a sguardi di lumache
che trascinano. superfici di bava. reattivo soltanto ai millenni. di
vagabondaggio quantistico. non può comunicare il falso vuoto.
per questo il fascino rotola ai piedi. degli occhi nella diagonale.
attraverso il silenzio. filo che imperla quotidiane molteplicità.
dall’una all’altra parte del cavedio.

*

attraversa incolume la strada nel sole forestiero dell’estate.
vieni dici con me al limite sul marciapiede opposto. e resto
a non seguirti ad avvicinarti solamente con lo sguardo. la fuga
dei palazzi che affrontano lo spazio della piazza. lumeggiano i
semafori e fermano la corsa mentre ti ripeti. con la mano sventoli
il trapasso dal marciapiede sporco all’altro spoglio. e sono troppo
tardi i passi che distraggono da me ogni altro segno. abbiamo
questo caldo nello zaino e presto partiremo nel sole forestiero
dell’estate.

* (altro…)

#PoEstateSilva #9: Mauro Barbetti, da Versi laici (2010-2016)

Di questo tempo

Di questo tempo che si perde al vento
al vanto al soldo al come e al quando
al saldo versato senza un rimando
all’attesa invasa di un sentimento

a ciò che si disfa in un solo momento
o si respira .. respinti restando
mantenendo a se stessi .. non resistendo
mutuando forma orma o accento

e la grazia del verso poi .. ancora viva
ma solo la grazia e non più lo sputo
quasi apparisse delitto o misfatto

solo per grazia o dono ricevuto
e mai per diritto progetto o riscatto.
Ringrazia. Non fu data alternativa.

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Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

Marco Giovenale, Strettoie

Marco Giovenale, Strettoie, Arcipelago Itaca, 2017

*

da Soluzione della materia

*

Non sa se glielo deve dire
della cotta di metallo del crociato andata.
Più una madonna, del Seicento, pare. Via
in due giorni differenti, come poi possono
differire i giorni nella scatola zincata.

(Fa il morto. La casa è zitta il doppio).

Decide di no. Non parla. Con le tronchesi piccole
si mette un intero pomeriggio alla finestra, cup of tea
inclusa. Gentilizia, fa. Armeggia su ferrite

(è l’antenna che è guasta, non è la trasmissione).

Il tempo passa fino alla fine, che continua, fino
alle minutaglie della gomma pane.

«E adesso?», «Sembra notte»,

ne ride, per quanta ne viene giù,
per quanto diluvia

*

Cadranno dal tetto, saranno senza impalcature.
Non è sicuro, potrebbero salvarsi. Facciamogli una foto.
Sull’affresco o sull’arazzo?
Cosa?
Dico il giro dei delfini.
Quelli, araldici cocciuti, quelli. Diario di quando va bene.
Quando va male non la raccontano.
I preti dopo spruzzano un po’ d’acqua,
se ne vanno col vino.

*

da A mille ce n’è

*

a/da Carlo

d’annunzio non aveva l’illuminismo a Pescara allora
poi fecero un’Illuminotecnica. e per vedere vendere le doppie prese. (a
pensarci) (sono sempre) maschio femmina attaccati sterili, si attaccano che
pigliano.

si “accese” (questa lampadina) passando un mattino per non rimare tutti
in gita in sei-sette, con Carlo, lasciato l’asfalto per un chiosco di limoni
marca Barricata.

la maglia tira alle braccia dove passano le ragazze compulsive loro vanno
verso il mare degli orsi dove hanno stabilizzato il cd, il laser. non fa ballare
il suono alle buche. non c’è campo, qui, è pieno di campi, qui, intorno fino
al mare sembra intorno al mare.

prendere appunti.

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Ancora su Annamaria Ferramosca, Andare per salti

fotografia di Dino Ignani

Se la sfida è cercare, nell’andare per salti, un filo conduttore, ebbene la sfida è raccolta.
La raccolta di Annamaria Ferramosca, Andare per salti (Arcipelago itaca edizioni 2017), delicatissima nella scrittura quanto visionaria nelle immagini, dà l’impressione a lettura conclusa di aver ruotato senza mai perdere l’orientamento attorno a un tema preciso. Un tema assieme sconsolato e amorevole, perché Annamaria Ferramosca non si limita a puntare il dito contro la stortura che il suo occhio sensibile denuncia, ma ne fornisce alcune ipotesi di medicina. La stortura è quella forma di cocciutaggine autodistruttiva che quello che l’autrice chiama homo insipiens si ostina a mettere in atto contro se stesso, consegnandosi a un isolamento mascherato da ipersocialità, e contro il pianeta, con forme attive come la guerra ma anche più passive quali una progressiva, stolida indifferenza, un’incapacità a essere parte armonica di un tutto naturale. Le medicine sono semplici, e per questo estremamente credibili. Sono la comunione, l’ascolto, il passaggio di testimone di una sapienza che a volte può anche risalire le generazioni, come accade con le poesie a Nicole, oltre che discenderle. E la poesia, di cui questo libro dà una magnifica definizione: «un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose// e quella nostra stramba contentezza/ nell’ascoltare».
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Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

Annamaria Ferramosca, Andare per salti. Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca edizioni 2017

Non è frequente incontrare una poesia che proprio nel suo procedere si fa universale, senza trala­sciare, tuttavia, di andare a fondo nell’esplorazione del particulare. Scrivo della storia di questo riu­scito incontro, scrivo di Andare per salti di Annamaria Ferramosca.
I testi che compongono la raccolta argomentano, manifestano, dispiegano, innanzitutto, il titolo che – lo scopriamo percorrendola con il batticuore per il ritmo che trascina e per il coinvolgimento che afferra insieme coscienza e affetti – è sia scelta, intenzione, programma di chi scrive, sia invito a chi legge.
Come non pensare, infatti, che il titolo suoni come una risposta, in contraddittorio, alla nota affer­mazione “Natura non fecit saltus”, come non pensare a un’opera che con quella affermazione intrecci un canto come poetico ‘contrasto’, tanto più che, si badi bene, ci troviamo dinanzi a  un’autrice che trae linfa poetica anche dalla sua formazione scientifica, e che, per essere più precisi, come sot­tolinea Caterina Davinio nell’ampia introduzione, Libertà e scienza nella poesia di Annamaria Ferramosca, ha uno sguardo sulla natura che si avvicina molto più al metodo sperimen­tale di Galilei che non, piuttosto, al punto di vista di Leopardi?
Si procede invece – e attraverso le tre sezioni Ferramosca addita varie possibilità di andature alter­native – Per salti, Per tumulti, Per spazi inaccessibili.
Ineludibile, dunque, la presenza di un pungolo incalzante, che scatena una danza di ribellione. Alla danza della poesia Ferramosca ci ha splendidamente abituati nelle raccolte precedenti. Ma se lì – in Ciclica, ad esempio, o, ancor prima, nel volume Other Signs, other Circles – la coreografia disegna­ta era preferibilmente una ronde armoniosa, ora il ballo è una «danzaturbine»; dismesso l’incanto, sopraggiungono «ancora altri corpi danzanti/ altra inquietudine» (taràn).
Ci siamo, è rivolta. Ma rivolta contro chi, contro che cosa? Le prime poesie della raccolta ne disse­minano gli indizi, i segnali, l’occhio estraneo (ostile?). Ecco che il particulare del sentore, del presagire l’accadimento inevitabile agli umani, si fa dire universale e spiega le scaturigini di Andare per salti: «sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzioni» (esterno con pioggia   in­terno con acquario); «tanto so che l’altrove/ mi tiene d’occhio e» (ora che mostro viso e braccia aperte). (altro…)

Considerazioni su “Casa rotta” di Valentina Maini (di A. Alessandrini)

Maini, Casa rotta (Arcipelago Itaca)

CONSIDERAZIONI SU CASA ROTTA DI VALENTINA MAINI
ARCIPELAGO ITACA EDIZIONI

di Alessio Alessandrini

.

Cominciamo con l’asserire fin da subito che Casa rotta di Valentina Maini, giovanissima scrittrice emiliana trapiantata a Parigi, non è sicuramente un libro “facile”, anzi, se proprio dobbiamo essere sinceri, l’aggettivo che ci è venuto spontaneo da sussurrare a conclusione delle ripetute letture è sempre stato “faticoso”; faticosa lettura, lettura ostica. Ci troviamo di fronte a una poesia ardua, dura, petrosa – a prendere in prestito un attributo di tanto nobile tradizione.
Questo perché non si tratta di un verseggiare chiuso o ermetico, si badi bene, semmai perché la comunicazione non è mai esibita, anzi sottile e il parlare non è colloquiale, amichevole, trasognato quanto spiazzante e sradicato.

Per entrare nel meccanismo di Casa rotta ci pare opportuno ricorrere a una sosta prolungata della lettura, a una rabdomantica ricerca, a una pratica estenuante quale è la rilettura, proprio perché a ogni esperito contatto con questi versi si apre un nuovo orizzonte di visione, una nuova crepa, che, per quanto invisibile e secondaria, ci distoglie da precedenti percezioni e ci costringe a ricominciare daccapo l’indagine di senso.
È, altresì, una lirica “faticosa”, perché la visione del mondo che se ne ricava non è sostanzialmente felice, anzi, solcando e portando alle estreme conseguenze una tradizione novecentesca, la poesia di Valentina Maini si innesta nella linea decadente, fatta come è di ansie e atmosfere frante, una percezione negata elevata all’ennesima potenza che è poi la potenza del negativo assoluto con cui il mondo contemporaneo ci chiama continuamente a fare i conti.
È sicuramente delle cose che riguardano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” a parlarci Valentina Maini, e lo testimonia il ricorso ossessivo alla negazione presente, in pratica, nella quasi totalità dei testi e in molte occasioni esibita in posizione di incipit come a voler salmodiare un elenco ininterrotto di fallimenti, divieti, delusioni, abdicazioni. Di seguito solo alcuni esempi per possibili spunti di lettura e riflessione:

Non un movimento il cane (pag. 10)

Non parlano le mura della stanza (pag. 12)

Non fonda cardine né ruota (pag. 24)

Non può tutto sopportare l’amore (pag. 32)

Non sono io il centro del quadrato (pag. 36)

e via dicendo. (altro…)

Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

Letture cover

Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

di Cristina Babino

 

La parola “bagnanti” mi riporta alla mente, in modo quasi automa­tico, l’immagine di un quadro di grandi dimensioni, ammirato or­mai molti anni fa alla National Gallery di Londra. Più che le nudità opulente e allegre di Renoir, o la grazia levigata d’Ingres, o la cere­brale sintesi geometrico-cromatica di Cézanne, sono i Bagnanti ad Asnières dipinti da Seurat nel 1884 che mi risalgono agli occhi, quel­la loro calma distesa e distratta, quel ristoro mai troppo languido o accaldato tipico delle domeniche d’estate passate sui lungofiumi nordeuropei. Hanno colori tenui e concilianti, questi bagnanti – tutti maschi, adulti o bambini, della classe operaia ritratti in un giorno di vacanza – colori pastello accesi solo da un paio di dettagli arancio più marcati, rimaneggiati in anni successivi (il cane in primo piano, il cappello del bambino immerso in acqua sulla destra).

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Una scena rassicurante, placida, non proprio e non del tutto serena soltanto perché nessuno dei personaggi interagisce, nessuno comu­nica in una qualche reciproca attività: ognuno è compreso nel suo isolamento, monadi slegate – fatte dell’accostamento di colori com­plementari in pennellate finissime, precorritrici di un pointillisme ancora in nuce – che con disinvoltura quasi ineluttabile si danno le spalle in un’assorta teoria di solitudini.
Un’atmosfera di calma surreale, dilaniata dalla luce, in cui le figure sembrano destinate a un’incomunicabilità statutaria, immedicabile (qualcosa che ricorda da vicino l’inquieta, metafisica immobilità di Piero della Francesca) che sottilmente ci mette a disagio, a cui sen­tiamo, in fondo, di non poterci rassegnare.
«Non credo che siamo esseri separati, soli» recita il passo di Virginia Woolf tratto, per coincidenza marina evidentemente non casuale, da Le onde e posto in epigrafe d’apertura alla raccolta Bagnanti di Rena­ta Morresi. Questo libro di poesie ci invade e ci scuote con la forza di un continuo – forse involontario ma potente – cortocircuito: sono bagnanti, nell’accezione piana (e quasi sempre piatta) di villeggian­ti, nelle intenzioni dell’autrice, quelli che si muovono, nella prima parte del libro, più o meno mollemente tra un tuffo in mare e una so­sta sul bagnasciuga. Ma le medesime azioni, i medesimi termini im­piegati nei versi possono applicarsi allo stesso modo al popolo dei vacanzieri come, con uguale e anzi maggiore e quasi automatica suggestione, al popolo dei migranti. Così le due dimensioni umane, apparentemente tanto diverse, contrapposte, quella svagata e però mai immune da nevrosi dei vacanzieri e quella tragica di chi fugge in cerca di rifugio, si sovrappongono inevitabilmente nella mente del lettore – complice una cronaca drammatica che da tempo ormai troppo lungo ci viene raccontata ai notiziari – e senza sosta si richia­mano, convergono, s’affratellano.
Bagnanti perché colti nella sospensione attonita e sovraffollata della vacanza, quindi. E bagnanti perché caduti in mare, a volte pure getta­ti, che il mare attraversano in barconi, e loro malgrado se ne bagnano, bagnanti come participi presenti, che se s’avvicinano a una qualsiasi idea di “vacanza” è solo nella mancanza di una terra, nella sua sot­trazione tragica, violenta. Profughi. Migranti. Dispersi nell’«ufficio degli scomparsi / ampio mar mediterraneo»1. E chiamarli bagnanti non è certo facile ironia, semmai il più puro, com-patito sentimento del contrario − è forse persino esorcismo, necessità d’oggettivare una condizione altrimenti troppo feroce, insostenibile. Incomprensibile.
L’essere umani, l’appartenenza comune a questa specie ci chiama, tutti, a sentire, a comprendere (a prendere con sé, e su di sé), la tra­gedia consumata a Lampedusa, come in ogni altro suolo d’approdo di un’umanità stremata, a scendere in quella stessa acqua, ad im­maginarci noi stessi, fluttuare come anemoni disancorati, riemersi in quelle onde, in quello stesso mare: «essere molti e saline / vive e più mobili / del mare, abitanti / confusi a risalire / all’indietro, ad uno / stile nobile, le antiche / genealogie anfibie»2 (di nuovo, un essere plurale che se vale per la gente in vacanza può valere anche per quella in cerca di salvezza).

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Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini. Nota di Paolo Steffan

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Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini
di © Paolo Steffan

Comincia a svilupparsi qua e là, in questi anni, una certa predisposizione allo studio dei rapporti che vigono tra ambiente naturale e testo letterario. I tempi per una crescente sensibilità ecologica sono infatti maturi, anche solo al fine egoistico di trovare modalità di sopravvivenza necessariamente nuove per la nostra specie, dentro un orizzonte di mutazioni del clima.
Penso che, nel quotidiano approfondimento di questo approccio, non sia possibile prescindere dal lavoro di chi va oltre il rapporto utilitaristico che tutti abbiamo con la questione ecologica, ovvero dal lavoro dei poeti: vi è spesso, nel loro orecchio, un’acutezza più affinata, per esempio, nel porsi in ascolto dei boschi. Vi è anche una necessità disinteressata di inerenza alla selva in generale e agli alberi in particolare.
Così avviene anche nel tessuto dell’esile e ricchissimo volumetto che inaugura la collana di poesia di Arcipelago Itaca edizioni diretta da Danilo Mandolini, che ne è anche il prefatore: Dire casa di Francesca Perlini.
Nelle prime pagine, sentiamo membra lignee di alberi aderire a quelle femminili, vediamo gonne sventolate agghindare i versi come fogliame tremulo le piante, siamo portati progressivamente a una completa identificazione con la flora che ci preannuncia l’impianto figurativo portante della raccolta: «cammineremo dentro gonne ampie / con gambe di foglie». È un’ambiguità di sensi che non si pone come occasionale, bensì come fondativa.
Essa acquisterà intensità a tratti, sfrangiando per gradi in discontinuo crescendo l’insistito motivo della gonna, che domina ‒ ossessiva e lieve ‒ la prima metà del libro:

sotto la gonna c’è una spina
nasconde lungo il suo flusso dorsale
la natività che spunta dalla coda,
chiude le gambe la donna -un coltello un coltello-
taglia la-taglia la-taglia!
dall’ultimo anello invece – nascerà luce.

Violenza (il coltello, il taglio) e rinascita (natività e luce che nasce) fattesi voce attraverso un dire che tiene indistintamente in grembo donna e albero: ci sono “gonna” e “gambe” ma c’è anche “spina”, che se subito dopo è completata dall’aggettivo “dorsale”, trova dopo il taglio un “ultimo anello”, che ci riporta agli alberi ‒ stavolta martoriati ‒ da cui possono però ancora spuntare polloni di luce…

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Pier Franco Uliana, Ornitografie. Recensione di Ombretta Ciurnelli

ornitografie

Pier Franco Uliana, Ornitografie, Arcipelago itaca Edizioni, 2016; € 13,00

Nella raccolta Ornitografie, premiata nel 2015 nel concorso letterario “Arcipelago itaca”, Pier Franco Uliana, in un percorso monotematico ricco di valenze metaforiche, di echi letterari e artistici, considera il variegato mondo degli uccelli, già cantato nella breve silloge Poesie uccelline del 2003 (in Cansiglio.it), scritta nel dialetto veneto del Bosco del Cansiglio, e nella raccolta Uccelli di passo (Aucupis Editiones, 2007).
È proprio della sua scrittura declinare nelle loro molteplici variabili i temi che sceglie per la sua poesia, come ne Il Bosco e i Varchi. Poemetto nella parlata veneta del Cansiglio (Dario De Bastiani Editore, 2015) in cui tesse un’attenta e profonda riflessione attorno al bosco e alla dialettica bosco-radura colta nelle sue più varie implicazioni culturali e filosofiche, evidenziando una particolare propensione a penetrare nelle fibre più intime e nascoste di temi e realtà, in una poesia intensa sul piano della ricerca interiore, della meditazione sull’essere, dell’impegno civile, oltre che del canto lirico.
In Ornitografie il racconto poetico muove dalla convinzione che «alzare gli occhi al cielo» a scrutare il volo degli uccelli, «entrare nel fondo della vizza e tendere l’orecchio a riconoscerne il canto, riapre i varchi del pensiero emotivo e fortifica i legami logici del ragionamento» (Prefazione a Poesie uccelline). È il volo dei gabbiani, ad esempio, «tra i marmi augurali», a significare «un altro senso del cielo e del tempo» (Augurio III, p. 67) e qualche storno sperduto sa ancora trovare nei diospiri «non l’oro ma il sole non mai perduto» (Augurio I, p. 65). Il pensiero stesso è sentito dall’Autore come «un’immensa uccelliera» in cui «le idee volano sulle ali del simbolo» (L. I. P. U., p. 33)
Gli aligeri, presenti nei miti antichi, simboli pregnanti in molte religioni, compaiono frequentemente nella poesia; alcuni di essi sembrano avere «un destino/ poetico» (Segnali di fumo, p. 20) – come l’albatro di Baudelaire o il passero solitario della torre antica di Recanati − e sono figura di moti dell’animo o di condizioni esistenziali. Il mondo degli alati pennuti esprime di per sé l’ansia d’infinito ma può essere, al tempo stesso, metafora della perdita di libertà di cui sono espressione le gabbie o l’insidioso incombere delle trappole. Il canto degli uccelli, inoltre, con l’ampia gamma di suoni, di timbri e di tonalità, così diversi tra loro, si carica di sovrasensi e rinvia al canto poetico. Così recita la lirica introduttiva di Poesie uccelline: «se ’l sfojo al fusse na vizha,/ pien al sarìe đe ośèi
/ e đe la so cantađa,
/ tuti ciapađi al śòl,/ zhènzha spontarghe la ala/ o robarghe al so cel» [se il foglio fosse una selva,/ pieno sarebbe di uccelli/ e del loro canto,/ tutti presi al volo,/ senza tarpargli l’ala/o rubargli il cielo] e nella quartina di Il volo poetico, che apre Ornitografie, l’Autore esprime con questi versi l’ansia del dire attraverso la poesia, che è ansia di libertà, sottolineata dall’uso dell’infinito che dilata la dimensione della scrittura ben oltre la contingenza descrittiva: «andare per uccelli con le reti/ retoriche tese di foglio in foglio,/ tessere la sintassi dell’imbroglio/ non badando ai venatorî divieti» (p. 11).
Ma non è soltanto il canto. Gli uccelli posseggono, infatti, una delle facoltà più ambite dall’uomo, quella del volo. In un «presente terragno, che non sa più spiccare il volo, non sa più solcare i cieli dell’immaginazione» (Lello Voce, Uliana, un poeta carsico, in vocelello.it, 2007), caduti ormai i grandi miti, quando la «animula […], ingannata dal coro dei richiami/ e dal luccichio delle esche indorate» (Animula, p. 16), precipita e s’imbriglia nelle reti di una comunicazione distorta, Uliana coglie segni e metafore del vivere e il folle volo può essere quello di adolescenti, «ancora nidiacei che s’involano/ dalle mani della madre e via con lo scooter/ svolando a faro spento, […] predatori/ d’estasi», spesso senza ritorno (Il volo folle, p. 29). (altro…)

La ‘techné’ di Giovanna Frene

Giovanna Frene, Tecnica di sopravvivenza...si sovrappongono, sembrano a tratti coincidere,
.                                                   [si proiettano
a poco a poco, in tutta la perfezione si curvano
mattoni di fumo, o colpe riversate
per non essere proprie, crollate
perché alte, e gonfie. piove nero, ad arco.
ma non è così..

.

.

 

La poesia di Giovanna Frene è il luogo – sì! è un luogo! – dove pensiero e parola si incontrano, nella certezza della perfettibilità di entrambi, e nella certezza – una seconda – che la parola si approssima al pensiero. Questo luogo è ampio quanto la Storia, quella con la maiuscola, e non può essere altrimenti: Giovanna Frene ha bisogno di percorrere la Storia, indagarla, per ricostruire le trame della vita stessa, che non è certo lineare.
L’etica della e nella storia è la poetica di Giovanna Frene sin dagli esordi; ma mai come questa volta, in quest’ultima raccolta, Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago Itaca, 2015), il dialogo è così sentito. Bisogna scavare nella storia, sembra dirci la poeta! E non è un semplice invito: è un monito, è un ordine etico preciso. Perché, non neghiamocelo, dimenticare sappiamo cosa significhi; non interrogare la storia sappiamo cosa comporti.
E se l’Occidente riportato sin nel titolo affonda, affonda proprio perché non ricordiamo, non interroghiamo. Demandiamo.
Ecco perché è necessaria una tecnica per sopravvivere. Giovanna Frene ha trovato la sua strada nella riflessione attraverso la poesia, ossia quella forma d’arte che riflette sulla parola quanto la filosofia ma in modo diverso, a volte contrario alla logica. Ma è necessario scardinare ciò che appare logico (lezione ereditata dalla frequentazione come lettrice e come amica di Andrea Zanzotto) sin dall’individuazione di crepe nella lingua:

si sovrappongono come separazione naturale e mutabile,
approfittano della scissione scindendo, ma tutto è già avvenuto:
frattura misura solo frattura, circoscritta all’intero pavimento
chiamando potere la rovina del tempo. piove.
o non piove, se la pianta della città è la carta
del mondo, se la radice è nemica alla radice, che è.

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