Aragno Editore

Fabio Donalisio, Il libro delle cose

 

1 / arte della guerra

 

I

che fai? niente mi do
assente

**

la decodifica sottesa
al fare assenza farla
con mani terse
di esigenza

**

mani che fanno in quanto tali
non strumento mani sempre due
ma in continuo aumento

**

non agire dicono vendetta invece
è catalogazione: troppe cose
fatte al netto dell’avocazione

**

non ti vedono, poco dopo non
ci pensano più; ma sei sempre
solo lì, sempre solo tu

** (altro…)

«Torino è Torino». A proposito de “L’immigrazione meridionale a Torino” di Goffredo Fofi

Fofi

Torino è Torino.
Non è una città come un’altra.
Giuseppe Culicchia [1]

L’immigrazione meridionale a Torino [2] di Goffredo Fofi è uno dei saggi-inchiesta cruciali degli anni del Boom economico. Caso unico d’indagine nell’ambiente operaio della città in quegli anni (fu rifiutato da Einaudi e pubblicato da Feltrinelli, ma nel 2009 è stato ripubblicato dall’editore torinese Nino Aragno) in grado di toccare aspetti del lavoro tra secondo dopoguerra e anni Cinquanta sino al ‘63, è stato ed è tutt’ora uno strumento utile perché tratta delle condizioni di vita degli immigrati in città approfondendo le contingenze culturali in una dimensione fortemente comunitaria. È inevitabile mettere in relazione il saggio con testi letterari affini: si viene a creare così quel legame con alcuni ‘repertori della realtà’ capaci di riconoscere in questo saggio una funzione cruciale e ‘di valore’ ancora avvertibili nel presente, e non solo per chi ne fruisce in ambito ‘scientifico’.
La Torino che riverbera nelle parole di due autori in antitesi come possono essere Lalla Romano e Giuseppe Culicchia, è una città che si riconosce già nell’inchiesta di Fofi. Lalla Romano (1906-2001) – autrice del secondo Novecento oramai canonizzata – mi ha lasciato impressa nella memoria la fotografia di una Torino degli anni Venti nella narrazione autobiografica di Una giovinezza inventata,[3] in cui lo sguardo provinciale e “ingenuo” di Romano, originaria di Demonte (Cuneo), conferisce alla città un’aura di timida e luminosa bellezza, tutta interna ad un certo filone intimista della nostra letteratura: la Torino di Romano è un piccolo-grande mondo ‘protetto’ e ‘lirico’, in cui gli imponenti edifici sabaudi sono rifugio, casa di un sé che contiene le spinte opposte di una gioventù curiosa ma morigerata.
“Esplosa” e postmoderna è invece la Torino di Giuseppe Culicchia, in particolare nel suo primo romanzo Tutti giù per terra [4] e nella ‘guida’ Torino è casa mia [5]: nato nel ’65 in città, cresciuto nella scuola di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia è stato forse il più importante autore della sua generazione ad aver inquadrato la trasformazione cittadina negli ultimi trent’anni. Soprattutto nei suoi romanzi pulsano temi importanti quali le trasformazioni politiche e sociali dagli anni ’60 agli anni ’80, con scorci della ‘vita di lavoro’;[6] la stagione della rottura col sindacato tra gli Ottanta e i Novanta; [7] la riqualificazione di alcuni quartieri (si vedano i Murazzi o il Quadrilatero Romano oggi), la speculazione edilizia contemporanea, la ghettizzazione degli immigrati del Duemila.[8] La Torino del dopoguerra, della crescita industriale, del movimento operaio e poi del ’68, dell’autunno caldo, degli Anni di Piombo, della stagnazione sindacale, passa nelle pieghe di quest’autore figlio di uno strascico del “baby boom”, e così accade per la storia industriale della città, stratificata e costellata di esperienze “dure” e “sotterranee” precedenti anche all’intervento di Fofi. (altro…)

Anteprima di “Inter nos” – Poesie di Giacomo Trinci

di Giacomo Trinci





Dalla prima sezione di “Inter nos” – COMMENTARIA


*


un don chisciotte d’oggi è seduto fisso
riguardante studiante tutto,
intorno caleidoscopico psichico coma di gente,
un bar con gli scontrini, senza ronzini e ronzinanti,
fan da riscontro,
e la mia sedia fissa è il mio cavallo,
la campagna, calura di sere,
è questa quieta aspettazione di analisi di critica gioiosa,
è questa rosa di fatti non capiti ma seguiti,
con occhio e cuore,
furore mente e schiocco di vedute,
squarci d’aria e di vento,
lanci di schiarite logiche e mentali
a chi non le vuole,
e ti guarda incurante di felice,
facendoti di gioia e di esclusione,
cavaliere d’esilio compartecipe
di parte e di poi tutto,
come d’io, poi in fondo
potente in tutto ed impotente mente,
come felice d’essere, qui,
puro venire in duro confrontare
vita con vita, che la guardi disarmare
in puro incanto, in faccia al mare…


*


ogni pochino un crampo, un chiodo al senso:
qualcosa vorrà dire questo mio corpo,
idealisti noi, che diamo retta solo alla testa,
al regno delle idee,
e non al fatto curvo, allo spettro del corpo che ci opprime,
e ci sderena e ci butta di sotto al pio pensiero,
fragile e debole non curiamo il crepito che sordo
ci dirupa, forse, giorno dopo giorno, e frana d’ogni slancio,
in alto il cielo, sì, stellato e splendido,
e dentro la legge costale, gli ossi, teneri e gentili,
duri e frali, poveri fogli andati,
canti di kant compiti e semestrali,
imperativi che, perenti e guasti,
ricordano dai cieli i miei disastri…


*


ha i nervi sempre più fini,
tesi tesissimi, la ‘verve’ gli si stacca
dal sommo suo riso
e gli grida gli soffre
gli smorfia di dolore, un niente
gli basta per niente,
per piombare nel cruccio,
nel crocicchio che stona le voci,
s’incrocia e gli cuoce,
cammina a tentoni, sbatacchia,
devia dalle vie che s’incontra e la fuga
alimenta la fuga
che sempre più fuga diventa, da tutto,
per tutti, dirute le strade, franate le funi,
i contesti, no, non soffre i contesti,
coi testi s’incozza, lo vedo,
incammina di nuovo,
per nuove contrade dirama devia,
affoga in una fuga
tramata di rughe, di vie,
se tu sentissi, mi dice,
mentre mi parla sussurra il suo fiato,
lontano, mi arriva,
sparisce la rabbia, nel rauco suo ventre
di buio, lo intana la frana
del senno di poi, mentre il vento…


*


mi duole un dente, mi brucia lo stomaco,
mi infiamma la rabbia la radice,
quel che è incidente è un incidente,
nulla di più o di meno, ma a paragone
dell’immenso che non è
che vuoi che sia, non è che l’incisione
del vuoto nulla, il grande che inerisce in “è”…
in questo qui che sbraita, che sconquassa,
particolare infimo ed infine piccolo,
che vuoi che sia la mia che s’impossessa
in me che mi fa me puntino inerme,
di pallottino e carne putrescente
che sparisce in quello che più è
grande non essere…
sparimento di nulla culla e d’aria,
mi cuce qui il dolore, l’amarezza,
ma non temete, non è così importante,
rispetto a quello che si sente in mente,
immenso mare che,deliquiescente, scende…



lo spirito del tempo

quando più non c’è vita,
ritornano i morti, che ingravidano i vivi,
ma se vivi non ce ne sono, chi ingravidano?,
mah, meglio continuare a non vivere,
dicevano operando vivendo per finta,
almanaccando, trafficando
tra fiche merci e soldi sempre più
sfacchinando,
facendo le viste di lavorare
non progredendo di un cazzo,
non facendo che niente, rimanendo
nel solito lo stesso di sempre,
che ingravida il dopo, il cambio, il moto, il tempo,
il niente che ingravida il poco che c’è,
che si scopa la nostra utopia,
se la porta a dibattere ai congressi,
ai salotti, alla tele,gli incontri,
i dibattiti fatui, i tellurici guasti
dello spiritoso che abbonda,
greve e scontato che anch’esso si storpia
che stupido ammassa nequizie,
quando più non c’è vita, si inventa
anche la morte, la si dipinge
infingarda di noi, del nostro vizioso
poltrire, si depriva
la nostra, di vita,
con l’uso retorico d’essa,
ed anche la morte si sbriga…



cosmesi

……
e allora finge maschera estetista.
e allora buio, e finto e tinto, e basta.
le grandi idee che puzzano lo sanno.
nello smalto pulito c’è l’inganno.
nel sorriso impostato c’è la cloaca.
e fioca mi guardava dal suo scranno.




[“Inter nos” di prossima pubblicazione per Aragno]