Antonio Tabucchi

I poeti della domenica #253: Fernando Pessoa, Di nuovo ti rivedo

… Di nuovo ti rivedo,
città della mia infanzia spaventosamente perduta…
Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare!
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, che qui è tornato,
e che qui è tornato a tornare, e a ritornare,
e di nuovo a ritornare?
O siamo, tutti gli Io che qui sono stato o sono stati,
una serie di grani-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me di qualcuno fuori di me?

Una volta ancora ti rivedo,
col cuore più lontano e l’anima meno mia.

Una volta ancora ti rivedo –  Lisbona e Tago, e tutto -,
viandante inutile di te e di me,
straniero qui come dappertutto,
casuale nella vita come nell’animo,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto del dover vivere…

Fernando Pessoa, da Poesie di Álvaro de Campos
(traduzione di Antonio Tabucchi)

Questi versi sono riportati in esergo da Ermanno Rea nel suo romanzo Napoli Ferrovia.

Outra vez te revejo,
Cidade da minha infância pavorosamente perdida…
Cidade triste e alegre, outra vez sonho aqui…
Eu? Mas sou eu o mesmo que aqui vivi, e aqui voltei,
E aqui tornei a voltar, e a voltar.
E aqui de novo tornei a voltar?
Ou somos todos os Eu que estive aqui ou estiveram,
Uma série de contas-entes ligados por um fio-memória,
Uma série de sonhos de mim de alguém de fora de mim?

Outra vez te revejo,
Com o coração mais longínquo, a alma menos minha.

Outra vez te revejo – Lisboa e Tejo e tudo -,
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações,
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver.

“Tabucchi: tanti in uno”. Nota di lettura di Renzo Favaron

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“Tabucchi: tanti in uno”
(Il filo dell’orizzonte: una storia che ha come termine l’infinito)
di Renzo Favaron

In una visione che potrebbe sembrare peregrina, dettata da una confidenza eccessiva con un secolo di letteratura che non si è risparmiato nel mostrare le cuciture nascoste e i tessuti lacerati dell’uomo e del mondo (colti in quella operazione che consiste nel rovesciare la superficie esteriore della loro abituale veste), Tabucchi appare scrittore d’invenzione e di finzione. Egli è bravo fino al punto di farci credere inventata la realtà che obiettivamente vede.
A ben guardare, come nel cinema, così Tabucchi traspone sul piano della finzione aspetti che sono poi corrispondenti con nuclei di verità profonda ravvisabili oggettivamente nei sotterranei dell’io: calando lo sguardo tra le righe della sua opera, la quale non scende mai al di sotto della lucida testimonianza di un uomo che talvolta dà l’impressione d’essere sfuggente fino all’inconsistenza, emerge il sospetto che la dimensione dell’invenzione serva allo scopo di dare piena cittadinanza alle nascoste pieghe di un’esistenza dominata dall’insopprimibile coscienza della sua possibile molteplicità, o quanto meno alterità, rispetto a quello che appare. Tabucchi, in altre parole, ci fa testare con mano il carattere plurimo della nostra vita, ci avvisa che essa è la sommatoria di molteplici esistenze, anzi qualcosa di più della loro semplice somma.

Prendendo ora in esame la nutrita produzione di racconti, colpisce a tutta prima la singolarità delle situazioni. Soprattutto il carattere aperto e dai contorni indefiniti impresso alle storie, dove non appare mai chiaro il loro senso intimo e ultimo, tranne per il fatto che potrebbe essere uno dei tanti suggeriti, o immaginabili e possibili. La dimensione del dubbio è la faccia che si offre con più evidenza al lettore, costretto a riprendere di continuo i fili mai districati compiutamente della vicenda; perplessità e interrogazione, del resto, oltre a colpire il lettore, sono intimi elementi che possiamo ricondurre all’origine stessa dell’estro creativo di Tabucchi, in quanto termini non indifferenti alla paurosa scoperta che una certa cosa conosciuta può essere anche profondamente diversa da come si è manifestata (così come si esprime l’autore in Donna di Porto Pim). (altro…)

L’alternativa all’ombra: su “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

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L’altro giorno pensavo: ma che bravo Antonio Tabucchi. Pensavo soprattutto al suo libro più famoso, quello da cui è stato tratto quel film con un Mastroianni vecchio e pesante ma ancora bello. Insomma, Sostiene Pereira. Ci pensavo perché ho sempre creduto che Tabucchi avesse trovato il trucco che trasforma un buon libro in un grande libro, una mela sulla testa nella legge di gravità. Mi riferisco naturalmente a quel sintagma e alle sue varianti, sostiene Pereira, Pereira sostiene, sostiene, ripetuto ossessivamente in modo da creare una musica, una cadenza, un ritmo ondeggiante, simile a un fado (già che siamo in Portogallo). Ma la forza argomentativa di quel verbo, come si impone subito, fin dal titolo! Come sembra sdoppiare la narrazione, approfondirla d’echi, accostarle la voce sicura di un commento. Chissà, forse Tabucchi ha inventato questa prosodia prima di ogni altra cosa, e poi la storia è venuta da lì, poi gliel’ha dettata Pereira.
Che poi io Tabucchi in qualche modo l’ho anche incontrato. Mi ci sono ritrovato seduto accanto in un’aula universitaria, a Pisa, ma non l’ho riconosciuto perché si era tolto i baffi, e io avevo in mente solo foto baffute (nei film di solito per travestirsi i personaggi indossano due baffi finti, se li hai già te li togli, semplice).  Io a Pisa ci ho solo studiato, Tabucchi c’era nato. Sei mesi l’anno continuava a passarli in Toscana (insegnava all’università di Siena), gli altri sei viveva con la moglie e le figlie in Portogallo, a Lisbona, la sua città adottiva, la città dove si svolge Sostiene Pereira. L’infanzia però l’aveva trascorsa a Vecchiano, un centro vicino a Pisa dove continuava a recarsi regolarmente, forse aveva ancora una casa, non so. Qualche anno fa stavo con una ragazza che era proprio di quelle zone lì, e mi piaceva l’idea che in una qualche cartina immaginaria le ragazze confinino con la letteratura. Poi le storie finiscono, come muoiono gli scrittori.
Cosa succede in Sostiene Pereira grossomodo si sa. Lo sviluppo è quello del romanzo di formazione, anche se il protagonista non è giovane, ma anziano, malato e vedovo. Pereira vive a Lisbona all’epoca della dittatura salazarista, e lavora per la rubrica culturale di un quotidiano cittadino. Si occupa intensamente di traduzioni letterarie, soprattutto dal francese, un modo come un altro per non vedere quello che sta succedendo intorno a lui. L’incontro con Francesco Monteiro Rossi, un ragazzo dai forti ideali antifascisti, lo costringe però a uscire dal suo isolamento indifferente, a schierarsi poco a poco, a prendere consapevolezza della violenza. Dopo l’uccisione del suo giovane amico, Pereira trova così il coraggio di denunciare sul giornale le angherie del regime.
Io credo che per capire pienamente la forza di questo libro bisogna pensarlo all’interno dell’intera opera di Tabucchi. Un’opera attraversata in gran parte dall’ombra lunga di Pessoa, il suo autore più amato, più studiato e tradotto. Con Pessoa Tabucchi ha imparato il gioco delle apparenze e delle finzioni, della vita come nodo di possibilità molteplici e compresenti, danza delle svariate identità, degli eteronimi. Un’idea di letteratura che ha prodotto risultati a volte vertiginosi e inquietanti, altre volte un po’ di maniera. Nulla di questo in Sostiene Pereira: lì le cose coincidono con i loro nomi, non ci sono ombre, non ci sono inganni. La dittatura è la dittatura, i buoni sono i buoni, i cattivi sono i cattivi. Certo, manca quello che ho spesso indicato come un valore aggiunto nell’arte, e cioè l’ambivalenza: questo è forse il limite più evidente della cosiddetta letteratura impegnata. E però l’ambivalenza, uscita dalla porta, rientra dalla finestra se consideriamo questo romanzo come il momento in cui Tabucchi ha ripreso a trattare “l’ombre come cosa salda”, dopo tanti libri pessoani. Il merito è anche di quel trucco che dicevo all’inizio. Guardate qui come rende perentorio il nostro fragile lirismo:

Era il venticinque di luglio del millenovecentotrentotto, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira.

@Andrea Accardi

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L’album di famiglia. Gli anni di piombo nella narrativa italiana – di Gabriele Vitello

Vitello

Pubblichiamo le pagine introduttive del saggio di Gabriele Vitello, L’album di famiglia. Gli anni di piombo nella narrativa italiana, che uscirà a gennaio per Transeuropa, ma disponibile già oggi sul sito http://www.transeuropaedizioni.it.
Per riflettere sul modo in cui gli scrittori hanno raccontato la stagione del terrorismo, l’autore ha preso in esame un significativo corpus di romanzi scritti negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di un libro di critica tematica, semmai di un tentativo di coniugare critica letteraria e critica dell’immaginario. Se della prima riconosciamo la pratica della lettura ravvicinata dei testi finalizzata alla formulazione di un giudizio di valore estetico, della seconda L’album di famiglia eredita almeno due cose. In primo luogo, la consapevolezza che quello letterario è solo uno (peraltro marginale) dei tanti “discorsi” che hanno contribuito alla costruzione della nostra immagine del terrorismo e della memoria degli anni Settanta. Pertanto, il critico dovrà necessariamente confrontare quelli letterari con altri “testi”: ricostruzioni televisive, documentari, autobiografie, testimonianze e, ovviamente, le narrazioni cinematografiche. In secondo luogo, nell’Album di famiglia i testi letterari sono considerati alla stregua di formazioni di compromesso che rivelano ciò che le ideologie occultano: in altre parole, delle vie d’accesso privilegiate al nostro inconscio politico.

L’immaginario è storia tanto quanto la Storia.

Marc Ferro, Cinéma et histoire

Alla fine del nostro primo incontro mi butta lì: – Perché non mi fai un romanzo sugli anni Settanta? Sono sicuro che ne verrebbe fuori una cosa fortissima.

Antonio Moresco, Lettere a nessuno

Letteratura e anni di piombo: una storia possibile?
Nell’immaginario collettivo italiano gli anni Settanta suscitano sentimenti ambigui e contraddittori: da un lato paura, angoscia e desiderio di rimozione, dall’altro un senso di nostalgia, di attrazione e di fascino. Come ha osservato Giovanni Moro, «a proposito degli anni Settanta abbiamo un linguaggio difettoso, fatto di parole ed espressioni che per lo più mancano di una sintassi che le connetta e le doti di significato. Costruire una sintassi del decennio mi sembra il compito a cui, come Paese, non abbiamo ancora atteso.»1 La stessa categoria anni di piombo è un’espressione impropria e infelice che ha finito per schiacciare il ricordo del decennio unicamente sulla violenza e il terrorismo: «Tutto è stato appiattito su quella definizione, – ha scritto lo storico Giovanni De Luna – tutto è precipitato nel vortice del terrorismo, tutta la memoria di quegli anni si è raccolta intorno alla figura carica di sofferenza e di dolore di Aldo Moro.»2
Si deve considerare inoltre che, addossando tutta la responsabilità della crisi degli anni Settanta al terrorismo, la formula “anni di piombo” rimuove la corruzione e il degrado della vita politica giunto già allora a vette allarmanti (si ricordi che, un anno prima del delitto Moro, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone si era dovuto dimettere a seguito del “caso Lockheed”), e allo stesso tempo, alludendo alle armi da fuoco usate prevalentemente dal terrorismo di sinistra, censura anche le bombe neofasciste della strategia della tensione.3
Per porre in discussione quest’immagine fosca e luttuosa del decennio, alcuni storici come Guido Crainz e il già citato Giovanni De Luna preferiscono parlare di “anni ’68”, mettendo in luce come la contestazione studentesca diede nel corso degli anni Settanta i suoi frutti migliori sotto forma di un inedito protagonismo della società civile;4 in effetti, nel campo dei diritti civili, gli anni Settanta sono stati, come ha ricordato anche Gustavo Zagrebelsky, il decennio di maggiore concretizzazione dei principi della Carta Costituzionale: si pensi, ad esempio, al referendum sul divorzio e a quello sull’aborto, allo Statuto dei lavoratori e infine alla legge 180 sulla chiusura dei manicomi.
Per usare la metafora di Moro, la mancanza di una «sintassi» del decennio è molto probabilmente la causa dei molti equivoci e distorsioni nella trasmissione della sua memoria. Basti pensare che secondo i risultati di un’indagine condotta dall’Associazione familiari delle vittime di Bologna, dal Cedost, dal Censis e dal Landis, nel capoluogo emiliano solo il 22% degli studenti delle superiori indica nei terroristi neri gli autori della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il 34% non sa rispondere e il 21,7% indica addirittura le Brigate Rosse.
La letteratura partecipa a questo difficile processo di negoziazione della memoria del passato registrando i sintomi di un conflitto tuttora aperto. Il racconto degli anni Settanta offertoci dai nostri scrittori ha cominciato a interessare la critica, che negli ultimi anni vi ha dedicato alcuni convegni e importanti saggi.5
Questi contributi hanno permesso, innanzitutto, di sfatare il luogo comune sulla presunta assenza del tema del terrorismo nel romanzo italiano. Sebbene Alberto Arbasino l’abbia considerato un argomento troppo noioso per diventare materia di romanzo,6 è possibile rinvenire alcuni sintomi di un immaginario terroristico persino nelle opere dei principali autori degli anni Settanta: Il contesto (1971) di Leonardo Sciascia, Caro Michele (1973) di Natalia Ginzburg, Occidente (1975) di Ferdinando Camon, Petrolio (1975, ma pubblicato postumo nel 1992) di Pier Paolo Pasolini, Il sipario ducale (1975) di Paolo Volponi, L’arrivo della lozione (1976) di Sebastiano Vassalli, La vita interiore (1978) di Alberto Moravia, L’odore del sangue (1979, ma pubblicato postumo nel 1997) di Goffredo Parise.
L’interesse di questi scrittori si concentra prevalentemente sul terrorismo di destra, sulle stragi e sulla strategia della tensione. D’altronde, ancora fino alla metà del decennio, il Partito comunista definiva le Brigate Rosse “sedicenti”, “delinquenti strumentalizzati” o “provocatori”:7 epiteti che negavano la loro rilevanza politica e, soprattutto, la loro appartenenza alla tradizione del marxismo-leninismo.
Il corrispettivo letterario di queste formule reticenti è rappresentato dal rifiuto dei modi realistici, in favore di soluzioni allusive e simboliche. Tale tendenza a metaforizzare il terrorismo è anche una conseguenza delle dinamiche proprie del campo letterario, ovvero, dell’atteggiamento difensivo assunto dalla letteratura rispetto alle rappresentazioni della cronaca prodotte dagli organi della comunicazione di massa, in particolare dalla televisione. Infatti, come ha scritto Raffaele Donnarumma nel suo saggio sul terrorismo nella narrativa italiana, questa fase

coincide con la volontà della letteratura di affermarsi come campo distinto dalla comunicazione di massa. Questo comporta, più ancora che una resistenza a parlare di ciò di cui parlano già tutti, e troppo, parlarne in forme che esibiscano la propria natura mediata. Nella prima fase, cioè, si può raccontare il terrorismo solo a patto che il discorso sia esibitamente letterario e quindi non possa essere confuso con la descrizione giornalistica, la cronaca, l’indagine sociologica. Seppure in forme molto diverse, Calvino e Pasolini, Balestrini e Volponi, Sciascia e Vassalli concordano nel produrre libri in cui la ritualità letteraria, qualunque forma assuma, sia ben in mostra.8

Nessuna delle opere di questi grandi autori ha avuto, tuttavia, la capacità di imporsi nella storia letteraria e nella memoria collettiva come il romanzo sul terrorismo. Gli anni Settanta sono, d’altra parte, una stagione molto complessa della storia letteraria italiana, un decennio non privo di veri e propri capolavori (basti pensare a La Storia di Elsa Morante, romanzo che ha suscitato, com’è noto, un caso letterario) ma, allo stesso tempo, diffidente verso la forma-romanzo, della quale spesso viene persino dichiarata la morte. Di questi anni vengono ricordate piuttosto le polemiche sul silenzio e sulle presunte colpe degli intellettuali italiani di fronte alla degenerazione violenta della contestazione giovanile. Conviene, a questo punto, ripercorrere brevemente questo controverso capitolo di storia degli intellettuali.
Durante gli anni di piombo il dibattito sul terrorismo si è sempre concentrato sul tema delle responsabilità morali e politiche della sinistra.9 La famosa polemica sul “nicodemismo”, sulla viltà e sullo scarso spirito nazionale degli intellettuali va dunque interpretata come uno strumento che ha permesso al Pci di legittimarsi quale partito legalista e affidabile. Tutto iniziò, com’è noto, in occasione del processo di Torino del 1977, quando Eugenio Montale dimostrò la sua comprensione nei confronti dei cittadini che avevano rifiutato di fare parte della giuria popolare per paura di ritorsioni da parte delle Brigate Rosse. Giorgio Amendola reagì accusando il poeta di viltà, innescando così un’aspra polemica nella quale intervenne anche Leonardo Sciascia in difesa di Montale.10
Bisogna, tuttavia, ammettere che la minaccia terroristica aveva messo in forte imbarazzo gli intellettuali. Come ha scritto un osservatore straniero

gli intellettuali sono colti di sorpresa dagli omicidi mirati: di fronte a un fenomeno nuovo, in apparenza sfuggente, sembrano incapaci di scegliere tra un abbozzo di spiegazione e un silenzio volontario. Si ha l’impressione che, quando parlano, cerchino soprattutto di sollevarsi da qualunque responsabilità, anche a costo di farla ricadere su altri. Quasi che debbano difendersi in anticipo da un’accusa, a volte formulata esplicitamente: il terrorismo fa parte dell’album di famiglia degli intellettuali, come direbbe l’editorialista del «manifesto» Rossana Rossanda.11

C’è infine un altro punto da considerare, ovvero la frattura tra intellettuali e istituzioni emersa ancora più drammaticamente nei giorni del sequestro Moro. In quell’occasione, la stampa interpretò il silenzio degli intellettuali come la prova inconfutabile della loro adesione allo slogan di Lotta Continua “né con lo Stato, né con le BR”, o peggio, della loro complicità con l’azione delle Brigate Rosse.12 In realtà, si trattava non di complicità ma, come dichiarò Moravia, di un sentimento di profonda «estraneità» rispetto a quanto stava accadendo.13 Gli intellettuali si rifiutavano di difendere uno Stato nel quale non si riconoscevano, come confessò in maniera esplicita Sciascia: «“Vale la pena di difenderlo questo nostro Stato?” Dieci mesi fa ho detto: così com’è no, non vale la pena di difenderlo. Oggi dico: così come va diventando, siamo noi che dobbiamo difendercene.»14 Dal canto suo, Franco Fortini espresse un netto «rifiuto di usare le parole unità, democrazia, nazione, bene pubblico come copertura di una operazione politica che ha portato ad una maggioranza dove stanno insieme i rappresentanti degli sfruttatori e degli sfruttati.»15 Particolarmente significativa è anche la posizione di Cesare Cases, il quale denunciò a più riprese il clima di intimidazione suscitato da stampa e istituzioni e la strumentalizzazione dell’emergenza terroristica a fini repressivi: «dopo tutto – riteneva Cases – il terrorismo minaccia l’esistenza di pochi, il potere quella di tutti.»16
La sensazione di essere sotto processo e costretti a difendersi dall’accusa, a volte esplicita, di aver contribuito alla nascita del terrorismo, venne rafforzata due anni dopo con l’arresto di Toni Negri, il professore di filosofia politica dell’Università di Padova, leader di Potere operaio e successivamente dell’Autonomia operaia, accusato di essere il regista occulto dell’intera rete eversiva del paese. In questo clima di sospetto generalizzato si inserisce un divertente raccontino satirico di Cesare Cases, intitolato Il ballo dei sospetti, in cui si immagina un blitz delle forze della Digos che porta all’arresto dei più noti intellettuali italiani come Guido Quazza, Giorgio Bárberi Squarotti e Norberto Bobbio accusati di essere i principali organizzatori del terrorismo italiano.17
Il clima da “caccia alle streghe” vissuto dagli intellettuali è testimoniato anche da un racconto di Vincenzo Consolo del 1981 e intitolato Un giorno come gli altri, dove troviamo un esplicito riferimento al «professore di Padova arrestato in aprile». Si tratta del resoconto di una quieta giornata di uno scrittore, che termina però con un angoscioso incubo notturno, nel quale immagina che il suo appartamento venga improvvisamente sconvolto da una perquisizione della Digos:

Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sento alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla porta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, contro il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l’arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare giù i libri dagli scaffali con grandi bracciate. E’ una frana, un terremoto. Si ammucchiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani.18

Si tratta di due testi molto diversi tra loro, ma che condividono un identico atteggiamento difensivo rispetto agli eventi: da un lato, vogliono raccontare la cronaca e intervenire sui temi discussi ormai quotidianamente sui giornali e in televisione, ma dall’altro, vogliono farlo in modo protetto, il primo ricorrendo ad un’invenzione satirica, il secondo immergendo i fatti in un’atmosfera onirica.
Dai primissimi anni Ottanta fino alla fine degli anni Novanta, il tema degli anni di piombo s’incontra raramente nella letteratura. Nel corso degli anni Ottanta esordisce una nuova generazione di scrittori (Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri, Andrea De Carlo, Aldo Busi) che predilige temi giovanili come il viaggio e l’esotico, mentre alcuni autori già affermati si rifugiano nel mito; penso, ad esempio, alla strada imboccata con Retablo (1987) da Vincenzo Consolo, uno scrittore che pure aveva offerto nel Sorriso dell’ignoto marinaio (1976) una ricca e vivace rappresentazione metaforica dei conflitti politici e sociali degli anni Settanta. Dominano inoltre in questi anni le poetiche postmoderniste fondate sul pastiche e sulla riscrittura, che però di fatto mal si prestano ad una rappresentazione della realtà e quindi di un fenomeno politico e sociale così complesso come il terrorismo. L’assenza del terrorismo nella letteratura di questo periodo è quindi concomitante con la crisi definitiva delle poetiche realistiche e della fiducia nella referenzialità della scrittura letteraria. Sono gli anni, vale la pena ricordarlo, del trionfo del “pensiero debole” e della linea Nietzsche-Heidegger, del diffondersi di neo-orfismi e di “parole innamorate”.
Tra gli anni Ottanta e Novanta avvengono, tuttavia, alcuni fatti importanti. In primo luogo, si assiste ad un decisivo spostamento dell’attenzione degli scrittori dal terrorismo nero a quello rosso. In secondo luogo, come ha osservato Donnarumma, sono gli anni del «primato della non fiction sulla fiction.»19 Deposte le armi, gli ex-terroristi prendono adesso la penna in mano. I primi a farlo sono Patrizio Peci con Io, l’infame (1983) ed Enrico Fenzi con Armi e bagagli (1987); seguiranno poi Alberto Franceschini (Mara Renato e io, 1988) e Renato Curcio (A viso aperto, 1993). Subito dopo Rossana Rossanda e Carla Mosca pubblicheranno la loro intervista a Mario Moretti (Brigate rosse. Una storia italiana, 1994).20 In questo stesso periodo escono le inchieste di Corrado Stajano, L’Italia nichilista (1992), e di Sergio Zavoli, La notte della Repubblica (1992). Quest’ultima nasce dall’omonimo programma televisivo condotto dallo stesso Zavoli e andato in onda dal 12 dicembre 1989 all’aprile dell’anno successivo: un evento mediatico di enorme rilevanza nella percezione pubblica del terrorismo che ha permesso agli italiani di vedere il volto “umano” e fragile degli ex-terroristi, prima immaginati come mostri sanguinari.
All’inizio degli anni Ottanta il terrorismo comincia inoltre a colonizzare il noir, il genere che nel decennio successivo supererà la sua posizione periferica per conquistare il centro dello spazio romanzesco. Il primo noir sul terrorismo è Il vomerese di Attilio Veraldi del 1980. Durante gli anni Novanta, escono a firma di Cesare Battisti, ex-militante dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC), alcuni noir di successo come Travestito da uomo (1993), L’ultimo sparo (1998) e L’orma rossa (1999, ma pubblicato in francese già nel 1995). Seguono Arrivederci, amore ciao (2000) di Massimo Carlotto, Catrame (1999) e Nel nome di Ishmael (2001) di Giuseppe Genna, Romanzo criminale (2002) di Giancarlo De Cataldo e Tre uomini paradossali (2004) di Girolamo De Michele. Sono gli autori noir che per primi cessano di considerare il terrorismo come un argomento scomodo e pericoloso e scelgono di sfruttarlo, invece, come un serbatoio di trame cui attingere anzitutto a scopo di intrattenimento romanzesco, indebolendone in tal modo la valenza storico-politica.
Negli “anni Zero” il terrorismo diventa un tema letterario alla moda, non più circoscritto nel campo del noir. Tanto per dare un’idea, nel solo 2004 sono usciti in libreria ben dieci romanzi sul terrorismo: Il paese delle meraviglie di G. Culicchia (Garzanti); Amici e nemici di G. Spinato (Fazi); Tre uomini paradossali di G. De Michele (Einaudi); Il corpo dell’inglese di G. Simi (Einaudi); Avene selvatiche di A. Preiser (Marsilio); La quattordicesima commensale di G. Marilotti (Il Maestrale); Tornavamo dal mare di L. Doninelli (Garzanti); Tristano muore di A. Tabucchi (Feltrinelli); Tuo figlio di G. M. Villalta (Mondadori); Lettera a Dio di V. Pardini (Pequod). Senza contare la riedizione lo stesso anno per i tipi di Avagliano del giallo di Attilio Veraldi, Il vomerese, già pubblicato come si è visto da Rizzoli nel 1980.21
Non si tratta di un fenomeno che concerne esclusivamente la letteratura, ma di un revival che interessa tutti gli ambiti dell’immaginario artistico: il cinema, la televisione, il teatro, la musica e i fumetti.22 Si pensi, per citare qualche titolo, a La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana (2003), a La prima linea (2009) di Renato De Maria e a fiction televisive come Attacco allo stato (2006) e Il Sorteggio (2010). Il terrorismo ha ugualmente ispirato il lavoro di alcuni autori teatrali più o meno noti, come Corpo di Stato di Marco Baliani, Aldo Morto (2012) di Daniele Timpano e Avevo un bel pallone rosso (2010) di Angela Dematté. Per quanto riguarda la musica, gli anni di piombo segnano fortemente l’immaginario di alcuni cantautori persino giovanissimi come Vasco Brondi. Non possiamo, infine, dimenticare le storie a fumetti come, ad esempio, La strage di Bologna (2010) di Alex Boschetti e Anna Ciammitti e Il sequestro Moro (2009) di Paolo Parisi.
Nelle pagine culturali dei quotidiani, il ritorno degli scrittori agli anni di piombo viene ora salutato come il segnale del superamento, tanto atteso, di una rimozione collettiva. Un entusiasmo analogo coinvolge anche alcuni settori della critica accademica, specie oltralpe. Gli autori di un recente contributo sulla narrativa ispirata agli anni Settanta sostengono infatti che essa «offre […] un orizzonte euristico senza paragoni, capace di farci penetrare nel cuore dei conflitti e delle passioni che hanno agitato l’Italia di quegli anni. La fiction, lungi dal ridursi a una messa al bando della realtà, diventa allora uno strumento indispensabile per chiunque voglia dare un senso all’intrico dei fatti e penetrare nel cuore della stagione delle rivolte.»23
Il fiorire di un vero e proprio filone di “romanzi sugli anni di piombo” può essere interpretato come reazione  al crollo delle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, agli scontri durante il G8 a Genova che hanno provocato la morte di Carlo Giuliani (20 luglio 2001), ma soprattutto alla recrudescenza del terrorismo brigatista con l’assassinio di Massimo D’Antona (20 maggio 1999) e di Marco Biagi (19 marzo 2002).24 C’è anche chi ha interpretato la moda dei “libri di piombo” (la definizione è di Giuliano Tabacco)25 come una forma di compensazione immaginaria alla mancanza di un processo di riconciliazione collettiva con la memoria degli anni Settanta. Pierpaolo Antonello e Alan O’Leary ritengono, infatti, che «the emergence of an array of discourses, narrative and hypotheses and interpretations, in film and literature» sia espressione di un bisogno di «supplementary justice»: «in a process which may appear paradoxical, fiction has become the pre-eminent means to account for these missing pieces of our recent history and to keep the memory of certain events alive among non-experts.»26
La moda del terrorismo va inscritta, inoltre, all’interno delle dinamiche proprie del campo letterario, poiché si tratta di un fenomeno concomitante con il “ritorno al reale” della narrativa italiana di cui condivide gli equivoci, le contraddizioni e i limiti.27 Esso soddisfa la fame di “storie vere romanzate” che caratterizza i nuovi assetti del campo letterario italiano:28 i testi esemplari in tal senso sono Romanzo brigatista (2009) di Gianremo Armeni e il ben più famoso e già citato Romanzo criminale (2002) di De Cataldo.
Come cercherò di dimostrare, interpretare l’attuale fortuna letteraria degli anni di piombo come espressione positiva del superamento della loro rimozione collettiva può essere fuorviante. Essa è, infatti, forse segno di patologia piuttosto che di salute, poiché lungi dal riportare finalmente a galla un passato per troppo tempo dimenticato – quello che con un’espressione alquanto retorica viene considerato il “buco nero” della nostra storia – , la moda dei “libri di piombo” segnala ancora una volta la nostra difficoltà e resistenza a capire e raccontare il terrorismo.
A bene vedere, è lo stesso concetto di rimozione che rischia di venire eccessivamente enfatizzato. Stando a quanto ci insegna la psicanalisi, il trauma rimosso non è mai rimosso del tutto, poiché affiora nei modi difformi dei sogni, dei lapsus e dei motti di spirito.29 Di conseguenza, come ci ha ricordato Slavoi Žižek, «l’opposto di esistenza non è inesistenza ma insistenza: quel che non lasciamo esistere continua a insistere, a lottare per emergere all’esistenza.»30 Quest’affermazione di Žižek contiene, a mio avviso, un’indicazione metodologica molto utile per interpretare i romanzi sul terrorismo. Infatti, nell’analizzare una produzione letteraria che copre un arco cronologico esteso dagli anni Settanta ad oggi, non ci si dovrà affidare a rigide periodizzazioni precostituite, ma bisognerà partire direttamente dai testi e concentrare l’attenzione sulle strategie attraverso le quali la fiction deforma e modifica la cronaca, su quei dispositivi di rifrazione degli eventi che rivelano e occultano allo stesso tempo la realtà che intendono rappresentare.

[1] G. Moro, Anni Settanta, Einaudi, Torino 2007, p. 23.

[2] G. De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, p. 8.

[3] Su questo tema cfr. A. O’Leary, Tragedia all’italiana. Cinema e terrorismo tra Moro e memoria, Angelica, Sassari 2007, N. Balestrini – P. Moroni, L’orda d’oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 2005, C. Venturoli, Stragi fra memoria e storia, Libreria Bonomo editrice, Bologna 2007. Per una ricognizione su altre parole-chiavi del decennio (terrorismo, violenza politica, guerra civile) rimando al saggio di G. Panvini, Il “senso perduto”. Il cinema come fonte storica per lo studio del terrorismo italiano, in Ch. Uva, Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano, Rubbettino, Catanzaro 2007.

[4] Cfr. G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003. Per una ricostruzione storica rimando anche a P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006. Per una sintesi del dibattito storiografico si veda anche B. Armani, La violenza della politica: letture e riletture degli anni Settanta, in «Contemporanea», n. 4, 2010.

[5] Cfr. AA.VV., Imagining Terrorism: the Rhetoric and Representation of Political Violence in Italy 1969-2009, a cura di P. Antonello e A. O’Leary, Legenda, Leeds 2009. D. Paolin, Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, Il Maestrale, 2008; R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura: il terrorismo nella narrativa italiana (1969-2010), in AA.VV., Per Romano Luperini, a cura di P. Cataldi, Palumbo, Palermo 2011; G. Simonetti, Nostalgia dell’azione. La fortuna della lotta armata nella narrativa italiana degli anni Zero, in «Allegoria», n. 64, 2011. Il binomio letteratura e terrorismo è stato l’oggetto del convegno internazionale Littérature et «temps de révoltes» (Italie 1967-1980) tenutosi a Grenoble nel 2008 (una parte degli atti è disponibile nel sito: http://colloque-temps-revoltes.ens-lyon.fr/).

[6] «Romanzi sul terrorismo? Difficile, improbabile. […] trovare interessante il terrorismo sarà come trovare interessante il cancro, scrivere e leggere romanzi sul cancro, le testimonianze di chi l’ha avuto e ha tenuto diari […]?»: cfr. A. Arbasino, Un paese senza, Garzanti, 1990, p. 120.

[7] Cfr. G. Galli, Il partito armato, Kaos, Milano 1993.

[8] R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 447.

[9] Cfr. F. Attal, Gli intellettuali e il terrorismo: 1977-1978, in AA. VV., Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano, a cura di M. Lazar e M.-A. Matard-Bonucci, Rizzoli, Milano 2010. Attal nel suo saggio rievoca un episodio piuttosto significativo: durante il sequestro Moro, “L’Espresso” ha intervistato diversi intellettuali e uomini politici per un’inchiesta dal titolo «E noi di sinistra, in che cosa abbiamo sbagliato?».

[10] Il dibattito è ricostruito nel volume di D. Porzio, Coraggio e viltà degli intellettuali, Mondadori, Milano 1977.

[11] F. Attal, Gli intellettuali e il terrorismo, cit., p. 122.

[12] Sul silenzio degli intellettuali durante il sequestro Moro cfr. A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, Il Mulino, Bologna 2005; M. Tolomelli, Terrorismo e società. Il pubblico dibattito in Italia e in Germania negli anni Settanta, Il Mulino, Bologna 2006; M. Gotor, Processo all’album di famiglia, in “Diario”, n. 11, 2008.

[13] Cfr. A. Moravia, Impegno controvoglia, cit., p. 284. Quello di estraneità è un concetto che verrà ripreso poi più volte da Leonardo Sciascia: cfr. L. Sciascia, La palma va a nord, a cura di W. Vecellio, Gammalibri, Milano 1982, p. 21.

[14] L. Sciascia, Non difendo questo uovo, in “Panorama”, aprile 1978, poi in Idem, La palma va a nord, cit.

[15] Citazione tratta da M. Tolomelli, Terrorismo e società, cit., p. 177.

[16] C. Cases, Terrorismo e intellettuali. Contro il ricatto, in “Il manifesto”, 24 marzo 1978, poi in G. Mughini, Gli intellettuali e il caso Moro, Feltrinelli, Milano 1978.

[17] Cfr. C. Cases, Il ballo dei sospetti, in Idem, Il boom di Roscellino. Satire e polemiche, Einaudi, Torino 1990, p. 223. Ringrazio Michele Sisto per avermi segnalato questo racconto.

[18] V. Consolo, Un giorno come gli altri, in AA. VV., Racconti italiani del Novecento, a cura di E. Siciliano, Mondadori, Milano 1983, p. 1441.

[19] R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 446.

[20] Per un’analisi di queste ed altre memorie autobiografiche di ex-terroristi si vedano G. Tabacco, Libri di piombo. Memorialistica e narrativa della lotta armata in Italia, Bietti, Milano 2010 e E. Betta, Memorie in conflitto. Autobiografie della lotta armata, in «Contemporanea», n. 3, 2009.

[21] Non è il solo caso di recupero da parte di intelligenti editori. Abitare il vento di Sebastiano Vassalli, ad esempio, era uscito per i tipi di Einaudi nel 1980 ed è stato riproposto nel 2008 da Calypso, una casa editrice particolarmente interessata agli anni Settanta.

[22] Sul concetto di immaginario vedi  J.-J. Wunenburger, L’immaginario, Il Melangolo, Genova 2003; sulle sue implicazioni nella critica letteraria vedi invece R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit.

[23] P. Girard – L. Scotto d’Ardino – J-C. Zancarini, Letteratura e «stagione delle rivolte», in Il libro degli anni di piombo, cit., p. 303.

[24] Alcuni testi sembrano confermare queste ipotesi: in Tuo figlio di Gian Mario Villalta e La guerra di Nora di Antonella Tavassi La Greca vi sono allusioni esplicite alle cosiddette Nuove Brigate Rosse; il confronto tra la generazione degli anni Settanta e quella del movimento “no global”, protagonista delle proteste al G8 di Genova, è tematizzato da Erri De Luca in Il contrario di uno e da Stefano Tassinari nell’Amore degli insorti.

[25] Cfr. G. Tabacco, Libri di piombo, cit.

[26] P. Antonello – A. O’Leary, Introduction, in Imagining Terrorism, cit., p. 10.

[27] Sul “ritorno al reale” vedi il numero di «Allegoria», n. 57, gennaio/giugno 2008; il numero di «Lo specchio» (inserto de “La Stampa”) a cura di A. Cortellessa, novembre 2008; New Italian Realism, “Tirature ’10”,  a cura di V. Spinazzola, Il Saggiatore 2010; Wu Ming, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Einaudi, Torino 2008; si vedano anche gli atti del convegno tenutosi a Varsavia, Finzione, cronaca, realtà. Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea, a cura di H. Serkowska, Transeuropa 2011, e quelli del convegno di Toronto del maggio 2010, Negli archivi e per le strade. Il ritorno alla realtà nella narrativa di inizio millennio, a cura di L. Somigli, Aracne, Roma 2013.

[28] Cfr. R. Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne: narratori italiani di oggi, in «Allegoria», n. 57, 2008.

[29] L’analogia tra terrorismo e trauma rischia di apparire impropria; infatti, «se il trauma è ciò che non accede alla coscienza e non può essere raccontato, poiché recalcitra alla simbolizzazione, il terrorismo è invece una costellazione di eventi su cui da subito sono proliferati discorsi e letture simboliche»: cfr. R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 442-3.

[30] S. Žižek, Benvenuti nel deserto del reale. Cinque saggi sull’11 settembre e date simili, Meltemi, Roma 2002, p. 26.

 

Tabucchi, gli Zingari e il Rinascimento

Antonio Tabucch

Nell’aprile del 2011, nel riproporre ricordi e riflessioni sulla presenza e sulla cultura rom, ricordavo proprio qui, su Poetarum Silva, la necessità di leggere – o di tornare a leggere – Gli Zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi. Oggi, 25 marzo 2012, la commozione per la sua scomparsa non cancella, anzi rinsalda la convinzione che quella sua opera, pubblicata in volume nel 1999, sia un esempio di denuncia, pacata e ferma, storicamente documentata, dell’ipocrisia ovvero della sbrigativa malafede di chi spaccia per superiore civiltà esclusioni, messe al bando, ghetti e sgomberi dell’urbanizzazione contemporanea.

Il “reportage di un reportage”, come precisava Tabucchi nella Nota, «è la versione italiana del testo intitolato Die Roma und die Renaissance  pubblicato nel numero di dicembre del 1998 dell’edizione tedesca di”Lettre International”» (Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, p.9).

Diamo voce alla testimonianza di Antonio Tabucchi (qui nell’originaria versione in tedesco):

«Avevo risparmiato finora a Liuba le condizioni dei rifugiati che non dipendono direttamente dalle Istituzioni della città. Sono i cosiddetti “clandestini”. Clandestini tuttavia tollerati, che le Autorità cittadine hanno lasciato entrare, con la libertà che contraddistingue un’astuta filosofia, purché si sistemassero lontani dai luoghi dove la loro presenza disturberebbe la vista dei tramonti sul Cupolone.

Costoro (i tollerati) si sono insediati soprattutto nella zona di Brozzi e delle Piagge, periferia dimenticata alla quale il Comune non ritiene necessario neppure concedere una biblioteca. Stretti fra la ferrovia che collega Firenze con Pisa e l’inquinatissimo fiume Arno, in compagnia di topi che raggiungono le dimensioni di gatti, questi “dannati della terra”, come li avrebbe chiamati Franz Fanon, hanno costruito le loro baracche, posato le loro roulotte ormai prive di pneumatici, vivendo la morte lenta di un piccolo popolo, ovvero ciò che la tolleranza del Comune benignamente concede loro: l’agonia. Sono privi di tutto. Non hanno nessun tipo di infrastruttura (acqua, elettricità, fognature, assistenza) né di sussistenza). Spesso neppure i documenti che provino che esistono come creature. Solo il loro corpo testimonia che ci sono persone vive, in questo breve deserto senza alberi e senza erba che è loro concesso a questo mondo dalla rinascimentale città di Firenze.

Se si può dire che i Rom dei cosiddetti “Campi di Accoglienza” dell’Olmatello e del Poderaccio sono la “borghesia” degli Zingari arrivati a Firenze, questi sono i Lumpenproletariat rom. Ed è qui che ho deciso di portare in visita la mia amica Liuba».

Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 28-29).

Primavera 2011: ricordi, riflessioni, rom

Il 2 dicembre 2001, su invito di Maria Olita,  insegnante di scuola elementare, impegnata da anni nell’Opera Nomadi, ho parlato a Cosenza dei Rom nella letteratura di lingua tedesca, all’interno di un corso di formazione in servizio sull’educazione interculturale da lei progettato. Ricordo che, mentre parlavo, avevo su di me lo sguardo serissimo di una ragazza poco più che ventenne. Sembrava soppesare ogni mia parola. Al termine del mio intervento, la ragazza si è avvicinata a me e mi ha chiesto dettagli bibliografici. Mi ha spiegato che, cresciuta in un campo nomadi a Cosenza, dopo aver frequentato la scuola dell’obbligo (Maria era stata sua insegnante) si era iscritta all’Università. Considerava quel corso come una tappa importante della sua formazione. Avevo appena affrontato un esame, mi accorsi a quel punto. Ecco, i fatti di cronaca della mia città natale, in questi giorni, chiedono a gran voce che “non ci tiriamo fuori”. Ripropongo qui il testo del mio intervento di allora. Credo che la conoscenza dell’altro sia una via privilegiata per il superamento delle paure, che le paure, a loro volta, siano generate in gran parte dall’ignoranza. Il contributo si trova anche in rete, insieme ad altre proposte formulate nella cornice del progetto ELiCa, per un canone letterario europeo. Può essere consultato anche qui.
Invito a dare un’occhiata anche alla bibliografia e consiglio la lettura  (o la rilettura) de Gli Zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi.

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