Antonio Spatola

“Poesie della fine del mondo” di Antonio Delfini: dentro l’apocalisse

di Luciano Mazziotta

Si potrebbe definire il 2013 un anno di sintesi ed al contempo di coscienza, anche da parte delle grandi case editrici, di fine del Novecento. Tale consapevolezza si ravvede nella scelta di ripubblicare autori che hanno operato perlopiù nel secolo passato e che ancora continuano ad esercitare la loro influenza sulle scritture nuove. È il caso, ad esempio, della pubblicazione di una scelta antologica dei testi di Nanni Balestrini e di Pierluigi Bacchini, tutti pubblicati per la Mondadori. antonio delfini poesie einaudi 2013Anche la Bianca Einaudi ha provveduto, ma da un altro punto di vista poetico, a colmare delle lacune, rieditando, a distanza di cinquantadue anni dalla prima edizione, le Poesie della fine del mondo di Antonio Delfini, ma includendo all’interno del volume anche degli inediti precedenti e posteriori al libro del 1961. antonio delfini poesie quodlibetQuesto libello era già stato ripubblicato, in realtà, qualche anno fa per la Quodlibet, con prefazione di Giorgio Agamben, ma una volta esaurito, è stato per anni di difficile reperibilità, nonostante si trattasse di un libro che, come riteneva lo stesso Agamben, era stato scritto “non per i lettori del presente, ma per i lettori del futuro”.
La poetica di Antonio Delfini è riassumibile tramite un verso di Giovenale, il quale apriva il libro di satire dichiarando: “Si natura negat, indignatio facit versum”, “qualora la natura di poeta nega la scrittura di una poesia, è l’indignazione a spingere alla poiesi”. Con questo verso, del resto, è possibile parafrasare svariati testi del nostro autore, ma più in particolare quello in cui sostiene che è suo dovere “scrivere malapoesia”, la cui funzione sarebbe quella di portare a uno dei suoi tanti bersagli, donne amate o borghesi pederasti, la malasorte.
Lo status di marchese decaduto del reazionario Antonio Delfini dà al poeta la possibilità di guardare con particolare acume il mondo, immergersi in questo, e proprio dall’interno disprezzarlo. L’aristocratico Delfini, dunque, descrive la realtà a partire dall’interno delle città che ha abitato, Modena, Roma, Livorno, ognuna delle quali si fa emblema dello scenario apocalittico in cui versa il mondo nel quale l’autore si cala del tutto. Un distico in cui si può notare tale atteggiamento di immersione preliminare alla condanna è: “Dante Aligheri parlerà poi dall’inferno:/ io mi attengo alle cose dall’interno”. Le Poesie della fine del mondo in questo modo possono essere concepite come “poesie PER la fine del mondo”. La fine di questo mondo ormai esangue è infatti non solo un auspicio ma un obiettivo che si prefigge l’autore, come se il suo scopo fosse accelerare questo risultato ineluttabile. Delfini vuole essere artefice e partecipe del processo di apocalisse. Non è un caso che i termini più ricorrenti dell’intero libro sono verbi come “uccidere, distruggere, scannare, sgozzare”, e proprio con “sgozzerò” si apre l’opera. L’auspicio di apocalissi, per esempio, si può ravvedere nel disprezzo verso i bambini che i buoni costumi borghesi hanno sempre considerato come il volto degli angeli. Delfini, al contrario, ci dice che vuole vedere “condannati i bambini”: i bambini infatti cresceranno e invecchieranno continuando ad alimentare un mondo che dovrebbe invece estinguersi quanto prima.
Altre due modalità scrittorie per mezzo delle quali risulta evidente l’atteggiamento sprezzante di Delfini sono l’uso dei nomignoli da una parte, e dall’altra la comparsa di un’umanità disagiata e viscida.
Se infatti dare i nomi è un mezzo per impossessarsi del mondo, e per renderselo familiare, dare i nomignoli è finalizzato ad allontanarsene con disprezzo. Dall’altra parte i protagonisti, i “soprannominati” sono banchieri, borghesi perversi, preti pederasti, donne borghesi con atteggiamenti da prostitute, la cui apoteosi è riassumibile in questo distico: “O sozzo! Sei trino di bassezza umana/ puzzolente coglione disonesto col cuore di puttana”.
L’altra grande tematica della poesia di Delfini è concentrata sul disprezzo nei confronti della sua donna amata dal quale l’autore non venne riamato, e la quale, probabilmente per interessi finanziari, finì per sposarsi con un ricco di provincia. Da questo punto di vista, però, l’atteggiamento del poeta è molto meno monolitico e più ambiguo. Si nota una contraddizione forte tra amore e odio, tra disperazione e disprezzo, tra gioia e sofferenza. In A Cesena, ad esempio, la donna è rappresentata sì con un netto senso di disgusto (“e senza saperlo, scema, dici la verità”, oppure “tu ne godi megera infausta malfottuta”), ma nelle righe conclusive l’autore rivela drammaticamente la sua ossessione amorosa: “Ora, sporco fantasma, vattene via!”.
Lentamente, mentre ci si avvicina alla conclusione del libro, Delfini persevera in questa ambiguità, ma ora la dialettica tra disprezzo e disperazione versa molto di più sul secondo elemento della dicotomia. In La vera poesia addirittura l’autore svela quanto sia difficile distinguere tra i due sentimenti contrastanti. Nelle righe conclusive, infatti, quando scrive “Quanta pena mi fai…quanto dolore..//Lo schifo il disprezzo che ho per te/…pur sempre amore…/si tramutò una sera a Montenero/ questa estate per il tuo pensiero/ in fervida preghiera. Mai fu così sincero!”, il verso, chiuso tra i puntini di sospensione, lascia intravedere quasi una balbuzie, un qualcosa che l’autore non vuole dichiarare a voce alta, ma a labbra strette, come un pensiero represso o una forma di resistenza.
La sovrapposizione totale tra disgusto e disperazione però si raggiunge solo in Sono stanco, laddove, dopo aver augurato la morte alla donna amata, l’autore conclude: “Da domani voglio riposare un po’/- ti giuro – e tornare andare a nuoto:/ quando proprio più non ne potrò/ farò il morto e…forse ti vedrò”.
Tanto nei confronti del mondo, dunque, quanto nei confronti della donna amata, ci troviamo di fronte ad una fine che viene continuamente rimandata, dolorosamente, ed alla quale l’autore vorrebbe, però, giungere, o quantomeno, goderne i frutti, specie nel vedere i bersagli e le cause del suo disprezzo e della sua angoscia ridotti in cenere. Questo “sogno” di distruzione, però, sembra non avverarsi neppure nell’ultimo testo, di tre soli versi, che lascia ampio spazio a qualsiasi interpretazione: “Han suonato alla porta./ Niente ordini per noi comandanti./ Niente ordini per noi del cielo.” In tal modo il libro resta  un’opera aperta. In questo “niente” anaforico è difficile, infatti, individuare se si tratti di un nulla già avvenuto, o di una condizione del soggetto titanico che attende, inutilmente, la chiamata per collaborare alla distruzione, chiamata che non arriva, mentre il mondo continua a dissanguarsi lentamente o peggio, tanto lentamente, che l’agonia sembra un suo statuto naturale.
Antonio Delfini, così, parla della condizione morente della provincia italica con una partecipazione ed un disprezzo che non può non coinvolgerci. La ristampa per l’Einaudi non può che essere un’ottima occasione per riflettere su quella che era la provincia italiana dei primi anni sessanta e di ciò che è adesso; di quello che era l’Emilia degli anni sessanta e della sua condizione attuale. Non ci resta che auspicare, dopo tante ripubblicazioni, una nuova edizione di un romanzo di un altro autore emiliano, Adriano Spatola, che con il suo L’Oblò proiettava il disgusto in un’ambientazione onirica ed al contempo anticipava l’anima discenditiva che caratterizzerà l’Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli.