Antonio Scavone

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

Antonio Scavone, Check-in

Antonio Scavone

Antonio Scavone

Check-in

di Antonio Scavone

Persone  

CARLA,  quarant’anni

STEFANO,  cinquant’anni

DAVIDE,  sessant’anni

ELENA,  venticinque anni

L’azione si svolge oggi in un aeroporto italiano.

La scena è la sala d’attesa di un aeroporto. Su un divano è seduto Davide, un uomo massiccio, e sta leggendo il giornale. Su due poltrone sono seduti Carla e Stefano: la donna ha smesso di sfogliare una rivista e Stefano prova a digitare un numero sul telefonino. Elena, in piedi, si guarda in uno specchietto e si riassesta il trucco. Carla nota che la telefonata di Stefano non va a buon fine.

CARLA   (come anticipando)   L’utente non è raggiungibile…

STEFANO   Infatti.   (e spegne il telefonino)

CARLA   Ci sarà da aspettare ancora un po’.

STEFANO   (controlla l’orologio)   Avevano detto due ore.

ELENA   (continuando a truccarsi, puntualizza)   Tre ore.

CARLA   Passeranno anche quelle.

STEFANO   Già, tutto passa.

ELENA   Sono le coincidenze che si pèrdono, almeno per me.

E va a sedersi su una poltrona, rovistando poi nel borsone. Davide alza gli occhi dal giornale, guarda ma non commenta e poi riprende a leggere svogliatamente.

CARLA   Ha detto di chiamarsi Stefano, vero?

STEFANO   (istintivamente)   Sì, Stefano Bonanno.

CARLA   E deve andare a Torino?… A ritrovare la sua compagna…

STEFANO   (sorpreso e incuriosito)   Ma quando gliel’ho detto?

CARLA    Non ho potuto fare a meno di ascoltare la telefonata col suo amico, una mezz’ora fa.

STEFANO   Ah, già. Una mezz’ora fa c’era la linea… (e poi raccontando)   Siamo stati lontani un po’ di tempo, io e Maria. Sembrava tutto finito, concluso e invece è successo… C’è stata una svolta.

CARLA   (sorride)  Anch’io mi trovo in una situazione identica alla sua…

ELENA   Deve incontrarsi con suo marito?

CARLA   Il mio ex-marito.

ELENA   (intervenendo)   E chi glielo fa fare?!… Gli ex creano solo problemi: sono ossessivi, si illudono e si vendicano.

CARLA   Per questo si chiamano ex…

ELENA   (dopo un tempo)   Se no, come si chiamerebbero?

DAVIDE   (senza alzare gli occhi dal giornale)   L’ha già detto: illusi.

Elena si gira a guardare Davide, come aspettando un seguito a quella sortita estemporanea, ma deve reggere lo sguardo di Davide, pronto e sornione, per cui desiste e tace.

CARLA   (dopo una pausa)   A volte l’illusione incoraggia, fa bene…   (e a Stefano)   Non crede?

STEFANO   Altroché… Ho passato gli ultimi due anni a immaginare questo momento, questo giorno… Mi ero quasi persuaso che ne sarebbero passati tanti altri di anni, che sarebbe rimasto solo un desiderio e ne avrei sofferto per sempre.

ELENA   (con una prontezza molesta)   E allora colga il segno del destino!

STEFANO   Quale segno?

ELENA   (spiegando)   Questo contrattempo, la nebbia, il ritardo dell’aereo. A volte si ha bisogno di una spinta, di un accidente che ci illumini la mente… Lei ce l’ha la spinta e non soffrirà più di tanto: basta solo assecondarla e intuirne il disegno.

STEFANO   (quasi divertito)   Lei è un po’ troppo pessimista… Parla così perché è infelice?

ELENA   Sono concreta e pratica, non infelice.

STEFANO   Anch’io sono concreto ma non ho mai smesso di…

DAVIDE    …Di sognare?!

STEFANO    (si gira dalla parte di Davide)   No, di aspettare.

DAVIDE   (facendo capolino dal giornale)   Meglio così! A volte il destino è propizio: non si sa come, non si sa perché ma succede.

STEFANO   Non si tratta di questo o, per meglio dire, non ho fatto in modo che il destino si realizzasse…

ELENA   E come, allora?

STEFANO   Aspettando… tutto qui.

ELENA   Aspettando cosa?!

STEFANO   (ovvio, candido)   Aspettando.

Il tono, più che le parole, di Stefano sconcerta Elena che si alza, si defila. Anche Davide è più presente: lascia perdere il giornale e attende.

ELENA   Beato lei. Allora le fortune si incontrano.

DAVIDE    Certo, fanno parte del gioco. Come le sfortune, del resto.

CARLA   Anch’io ho aspettato.

DAVIDE    Lei ce l’ha la faccia di chi aspetta.

CARLA   (non raccoglie, continuando)  Sei anni senza avere bambini poi, cinque mesi fa, restai incinta ma l’ho perduto…   (Stefano non sa che dire, è compunto)   E poi ci siamo lasciati.

DAVIDE   (attento, sincero)   E perché?   (e lascia perdere il giornale)

Carla non sa o non vuole dare una risposta.

DAVIDE    A me, invece, mi ha lasciato il mio socio: mi ha ripulito di tutto ed è volato via come l’aria, con i soldi ovviamente.

STEFANO   E lei cercherà di…

DAVIDE   No, anche il mio socio, al momento, non è raggiungibile… A che servirebbe?.. Le mie ultime possibilità le affido a questo viaggio: vado a Milano per tentare di vendere un po’ di cose.

Pausa.  Carla, Stefano e Davide si girano a guardare Elena come per sollecitarla ad aprirsi, a dire di sé. Elena coglie questi sguardi e intuisce le aspettative degli altri.

ELENA   Non vi fate illusioni: non devo raggiungere nessuno, io. Non ho uomini, né bambini, né soldi da prendere o recuperare.

STEFANO   Ma intanto parte, però.

ELENA   (come a se stessa)   Non si parte solo per andare…

CARLA   Dov’è che sta tornando?

Elena sta per replicare con asprezza ma poi prorompe in un pianto nervoso, irrefrenabile. Stefano si alza per consolarla ma poi si ferma.

DAVIDE    È inutile, è sempre così quando non si sa da dove cominciare, da dove riprendere. D’altra parte, se non ci fossero questi ritardi, questi contrattempi, non sapremmo mai che cosa aspettarci, ci sentiremmo impreparati.

CARLA   Anche lei ritiene che siano utili, questi ritardi?

DAVIDE   Utili forse no, ma necessari. Ogni tanto càpitano e avranno le loro buone ragioni, che restano comunque inafferrabili. Se poi non ce l’hanno una ragione, allora tocca a noi inventarcela. Tocca a noi far passare quello che è casuale per significativo e viceversa.

CARLA   Lei avrà vissuto una vita intensa e la sta vivendo ancora.

DAVIDE   Tutti viviamo una vita intensa ma poi facciamo in modo di sciuparla.   (Stefano sorride)   Stefano ride… Anche lui la stava sciupando, la sua vita, almeno fino a ieri.

STEFANO   Già… Non ci siamo presentati…

DAVIDE   Lei è l’unico che si è presentato. Io mi chiamo Davide e ho sessant’anni.

CARLA    Mi chiamo Carolina, ma mi chiamano tutti Carla, lo preferisco.

Anche stavolta si girano a guardare Elena, aspettandosi che si presenti ma Elena non reagisce. Un bagliore, una luce attira l’attenzione di Davide.

DAVIDE   (guardando in alto)   Zitti, zitti: il tabellone si illumina… Oh, finalmente! La nebbia si è diradata, gli aerei ripartono!   Signori, vi saluto e vi ringrazio della buona compagnia.   (si alza, raccatta le sue cose e congedandosi)   Si ricomincia e succederanno tante altre cose…  Bon voyage!

Ed esce. Anche Stefano e Carla si preparano.

STEFANO   (a Carla)    Be’… Io la saluto e…  No, niente auguri: sarebbe troppo banale.   (e le dà la mano)

CARLA   (lo saluta)    Ha ragione… Provi adesso a chiamare.

     Stefano si fa da parte, digita sul telefonino e:

STEFANO    (parlando al telefono)   “Maria! Finalmente!… No, adesso parto… Un breve ritardo… Sì, sì… Lo so, lo so, amore…”

Ed esce lentamente, continuando a parlare al telefono.

CARLA   (ad Elena)   Lei non si prepara?…  (Elena annuisce)   Verrà qualcuno a prenderla?

ELENA   Verrà mio padre…

CARLA   Quindi sapevano del suo ritorno?

ELENA   È vecchio e malato e non potevo restare dov’ero.  (poi)   Mi chiamo Elena… Ho perso il lavoro, gli amici, la casa e l’uomo che stava con me non se l’è sentita di aiutarmi e non ha fatto nulla per trattenermi.

CARLA   Cosa farà a casa di suo padre?

ELENA   Quello che facevo prima di partire. Mi prenderò cura di lui, non c’è nessun altro dopo la morte di mia madre.

CARLA   Lei è così giovane…

ELENA   Sì, sono così giovane…   (e poi)   Enrico mi diceva che non mi avrebbe mai lasciata, che eravamo fatti l’uno per l’altra…   (prende le sue cose)   E che avremmo superato ogni avversità.

CARLA   Le auguro un buon ritorno.

ELENA   E se non sarà buono?

CARLA   Come fa a dirlo? Non è ancora cominciato…

ELENA   E lei che farà?

Si guardano, si intendono, si salutano abbracciandosi  e poi escono.

Sipario.

Fine

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Non c’è una parola di troppo, non ci sono gesti in eccesso, in questo atto unico di Antonio Scavone, che trae bellezza e vigore non solo dal cosa, vale a dire dai temi universali che affronta – partenze e ritorni, chronos e kairos intorno al perno del Check.in, come in precedenza, in un racconto dello stesso autore, era avvenuto intorno a uno Stammtisch – ma anche dal come, nella sicura essenzialità nel far agire sulla scena persone, nel lasciar loro la parola, mentre delineano situazioni, si sporgono, si ritraggono, lanciano ponti e messaggi, ritirano la mano. Anche il sottotesto e gli spazi tra le righe lasciati all’intervento di lettore e spettatore indicano una via di lucida consapevolezza, senza concessioni né ad ascese fumose o rarefatte, né ad auto-compiacenti immersioni negli abissi, a negazioni totalizzanti. Anche nel teatro, come nella narrativa, individuo nella scrittura di Antonio Scavone una terza via capace di ristabilire metodo e profondità, oltre la gabbia del principio binario. (amc)

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure

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Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure

Segmenti & Controfigure di Antonio Scavone, raccolti in volume con precisa simmetria – ai tre Segmenti rispondono le tre Controfigure –  confermano un’antica intuizione che è divenuta saldo convincimento: il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla non comune capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

© Anna Maria Curci

Segmenti Tre

Gli ho fatto due figli, la coppia, una femmina e un maschio, ormai grandicelli, poi lui s’è preso la scuffia per la segretaria dell’amministrazione, una sciacquetta senz’arte né parte, mi ha lasciata, se n’è andato, mi passa quattrocento euro al mese, è tornato dalla madre, vecchia signora delle camelie ricca sfondata, lo vedo solo alla fine del mese quando mi dà i soldi per le necessità dei ragazzi.
Sono cresciuta con le canzoni di Ramazzotti, Zucchero e Jovanotti, poi quando mi sono accorta che erano aria fritta, non ho più sentito né radio né tivvù, anche perché sono stanca, non ho tempo e devo contenere le spese. Ho studiato ma senza raggiungere un diploma, ricamavo ma nessuno mi chiamava, ho fatto la ragazza del call-center ma non ero adatta, alla fine faccio la cassiera in un mini-market qui a Procida, e quando serve faccio anche la magazziniera, aiuto a scaricare, porto i conti e mi dànno trecento euro al mese in nero perché non possono, come si dice, mettermi a posto con i contributi. Lo so: è il ritratto della miseria ma non me lo sono dipinto io, me lo sono ritrovato, questo quadro asfittico e insensato.
Una volta lessi un libro, anzi mi bastò il titolo: “Infelicità senza desideri” di uno scrittore austriaco mi pare. “Ecco – mi dissi – questa è la storia della mia vita concentrata in tre parole” e più non lessi oltre, come dice Dante. E dire che mi piaceva studiare, sarei andata all’università ma la morte di mio padre costrinse mia madre a fare delle economie, a chiederci dei sacrifici e allora decisi che avrei sacrificato la mia istruzione perché capii che sarebbe stato molto difficile per me trovare un lavoro o una sistemazione come sognavo di trovarla da ragazza. Cosa sognavo da ragazza?  Di avere una vita mia, poi ti accorgi che la vita te la fanno gli altri.
Vivo in due stanze con servizi al secondo piano di una casarella dove vivono pure i padroni del mini-market, zì Giovanni e zì Lucia, ma non sono i miei zii, li chiamano tutti così, com’è abitudine approcciare i vecchi nelle piccole comunità o nelle località marinare. I miei ragazzi – tredici e undici anni – non mi dànno pensieri: hanno già capito di doversela sbrigare da soli, vanno bene a scuola, fanno qualche lavoretto a zì Lucia, mi aiutano come possono, e ci riescono, quando si tratta di imbandire la tavola, mettere la pentola sul fuoco, preparare il sugo, lessare la pasta, grattugiare il formaggio. Di che mi lamento, io che me la passo meglio di tante altre? Non mi lamento di niente, sono diventata saggia e disincantata, faccio tutto quello che devo fare, mi occupo poco di me – e a quarantadue anni è avvilente – ma riesco a tirare avanti: non mi pongo obiettivi e traguardi, per i ragazzi sì “But not for me”, come dice una bella canzone americana che ascoltai una volta da certi soldati della Nato che passarono un’estate a Procida. Devo tirare avanti, questo è lo scopo della mia vita adesso: tirare avanti e tirare avanti, come la ruota del mulino che gira all’infinito. La ruota, almeno, macina la farina mentre io sto macinando soltanto il tempo che passa sempre uguale. Ma una ragione ci deve pur essere se il tempo passa sempre uguale: almeno per me è un piccolo sollievo se le cose si ripetono sempre allo stesso modo, vuol dire che non sono intervenuti fattori destabilizzanti, come si dice, che tutto ha una sua naturale giustificazione. Ecco, se parlo di giustificazione, inevitabilmente mi lascio suggestionare dall’acquiescenza e dal fatalismo, ma è solo un momento: ho scoperto infatti di poter contare su certe risorse inimmaginabili fino a qualche anno fa e mi sono ritrovata un po’ più sicura, un po’ più consapevole dei miei mezzi. “I miei mezzi” non è un modo di dire, è un dato di fatto e ne sono cautamente orgogliosa.
In pratica, ho cominciato a mettere da parte tutti i soldi che potevo risparmiare ed ho accumulato una cospicua somma. Ho azzerato tutte le spese che non potevo sopportare: se compro degli abiti li compro per i ragazzi, così le scarpe, i libri, i quaderni; per me solo sigarette, come a dire che la mia vita la faccio andare in fumo. Ho imparato però che la vita non t’insegna nulla se non quando cominci a vederla da lontano, staccata da te, come se fosse la vita di un’altra persona, come se tu stessa fossi un’altra persona, perché è sempre più facile giudicare i comportamenti degli altri e magari suggerire dei consigli: giudicare i tuoi comportamenti è una libertà o una virtù che puoi permetterti solo quando hai finito il conto dei tuoi errori.
Me ne vengo su in camera, nella chiusura del pranzo, prendo il carillon che sta in cima all’armadio e tiro fuori dal sottofondo la busta che contiene la mia ricchezza.
Sono buoni postali e due mazzette di banconote: rileggo le intestazioni e l’importo dei buoni postali e conto e riconto le banconote delle mazzette. Se fosse per me, li spenderei tutti quei soldi ma appartengono a un’altra donna, una donna assennata che ha fatto tesoro dei suoi sacrifici e quindi mi limito a conteggiarli, apprezzando il denaro accumulato e la solerzia di chi lo ha accumulato.
Chi non ha molti soldi, o chi deve faticare tanto per averne pochi, questo fa quando riesce a conservarli: li conta e li riconta, li guarda, li scopre, li studia. Sarà una magra soddisfazione, è sicuramente una magra soddisfazione perché basta una spesa extra o un accidente di salute a farli svanire, però è una consolazione che ti risolleva, ti fa credere di essere utile, di essere ancora in corsa. Dove finisca poi questa corsa non lo so, come non lo sa e non vuole saperlo nessuno: si resta docilmente prigionieri di se stessi mentre i pensieri si fermano quando si osservano le ricchezze che non hai speso, o che non hai ancora speso.
Difatti non penso, non faccio progetti, non mi lascio andare a facili illusioni, non mi lascio prendere da estrosi desideri. Niente mi influenza e mi condiziona: sto dove devo stare e faccio le cose che devo fare.
Bussano alla porta e, senza aspettare che glielo permetta, entrano: è zì Giovanni. Faccio in tempo a riporre la busta nel sottofondo del carillon ma temo che se ne sarà accorto.
– Be’? E te ne stai qui con tutto quello che c’è da lavorare?!
– Me ne sto qui perché c’è la pausa-pranzo.
– E io pure quella ti pago.
– Sì, come no.
– E i tuoi figli dove stanno?
– Stanno facendo i compiti.
– E tu che stavi facendo? Stavi contando i soldi, scommetto. Ma fammeli vedere: quanti ne hai?
Zì Giovanni non vuole vedere i soldi, vuole vedere come sono fatta tra le gambe, vuole prendere quella che considera una preda facile, anzi legittima perché mi paga anche l’intervallo del pranzo e quindi ritiene di aver diritto a un godimento supplementare, un ulteriore beneficio.
Come sempre, per quanto attenta e diffidente, mi lascio sviare da me stessa, da quella me stessa instabile e velleitaria che dovrei mettere da parte, ma non sempre è possibile affidarsi alla lucidità della coscienza e alla presenza di spirito delle tue emozioni. Non posso salvare il carillon e salvare anche la mia incolumità, devo scegliere: o l’uno o l’altra. Sono momenti nei quali devi riflettere velocemente, sono porzioni di pensiero che ti chiedono di agire e non di pensare. Infilo il carillon sotto il materasso e sono pronta ad affrontarlo ma zì Giovanni si è già buttato addosso, mi ha sollevato la gonna e sta per sopraffarmi.
Quando succede questo, quando cioè comincia uno stupro, tutto è molto calmo e silenzioso: quei rumori che potrebbero suscitare allarmi sono deboli, mancano e purtroppo si affievoliscono anche quegli strepiti o sospiri affannosi che fanno percepire la gravità del momento, che farebbero intendere come una pausa tranquilla sia stata trasformata in un malevolo intermezzo. Tutto è sospeso, chiaro e netto ma bloccato come un evento che deve necessariamente compiersi e necessariamente presentarsi inevitabile.
È una lotta impari, acerba, convulsa: io che tento di respingere, di difendermi, di combattere e lui che non si fa respingere, non si fa attaccare, non si fa sconfiggere. Altre volte avevo notato lo sguardo maligno di zì Giovanni ma l’avevo sempre evitato, sottovalutandolo: stavolta mi ha beccata mentre mi trastullavo con la cassetta magica del mio tesoro nascosto, stavolta i tesori nascosti sono due e alimentano entrambi avidità, arbitrio, violenza. La lotta non è solo tra me e lui, è anche tra me e me: potrei soccombere e lasciare che tutto sia un episodio prevedibile, una maglia qualsiasi di una catena insignificante e difendere così, con questa occasionale sconfitta, i miei risparmi, oppure reagire con forza, come un animale accerchiato che raccoglie tutte le sue energie per rispondere alla cieca, senza vie d’uscita, su quanto gli viene inflitto.
Ed è lui a vincere, a bloccarmi la gola con una mano, a tirarmi a sé mentre il carillon cade a terra suonando, a tenermi bocconi e spingere là dove deve spingere, a rendermi innocua. I miei pensieri, articolati e inutili, si sono subito fermati, le mie idee non fanno vibrare il cervello: con la coda dell’occhio guardo il carillon a terra, le mazzette delle banconote e i buoni postali sparsi sul pavimento come frutti caduti da un albero prima del tempo, maturati in anticipo, scoperti, abbandonati, alla mercé di tutti.
Zì Giovanni – è strano che continui a chiamarlo ancora così – si rialza, si ricompone, raccatta le banconote e mi dice che li conserverà lui quei soldi, mi ordina di prepararmi per la riapertura del mini-market e scompare, come se nulla fosse successo.
In fondo cosa è successo?… Resto ancora in ginocchio sul letto e respiro lentamente per recuperare una riserva d’aria che mi è mancata, guardo il disegno della coperta, ne seguo il ghirigoro e mi sperdo in questi cerchi e in queste linee che s’intersecano per alludere a un significato che non c’è, che non mi serve. Raccolgo i buoni postali, li ripongo nel carillon e, camminando a quattro zampe, guardo in giro per cercare altre parti del mio tesoro ma non c’è nulla: quelle banconote che contavo con tanto rispetto e orgoglio non ci sono più. Alla fine mi alzo, me ne vado nel bagno, mi lavo, mi cambio la biancheria, mi riavvìo i capelli e mi vedo nello specchio, chiedendomi con gli occhi cosa farò o cosa potrò fare. Mi affaccio al finestrino del bagno, accendo una sigaretta e guardo il panorama che conosco a memoria: le scale di pietra, gli anfratti, i muri bianchi e rosa, rami di limone, ciuffi di basilico. Tutto è inerte nella controra, non c’è vento, immobile come in una cartolina.
Apro la porta della camera dei miei figli: stanno dormendo, i quaderni e i libri sono sul tavolo, i loro respiri sono dolcissimi e quieti e vorrei provare anch’io la stessa tranquillità. Non riesco a sentire la mia voce ma forse non voglio sentirla, non ho gridato quando avrei dovuto e non so che dire ora che dovrei parlare ma non so neanche con chi potrei farlo. Richiudo la porta della camera e scendo al mini-market, per riprendere il mio posto di lavoro.
Devo passare per la cucina e zì Lucia mi chiama: il borbottìo della moka è alla fine, la cuccuma è pronta con lo zucchero e le tazzine sono già sul vassoio di terracotta. “Prima il caffè” dice zì Lucia e mi invita a prendere una sedia e avvicinarmi al tavolo: mi guarda con quei suoi occhi cisposi, neri, lucenti e con sorriso sincero, dai denti sghembi, mentre versa dalla moka un rivolo di caffè trasparente, di un marrone annacquato, ma caldo e fumante come si conviene per svegliarsi dal sonno pomeridiano.
Mi siedo, sorseggio dalla tazzina e aspetto che sia zì Lucia a dirmi qualcosa, qualsiasi cosa: lei si gusta il suo caffè leggero, fa schioccare la lingua e dice che la settimana prossima comincerà un po’ di caldo. Un po’ di caldo, perché no? Tutto qui quello che mi dice zì Lucia ma era un pretesto per cominciare un po’ di conversazione, tanto per parlare un po’. Il fatto è che non mi vengono i pensieri e le parole, resto bloccata da quello che è successo di sopra e da quello che dovrei fare ora. Potrei telefonare ma non so a chi, potrei gridare o piangere ma non me ne viene voglia, potrei stare zitta e guardare le tazzine, il vassoio di terracotta, il tavolo, le mani rugose di zì Lucia che mi scuotono come se mi fossi incantata.
– Non vai a lavorare?
– Sì, certo.
– Guarda che tra poco arriva il carretto della pasta.
– Lo so.
– Magari ti fai aiutare dai ragazzi se hanno finito i compiti.
– Non c’è bisogno, ce la faccio da sola.
Mi alzo, prendo le tazzine, le sciacquo nel lavello, le ripongo sullo scolapiatti e mi aggiusto una ciocca dei capelli che m’è caduta sugli occhi. Usciamo dalla cucina, apriamo la porta che dà sul market quando avvertiamo un rantolo, un respiro tetro e affannoso e una voce che chiama Lucia.
Viene dalla sala da pranzo, quella voce, e zì Lucia si affretta ad aprire quella porta socchiusa e a soccorrere il marito che sta riverso sul divano con le mani che stringono sul cuore le mie banconote. Zì Lucia si spaventa, mi dice di chiamare aiuto e si appresta a rendersi utile come può: zì Giovanni guarda su al soffitto e scuote debolmente la testa, poi si accorge della nostra presenza, mi osserva come se fossi la causa del suo malore e continua a stringere le mie banconote fra le mani.
– Corri, presto, chiama il figlio del tabaccaio!
Il figlio del tabaccaio è medico e sta a Procida per assistere il padre malato ma io non corro, non vado a chiamare nessuno: sto riassaporando il gusto di quel caffè annacquato che si spande umoroso ora in bocca, come se soltanto adesso dovesse davvero destarmi da un torpore.
La voce di zì Lucia è straziata, le mani rugose provano a far rinvenire zì Giovanni, a massaggiargli il torace e le braccia finché, spaventata dalla circostanza, si libera del mio corpo che fa da ostacolo gettandomi da una parte e scappa via per chiamare il figlio del tabaccaio.
Zì Giovanni respira a fatica e mi guarda a fatica: mi avvicino e lui sta per dire qualcosa ma non riesce a parlare, si porta un dito sulle labbra come per chiedermi di stare zitta e io resto zitta. Vedo la mia mano che afferra le mie banconote ma non riesco a prenderle, zì Giovanni si oppone al mio tentativo: le sue mani sono diventate una morsa e stanno riducendo i miei soldi ad una poltiglia. Mi faccio forza e gli allargo le mani lentamente, riacciuffo le mie banconote stropicciate e mi accorgo che lui è spirato.
Nascondo le mie banconote nel reggiseno e mi allontano di qualche passo, guardando la faccia di zì Giovanni immobile e abbandonata sul divano, le mani ciondoloni, il torace irrigidito, i pantaloni che hanno ancora la zip a metà, con un alone intorno che non si può confondere.
Neanche ora mi vengono in mente parole o pensieri per darmi coraggio: mi fanno sentire viva e presente le banconote che ho recuperato, che si strusciano sulla mia pelle come foglie d’erba e quel sapore di caffè che forse non era così acquoso.
Torna zì Lucia col figlio del tabaccaio: il medico non può fare altro che dichiarare la morte di zì Giovanni e zì Lucia non può fare altro che piangere lamentandosi, schiaffeggiandosi per la pena di aver perso il marito, ripetendo in cantilena che “Stava così bene, stava così bene”.
La stanza, la casa e il market si riempiono di uomini e donne, vecchi e bambini: sono i vicini attirati dalle grida di zì Lucia e tutti domandano, soprattutto a me, come sia successa “questa cosa così brutta”. Non rispondo, non parlo, non partecipo. Zì Lucia mi ordina di chiudere il market e di non fare entrare altra gente: obbedisco e resto a guardia sull’uscio di quella che sarà la camera della veglia funebre.
Si presentano i miei ragazzi, hanno sentito il trambusto e le voci, li rassicuro e gli dico di tornare in camera e di aspettarmi. I ragazzi provano a sbirciare, a saperne di più ma poi se ne vanno con la promessa che stasera li porterò fuori, magari a mangiare una pizza. Ma anche la pizza è un pretesto e non mi distrae, non m’infonde sollievo e spensieratezza. Cominciano a formarsi nella coscienza immagini slegate tra di loro, che mi rimandano a un breve lasso di tempo, a quella situazione di un’ora fa, quando soggiacevo sotto il corpo di questo vecchio che si è tolto di mezzo dopo aver fatto di me quello che voleva. Cerco di metterle insieme, queste immagini, di considerarle unite le une alle altre, come parti indivisibili di un unico racconto ma non ci riesco, qualcosa mi impedisce di vederle e percepirle nella loro complessità, mi sfuggono, mi respingono come se non fossi stata io a subire quella violenza, o come se in realtà non avessi fatto altro che aspettarmela.
I vicini si dànno da fare: c’è chi avverte i figli del vecchio che lavorano a Napoli nei telefoni, chi si premura di allestire la stanza per la veglia, chi dispone le sedie per i visitatori, chi presenta il suo omaggio funebre con il solito pacchetto di zucchero e caffè. Il figlio del tabaccaio chiama il medico di famiglia per il certificato di morte e poi se ne va perché il padre, dice, sta più di là che di qua. Solo io resto ferma al mio posto come una statua e zì Lucia, tra le lacrime, si chiede e mi domanda “Hai visto che è successo?”, come se fosse vedova da sempre e non avesse fatto altro, anche lei, che di aspettare questo fatale appuntamento. Non rispondo, potrei dire di saperlo bene quel che è successo ma mi affosserebbe in una spirale di rancore e di spregiudicatezza, di intimità offesa e di coscienza maltrattata. Chi potrebbe capire i sentimenti che provo in questo momento? Non sono né sentimentali né convincenti: si sono bloccati, sono stati spezzati, come un capo di spago che venga tagliato troppo corto e non ne hai abbastanza per stringere un nodo.
Quando la stanza comincia a riempirsi di persone, di fiori, di voci, di condoglianze e occhi rossi, decido di uscire, di andare a prendere i miei figli, di raggranellare le banconote, di organizzare già da stasera quella che dovrà essere la mia nuova vita.
Passo la mano sulle banconote raggrinzite per stirarle, per farle tornare quelle che erano, segni di risparmi e rinunce mentre ora sembrano solo carta straccia. Le ripiego, le stendo, le comprimo: hanno perso la lucentezza e la morbidità che avevano ma almeno esistono e ancora alludono ai progetti cui le avevo assegnate. Dagli occhi mi spunta una lacrima e si inaridisce subito sul viso, come una stilla di linfa un po’ troppo calda in un ambiente freddo e inospitale. Mi guardo intorno, guardo il mio ambiente, il carillon spaccato, la scena che mi ha vista sconfitta e già mi vedo lontana e perduta ma è solo un momento, un attimo di abbandono che se ne va da sé, lasciandomi domande difficili da sostenere. Non posso restare ancora muta e senza idee, non posso fingere con me stessa e neanche consolarmi per darmi coraggio.
Dovrò trovarmi un’altra casa, dovrò sperare di trovare lavoro da qualche altra parte, dovrò dare fondamento e speranze a un’idea di futuro che finora mi aveva soggiogata nella dolce lusinga di dover ancora aspettare gli avvenimenti. Gli avvenimenti si sono presentati e ora tocca a me rispondere e replicare, tocca a me far diventare quel che è successo un momento sempre più piccolo della mia vita, fino a farlo svanire nel tempo e nella coscienza.
Dovrò fare tante cose per me e per i miei figli, dovrò tagliare un filo più lungo da quel gomitolo di spago e non per farne nodi ma per tenerlo pronto alle evenienze, per essere tranquilla e sicura di poter legare i pezzi scomposti della mia voglia di essere, più che di vivere.
I ragazzi sono pronti per uscire, preparati e acconciati come quando si va a passeggio: mi guardano compunti senza farmi domande e non si aspettano risposte per il carillon rotto, per la promessa della pizza, per l’incertezza che leggono sul mio volto. Sembrano due vecchietti pazienti e fiduciosi, disincantati personaggi fiabeschi, Hänsel e Gretel scampati senza saperlo e casualmente alle crudeltà dei grandi. Li prendo per mano e scendiamo giù da basso, passiamo davanti alla stanza della veglia, ci facciamo largo tra la folla dei visitatori e usciamo sulla strada camminando senza una meta, inebriati da una folata di vento che non ci scompone, non ci divide.
Dovrò cominciare senza ricominciare e dovrò dare il giusto nome alle cose che ho e a quelle che dovrò avere.
Dimenticavo, mi chiamo Costanza.

(da: Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Presentazione di Raffaele La Capria, Edizioni Smasher 2012, pp. 37-50)

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(Mi piacerebbe che Costanza leggesse La donna mancina dello stesso Peter Handke del quale ha letto il titolo, le tre parole: Infelicità senza desideri. Per “cominciare senza ricominciare”. amc)

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Antonio Scavone (Napoli, ’47) ha esordito nel 1975 sulla rivista “Nuovi argomenti”. Ha scritto per la RAI sceneggiature ed elaborazioni originali e, per il teatro, ha delineato i temi essenziali di una drammaturgia politico-realistica. È stato direttore artistico del Teatro Politecnico di Roma. Alcuni dei suoi testi sono stati pubblicati dalle riviste Sipario, Hystrio, Ridotto e, sul web, dai blog letterari La Dimora del tempo sospeso, La Poesia e lo Spirito, Nazione Indiana con racconti e schede critiche. Nel 2012 è stata pubblicata dalle Edizioni Smasher con una presentazione di Raffaele La Capria la raccolta di racconti Segmenti & Controfigure.