antonio porta

Ben venga maggio.

 

COMPAGNI MINATORI VE LO DICO QUI

Compagni minatori ve lo dico qui,
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione

Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.

P. Éluard, da Une leçon de morale, 1949, pubblicata in P. Éluard, Poesie, traduzione di F. Fortini, Einaudi, 1966

 

WELDY «IL DURO»

Mi convertii e mi diedi una calmata, allora
mi diedero un lavoro nella fabbrica di scatolette,
e ogni mattino dovevo riempire di benzina
la cisterna del cortile
che alimentava i bruciatori nei capannoni
per riscaldare i saldatori.
E io salivo una scala traballante per poterlo fare,
trasportando secchi pieni di quella roba.
Una mattina, come io stavo lì a versare
l’aria si fermò e sembrò sollevarsi
e come la cisterna esplose io fui sparato in alto
e piombai giù con le gambe spezzate,
e i miei occhi crepitarono come due uova al tegamino,
a causa di qualcuno che aveva lasciato acceso un bruciatore,
e qualcosa aveva risucchiato la fiamma nella cisterna.
Il giudice distrettuale disse che era stato
uno che stava lavorando con me, e così
il figlio del vecchio Rhodes non mi doveva un soldo.
E io mi sono seduto sul banco dei testimoni,
ero cieco, come Jack il violinista, e continuavo a dire,
«Io non lo conoscevo per niente».


MICKEY M’GREW

Successe come al solito nella mia vita:
qualcosa fuori di me mi trascinò giù,
le mie forze non mi hanno mai abbandonato.
Ecco il perché, ci fu la volta che avevo i soldi
per poter andar via a studiare
e all’improvviso mio padre ebbe bisogno di aiuto
e fui costretto a dargli tutto.
È successo proprio così che io sono diventato
un uomo tuttofare a Spoon River.
Allora quando finii di pulire la torre dell’acquedotto,
e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,
mi slegai la fune dalla vita,
e ridendo aprii di scatto le mie braccia gigantesche
sopra il liscio orlo di acciaio della punta della torre –
ma scivolarono sopra la melma traditrice,
e io giù, giù, giù mi tuffai
dentro l’oscuro rimbombo!

da: E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Antonio Porta, Il Saggiatore, 2016

 

*
Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione.

Da: Luigi di Ruscio, Poesie operaie, Ediesse 2007

 

I poeti della domenica #66: Antonio Porta, La parola Fine

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Pina Bausch da “Kontakthof”, 1983

LA PAROLA FINE

atti contatti patti scatti
scaduti contratti piccoli ricatti
il dito indice gratta blando dietro
l’orecchia destra segnala la svolta pericolosa

tango che ti sprango ti striscio
come superbo fa un organo dondolando tra un gigante e l’altro

Ma l’anatra è Madre più di una umana madre
richiama riconduce guida nutre la vita

Dai buchi della Terra i risorti spuntano
uno a uno si ripiegano su di sé
si erigono come asparagi i corpi degli umani
fluttuano (Resurrezione è questo dopo
la Fine la vergogna esserci)
la Foto di gruppo deve essere ancora più orrenda

Se ti spogli stai più lontano possibile
pure continua a guardarmi bene fino in fondo

finalmente, ora, getta in platea
la rete, la gabbia, la corazza scagliosa
offri il tuo Ventre alla mia Bocca
appena aperta sulla Scena, o Madre
o sorella o famelica amante dai che scompaia
l’Equivoco Signore che pronuncia
la parola Fine.

13.7.1983: Pina Bausch alla Scala

© Antonio Porta, La parola Fine in Invasioni. Poesie 1980-1983, Milano, Mondadori, 1984.

Cristiano Poletti: Porta a ognuno

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Ma c’è un tempo che non conosciamo
che non misuriamo mentre agisce

dentro e fuori di noi: la nascita

lo svela e la morte non lo cancella

A. PORTA

 

Le poesie dell’ultimo, intenso, libro di Cristiano PolettiPorta a ognuno (L’arcolaio, 2012; prefazione di Sebastiano Aglieco) nascono da un profondo sentire, avvertire l’esistenza come dimensione creaturale, di chi dal nulla è stato gettato nel mondo, in qualcosa di non voluto, non cercato e si stupisce ancora che tutto ciò sia possibile (Fratelli restati /nella carne, gli occhi /volevano i fiori. /Ma una mano ha preso /voi e tagliato i fiori. /Fratelli restati desiderati, /mi suda la voce. /Finisco una lettera, spargo incenso, / perdono). Questa condizione, quest’incontro con il numinoso, si fa parola in versi sempre precisi, in equilibrio, tra intensità del dettato, a tratti duro e tagliente, e aperture discorsive tendenti a una dimensione rivelativa del verso finale che, quasi sempre, illumina di una luce retrospettiva l’intero testo, dandogli una dimensione veritativa mai scontata (La rosa in verità /è dei persi, un fiore dimenticato. //In che stanza, in che giorno /il mio, il tuo nome /si sono lasciati /cadere, dimenticare, /la sera che ansimi /la sera che io … /… che parli morendo.). La vita è percepita, nei versi di Porta a ognuno, come un evento non precostituito, ma che scopre se stessa volta per volta, in cui le tre estasi temporali e le tonalità emotive ad esse collegate, si illuminano vicendevolmente; l’attesa getta una luce nuova sui ricordi e i ricordi stessi spingono verso un futuro atteso o temuto di cui, però, non si conosce nulla (Il futuro dell’io che brucia/ annuncia il freddo.), ma che va esperito, come la vita che ci è stata data, nelle sue possibilità ultime. In questo contesto, la letteratura, lungi dall’essere un rifugio dalla minaccia dell’esistenza, è un luogo, mai completo però, di intensificazione veritativa, attraverso la bellezza, dell’esistenza, anche se, nei versi di Poletti, non viene mai meno un’ironia amara sulla sua vocazione di poeta (Ho scritto poesie, /raramente belle.). Quasi che questa sordina fosse ciò che raffredda il materiale incandescente e magmatico della scrittura e della vita; solo attraverso questa sottile e mesta ironia l’incandescenza informe dell’essere può assumere una forma.

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PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

a cura di Sergio Rotino, con la collaborazione di Luciano Mazziotta

BOLOGNA, Ibs.it bookshop, piazza dei Martiri, 5 – Libreria Trame, via Goito 3/C

Modo ipofrigio, 2015 Stefania De Salvador Tecnica mista su tavola di legno, 60x40

Modo ipofrigio, 2015
Stefania De Salvador
Tecnica mista su tavola di legno, 60×40

 

 

Settima edizione consecutiva per Paesaggi di poesia, rassegna di incontri e dialoghi con alcuni dei nomi più interessanti del panorama poetico italiano ed europeo.
Organizzata a Bologna da Sergio Rotino,  principalmente negli spazi di Ibs.it bookshop ma anche in quelli di Libreria Trame, in questo settimo anno la rassegna si avvale dei suggerimenti di Luciano Mazziotta, giovane critico e poeta.

La formula è però rimasta invariata.
Infatti nell’arco di quattro mesi, da febbraio a maggio, verranno ospitati negli spazi delle due librerie 16 incontri con 18 poeti per un totale di 19 titoli. Gli autori provengono da tutta Italia (Lombardia, Sicilia, Campania, Marche, Veneto, Lazio, Emilia, Toscana), dall’Irlanda (Afric Mc Glinchey) e dal mondo anglosassone in generale.
La discrepanza fra numero di titoli e quantità di autori è dovuta alla creazione di DUE, un ramo della rassegna in cui due poeti dialogheranno l’uno sul volume dell’altro, e viceversa, in uno scambio di presentazioni. Oppure un poeta presenterà due suoi volumi, usciti in contemporanea. Oppure ancora due poeti parleranno del libro scritto a quattro mani, ma separatamente.

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I poeti della domenica #4: Edgar Lee Masters, Serepta Mason

Lewistown

.

Il fiore della mia vita poteva sbocciare da ogni lato
ma un vento aspro ha impedito la crescita dei miei petali
proprio sul lato che voi nel paese riuscivate a vedere.
Dalla polvere levo la mia voce di protesta:
non avete mai visto il mio lato fiorente!
Voi che vivete, voi siete davvero sciocchi
e non conoscete le vie del vento
e le invisibili forze
che governano i processi della vita.

.

My life’s blossom might have bloomed on all sides
Save for a bitter wind which stunted my petals
On the side of me which you in the village could see.
From the dust I lift a voice of protest:
My flowering side you never saw!
Ye living ones, ye are fools indeed
Who do not know the ways of the wind
And the unseen forces
That govern the processes of life.

 

da © E.L. Masters, Spoon River Anthology (1915), trad. it. a cura di Antonio Porta, Mondadori, 1987

Una piena solitudine

 fotonormand

Riformulando la riflessione da Proust, si ritiene spesso che scavare nell’anima umana sia possibile considerando i grandi fenomeni sociali, quando invece è solo calandosi nel profondo di un’individualità, e quindi nell’anima di quella individualità, che si potrebbero comprendere quei fenomeni.[1]
“Società”, vale a dire sentirsi dentro la storia, farsi tempo, esserne parte comune, portarne memoria.
Eppure da sempre, in effetti, vogliamo (vorremmo) vincerlo il tempo, qui dove siamo caduti: «Invece di compiere ogni sforzo per ritrovarsi, per incontrare se stesso, la sua essenza intemporale, egli (l’uomo, NdR, corsivo mio) ha rivolto le sue facoltà verso l’esterno, verso la storia».[2]
La misurazione del tempo, sappiamo, è un prodotto dell’uomo. Il tempo è la sua prigione. Tra i suoi “due confini di polvere”, tra il suo essere e ritornare polvere, potremmo addirittura spingerci a dire che l’uomo sia tempo, sia la sua stessa prigione. Ma non il suo sguardo, che come l’amore supera, eccede ogni misura. Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che resta in fondo primordiale, originario?[3]
Se in grado davvero di ampliare e approfondire ogni possibile prospettiva, lo sguardo è sempre atemporale: è, forse, il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi così come ne attribuiamo alla potenza della visione, nella vita come nell’arte.
E tanto più da lontano proviene lo sguardo, e più lontano punta, più la prospettiva è allargata.
A pensarci, a questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore, ecco, si potrebbe definire una piena solitudine. Un Io, ma non-Io, con la lettura: un Io popolato.

Balla da solo, l’uomo, o comunque ha come unica compagna di danza la morte.[4] Ma mai si tratta di un’unica morte, della propria, perché in una abitano tutte le morti, e sciolta nelle ore sono tante piccole morti. La solitudine, oltreché essenza inestinguibile dell’esistenza, è una stretta necessaria, un imbuto perché ci si trovi come dire spalancati a tutto, a tutti.
Occorre allora, infine, servirsi sempre della poesia.
Ritornano da due fonti differenti mirabili versi.

Questi, di Wisława Szymborska: [5]

(…)

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.

La morte
è sempre in ritardo sempre di quell’attimo.

(…)

E questi, di Mario Benedetti:[6]

(…)

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

Cristiano Poletti

 

____________________

[1] M. Proust, La parte dei Guermantes.

[2] E. M. Cioran, La caduta del tempo.

[3] Ed ecco lo sguardo di Antonio Porta in questi versi da Poemetto con la madre, una sintesi meravigliosa:  «Ma c’è un tempo che non conosciamo / che non misuriamo mentre agisce / dentro e fuori di noi: la nascita / lo svela e la morte non lo cancella».

[4] G. Penzo, Kierkegaard. La verità eterna che nasce nel tempo. E, più in generale, tutte le riflessioni sul Singolo di Kierkegaard.

[5] W. Szymborska, Sulla morte senza esagerare, da Gente sul ponte.

[6] M. Benedetti, da Umana gloria.

 

11 febbraio

cope

1963, Londra: riversa a terra, la testa nel forno a gas, al 23 di Fitzroy Road, casa un tempo di Yeats, c’è Sylvia Plath. «La casa di un poeta che amo» – aveva dichiarato – «è con me, al mio fianco. Questa è la mia torre all’ombra del faggio rosso e le sue rose sono i miei fiori. La targa azzurra alla sua memoria in alto a destra del portoncino mi ha invitata. Ho sentito che questa doveva essere la mia casa, l’unica che fosse giusta per me. Un poeta irlandese morto ventiquattro anni fa è la sola compagnia che io ho».

1996, Roma: appartamento al quinto piano, in via del Corallo, una sedia appoggiata al davanzale della finestra. Poi, il corpo di Amelia Rosselli in fondo alla chiostrina interna.
Una dose estrema di solitudine, quindi la sequenza finale: l’ultimo giorno, l’ultima ora, l’ultima fotografia dedicata al mondo.

Certo, quanti, troppi elementi contribuiscono «a fabbricare dalle sue ceneri un personaggio, quasi un mito di consumo, con scarsa giustizia per un’opera poetica destinata a reggersi splendidamente da sé, senza bisogno di puntelli aneddotici»; vero specialmente nel caso di Plath, cui queste parole di Giovanni Giudici si indirizzarono. La cronaca, quella nudità dei fatti così sorpassabile, eppure tanto capace, frequentemente, di tornare a ferire. Con la decisione di sottrarsi alla vita, i modi e i momenti scolpiti in un gesto finale, la nudità del fatto diventa emblema fossile di dolore.
Tuttavia, è davvero decisivo andare oltre la data e il luogo del corpo spezzato:

(…)

ma solo spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono (…)

Questi versi di Zanzotto legano fortemente il pensiero alle due morti, di Sylvia e di Amelia.
Come non credere al cuore di quel “non”, negazione del nulla?
Alla parola scolpita cioè, al marmo in eterno. «Lo scopo dell’artista, sia egli poeta o altro, sta tutto nel produrre qualcosa di compiuto, duraturo e immutabile», afferma Auden ne La mano del tintore.
Ritagliamo perciò ora, come fossero in indelebile memoria, questi versi di Sylvia Plath: «La donna è perfetta. / Il suo morto / corpo veste il sorriso del compimento (…)»; e di Amelia Rosselli: «(…) Era necessario alla / sua altezza morale che fosse registrato su dell’inchiostro / nero il suo fallimento. Non era necessario alla sua / bassezza morale morire».
Morire, dormire. E, lasciandosi, lasciarsi incidere nel marmo. Perché mai, veramente, di mera espressione si parla, ma, appunto, di incisione.
«Greve marmo»: lì si scolpisce, come avviene sulla pagina, quanto passa da buio a buio per ruotare poi nella mente di chi resta.
Leggiamo, in tal senso, questa poesia di Amelia Rosselli, da Sleep, anno 1955:

Well, so, patience to our souls
the seas run cold, ‘pon our bare necks
shivered. We shall eat out of our bare hand
smiling vainly. The silver’ pot is snapped;
we be snapped out of boredom, in a jiffyrun.
Tentacles of passion run rose-wise
like flaming strands of opaque red lava. Our soul
tears with passion, its chimney. The wind cries oof!
and goes off. We were left alone with our sister
navel. Good, so we’ll learn to
ravish it. Alone. Words in their forge.

Dunque, va bene, pazienza per le nostre anime
i mari sono freddi, sopr’i nostri colli nudi
tremati. Mangeremo dalla nostra mano vuota
sorridendo vanitosamente. La teiera d’argento è
sbattuta;
ci siamo liberati subito dalla noia, in un attimocorsa.
Tentacoli di passione corrono come fanno le rose
come fiammanti colate di opaca lava rossa. La
nostra anima
si lacera con passione, suo camino. Il vento grida uffa!
e se ne va. Fummo lasciati soli con nostra sorella
ombelico. Bene, dunque impareremo
a stuprarla. Sola. Parole nella loro fucina.

[trad. Antonio Porta]

Questi due anni del Novecento che continuano a girare intorno all’11 febbraio, abbracciamoli allora, con l’affetto che altre due voci femminili hanno saputo regalare.

La voce di Vivian Lamarque:

Amelia da vive
non eravamo amiche, tantomeno
nemiche, tu eri sempre
come lontana e anch’io un po’ altrove
un po’ strana, mi parlava di te Emmanuela
Tandello ricordi? ti ricordi i ricordi? Sara
se chiamavi correva come una mamma
con Mimma, Daniela, Maria Clelia,
te lo ricordi Amelia? Ti portavano in montagna,
ridevi, perché non chiamarle anche
quel giorno? perché trasformare quell’11
in giorno di marmo, in giorno di morte
di Amelia?

(e dimmelo lo sapevi quella vigilia che l’11
febbraio era anche il giorno in marmo di Sylvia?)

E quella di Antonella Anedda, nei versi conclusivi dedicati nella morte di A. R.:

Non ho voce, né canto
ma una lingua intrecciata di paglia
una lingua di corda e sale chiuso nel pugno
e fitto in ogni fessura
nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell’alba
dal buio al buio
per chi resta, per chi ruota.

© Cristiano Poletti

Cosa germoglia – filosofi per la poesia

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.

(…) Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
Che di vita ebbe nome?

 

Zanzotto, in questi versi tratti dal Coro dei morti nello studio di Federico Ruysch, vede il più alto testamento di Leopardi. Riconosce qui in particolare quattro parole cardine della sua poesia, che sono del resto autentiche gemme per la poesia in generale: punto / acerbo / vita / nome. Di queste, il compimento, la fioritura potremmo dire, è ‘nome’.[1] Da intendersi, meglio, in senso più ampio, Logos: «forza, energia che raccorda, germinare primo di ogni linguaggio. Logos è ciò che dona parole (nomi e pensieri-nei-nomi).»[2] Senza nome, senza Logos, tutto ciò che viene prima (il punto come termine istantaneo e fisso, l’acerbo che dovrà maturare, la vita intera nel suo sostanziarsi) non avrebbe peso.
Il poeta, in fondo, diffida delle parole. Le ama, certamente, perché gli mancano e non può che cercarle, ansiosamente. E forse non se ne diffida mai abbastanza,[3] nei loro confronti spesso non si pone la giusta distanza. D’altronde, il poeta che viene dal fastidio di parlare, come da un immenso campo scuro, sa bene che è tutto scorgere, magari balbettando poco prima sull’orlo dell’afasia, uno scintillio.
In questo consisterebbe la resistenza, ancor oggi, della poesia: cercar luce, e corrisponde questo all’inesausto compito di recuperare ciò che è adveniente. Chiedendosi: cosa germoglia (o può continuare a germinare) verso il futuro, una volta anticipata consapevolmente la morte, possibilità estrema verso cui l’esserci si spinge?[4] Tutto muove a partire da questo interrogativo, così come da quelli posti nei versi iniziali di Leopardi… Cos’è? – domandiamo in continuazione – mentre subito in questo s’inanella un altro “cos’è”; portatori di domande dentro la domanda, di fronte a noi campeggia una permanente insufficienza di risposta.
Interrogativi – è bene evidenziarlo – declinati al passato. Necessariamente, perché il poeta parla sempre al passato, costitutivo di tutto, del presente come del futuro. Vuole sempre l’origine, il germoglio appunto. E lo fa cantando. «Cantare… segno di timore», scrive Leopardi nello Zibaldone.[5] Cantare, già: un’intonazione del dolore, potremmo dire – dolore che viene essenzialmente da quell’assenza di risposta, col fine di zittirlo, di superarlo con la musica.
Seguendo le indicazioni del filosofo Carlo Sini,[6] pensiamo a come con parole rese rivelative ed evocative, e mediante il canto, il poeta faccia accadere i nomi delle cose, faccia apparire le cose. E come continui oggi in qualche modo a farlo, evocando fedeltà all’antica oralità, resistendo così all’altrettanto antico assoggettamento, compiutosi con l’avvento della scrittura, della poesia alla filosofia. O forse nella contemporaneità riconosciamo come il poeta sappia resistere “fabbricando” la particolare, personale disposizione grafica della “pagina poetica”, attraverso quel “foglio-mondo” dove continuare a produrre il reale, cercando in questo modo di contestare la pratica della scrittura (e quindi quell’antico assoggettamento) agendo proprio sul corpo stesso della scrittura. Si tratta in definitiva dell’idea e dell’auspicio che il “miglior fabbro” possa ancora inventare la lingua attraverso la lingua.
Quel germinare, dunque, non sarebbe possibile senza scavo della lingua, della voce e del canto, e senza attraversamento del dolore, senza luce. Luce di trascendenza, evidentemente, qualora dovessimo pensare, per esempio, a un poeta come Mario Luzi; ma in ogni caso di luce religiosa si tratta, ammesso che essa sia il traguardo auspicato a seguito di una vera, autentica ricerca poetica.[7]
Proprio a proposito della poesia di Luzi, Massimo Cacciari scrive: «Non ci si eleva, nulla si erige, se non sul fondamento di ciò che si è abbattuto. La resurrezione è compimento, non superamento della croce».
[8] L’uomo – afferma infatti Luzi – «desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza l’unica munita d’una forza capace di vincere disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi.»[9]
Davvero, senza spiraglio di luce,
[10] senza possibilità di canto, sarebbe davvero destinata al silenzio la nostra sofferenza. Il nostro parlare, ugualmente, si limiterebbe anch’esso a tornare prima al balbettio e poi al silenzio.
Scavo, si diceva, attraversamento, necessari. «Poeta è colui che attraversa queste stratificazioni come un palombaro,  in discesa e in ascesa, e prova un’irresistibile vocazione a rendere conto di queste discese-ascese», per dirla con Antonio Porta.[11] La parola poetica, ecco, vive paradossalmente, elevandosi alta sul mondo ma del mondo allo stesso tempo nutrendosi, abitando le sue immagini.
«Solo la parola del poeta – continua difatti Cacciari – in quanto puro ad-verbum può custodire il paradosso (…) Parola concretissima, idea della cosa, della più vicina presenza, ma detta ad Altro, significata alla più lontana assenza. Questo far segno della destinazione dell’esserci all’Aperto della sua provenienza costituisce l’essenza dell’ad-verbum: parola destinata alla Parola, luce che si “invia” alla Luce. Ma l’ad-verbum è veramente tale quando ri-vela questo “destino” nel volto stesso della creatura, quando ne fa segno semplicemente nominandola».[12]
Luce: germoglio, nome.

Cristiano Poletti


[1]  A. Zanzotto, Scritti sulla letteratura, vol. II, 2001.

[2] M. Cacciari, Per Zanzotto, in L’immaginazione, 2007.

[3]  L. F. Céline, Viaggio al termine della notte: “Dunque, non si diffida mai abbastanza delle parole, è quel che concludo”. 

[4]  Esplicito qui il riferimento alla “decisione anticipatrice” nel pensiero di Heidegger.

[5]  G. Leopardi, Zibaldone, 3527.

[6]  C. Sini, Il foglio-mondo della scrittura poetica, in Materiali di Estetica, 2002

[7]  Religione, da re-légere, significa “guardare con attenzione” / “aver cura”; da re-ligàre: “unire insieme”.

[8]  M. Cacciari, Insostenibile incarnazione in Nuova corrente XLVI, 1999.

[9]  M. Luzi, L’inferno e il limbo, 1964.

[10] Luce chiarificatrice, che dà ragione. Si pensi, ad esempio, ai versi di Nell’imminenza dei quarant’anni di Luzi: «…è questa l’opera / che si compie ciascuno e tutti insieme / i vivi i morti, penetrare il mondo / opaco lungo vie chiare e cunicoli / fitti d’incontro effimeri e di perdite / o d’amore in amore o in uno solo / di padre in figlio fino a che sia limpido».

[11] A. Porta, Nel fare poesia, 1985.

[12] M. Cacciari, Insostenibile incarnazione, op. cit.

PMP (Piero Manzoni e la Poesia)

copertina del primo numero di Azimuth

Copertina del primo numero di Azimuth

In uno scritto del 1957 dal titolo “Prolegomeni a un’attività artistica” comparso sul catalogo di una sua mostra, Piero Manzoni esordisce così: Oggi i concetti di quadro, di pittura, di poesia nel senso consueto della parola non possono più avere senso per noi…”. Il termine “poesia”, inserito nel contesto, rischia di passare inosservato se non fosse che, effettuata una ricognizione nell’ambito dell’intero percorso artistico di Manzoni, la forma artistica poesia gioca un ruolo non secondario che val la pena approfondire. Per fare ciò mi sembra utile partire da una mostra che viene inaugurata Il 26 maggio del 1990 a Ravenna. Se si sfoglia il catalogo di quell’esposizione, ciò che colpisce immediatamente è il fatto che oltre all’introduzione di C. Spadoni (oggi direttore artistico del Museo d’Arte città di Ravenna) siano presenti, per scelta esplicita dei curatori, testi di tre poeti che in maniera diversa sono stati legati a Manzoni: Nanni Balestrini, compagno di liceo (come Vanni Scheiwiller, editore e critico che seguirà l’avventura dell’artista), Elio Pagliarani che fu invitato a partecipare alla breve ma intensa esperienza della rivista Azimuth (1959) e Antonio Porta con uno scritto presentato in occasione della Biennale di Venezia del 1984.i La scelta nasce evidentemente dall’esigenza di abbandonare la didascalia e spesso la retorica di una già scarsa e superficiale critica post mortem che insieme ad una storiografia limitata avevano riassunto il lavoro di Manzoni nella nauseante definizione di quegli stereotipi che hanno poi soffocato la sua straordinaria e eterogenea ricerca attorno alle opere più eclatanti (la «Merda d’artista» per esempio). La forma “poesia” si presenta quindi esplicitamente come atto critico e non esclusivamente come forma d’arte che trova una vicinanza “poetica” alla ricerca di Manzoni. Il rapporto d’amicizia e di collaborazione tra Manzoni e i “Novissimi” ha lasciato esempi interessanti che aprono una serie di riflessioni su quanto sia stata profonda la traccia lasciata dall’artista e come il suo pensiero abbia coinvolto personaggi che trasformeranno il panorama poetico e critico dell’Italia degli anni 60. Non è questo però il luogo dove affrontare la storiografia di un’amicizia o gli eventuali paralleli critici e filologici con i Novissimi (il gruppo 63 nasce proprio nell’anno della morte di Manzoni) che risulterebbero poco utili. Quello che interessa adesso è capire quanto la forma poesia possa avere influenzato il lavoro di un artista che ha sintatticamente riportato il “silenzio” nell’arte figurativa (“…non c’è nulla da dire, c’è solo da essere, solo da vivere.”). Per questo trovo interessante partire da un catalogo che ripercorre coi contemporanei e solo apparentemente attraverso il ricordo, il percorso creativo di un Piero Manzoni, che è costellato di incontri e collaborazioni con la poesia e la scrittura, complice senz’altro anche la frequentazione del braidense bar Giamaica, uno dei “covi” delle avanguardie artistiche milanesi e luogo d’incontro eterogeneo che come altri (l’Oca d’Oro di Pomé, il Genis, le sorelle Pirovini, La Parete…) ha visto ospiti personalità come Cattafi, Bianciardi, Anceschi, Buzzati, Sinisgalli.
Manzoni frequenta anche l’ambiente artistico di Albisola, a pochi chilometri da quell’altro “covo” che è Cosio d’Arroscia. Arriverà a incontrare Asger Jorn e Ralph Rumney, e pur mantenendo un inevitabile distacco dalla “poetica” situazionista di Simondo e Gallizio non resterà indifferente davanti ad alcuni testi di Debord e in particolare alla ricerca psico-geografica che avrà il suo ruolo poi nelle celebri «Tavole d’accertamento» edite da Scheiwiller nel 1962.
Per tornare a ragionare su una possibile accezione “critica” della poesia, non si può non evidenziare come da parte di Manzoni ci sia una ricerca tanto ossessiva quanto precisa della “scrittura” come complemento alla creazione e diffusione dei suoi eventi; basta sfogliare i cataloghi, gli inviti che accompagnano le prime mostre proprio al bar Giamaica o nelle gallerie di Milano e Albisola. E’ in questo contesto che si osserva come il rapporto con il linguaggio poetico arrivi ad assumere una doppia valenza; sia essa espressione artistica e in contemporanea, espressione critica del lavoro artistico. Non si spiegherebbe altrimenti il suo legame con Emilio Villa e la collaborazione programmatica e operativa con Vincenzo Agnetti, poeta donatosi anima e corpo prima alla critica e poi definitivamente all’espressione artistica. Sarà lui, su esplicita richiesta di Manzoni il redattore e la firma di presentazioni, cataloghi e l’autore dell’introduzione alle già citate «Tavole d’accertamento». La collaborazione con Agnetti si può dire che nasca nel 1959 con l’uscita del primo numero di Azimuth: più che una rivista d’arte, un vero e proprio manifesto del cambiamento in atto, che si presenta senza una linea ideo-logica, nel sovrapporsi e susseguirsi di artisti che hanno poco in comune tra loro alternati e accompagnati da scritti critici e poesia, vi partecipano infatti Balestrini, Pagliarani, Sanguineti.
Manzoni, sembra fidarsi solo del linguaggio poetico come strumento critico; nella sua corrispondenza con Agnetti sono frequenti le richieste di una scrittura che vada aldilà del “paesaggio e del colore”: è evidente la tensione per la necessità di una critica che sia complice e compagna nel cambiamento, non posteriore e meramente analitica. E’ interessante in questo senso l’ipotesi espressa da E. Grazioli in un suo testo su Manzoni, che vede tale collaborazione come la necessità di dare una voce al forte cambiamento in atto attraverso una sorta di “atmosfera e collaborazione”. C’è un’instabilità tale per cui non può esistere una critica in grado di affrontarne la precarietà e allora ben venga l’intuito del poeta in sostituzione ad una critica di analisi. In aiuto ci giunge poi la figura di Emilio Villa. Tra i due ci sarà un vero e proprio scambio creativo. Villa  dedica a Manzoni un saggio dei suoi: multilingue, colloquiale, provocatorio, dove (forse unico esempio) non può non comparire il milanese, vero e proprio codice delle avventure braidensi. Quel saggio sarà inserito negli ”Attributi dell’arte odierna”. Manzoni gli risponderà degnamente con quel PMP (Piero Manzoni Pirla) intestazione di un libro self-made di Achromes.  C. Subrizi, in una nota contenuta nella nuova edizione degli Attributi, definisce con precisione i contorni di quella “atmosfera “ e riferendosi a Villa infatti scrive: “...Egli non soltanto segue ma affianca gli artisti e l’arte del suo tempo, scegliendo di porsi non accanto al panorama complessivo delle ricerche e della sperimentazione, ma al suo interno: da artefice…” e continua “…Proprio perchè affronta l’arte non da critico ma da poeta – ovvero da artista a sua volta – usa la critica come strumento di indagine sui processi creativi, in modo non diverso da quello con cui la sua parola poetica… esplorava le lingue antiche e moderne”. Villa, quando esce il primo numero di Azimuth, dirige la rivista di critica Appia Antica, il 22 aprile 1961 sarà “firmato” da Piero Manzoni; un anno e mezzo dopo, Piero Manzoni muore nel suo studio per un infarto.

© Iacopo Ninni

Bibliografia:

  • E. Grazioli, Piero Manzoni, Bollati Boringhieri, Torino 2002
  • C. Subrizi, E. Villa o l’estensione del punto di vista critico, contenuto in: E. Villa, Attributi dell’arte odierna 1947/1967, nuova edizione ampliata a cura di Aldo Tagliaferri ed. Le Lettere 2008
  • (A cura di) E. Castellani – P. Manzoni, Azimuth, EPI Milano 1959
  • AA.VV. Piero Manzoni, Edizioni Essegi, Ravenna 1990
  • AA.VV. Piero Manzoni Milano et Mitologia – Fondazione MudimaFondazione Mazzotta Milano 1997
  • F.Pola, Piero Manzoni e Albisola, Quaderni dell’archivio Opera Piero Manzoni, 2006


Ringrazio:
La Fondazione Opera Piero Manzoni di Milano nella persona di Rosalia Pasqualino di Marineo, per la documentazione e la bibliografia.
S. Sardella,  C.Subrizi. A. Cortellessa,  A.Inglese per suggerimenti, consigli e disponibilità.
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Nota

i – La Biennale del 1984, con Maurizio Calvesi alla direzione artistica, presenta una “Sezione Poesia per Arte allo Specchio”. Alla lettura poetica che chiude la Biennale sono invitati Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Maurizio Brusa, Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni

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LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli (recensione di Maria Zimotti

LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli edito da L’arcolaio (2011)

 

 

Viola Amarelli, campana, ha pubblicato la raccolta Fuorigioco (2007), l’ e-book Morgana (2008), il poemetto Notizie dalla Pizia (2009). Suoi testi sono presenti in varie antologie (da ultimo Mundus, 2009, e Calpestare l’oblio, 2010), su riviste e in rete tra l’altro su “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito” e “Rebstein”. E’ redattrice di Vico Acitillo, e cura il lit-blog “Viomarelli”. Per idiosincrasia personale non partecipa a premi.

 

r. (pag 80): Le nudecrude cose. Una punta, un dente di pettine d’osso, l’ansa di un vaso.

a latere (pag 82):  Ogni graffio d’argilla è una giara, d’olio o di grano. O un capo di bestiame.

Il cuneiforme nasce per contare, la scrittura è dall’origine un fissare, un dar conto. E nel fissare c’è l’ordine, l’elenco, il taglio sul mondo: il “così è” artistico (…) il “così è” di chi scrive e nello scrivere descrive deambulando intorno al mondo, mai solo.

Per dire del libro di Viola Amarelli io parto da qui, dalla fine, da uno stralcio delle ultime pagine.
La prima frase parla di una necrofora e dice dei sedimenti del passato, quei sedimenti che sono la civiltà. La civiltà è la scrittura che, come dice Viola in quella sorta di manifesto della scrittura che segna le ultime pagine, è dall’origine un fissare.

Ho conosciuto la scrittura di Viola grazie a un innamoramento folgorante ed eterno come spesso mi avviene per le parole, con la sua poesia Corrente, un flusso di parole che sembrano sgorgate direttamente dalla carnalità della donna.
Da allora la lettura delle sue poesie è un allenamento continuo alle potenzialità della parola e anche un allenamento continuo al rigore artistico di una scrittura che non ammicca, che chiede al lettore uno sforzo per coglierne l’essenzialità, essenzialità che io percepisco come il risultato di un percorso di eliminazione del superfluo, con un risultato zen, anche e soprattutto per ciò che lascia al lettore.
Il ritmo di tutto il libro, come già si avverte con la citazione di Antonio Porta utilizzata come epigrafe (Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di provocarne molte) ha un andamento libero tra poesia e prosa breve.
In particolare nelle brevi pagine di prosa le descrizioni sono concise, dolenti ed eleganti e trovano spazio stilettate di aforismi che sono una caratteristica dell’ironia di Viola che traspare ancora di più in altri scritti.
Il libro è diviso in quattro partiture, in omaggio alla musica classica, segno di come il ritmo sia importante per questa autrice e ogni partitura ha un titolo che sintetizza in qualche modo il leitmotiv dei testi presenti.

Si parte da “C o n v i v e n z e – grave -” per dire degli incontri scontri tra civiltà o semplicemente tra l’io e l’altro da sé.
Due poesie scelgo; una, per suggestioni di periodi storici amati, è (generazioni) 1943: pennellate della guerra attraverso gli occhi di una bambina (fresca fresca della visione del bellissimo film L’uomo che verrà, l’ho letta con le immagini mentali della bambina muta del film che salva il fratellino appena nato dalla strage di Marzabotto) e (patrie), qui sotto riportata, per le corde sentimentali di uno dei miei temi più cari, l’emigrazione e il melting pot:

Ha cambiato di lingua e di nome

e il cielo ha una linea diversa

e ci sono colline

ma non uno tra i fiori che a mazzi

le riempivano i giorni al mercato

Entra in case stracolme di oggetti,

li pulisce,

stupita vi sia tutto quel ben di dio

cui nessuno oramai fa più caso.

Le persone le sembrano strane,

lamentandosi stanche di rabbia

eppure non si scava patate o carbone,

né si ammassano in fuga sui camion.

Gli uomini, quelli, più o meno gli stessi

certo non bevono tanto

ma ugualmente ci provano gratis.

Sa di essere stupida e brutta,

non importa, ha gli occhi pervinca

e sorride insiste daccapo.

Preferisce i colori sgargianti,

tutti i fucsia e i verde del mondo,

troppi morti alle spalle,

è riuscita a portarsi suo figlio.

Fino a sera spolvera e lava

al ritorno, preparata la cena,

finalmente si spoglia,

respira, in un amen di lingua d’infanzia

a un suo dio che sicuro la ama:

le radici le hanno le piante,

donne e uomini hanno le gambe.

La seconda partitura di testi è “c u r e – andante”. Qui è la fusione dell’io con le nudecrudecose del creato,

qui, là, dove

batte il sangue con l’aria

pulsa la quiete (minimalia)

e si parla anche dell’incanto dello scrivere:

(grafie)

Uno splendore inusuale bucare le parole

che si rincorrono ridendo sino a scoppiare

iridescenti contro la pena e il dolore

provando a dirla, la cosa,

che fugge e si nasconde

con il silenzio solo spettatore.

E parole, consolatorie, per andare oltre il dolore

(oltre)

Piano sciogli il dolore

                              il freddo acuto

ghiaccio dentro il sangue

                               piano, chiaro

cammina respirando

                            inutile il timore

il giorno ama la notte

                                questa perfezione.

Nella terza partitura “s t r a b i s m i – presto -” la scrittura si fa ostica come il titolo suggerisce. Qui le nudecrudecose si manifestano in numerosi termini presi in prestito dalla chimica, e dicono dei contrasti della mente e del corpo con en passant alcune stilettate ironiche della Viola che preferisco. Per esempio, sul mito dell’artista maledetto, da (glosse), tutta dedicata alle parole, agli scrittori e a ciò che ci gira intorno:

d.

Occorrono ossessioni,

fobie, dolori, démoni

per essere scrittura

sostengono gli amici,

come se grazia e gioia

per lieto contrappasso

fossero riservate

solo agli analfabeti.

E lo strabismo, il contrasto, l’amore odio per il corpo e per la vita, la rottura dell’armonia tra mente e corpo che sta alla base dei disordini alimentari nella poesia (l’opera al rosso):

Qui senza tentennamenti l’acqua sul fuoco

l’attenzione nei gesti simili, sensi diversi

.

sorridono serpenti l’efflorescenze

muffe sottovuoto espanse, fermentano

l’anoressia bambina, dentro caccia fuori,

.

cerca pazienza il cibo, l’obesità ingoia ingorda

da fuori a salamoia, la cura l’attenzione

istante a istante pura

.

qui tersa e combusta l’opera al rosso

amato Paracelso, divino è il corpo.

Chi fosse Paracelso me lo sono andato a cercare (ché la scrittura erudita di Viola ha anche questo merito, di ampliare gli orizzonti della conoscenza) e ho scoperto che è un medico del cinquecento innovativo, che considerava il corpo un tempio (orrore per la mentalità cattolica immagino) e fu, tra l’altro tra i primi a dare dignità anatomica (diciamo così) alla donna, che considerava creatrice feconda e non semplice contenitore del seme maschile in cui la misoginia cattolica l’aveva relegata. “C o n g e d i” è il titolo dell’ultima partitura, suite che parla di cose che finiscono, con leggerezza, in un’estrema solitudine in cui ci si arrende alla vita.

2. Le storie deragliano, vanno pei fatti loro, quindi lasciale andare. (pag 73)

Sano fatalismo che eviterebbe molti guai, ad esserne capaci ma forse, nei momenti in cui la vita ci sembra ingiusta (anche se probabilmente è solamente l’egocentrismo di cui non riusciamo a liberarci) tuffarci in questo libro come in un libro di preghiere, nelle nudecrucose del mondo di cui non siamo che una parte dell’eternità ci aiuterebbe.

recensione di Maria Zimotti