antonio bux

‘Letizia di Cagno nel corpo della poesia’ di Roberto Lamantea

C’è uno sguardo alla Dickinson in questo libro di Letizia di Cagno – la sua prima silloge – dall’ossimorico titolo Urla la fine che pianta germogli (Marco Saya Edizioni, 68 pagine, collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux). 21 anni, nata a Bari, Letizia di Cagno vive a San Martino Buonalbergo (Verona) e studia Filosofia. È un’altra di quelle voci, solo anagraficamente molto giovani, che fanno pensare a una nuova stagione della poesia in Italia: un innamorato rifiorire.
La dama bianca di Amherst guardava il mondo dalla finestra sul giardino e da questo limite Emily capiva l’universo. Letizia guarda il mondo – gli altri, l’amore di cui è, più che un’attrice, una “cavia” – in un continuo scambio tra sé e l’altro. È un trapassare dai fantasmi dell’io (l’invocazione, la disillusione, il ricordo) al mondo esterno, dalla metafora alla cosa: «La mia lontananza intenerisce / un muretto sul mare… senza mai sfilare i nastri / delle tue corde vocali – / ma ogni cosa è davvero in me?» (pag. 9); «Tappata di un pensiero a rose / e volendo appassire» (10); «Le stelle numerate / se ci crollano addosso / e sbriciolano il vino, le strade, / i fiori sul tuo volto»; «lo spicchio di luna / che ho aperto con l’apriscatole. / Avevo perso la follia / del rivederti» (12). Nella lezione dell’espressionismo, è un continuo trasmigrare tra corpo e natura, tra l’io e l’altro: le cose – anche i suoni, compreso il silenzio – sono il proprio corpo: «Io non conosco acqua / più limpida delle mie braccia» (37); «Tirai fuori una casa dal frigo / e loro chiedevano semplici fiori di campo» (42). È poesia della vertigine, musicata da un’autrice che, giovanissima, è attenta lettrice dei grandi poeti francesi e ha già letto Celan. Letizia ama il cinema, e a volte lo sguardo di queste poesie ricorda arditi movimenti della macchina da presa sui dettagli e raffinate alchimie del montaggio. È una fusione dell’io nel mondo, teatro della natura è il proprio corpo, ma nei versi di Letizia di Cagno non c’è nulla di panico o dannunziano: questo essere nel (il) corpo delle cose è un’invocazione disperata di appartenenza: «Quanto mi tocca da vicino / la scoperta del mondo! […] Sopravvivo a sorsi / alla carezza» (13); «verso la fine / la vita genera inspiegabili campi / di quadrifogli» (15).
Ma Urla la fine che pianta germogli è prima di tutto un canzoniere. Scrive Antonio Bux nella quarta di copertina: «Amore, per tutti, è stare da soli in due; amore ovvero sedimento, di una radice che alimenta due alberi. Questa è l’inversione dell’amore, la propria ri-conoscenza: un esistere attraverso l’altro e per l’altro, che siamo noi». «Posso paragonarti perfettamente / al mio unico atto di coraggio: / quello che ho salutando un cuore / slittamenti di me / che cammino amando» (14). Stupendo «Di quante persone sei / gli occhi» (23).
Nel suo canzoniere, Letizia lascia lo sguardo alla Dickinson e si fa corpo. Il corpo di Letizia è il corpo del mondo, è il paesaggio (o la città) ed è, lei, il corpo del suo amore; il corpo dell’amato è un albero, è una strada, ma è un corpo sfuggente perché l’amore è sempre altrove, forse l’amore non ha pienezza se non – come nella grande letteratura francese – nella coscienza della perdita. Fulminanti i versi di pag. 43: «Vorrei starmene attaccata / al fieno delle parole, da qui / per spaventosamente / ancora – te». E Lettera alla bambina, quasi una confessione: «Eppure mi resta un odore / che ancora non è mio» (57).
È il canzoniere di un amore sempre a lato, fisico e lontano come un ologramma, tangibile e assente: «Parli una storia / che ha cambiato radici» (25); «Amore mio, / cammina dentro al sogno. / Almeno qui non ci temiamo» (29); «Ci partoriamo estranei negli occhi. / Uomini pieni di altri uomini. / L’atto di riconsegnare senso / all’impressione sfocata degli altri» (53).
Fino alla poesia che suggella questo libro bellissimo, l’invocazione ironica e disperata di chi cerca di appartenere al mondo e forse, nell’assenza, ci riesce (60): «È un grande amore / la mancanza di amore. Adesso lo so. / Smetto di bruciarmi le dita / con tutto questo avere. / Poi rassereno voi tutti. Che amate. / E vi saluto».

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© Roberto Lamantea

Pas de deux # 1

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Cominciamo con un poeta spagnolo molto giovane David Leo García , le due traduzioni sono di Lorenzo Mari e Antonio Bux.

La redazione

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AGUA CORRIENTE

Tanto arreglar grifos para ver correr el agua, el agua
que riegue tu simbología de las cosas que perecen, el agua
que preste agua a tu sed incalculable, el agua
que te ayude a mirarlo todo por vez primera,
como si no hubieras pestañeado jamás,
como si los objetos hubieran dejado de inventarse,
esperando, no ya ser hasta siempre, sino haber sido desde siempre, agua
para comunicar tus órganos, para limpiarte el cráneo y convencerte
de que no eres objeto ni lavabo y convencerte
de que tienes que cumplir tus días de hombre, agua
para beber, para procurarte una eternidad,
como si ser eternos nos eximiese de ser torpes,
como si por ser eternos no se nos fueran
a estrellar los vasos de agua contra el suelo.

(David Leo García, da “Demanda de sol”).

 

Traduzione di Lorenzo Mari

ACQUA CORRENTE

Tanto aggiustar di rubinetti per vedere scorrere l’acqua, l’acqua
per coltivare la tua simbologia di cose che periscono, l’acqua
per prestare acqua alla tua sete incalcolabile, l’acqua
per aiutarti a guardare tutto per la prima volta,
come se non avessi mai sbattuto le ciglia,
come se gli oggetti avessero smesso di essere inventati,
aspettando, non già di essere per sempre, ma di essere stati da sempre, acqua
per connettere i tuoi organi, per pulirti il cranio e convincerti
che non sei oggetto né bagno e convincerti
che devi compiere i tuoi giorni come uomo, acqua
da bere, per procurarti un’eternità,
come se essere eterni ci esimesse dall’essere impacciati,
come se per il fatto di essere eterni non ci scivolassero
frantumandosi a terra i bicchieri d’acqua

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 Traduzione di Antonio Bux

ACQUA CORRENTE

Tanto aggiustare rubinetti per veder correre l’acqua, l’acqua
che irrighi la tua simbologia delle cose che periscono, l’acqua
che dia acqua alla tua incalcolabile sete, l’acqua
che ti aiuti a vedere ogni cosa per la prima volta,
come se non avessi mai sbattuto le ciglia,
come se gli oggetti avessero smesso d’inventarsi,
aspettando, non d’essere per sempre, ma essere stati da sempre, acqua
per collegare i tuoi organi, per lavarti il cranio e convincerti
che non sei né oggetto né bagno e convincerti
che devi compiere i tuoi giorni d’uomo, acqua
da bere, per procurarti un’eternità,
come se essere eterni ci dispensi dall’essere rozzi,
come se per essere eterni non ci mandassero
a gettare bicchieri d’acqua contro il suolo.

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BIOGRAFIA

 

 

David Leo García è nato a Malaga nel 1988. Ha pubblicato Urbi et Orbi (2006, Premio Hiperión) convertendosi nel vincitore più giovane della storia del premio, e Demanda de sol (2007). Ha ottuto, durante l’anno 2007/2008 una borsa di studio presso la Fondazione Antonio Gala di Córdoba. È autore anche di Dime qué (Barcelona, DVD, Premio Cáceres 2011). È presente nelle antologie La inteligencia y el hacha (2010, a cura di Luis Antonio de Villena), e Tenían veinte años y estaban locos (2011, a cura di Luna Miguel).