Antonietta Tiberia

Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)

I poeti della domenica #137: Mario Paoletti, Turno di notte

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Turno di notte

Ora è solo un pezzo di carne stanca
che torna dal lavoro notturno.
Con gesto brusco si cava gli stivali,
getta i pantaloni sulla sedia, accende una sigaretta
e contempla la miseria della sua cuccia.
Si corica.
Vuole dormire, morire per un po’.
Strette le gambe, si rannicchia come un feto,
passa un braccio sotto al cuscino
inutilmente: il sonno non arriva.

Si rigira: allunga le gambe, scosta il lenzuolo,
prova la peretta della luce, starnuta e pensa:
“Adesso m’addormento”.
Sogna per tre secondi
e proprio allora scricchiola quel maledetto armadio
di falso mogano e falso specchio veneziano.
Suona falso anche lo scricchiolio.

L’uomo è terribilmente stanco.
Vorrebbe dormire per sempre in fondo al mare
in un sacello di piombo con oblò
per poter vedere, ogni tanto,
il passaggio degli squali morti.

Fischia una locomotiva, passa un tram,
un manico di scopa sbatte contro i mosaici.
Lamentandosi come un bebé col mal d’orecchi
l’uomo finalmente si addormenta.

E allora, come se il mondo
stesse aspettando solo quel preciso segnale,
un raggio grigio si dipinge sul lucernario
e nella città comincia ad albeggiare.

 

Turno noche

Ahora, es sólo un pedazo de carne cansada
que vuelve del trabajo nocturno.
con gesto huraño se quita los botines,
tira el pantalón sobre la silla, enciende un cigarillo
y contempla la roña de su cueva.
Se acuesta.
Quiere dormir, morirse por un rato.
Juntas la piernas, se acurruca como un feto,
pasa un brazo por debajo de la almohada
inutilmente: el sueño no viene.

Se da vuelta, estira las piernas, lebanta la sábana,
tantea la perilla de la luz, estornuda y piensa:
“Ahora me voy a dormir”.
Sueña un sueño de tres segundos
y justo entonces cruje el putísimo ropero,
de falsa caoba y falsa luna veneciana.
Hasta el crujido suena a falso.

El hombre está terriblemente cansado.
Quisiera dormir por siempre en el fondo del mar
en una piccita de plomo con ventanillas
por donde se pudiera ver, de vez en cuando,
el paso de los tiburones muertos.

Pita una locomotora, pasa un tranvía,
choca una palo de escoba contra los mosaicos.
Quejándose como un bebé con dolor de oídos
el hombre al fin se duerme.

Y entonces, como si el mundo
sólo hubiese estado esperando esa precisa señal,
una raya gris se pinta en el tragaluz
y en la ciudad comienza a amanecer.

da: Mario Paoletti, Di oggi, Omero prende solo il fiore. Traduzione e cura di Antonietta Tiberia. Prefazione di Dante Maffia, Fusibilia Libri 2015