Antonia Pozzi

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

‘3 dicembre’ di Vittorio Sereni

Una lettura ingenua (e compilativa) di 3 dicembre di Vittorio Sereni

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3 dicembre

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.[1]

Il 5 dicembre 1940 Vittorio Sereni scriveva all’amico Giancarlo Vigorelli di avere «dedicata, nelle inten­zioni e non dichiaratamente, all’Antonia» la poesia 3 dicembre, una delle otto poesie nuove composte a Modena dopo uno di quei periodi, a volte lunghi, a volte meno, durante i quali il poeta non componeva nulla. Di lì a un mese la poesia avrebbe visto la luce in «Tempo» (a. V, n. 1 [2-9 gennaio 1941]), insieme a Paese, unite col soprattitolo Due poesie.[2]
Dell’amicizia che legò Sereni ad Antonia Pozzi molto è stato scritto;[3] fu un legame sincero, di dialogo, e anche di ricerca, da parte della giovane poetessa, di un reale confronto che forse a un certo punto lei sentì venir meno, come se pure Sereni, come già alcuni amici della cerchia di Banfi, non le riconoscesse quella patente di poeta che Antonia sentiva di meritarsi. (altro…)

Antonia Pozzi in Portogallo #2

averno088Si può parlare di fortuna critica di Antonia Pozzi in Portogallo?
Evidentemente sì, se si guarda alla sola piccola ma grande casa editrice Averno, la quale, negli ultimi cinque anni, ha dato alle stampe non solo una scelta di poesie tradotte in portoghese da Inês Diaz, ma ora pure un volume critico a lei dedicato che altro non è se non la traduzione in portoghese di buona parte degli Otto studi su Antonia Pozzi che Matteo M. Vecchio diede alla luce per Ladolfi nel 2012 (seconda edizione, corretta e riveduta, l’anno seguente).
Sorprende una scelta così coraggiosa all’estero per dei contributi critici che qui in Italia, seppur accolti in alcuni casi con sincero entusiasmo, sono presto passati in silenzio per non disturbare il sonno delle “pie donne”, custodi – per autoproclamazione – della memoria e della figura della poetessa suicida (ma guai a parlare apertamente di suicidio, ancora nel 2016!), e del nuovo “priore” che ormai pare monopolizzare ogni possibile lettura della poesia della Pozzi (salvo poi rinfacciarsi vicendevolmente nei propri interventi le mancanze, le pecche, le cantonate, e via discorrendo).
Dietro a questa edizione portoghese, ossia Porque a poesia tem esta missão sublime – Antonia Pozzi (Averno, 2016), che riprende sin dal titolo la seconda edizione degli studi di Vecchio, ritroviamo il poeta-traduttore José Carlos Soares e la traduttrice Serena Cacchioli, da anni impegnata nello studio e nella divulgazione della poesia contemporanea portoghese.
Ma credo, senza mancare di rispetto a nessuno, che questo nuovo progetto sia dovuto all’impegno e alla sincera passione di Soares, già prefatore di Morte de uma estação, l’antologia di poesie della Pozzi scelte e tradotte dalla Diaz (Averno, 2012), cui accennavo in apertura. Ed è come se si chiudesse un primo cerchio, timidamente aperto nel 2012 con l’antologia, che già accoglieva a mo’ di postfazione un primo contributo di Matteo M. Vecchio tradotto in portoghese, portando ora l’attenzione sull’analisi del portato poetico della Pozzi; quell’analisi precisa, filologicamente puntuale, alla quale i lettori di Vecchio sono usi da tempo e che non poche volte ha messo in dubbio alcune letture dogmatiche che da anni si ripetono come mantra e che pare non si voglia mai mettere in dubbio.
Ma il Portogallo è vergine e perciò ricettivo, sicché la posizione ‘eretica’ che questi studi hanno da subito assunto nella vasta tradizione critica italiana, inaugura di fatto sulla sponda atlantica della penisola iberica una nuova era della fortuna europea della ‘eternamente giovane’ Antonia Pozzi, nella speranza che gli sconvolgimenti climatici di questi ultimi decenni portino pure alle italiche sponde qualcosa di quelle correnti atlantiche così sorprendentemente cariche di vita e ricettive.

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© Fabio Michieli     su Twitter @michielabio

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Poesie per l’estate #8: Antonia Pozzi: Pensiero

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

pozzi

Pensiero

Avere due lunghe ali
d’ombra
e piegarle su questo tuo male;
essere ombra, pace
serale
intorno al tuo spento
sorriso.

maggio 1934

(da Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi, Bologna, Luca Sossella editore, 2010)

*la foto è già apparsa nel blog La Poesia e lo Spirito

Serena Cacchioli – MORTE DI UNA STAGIONE: Antonia Pozzi in Portogallo

Antonia Pozzi era nata in una famiglia benestante, non le mancava niente, passava le giornate facendo cavalcate, passeggiate e partite di tennis, aveva la sua poltroncina fissa alla Scala, eppure coltivava in sé il dolore di essere una voce diversa dalla maggior parte delle altre voci a lei contemporanee. La poesia e la fotografia erano il suo campo d’espressione. Attraverso l’immagine scritta su carta e l’immagine scattata su rullino raffigurava, dal suo angolo, un particolare punto di vista sul mondo. Fu solo dopo l’incontro con il filosofo Dino Formaggio che la Pozzi iniziò ad avere una nuova consapevolezza riguardo alle classi sociali diverse dalla sua. Con lui aveva visitato i sobborghi poveri, conosciuto la miseria e la sofferenza, scattato varie foto della dura realtà da cui si era vista, di colpo, circondata. Questa fame di conoscenza del paesaggio umano la portò a collezionare circa 2800 scatti che le sarebbero serviti da base per un progetto grandioso di romanzo sulla storia della Lombardia, ma che purtroppo restò incompiuto. Colpisce come la fotografia, la poesia e la prosa siano state per lei intrisecamente legate; come una sia stata la base dell’altra e come le immagini si ritrovino alla fine – forti e nitide – anche nella sua produzione poetica. Leggere certi versi della Pozzi è come guardare una figura fissata su carta con due puntine. (Gioia ferma nel cuore/ come un coltello nel pane; le case di un’isola lontana/ color di vela/ pronte a salpare …).
C’è, poi, una montagna nella vita adolescente di Antonia Pozzi, una montagna vera e non metaforica: è la Grigna. Lei la vede tutti i giorni dalla finestra della sua stanza, la vive facendo lunghe passeggiate, discese con gli sci e grandi scalate.
È una montagna che, poco a poco, prende contorni sfumati e discontinui, diventa metafora del salire, del superare gli ostacoli e s’infila nelle sue poesie con la grazia di un macigno che viene a insegnarle la resistenza al dolore e alla perdita. Nell’arco di tutta la sua produzione poetica c’è sempre una sorta di filo rosso che segna un passaggio come questo: dal fisico al metafisico, dalla gioia che dà la contemplazione della bellezza, al dolore della bellezza trasformata, trasfigurata.
Tutto questo excursus biografico ricco di aneddoti che si allacciano alla poesia e alle altre forme di arte con cui Antonia Pozzi si esprimeva, ce lo racconta José Carlos Soares in una bella prefazione, scritta per la prima edizione portoghese di una raccolta di poesie di questa poetessa:
Morte de uma Estação.
Forse Antonia Pozzi non avrebbe mai immaginato di sbarcare, nel 2012, nella terra di Fernando Pessoa. Invece è successo proprio così: oggi, a cent’anni dalla sua nascita, esce in Portogallo un libriccino leggero e tascabile volto ad amplificare per orecchie lusofone una voce italiana ancora poco ascoltata in terra lusitana.
L’idea del libro si può far risalire a una caldissima estate dell’88 in cui José Carlos Soares, giornalista portoghese, legge per la prima volta, a Firenze, alcune poesie scritte da un nome a lui sconosciuto, Antonia Pozzi. Certi versi come
questo perdersi/ che non è ancora morire gli rimangono scolpiti nella mente per molti anni, fino a quando non decide di mandarli, insieme ad altre poesie, all’amica Inês Dias, conosciuta per aver già tradotto dall’italiano le poesie di Elisa Biagini per la rivista Telhados de vidro. Non appena Inês Dias entra in contatto con la voce poetica della Pozzi, anche per lei scocca una sorta di folgorazione, un amore a prima vista e inizia a tradurre con grande piacere un’opera che vede la pubblicazione proprio in questo febbraio del 2012 (mese in cui l’autrice avrebbe compiuto cento anni), per le edizioni Averno.
Fino ad oggi la poetessa non era completamente sconosciuta in Portogallo, ma di sicuro la sua poesia era apprezzata soltanto da un gruppo molto ristretto di persone. Pochissime poesie erano già state tradotte in portoghese, anche se nel 2009 l’
Universidade do Algarve aveva organizzato, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiana di Lisbona, una mostra con le fotografie della Pozzi, mentre la casa editrice Âncora aveva deciso di pubblicare una sua antologia fotografica.
Era dunque davvero necessario approfondire la sua conoscenza anche dal punto di vista poetico e questo
Morte de uma Estação riempie un vuoto che era necessario colmare al più presto.
In Portogallo si pubblica da sempre molta poesia. Sono soprattutto le piccole case editrici le più ardimentose in questo campo: lanciano poeti contemporanei e non, portoghesi e non, sfidando il mercato, la legge dei best seller e la famosa legge della
poesia che non vende. La casa editrice Averno è nata nel 2002 e si dedica soprattutto alla poesia portoghese, ma anche a quella tradotta. A volte fa piccole incursioni in altri generi, come il racconto, con Henry James o il romanzo poliziesco, con Margaret Millar. Pubblica libri che trova interessanti e appassionanti senza darsi troppe restrizioni, e pare che i lettori la apprezzino.
Si può già constatare la risonanza che la pubblicazione di questo libriccino pozziano ha avuto in Portogallo: anche solo rovistando fra i blog che si occupano di letteratura si possono trovare numerose citazioni di poesie tratte dal libro.
La traduzione di queste poesie
non deve essere stata facile, proprio per il linguaggio preciso e allo stesso tempo altamente evocatore che usa la Pozzi, ma ne esce comunque una bella opera anche in portoghese, piuttosto fedele nell’evocazione, piacevole da leggere, tagliente nei punti giusti e scorrevole. Inês Dias riesce nell’arduo compito di tradurre la poesia in altra poesia. E non è poco.
La postfazione, firmata da Matteo M. Vecchio e presentata in versione bilingue italiano-portoghese (con testo a fronte), ci mostra uno scorcio della storia editoriale dell’opera pozziana. Parte dalle testimonianze dei primi lettori della primissima edizione delle poesie, curata da Mondadori e pubblicata probabilmente grazie all’influenza del padre, Roberto Pozzi, che fino alla fine non ha smesso di guidare e manovrare (a volte sottilmente manomettendo) la produzione artistica della figlia. Questa interessante e documentata postfazione ci restituisce la problematicità della classificazione di Antonia Pozzi all’interno del panorama letterario nazionale della sua epoca, e soprattutto nell’ambito della letteratura femminile.
Ora Antonia Pozzi, sbarcata in Portogallo, si confronterà con il lettore
lusofono che con tutta probabilità la assocerà alle sue poetesse predilette. Si confronterà forse con Sophia de Mello Breyner Andersen, una delle più grandi voci poetiche femminili della letteratura portoghese. Di lei la Pozzi avrebbe apprezzato lo sterminato amore per la natura, per il mare in particolare, e la passione per le ore notturne. Si confronterà poi anche con altre voci di donna, come quella di Natália Correia, di cui avrebbe ammirato sicuramente la sfrontatezza, la determinazione e la passione quasi ossessiva per la musicalità della lingua. Ma infine la poetessa con cui avrebbe avuto più affinità, artisticamente parlando, sarebbe stata proprio Florbela Espanca. Nel loro desalento, nella loro disillusione, le vedo vicine, entrambe alle prese con i primi anni del Novecento, anche se Antonia Pozzi è leggermente posteriore. Entrambe devastate da sentimenti troppo forti, da amori impossibili e dalla loro ipersensibilità, entrambe profondamente innamorate della vita e componitrici di versi deliziosi quanto angoscianti, ed entrambe morte per suicidio, Antonia 26 anni e Florbela a 36.
Un libro piccolo ma importante, dunque, e ci si augura che sia soltanto il punto di partenza di uno studio più approfondito che servirà a portare, a passi felpati, questa bella voce della letteratura italiana in Portogallo, sperando che venga apprezzata
soprattutto per quello che è il suo messaggio universale.

[ … ]
E se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d’esser poeta.

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Serena Cacchioli si è laureata nel 2008 alla Scuola per Interpreti e Traduttori SSLMIT di Trieste con una tesi sulla traduzione del testo poetico, traducendo anche alcune poesie del poeta portoghese José Luís Peixoto. In seguito ha ottenuto una laurea magistrale in Traduzione Letteraria e Saggistica presso l’Università di Pisa, traducendo una raccolta di racconti della scrittrice brasiliana Lygia Fagundes Telles: Seminário dos Ratos.
Nel 2010 ha lavorato per alcuni mesi come tirocinante nella casa editrice di Lisbona Assírio e Alvim, occupandosi di revisioni, correzioni di bozze e contatti con l’estero.
Dal 2011 collabora con il gruppo editoriale Mauri Spagnol come lettrice di romanzi in portoghese e francese.
Collabora come traduttrice con la rivista letteraria online Sagarana.net.
È co-fondatrice, con Nunzia De Palma e Maria Teresa Marè del sito internet: 118libri.it, un Pronto Soccorso Letterario dove si possono trovare recensioni, musiche, commenti sul mondo letterario e non, oltre a specifici consigli “su misura”.

Antonia Pozzi. Appunti per un omaggio, di Matteo M. Vecchio

È cosa nota che l’opera complessiva di Antonia Pozzi sia stata oggetto di manomissioni, a livello sia critico che analitico, a partire soprattutto dagli interventi (tra il moralistico e il censorio) operati dal padre Roberto, che ha pilotato, a tutti gli anni Cinquanta, gran parte delle analisi critiche; così come è noto che non ancora, in parte almeno (se si escludono taluni contributi), è stato praticato un approccio analitico sereno, e non (moralisticamente o scandalisticamente) proiettivo, all’opera e alla personalità della poetessa – al di là, soprattutto, di intenti crocianamente valutativi, il cui obbiettivo è valutare (verbo, in sé, sospetto) se la Pozzi sia o meno una «grande» poetessa, una poetessa «canonica».
La questione delle carte di Emily Dickinson – la cui vicenda è, a livello pubblicitario, a sproposito citata, nonostante vistosissime distanze ideologiche, come legittimante antecedente della tuttavia distante vicenda pozziana –, tuttora divise in due archivi, sembra riflettersi sul destino critico di Antonia, alla luce di recenti polemiche, pur in parte legittime, e tuttavia sottilmente disturbanti, offensive della stessa fisionomia della poetessa. Se l’«io colonnare» e trasgressivamente autosufficiente di Emily Dickinson è distante dall’io pozziano, desideroso di conferme che, pur sotto il velo di una strategia pedagogica apparentemente distruttiva (da parte di Antonio Banfi e di Remo Cantoni soprattutto), gli giunsero, tuttavia l’opera di entrambe non necessita di puntelli, di grucce, di giustificazioni: quasi che, per scrivere bene (in senso valoriale e buonista) della Pozzi, sia doveroso proporne una lettura che esordisca da premesse assolutizzanti (e, dunque, santificanti), tout court, sia la personalità sia l’opera. Soprattutto, tentare di differenziare Antonia Pozzi dal contesto banfiano – celebrandone, di fatto, una presunta eccezionalità non motivata da precisi e autoptici studi analitici –, senza tuttavia, per scrupolo forse moralistico, affrontarne la personalità attraverso una angolatura, metodologicamente coerente, da Gender Studies, risulta, a lungo andare, incongruo, grottesco, protezionistico. Allo stesso modo, celebrare risulta, a livello analitico, più semplice, e più pubblicitario, rispetto a vagliare, ad analizzare autopticamente – ad avere il coraggio, in definitiva, di far affiorare gli aspetti anche potenzialmente disturbanti, se non sgomentanti (e tali soprattutto a occhi moralisticamente piccolo-borghesi, liquidabili, come avrebbe fatto un nobile personaggio manzoniano, con un sonoro «omnia munda mundis»), di una personalità, lavando via ogni concrezione di (cattolicamente démodé, ed eticamente lucrativo) «rispetto umano».
Tuttavia, nel naufragio etico di molta critica pozziana, passata e presente, sussistono fortunatamente studi coerenti sul piano metodologico, sebbene probabilmente marginalizzati rispetto a un ampio circuito di visibilità pubblicitaria: in questo senso si potrebbero fare i nomi, restando alla generazione più recente (quella più prossima a chi in questa sede scrive), di Ornella Spano e di Adriana Mormina. I lavori condotti da Onorina Dino e da Graziella Bernabò sono sufficienti a qualificare la levatura delle loro autrici.
Fatto questo breve excursus sullo stato degli studi pozziani, passiamo ora – per sommi capi – a illustrare, fornendone alcuni tibicines critici, il lavoro condotto in vista dell’edizione critica della tesi di laurea discussa nel 1935 da Antonia Pozzi, dedicata all’analisi della formazione letteraria di Flaubert, originariamente edita da Garzanti nel 1940, peraltro con il titolo apocrifo di Flaubert. La formazione letteraria. Una premessa: è forse a partire dalla riconsiderazione delle parole nude di Antonia Pozzi, dai dati di fatto, dai puntelli biografici – senza, soprattutto, costruire proiettive mitologie e finalistici teoremi (evitando inoltre di legittimare le proprie prospettive critiche a partire dalla demonizzazione delle altrui) –, che può scaturire un nuovo corso di studi critici filologicamente attestati. In questa direzione intende agire il ripristino della redazione d’autore della tesi di laurea compilata dalla Pozzi. Due sono i testimoni reperiti: una stesura manoscritta (che si suppone essere non la prima effettivamente compilata) e una stesura dattiloscritta. L’edizione è condotta sulla redazione dattiloscritta, nella quale sono presenti segni grafici di non sempre agevole comprensione, dacché soltanto in parte ascrivibili agli interventi paterni. Al riguardo, la collazione con la redazione manoscritta si rivela indispensabile per valutare le discrasie tra manoscritto e dattiloscritto, e per comprendere il significato (e, dunque, la legittimità o meno) del segno grafico della redazione dattiloscritta: se esso sia da considerare un’emendazione dell’autrice a un refuso del dattiloscritto o un postumo, e dunque illegittimo, intervento paterno. Va da sé che l’edizione Garzanti (l’unica tuttora disponibile) reca pesanti interventi redazionali, da ascrivere anche, oltre che a Roberto Pozzi, a volontà editoriale. È significativo che le occorrenze del verbo «accentuare» presenti nella redazione dattiloscritta siano state emendate da Roberto Pozzi in, per esempio, «accentuare», in un tentativo di lenizione semantica, probabilmente avvertendo, in «esasperare», una incongrua deriva morbosa o problematica. Gli interventi editoriali riguardano inoltre le note in calce, accuratamente disposte entro l’economia del lavoro dall’autrice e tuttavia, nell’edizione Garzanti, accorpate (lesionando la percezione della capacità critico-filologica della Pozzi) se non, addirittura, cassate; complessivamente, la redazione dattiloscritta consta di circa trecento note in più rispetto all’edizione 1940. La collazione con la redazione manoscritta si rivela strutturale, inoltre, e nel considerare le discrasie rispetto alla redazione dattiloscritta, e nel valutare gli ampi passi espunti nel transito da manoscritto a dattiloscritto. La necessità strutturale di una analisi che investa il duplice e stratificato livello critico-filologico si legittima alla luce dell’importanza, nell’economia esistenziale dell’autrice, della dissertazione. Banfi è riuscito a intercettare le necessità – esistenziali, umane e intellettuali – dell’allieva, attuando una strategia pedagogica vòlta a far comprendere a quest’ultima la necessità etica del travaglio creativo (e tecnico) attraverso l’analisi dei travagli interni alla vicenda formativa di Flaubert. Il livello di azione pedagogica, da parte di Banfi, agisce entro due àmbiti correlati: sollecitando l’allieva a una comprensione dell’opera di Flaubert e alla metabolizzazione dei suoi travagli, e facendo sì che su di lei, umanamente, agisse il travaglio compilativo, tecnicamente disciplinante, dell’elaborazione, della strutturazione e della scrittura stessa della tesi. L’impatto, da parte della Pozzi, con i travagli flaubertiani, secondo una strategia di loro ripercorrimento potenzialmente doloroso, intende favorire – banfianamente – un transito maturativo ampio, che fa assumere alla stessa compilazione della dissertazione la cifra di crinale formativo attorno a cui si imbastiscono i puntelli di un programma esistenziale – come fa notare, nel 1989, Giancarlo Vigorelli.
E qui, per ora, è bene fermarsi.

Matteo M. Vecchio

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** In attesa che il lavoro di edizione sia concluso – grazie anche alla cortesia, alla gentilezza e alla disponibilità di Onorina Dino, depositaria delle carte pozziane –, e che il libro veda la luce presso Ananke, Torino, nella collana diretta da Marco Vozza, chi in questa sede scrive si mette a disposizione di coloro che desiderino avere informazioni in merito alle modalità con cui sta conducendo lo studio dell’opera e della vicenda di Antonia Pozzi.

Antonia Pozzi: diari e altri scritti

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi: diari e altri scritti (ed. Viennepierre a cura di Onorina Dino e postfazione di Matteo M. Vecchio)

In questi giorni, sto leggendo i diari di Antonia Pozzi in una bella edizione di Viennepierre. Il volume è uscito nel 2008, a settant’anni dalla scomparsa, con scritti inediti e un nuovo apparato critico. 

Si comincia sbirciando tra le pagine del “Quaderno (1925-1927)” di una ragazzina quattordicenne (come non stabilire un parallelo con Tonio Kröger) che sta bene con i propri genitori, il padre avvocato, la madre discendente da una nobile famiglia lombarda. Riceve un’educazione moderna, alto-borghese. Nonostante si circondi molto presto di amici colti e si dedichi alla musica e a numerosi sport, comincia a sentire il richiamo della solitudine come punto di partenza per un tentativo di comprensione del mondo pur con tutte le contraddizioni che ne derivano. Spazio e tempo sembrano “cose grandi, troppo grandi per noi”, attraenti per il loro mistero eppure terribili (“Mi scuoto con un brivido: sempre! Parola terribile, terribile come mai!”).

La ritroviamo dieci anni dopo nei “Diari (1935-1938)”, laurea in Lettere e Filosofia, una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert. È ancora lì a tentare un’impossibile ma necessaria riconciliazione tra arte e vita (“Quanti mondi. Allora erano più grandi di me e mi chiamavano in alto, adesso sono più forti di me e mi schiacciano”). Scriverà del suo “disordine” con intimo dolore (“È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile.”).

Insomma, la vita non basta. Questo sembra volerci dire, come quando in un saggio su Aldous Huxley, riporta: “[…] la vita in quanto tale, questo non basta. Come ci si può contentare dell’anonimità della semplice energia di una potenza che, malgrado il suo carattere misterioso e divino, è tuttavia incosciente, al di sotto del bene e del male?”. La poesia è vivere ma è anche “morire per sapere”, la poesia è la “troppa vita” che scorre nelle vene e chiede d’andare oltre la vita. Da questa irriducibile dialettica viene fuori un’estetica che fa dell’arte non un “espressione di stati d’animo ma creazione d’un mondo – e non creazioni tutte perfette, ma sforzi continui di creazione”. Forse, è così, certa poesia si paga con la morte.

Verso la fine del 1938, la promulgazione delle leggi razziali “è stata una specie di fulmine che ci ha sconcertato tutti”. Poco tempo dopo un crollo emotivo, Antonia Pozzi si sdraia su un prato e si toglie la vita. Non vide mai stampate le sue poesie, furono Vittorio Sereni e Eugenio Montale, tra i primi, a riconoscerne il valore.

Come ben scrive Matteo M. Vecchio nella sua postfazione, il diario rappresenta “l’officina che accompagna la stesura dell’opera poetica e critica”, “spazio aperto alla riflessione”, luogo di “ricaduta della scrittura sulla vita”. Perché la vita legittima il lavoro e il lavoro legittima la vita, secondo un progetto etico in cui “non vivere e non creare sarebbe da impotenti, da minorati”. Ne consegue che “l’evasione del reale nel fantastico è lecita solo quando venga scontata con la pena attiva dell’espressione” altrimenti la distrazione è banale e amorale.

Giovanni Catalano