Antonella Taravella

2:5 du-com-plice – reading poetico: domenica 4 e lunedì 5 marzo – Reggio Emilia (post di Natàlia Castaldi)

“Io parlo al mio doppio. Il doppio non vuole gemelli e mi risponde”.

Dello stare al mondo. Del tempo e del luogo come diversivi per crearsi al mondo, fuoriusciti dalla fabbrica, dall’industria delle barre d’identità, si può essere viaggiatori solitari o sociali, si possono avere occhi nitidi o sguardi induriti, per tornare nel Sé del mondo. Dal centro al misero spigolo, si sta comunque al mondo. E il corpo è donna o uomo e il suo doppio, la sua anima diversa non fa mai un plurale, perché gli addendi umani restano singolarità.

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[Ndr.: e buon compleanno, Antonella Taravella!]

Il Massaggiatore di Salme – di Mario Scalzi

 


“…Non è tutto quel che vediamo o sembriamo

Un sogno in un sogno soltanto?”

(E.A.Poe)

 

 

Mi sfugge il senso delle cose. Non capisco la vita ed il suo corso. Non comprendo le persone e le loro azioni. Non accetto che tutto finisca.

Credo in una realtà. Unica e sola. La Solitudine. E nel silenzio contemplo la materia, il cui peso non mi sfugge. Ne ho cura. Fino alla fine. Poi distolgo la mia attenzione. Guardo altrove: c’è sempre un corpo che ha paura del buio. Ed Io sono lì. Io e la mia cura. Io e la mia misericordia.”

Così iniziava il mio diario giovanile. Allora scelsi il mio lavoro: prendermi cura dei corpi morti, mantenere viva la loro dignità prima della tumulazione.

Non sono un imbalsamatore, non uso prodotti chimici né bisturi: non è la scienza a muovere la mia mano, solo l’anima. Accarezzo l’immobilità. Massaggio carni spente. Le preparo ad essere scarto venerato. Lavoro strano il mio, inutile forse, ma è il mio.

Se avessi dato ascolto ai consigli dei miei genitori sarei dovuto diventare un medico, ma fin da piccolo ho imparato ad ascoltarmi con attenzione: troppa responsabilità, non si gioca con la vita della gente, é un dono preservare l’esistenza dalla malattia e dalla morte, ed io a malapena riuscivo a sopravvivere. Amavo l’arte, ma troppa sensibilità consuma l’anima e non avrei fatto altro che perdermi nella voragine dei sensi, per cui finii per scegliere una via di mezzo: curare i corpi appena abbandonati dal soffio vitale, preservarli dai primi segni della morte, concedere la giusta attenzione per ciò che fino a poco tempo prima era una persona, ora un sacco, un legno, un filo d’erba.

All’inizio fu una cura personale. Anonima. Lavoravo presso un’agenzia funebre ed il trattamento che riservavo alle salme non prevedeva neanche un’autorizzazione o una richiesta specifica da parte dei loro congiunti. Faceva parte del servizio. In breve divenne un lavoro a sé stante, autonomo. Bastò spargere la voce ed un’idea considerata originale ma inutile divenne un’esigenza dei più, un vezzo indispensabile.

Curavo la natura cadente, e ai miei clienti bastava. I miei strumenti erano le mani, la mia cura i massaggi. Con oli e unguenti sfregavo la materia inerme e la rendevo viva alla vista. I cadaveri, dopo il mio trattamento, lasciavano il mondo come se si dovessero allontanare solo per qualche giorno, nel pieno della forma, nel pieno della propria bellezza.

Giorno dopo giorno il mio nome divenne una garanzia.

I parenti dei defunti facevano la fila per ringraziarmi, e accadeva spesso che scegliessero, come foto ricordo dei loro cari, un’istantanea scattata dopo i miei massaggi.

Fosse stato così bello in vita il mio Giorgio – le parole di una donna una volta – da vivo il suo viso era sempre così corrucciato. Un burbero, dottore, mio marito era un burbero con la faccia sempre scura. Lei lo ha trasformato in un angelo… – .

Non contava ribadire ogni volta che io non fossi  un medico. Per tutti lo ero. E chissà che non avessero ragione. D’altronde, si, non curavo malattie, ma elargivo la migliore fra le medicine possibili: la grazia. La gente bussava alla mia porta disperata e ne usciva serena, guarita. Cos’altro ero, dunque, se non un dottore?

Nel corso degli anni lo studio fu scenario anche di eventi sgradevoli, inconsueti per un mestiere come il mio. Fra i tanti ne ricordo uno in particolare, l’unica volta in cui pensai seriamente di interrompere la mia attività. Protagonista dell’episodio fu il marito di una paziente.  Annebbiato dal dolore e dalla meraviglia del mio lavoro, l’uomo non era più convinto che la moglie fosse realmente trapassata. Non credeva neanche all’oggettività dei dati clinici, alla mancanza del battito, all’assenza del respiro: – Vede dottore, è offesa con me, non mi rivolge la parola…le dica qualcosa…– ripeteva continuamente – è un complotto? Vi siete messi d’accordo per levarmi di mezzo? – come un nénia. Di fronte al mio stupore pensò bene di sferrarmi un pugno in faccia, non prima di avermi minacciato – … la faccia uscire da lì subito o vi rinchiudo tutti e due dentro una cassa…- . Solo l’intervento della polizia mi salvò dalla sua follia.

Subii anche un tentativo di rapimento. Non ero io la vittima, ma una mia salma. Non denunciai nessuno in questo caso, anzi, mi dispiacque che il colpo non fosse andato a buon fine. Pensavo che il responsabile del gesto avesse avuto ragione a fare quel che aveva fatto: la bellezza non può nascondersi dietro una lastra di zinco, non è naturale.

Plasmavo carne morta e la rendevo viva, così tanto da creare disagio. Chissà, forse avevo lo stesso dono di Dio, solo che a lui era sfuggita la situazione un pò di mano.

Bussano alla porta. Toc, toc, toc. Sono colpi delicati, quasi accennati. Lavo le mani, indosso una giacca, vado ad aprire. E’ una donna anziana molto elegante la persona che mi si presenta di fronte. Una lunga veste nera le cinge il corpo. Al collo, un grande crocifisso distoglie l’attenzione dai suoi occhi gonfi: ha pianto. Si rivolge a me quasi sussurrando, se parlasse  ad alta voce penso scoppierebbe in un pianto ininterrotto. Accenno un inchino, le bacio la mano. E’ fredda. Ossuta. Ma l’età mangia la carne e cerco di guardare oltre.

– Le vengo ad affidare mia figlia…è qui fuori…mi raccomando… – senza neanche guardarmi.

– Non si preoccupi signora, farò del mio meglio – e un brivido a smentire lo slancio.

– La renda viva…un’ultima volta…- non sono quì per questo?

– Farò il possibile. Intanto si accomodi, prego…-, il silenzio  è complice.

Guardo in basso mentre le indico la porta. Gesto inutile il mio, la signora non è più lì. Mi sporgo oltre l’ingresso: nessuno. Occhi a destra, a sinistra. Sparita. Solo un carro funebre, una bara, e due uomini ad occupare l’orizzonte di fronte ai miei occhi. E per poco. Nemmeno il tempo di metterli a fuoco che ho già in mano un foglio con un nome, una foto e la data entro la quale svolgere il mio compito. Elisabetta Elpis. E’ questo il nome  della ragazza nella cassa.

Ho imparato col tempo a fare poche domande. A parlare il meno possibile. Questa volta mi riesce difficile stare in silenzio. Quella donna, la sua preghiera, questi due energumeni che adagiano con velocità la salma sul lettino. Sembra vogliano tutti scappare. Non faccio in tempo ad espirare una parola che anche loro vanno via senza neanche salutare. Rimango fermo sulla porta.

Ora sono solo. Io e la ragazza.

Avere a che fare con i morti quotidianamente, alla lunga, ti priva di ogni tipo di emozione, di ogni forma di empatia. Non pensi abbiano avuto anche loro una vita, desideri, aspettative probabilmente simili alle tue. Hai di fronte un oggetto da restaurare. Nient’altro. Conta solo fare un buon lavoro. Che sia pelle e non legno ciò che deve rifiorire poco importa. Nel mio caso, poi, tutto è ancora più facile. Non ho mai creduto nei rapporti sociali, né ho mai rispettato il vissuto di nessuno: troppe parole, troppe scuse. La materia vivente mi spaventa, l’imprevedibilità mi atterrisce. Un cadavere porta in eredità un orizzonte già compiuto e facilmente identificabile, per cui mi viene facile essere pittore di eventi non più passibili di cambiamento. Ciò che mi interessa è solo la bellezza del già fatto, del già detto, l’immagine che l’anima svela in assenza di spasimo.

Non so perché sono fatto così. Sarà forse la paura di non essere capace di vivere come gli altri, sarà il conforto che mi trasmette l’abbraccio gelido che preserva un organismo concluso. Chissà. Ma intanto quì, ora, di fronte a questo corpo immobile, mi trovo in difficoltà. Non so neanche da dove iniziare. La giovane è lì, pallida, avvolta nella propria bellezza. Non vi è nulla di morto in lei se non la Vita. E non basta.

Sembra stia dormendo. Le carezzo il volto. Il rumore della sua anima si espande nell’aria. E’ un fischio invadente che mi violenta il cervello, che mi rende fragile e inaspettatamente disarmato. Meglio mettersi al lavoro, cercare di non pensarci, considerarla una salma come le altre. Cosparse le mani di olio,  percorro ad uno ad uno i fasci muscolari che mi si inceppano tra le dita. Conto le sue vene necrotizzate come fosse la prima volta.

Sembra ieri. Mio nonno, inerme di fronte a me, steso sul lettino ad occhi chiusi, freddo, così distante da non rivolgermi nemmeno una parola. Niente. Neanche un saluto. – Devi fare quel che è ti è più congeniale –mi diceva sempre – ti piace scrivere? Scrivi! Ti piace volare? Vola! – . Era sempre lì, pronto a consigliarmi di non rinunciare mai a seguire le mie attitudini. Quando gli ripetevo di non sentirmi depositario di chissà quale grande talento, mi sorrideva sempre – vedrai piccolo mio, il tempo ti suggerirà la risposta – . Era fiero di me mio nonno, così convinto che  potessi riuscire in qualunque cosa avessi voluto fare nella vita, che non perdeva occasione per incoraggiarmi. Qualunque cosa facessi. Offrendo il suo corpo alle mie cure confermava ancora una volta il suo amore, la sua fiducia in me.

Lo ripagai restituendogli la gioventù per un giorno.

Non so se gradì il mio regalo, non tornò mai indietro a dirmelo. Di certo so che il sorriso che mia nonna gli riservò, quando lo vide nella bara aperta sotto l’altare, mi rese l’uomo più felice del mondo: solo allora capì di aver fatto la scelta migliore. Da quel giorno mai una pausa, mai un dubbio. Ero a mio modo un artista, e godevo nel fare quel che facevo.

Questo fino a poche ore fa.

Ora, per la prima volta dopo così tanti anni, di fronte ad un cadavere, mi sembra di non sapere neanche da dove iniziare. Guardo la ragazza. Non riesco ad esserle distante, non riesco proprio a non fissarle le palpebre serrate, è come se si dovessero spalancare da un momento all’altro. I miei occhi nei suoi, la prima cosa vista al suo risveglio: vorrei questo fosse possibile. Per cambiare pagina, per ricominciare a pedinare le ore come sempre. Ma niente. Impasto il mio imbarazzo con la sua pelle, ne faccio un’unica massa.

Freddo, sfregare di mani, olio che scorre come sangue e minuti ad inseguirne il fluire. Le mia dita dipingono nuove vene lasciando rapide scie di tepore. Massaggio, massaggio senza sosta. Se non muovessi tanto rapidamente le mani sulla carne untuosa, avrei nettamente l’impressione di consumare il mio corpo sul suo. Secondo dopo secondo. Sono così attento ad ogni movimento che non mi accorgo di quel che sta succedendo, o che mi sembra stia accadendo sotto gli occhi: le mie dita si stanno erodendo, perse nel pallore della salma adagiata sul lettino. Ma la stanchezza gioca brutti scherzi e continuo il lavoro.

Tic, toc, tic, toc, tic, toc. L’orologio reclama il tempo che fugge. I minuti scappano via. Non sto al passo questa volta.

Dal momento della morte allo svolgimento del funerale passano solo poche ore. Un breve lasso di tempo che di solito basta per concludere il compito assegnatomi. Senza alcuna fretta. Nessuno reclama i corpi prima del dovuto: la gente rinuncia senza problemi alla camera ardente pur di vedere la Vita riflettersi sui volti dei propri cari un’ultima volta. Poi l’addio.

Di solito massaggio e via a casa, a dormire, lasciando le lancette girare su se stesse. Questa volta no, sono io a girare a vuoto.

Lavorerò tutta la notte, il tempo stringe. Guardo membra morte e mi sembra di riceverne Pace. In quel corpo freddo risuona l’eco della mia voce, il suono delle mie mani. Il silenzio di quelle carni richiede attenzione, più di quella che solitamente concedo.

Massaggio, massaggio, massaggio e non alzo mai lo sguardo dal lettino. D’improvviso lo specchio in fondo alla stanza mi reclama: alzo le braccia. Il rapido riflesso tra la porta ed il vetro mi atterrisce. Corro subito in bagno.

Accendo la luce, spalanco le palpebre. Gli occhi ben aperti rimandano indietro un’immagine terrificante: non ho più dita, le mie mani sono monche. Deve essere un’allucinazione, la stanchezza, non può essere altrimenti. Mi lascio fumare da una sigaretta ed osservo meglio.

Non sono spaventato, solo curioso – …troppo viva per la mia cura…- penso tra me e me. Sorrido. Quando un rumore di passi in salotto mi risveglia dal torpore dei pensieri, mi accorgo di non essere solo. Non ho neanche il tempo di domandarmi chi possa esserci, che un’ombra veloce taglia la strada alle mie domande. E’ lo specchio ad indicarmi la via da seguire.

Sono stranamente sereno.

Una figura adagiata sulla poltrona riempie la penombra nel salotto. E’ la signora di oggi, la madre della ragazza, sembra proprio lei. Tranne per un particolare: la sua giovinezza. Non so se sia per la poca luce o per i miei occhi stanchi, ma le rughe sul suo viso sembrano scomparse. E’ avvolta negli stessi abiti di qualche ora fa. Sussurra rivolta verso la finestra:

  – Mi manca il peso degli anni… ne conosco solo il riflesso…-

– …Signora Elpis…?- nascondo le mani incredulo.

– Si…mi scusi…pensavo a voce alta…- girandosi verso di me,

– come ha fatto ad entrare?…-

– la porta era aperta…-. Era chiusa. Ne sono sicuro. Passo oltre.

– E’ ancora presto Signora…-

– …dipende dai punti di vista…-

– prego…?-

– …posso vederla?- mi attraversa con lo sguardo.

 Senza neanche aspettare una risposta o un mio gesto, la signora si incammina verso lo studio. Diretta. Percorre il corridoio come se conoscesse alla perfezione casa mia. Eppure non è mai stata quì. Dovrei spaventarmi, farle qualche altra domanda, ma non riesco a far altro che seguirla in silenzio. Lascio che sia. Capirò.

– E’ bellissima…non trova?- di fronte al corpo della ragazza.

Gli occhi della donna riflessi sul viso pallido della figlia colmano la distanza tra di loro. Compensano l’assenza d’aria. L’immobilità dell’una é solo il riflesso dell’altra. Nient’altro.

– …Quanti corpi sono passati da questo lettino?- mi sussurra.

– Molti, ho perso il conto…-

– …Non le sembrano tutti uguali?-

– no…ricordo il viso di ognuno…-. Mento. Proteggo la mia esperienza dalla curiosità della donna. Le rispondo per inerzia – si…gli occhi di tutti…-

– proprio di tutti?-

– si… per ogni volto, un’anima –

– …lei è fortunato…-

 Guardo in basso. La sua freddezza mi imbarazza. Ascolto senza interrompere.

Ho avuto anche io a che fare con i morti, dottore. Per una vita. Forse anche oltre. Ma non ho mai incontrato l’Anima…solo decadenza…-

Non crede in Dio signora?-

Credo in ciò che vedo –

E pensa tutto finisca con la morte? –

Si –

…in un mondo così imperfetto, non ritiene che la bellezza sia un segno di Dio…? –

…polvere simmetrica. Nient’altro, dottore. Cosa crede diventi la carne una volta sepolta se non polvere? Se fosse segno di Dio come dice lei, non dovrebbe rimanere intatta?Non è eterno il suo Dio? –

Non è questo il punto signora. Ho sempre immaginato il corpo come se fosse  un lampo…uno squarcio lucente di un quadro ben più ampio…-

…e aspetta il tuono? –

…il temporale, signora, aspetto il temporale! -. Qualche attimo di silenzio. Mi osserva.

…e se non dovesse arrivare? – d’un tratto – Se tutto finisse con il disfacimento? Se i corpi che lei cura non fossero altro che un modo per scappare dall’evidenza dei fatti?-

Non so cosa aggiungere. Ma d’altronde penso non abbia molta importanza. Non un’espressione in lei, non un gesto. La donna, immobile ai piedi della ragazza, la fissa ininterrottamente da quando è entrata. Soffoca le labbra nel pronunciare suoni impalpabili. Provo comunque a risponderle in qualche modo, in fin dei conti mi ha rivolto una domanda.

E’ tutto imperfetto, signora. Tutto. Ma io adoro le favole. Penso siano l’unica cosa per cui valga la pena di vivere

– Allora le renda grazia lei, dottore. Per favore. Più di quanto non sia riuscita a fare io nel corso degli anni…forse sono cresciuta troppo in fretta e non ho ascoltato mai tante storie da bambina.

Se pensa che l’anima possa risiedere nei volti, se la riconosce, la renda visibile sul viso di mia figlia…anche solo per un momento…poi magari tornerò della mia idea…ma lo faccia! La morte dura troppo tempo per non vederla almeno una volta…- 

Non aggiungo altro. Non reggo il suo sguardo. Neanche mi accorgo che d’un tratto sono di nuovo solo: la donna è andata via. La cerco ovunque. Corro verso la porta: niente, scomparsa nel nulla. Non riesco ad afferrare il senso di queste ore malate, e non è per colpa delle mie dita consumate. L’unica cosa che so è che la sua visita mi ha riempito di nuova linfa, forse per la stranezza con cui si è verificata. Ora dovrò sbrigarmi, la notte è agli sgoccioli.

Devo finire il mio lavoro al più presto e smentire la disillusione di quella donna.

Massaggio. Massaggio. Senza pormi troppe domande. Massaggio le gambe, massaggio le spalle che si alzano veloci non sapendo cosa dire. Muovo le mani consumate sulla pelle della ragazza. Centimetro dopo centimetro perdo di vista i miei arti, ad ogni tocco perdo il corpo. – Preoccuparmi delle tendenze dell’anima non mi avrà reso immune al declino dei corpi – penso – ed intanto massaggio, massaggio, e massaggio con quel che rimane di me.

Ed ho massaggiato senza sosta fino all’alba.

Al mattino hanno bussato alla morte: nessuno alla porta.

Sono scivolati via i miei massaggi, via, assorbiti nello straccio bagnato che un inserviente ha passato per terra qualche ora dopo, spazzando via la mia storia. E la mia cura, seppellita senza nome sull’opera d’arte più grande che abbia mai compiuto.  Fuggita via.

Il giorno del funerale della ragazza, una fila ininterrotta di persone ha reso omaggio alla sua salma. Tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza. Tutti. Così tanto da dimenticarsi delle quattro tavole che la contenevano. Come fosse più viva dei vivi.

Nessuno ha dimenticato quel viso, la patina dorata che ne rivestiva la pelle rendendola lucente. C’è chi ha giurato fosse cera, chi ha pensato fosse imbalsamata.

Per quel che serviva…

E’ bastato che la gente chiudesse gli occhi al suono del saldatore perché tutto svanisse.

Per sempre.

E loro con lei.

Mario Scalzi

racconto tratto da

‘Il Massaggiatore di Salme ed altre Storie’

 

Dopo la laurea in Lettere moderne inizio un percorso artistico/vitale tra letteratura e musica che mi porterà ad essere autore del soggetto e coatuore della sceneggiatura nel corto cinematografico “NoisyHours”(2009), aiuto-regista ed attore nel corto “Il Buio” e autore dei libri “Favole Spente” (Ilfilo,2006), “Il Buio Esaudito”(2011) e “Il Massaggiatore di Salme ed altre Strorie” (2011).
Attualmente svolgo il ruolo di sceneggiatore per la casa di produzione ‘Faiden Blass’, collaborando occasionalmente con diversi siti nella realizzazione di testi ed illustrazioni varie.
Oltre a scrivere, scrivere e scrivere, suono il basso e la chitarra nel gruppo “ODH”, e tutti gli strumenti nel progetto personale “IlBuioEsaudito”

Poesie da IO NO (Ex-io) di Valeria Raimondi e nota di lettura di Alberto Mori

IO NO (Ex-io), Valeria Raimondi, ThaumaEdizioni, 2011

Alcune poesie :

5
Maledizione
mi porto dai primi vagiti
da una bambola rotta
da quel latte versato
Io calpestata – fiorita – spogliata
doppia quadrupla
in frammenti
infiniti
divisa
per essere Una e Intera

14
Emigrare da me
da questo corpo in esilio
da questi letti stranieri
da queste mani inutili.
Emigrare da sé
da questi frastuoni
da questi sudditi
di re imbecilli.

24
Mi ammalo
per il gusto della convalescenza
mi ammalo sotto anestesia
Mi sgravo così dal dolore
Prendo il largo da te
a grandi bracciate
Ammaestro i cavalli
che salgono e scendono
nel ritmo impazzito
Infine scendo dalla tua giostra

—–

3
Le posso guardare,
leggère, salutari, pulite
foglie ben disposte
accuratamente asciugate.
Le prendo una ad una
in punta di forchetta:
sono Verde-Speranza,
di un pallido niente
coreografia perfetta.

—–

11
Razze di vuoti a perdere
Contenitori del nulla
di scorie – di cibi avariati
Non son della vostra pasta, sacchi pieni di cibo e di merda

18
Anche il corpo si allontana
cessa i desideri, è un altare una messa nera un [sacrificio ancestrale.
Voi avete un sogno.
Io no.
Mi vorreste far sognare il vostro sogno
ma il mio è differente,
non ha termini di paragone.
Il mio brutto sogno somiglia
agli incubi delle veglie e io
continuo a sognare da sola.

Nota di lettura

Talvolta l’oltranza deve essere  più forte  per  resistere oltre il lecito.Tutto ciò è stato compreso attraverso le loro esistenze da coloro che come Jim Morrison cercavano “Break on through to the other side” e si rifletta subito sulla traduzione di questo inciso dove il verbo “to break”, tolto l’infinitivo “to”, si regge sulla particella fraseologica “on” che lo pone in movimento .E’ dunque una rottura transitiva  ed in transizione del e nel movimento. In sintesi estrema  quanto il poeta e cantante dei Doors ha cercato con la sua esistenza. Andare dall’altra parte della vita attraversandola con il suo spostamento. La sua diversità.

Valeria  Raimondi  in  Io  No (Ex-io)  lega la particella “ex” ad una anteriorità cercata nel pronome, io simmetrico ,anche se minuscolo, a quello che immediatamente nega subito d’acchito. In questa fuga  antecedente vanno questi versi imprecati e resi non nati:” E fingo eludo  sorvolo” , quasi che la poetessa barricadera e rivoluzionata insceni anche il cedimento per poi rimanere con “le mani alzate perché scenda il cielo”. Arresa ed attesa alla vita perchè la raggiunga.

Quando poi si compie, come in questa plaquette, spoliazione autochirurgica dell’identità, restano  i referti da  lanciare  verso il lettore, attraverso anatemi organizzati in frammenti.In ogni caso queste poesie, al di là dell’evidente scelta d’urto comunicativo, hanno certamente avuto una lunga  gestazione. Lo si avverte soprattutto quando la negazione mette in gioco il corporeo e la sua organicità:allora si sazia una mistica ancora più resistente. Così mentre S.Teresa d’Avila nella traslazione del suo io corporeo entrava in “unio mystica” copulante con Gesù Cristo, Valeria Raimondi, pur restando all’interno di una anoressia laica,mostra con intensità le sue pulsioni nella carne della parola ed anche quando l’alterità viene fagocitata ,la poetessa sa restare “nella virtù monca
nello spazio di un vuoto”. Resiste ed assume il suo essere.

Io No  (Ex-io)  risveglia, pur nella sua convergenza con il presente ostile, antiche memorie post  punk ,tra  le quali il “Placebo effect” di Siouxie Sioux and the Banshees, nel vorticato dei neon violacei, sembra il più attinente, soprattutto nella sezione dei sogni, dove il dark dell’atmosfera nauseata viene qua e là interrotto da colori cangianti “osceni”,nell’accezione di “fuori scena”: il luogo di osservazione onirica ove si spinge la poetessa nella regolamentazione plasmatile dei suoi deliri di poesia.

Io No (Ex-io) non vuole dichiaratamente detenere neppure il diritto di piacere al lettore ed è attraversato da una forma di ascesi sotterranea.  Riscatto esistenziale che diviene alla  fine un patto delle viscere dell’anima dove leggere un augurio. Un segno per tutti
noi. Convocati e presenti a questo parto felicemente doloroso.

Gennaio  2012                                                      Alberto Mori

.

Inediti – di Francesca Canobbio

 

MASTICA LA RUGGINE DELLA SUA MITOLOGIA

Mastica la ruggine della sua mitologia
Con il passo a contrappunto di uno spar(tit)o incompiuto
Per un plot-splatter di mosche alla parete troppo umane
Per lo spray disinfestante all’ala persa sui confini
Di una parabola al suolo raso – e si vola e si cade –
Nido di passerotti – becco aperto al verme –
Che ora sfama e poi masticherà – a cerchio di vita –
Cibo di sé stessa ed un buco nella pancia
Come sparo di revolver che è fame che medita
Al sapore della colla [ci si riappiccica al finale]
Giusto il gusto di ripetere la bocca su una bocca
In un bacio di parole fotocopia del copione
Ingoiare amaro amore come pane fra le righe
Sono solo delle briciole gli spazi di coscienza di
Come mastica la ruggine della sua mitologia

CHIAR’ OSCURA

Sgiorna e snotta-

sulle faccende
chiar’ oscura a ventiquattro
l’ora
di seme a lune
e sole.
Minuta di carattere
che ha in mano matite
come dita
e scritta una sentenza lunga come un’unghia
per letto
o(h) foglio lenzuolo
con uno strappo per occhi fissi
a un’alba mobile
di incerti righi pargoli
luce di madre
lingua

 

CONCETTO ASTRATTO

Ti renderei la vendetta della notte
e del turgore delle orchidee
su quella carne tua che è le mie mani
sottratte al curvilineo tuo sostare
in forma di idea o concetto astratto
che mi rimiro in sogno ovunque
oniricamente presente al tatto
svanisci a me al primo sguardo
e tu che tieni gli occhi chiusi
per non vedere la mia figura
immaginala priva della sua scorza
soltanto un’anima che poi è cuore
mentre io imparo a non chiamare amore
solo un intreccio di parole e suoni

 

Francesca Canobbio è nata a Genova nel 1978, dove risiede. I suoi versi si possono trovare sul suo blog ufficiale http://asfaltorosa.wordpress.com, dove ha incominciato a scrivere nel 2006, da neofita, coltivando sempre più la passione per la poesia e le lettere, che l’ha spinta a partecipare a numerosi reading ed iniziative artistico-culturali in cui è tuttora attivamente coinvolta. Partecipa in qualità di autrice alla rivista artistico-sociale “Capitalismo-organo ufficiale dell’era contemporanea”,
http://capitalismorivista.wordpress.com  .
Suoi testi sono reperibili sul blog di Francesco Marotta “La dimora del tempo sospeso” e sul blog collettivo “Viadellebelledonne”.

[Novità Editoriale] Il Dolore Dell’ombra – Fabio Puliatti

Il Dolore Dell’Ombra, Fabio Puliatti
Aletti Editore, 2011


L’autunno del verbo

Una madre si è nascosta dietro un muro
mentre il gelo piange sulle mani vuote
la sua bocca si fa piena di silenzi
e il soffitto s’ingiallisceper il fumo.
Una madre all’altro lato della vita
con la spina della radio dritta in vena
ora che vorrei parlarle ha rinunciato
e un abbraccio s’ingiallisce in una foto.

Sepolto nel di un sabato qualunque

Le mura di questo mio male ad ogni mio inverno divengon più strette
è poco lo spazio che ormai neppure le ali riesco a spiegare
e perdo ognimia fantasia spiando dal basso la vita dei vivi
nel tempo che inventa torture e beffardo mi nega l’onor della morte.
Diamante sepolto non brilli, nessuno saprà del tuo ricco splendore
sei specchio svezzato dal buio nel buio disperdi il tuo sordo dolore.
Nei sabati dei passi e baci i sogni allattati saranno futuro
io odio piangendo a dirotto perchè nelle lacrime possa affogare.

I miei frutti

Le mie vene son radici
per il passo mai compiuto
e le dita come rami
urlanti verso l’infinito
giungon sogni pigolanti
per far cantico di vita
poi stormiscono  e i miei frutti
cadon persi nel silenzio.

Fabio Puliatti nasce a roma il 10 dicembre del 1982.
Sensibile all’arte e raffina il suo dire dalla musica, cantante rap dalla voce meravigliosa, alla fotografia per soffermarsi alla scrittura.
Il dolore dell’ombra è il suo esordio letterario.

Un sorriso per Natale

[Questo evento fa parte della “Smasher Fest” (Eventi sociali e culturali nel periodo natalizio, promossi dall’Associazione Smasher)!]

L’Associazione Smasher (con la partecipazione del suo gruppo editoriale Edizioni Smasher) e il progetto “La Casa del Sorriso”, sono lieti di annunciare quanto segue:

Tutti hanno diritto ad un sorriso ed è per questo che vogliamo regalarne tanti, a TUTTI I BAMBINI – DA 0 A 157 ANNI! – con una bellissima e TOTALMENTE GRATUITA iniziativa!

Invitiamo i vostri bambini a scrivere la loro letterina per Babbo Natale, indirizzandola all’Associazione Smasher e specificando il vostro indirizzo. OGNI LETTERINA RICEVERA’ UNA RISPOSTA, contenente un breve racconto che, speriamo, possa portarvi un grande sorriso e tanta gioia! Ci teniamo a ribadire che il tutto sarà per voi ASSOLUTAMENTE GRATUITO! Le Edizioni Smasher gestiranno autonomamente le spese di stampa e spedizione dei racconti, senza richiedere nulla né a voi, né a nessun altro!
Questo perché le Edizioni Smasher si occupano di editoria no profit con lo scopo di utilizzare i ricavati per reinvestirli in azioni di utilità sociale, a favore della collettività.

Riceverete, dunque, un racconto tra due che verranno scritti da Mari Cutugno e Valeria Vaccaro.

Qui di seguito vi indichiamo istruzioni più dettagliate e il link di riferimento per questo evento.

SCRIVETE LA VOSTRA LETTERA esprimendo i vostri desideri… E poi speditela in busta chiusa a:

Babbo Natale
c/o Associazione Smasher
Via Isonzo, 37/1 D int. 3
98051 Barcellona P.G. (ME)

Non dimenticate di scrivere il vostro indirizzo e i vostri recapiti. Vi assicuriamo che Babbo Natale risponderà a tutti, la cosa importante è non avere più di 157 anni… Potete anche inviargli i vostri disegni o le vostre fotografie! E speriamo che possa accontentare anche i vostri sogni!

Buon Natale piccoli dolci Amici!

 

Inedito – Antonella Taravella

Quattro atti per la parola : dalla terra – ai ricordi


I

Il rumore dell’acqua, riporta sul bordo le cose
il tiepido vitello da sgozzare e l’amore-agro
che agli occhi rotola a lato come il sangue,
nell’amalgama di fango che arriccia le punte dei piedi
poi mancano le ore, a questa terra a cui tutto si toglie
quando arriva il vento, sradica il sonno dalle palpebre

-e delle preghiere abbiamo solo ombra-


II

Si pulisce con la mano invasa, ogni tratto di riva
l’impero di rami, una selva che raccapriccia e che chiude
i germogli dei fiori, in un respiro-crocevia di segni

e l’aria s’ammala, stacca i pollici alle parole
dove perdiamo il troppo estratto dai giorni

nel rosario manca un grano-salvandoci

mastichiamo la polvere che s’appende al buio

 

III

La notte ha occhi limpidi, una sorgente che l’aria non scrive
si nasconde sorridendo fra i capelli e i fiori secchi,
nel rammendo dei bordi morbidi delle gonne,
appena sotto le ginocchia si disegnano punteggiature di freddo
ad ogni voce si lascia una lacrima, che stacca il passato
dalle cime di certi chicchi di nebbia

la coerenza della neve non ha l’età, che rimedia all’intaglio


IV

L’increspo disegnato dalle nuvole crea buchi al cuore,
una mancanza di respiri che s’inerpica e nasconde
nella mano destra-umida di piogge mancate

domande salgono sui grembi acerbi d’alberi sfrangiati di noia
e si fa fatica nella lontananza, la terra gratta la memoria

-come onde convulse/ammaestrate dai sogni-

L’erotismo è arte. #10[Ruth Bernhard]



Biografia:

Ruth Bernhard nasce a Berlino il 14 ottobre 1905. Il padre, Emil Kahn, noto con lo pseudonimo di Lucian Bernhard , fu uno dei più importanti graphic designer tedeschi della prima metà del Novecento, famoso per i poster propagandistici realizzati per la Grande Guerra, ma anche e soprattutto per la sua opera di progettazione di ben 35 diversi tipi di caratteri tipografici, tra cui il “Lucien” (che prende appunto il suo nome), il “fashion” e il “tango”.

Ruth, dunque, seguendo le orme del padre, studia presso l’ Accademia d’Arte di Berlino negli anni tra il 1925 e il 1927, dopodicché si trasferisce a New York, città in cui vivrà e svolgerà la sua carriera artistica, iniziando dapprima a lavorare come assistente di Ralph Steiner, presso il “Delineator”, uno dei principali fashion-magazine, destinato ad un pubblico prevalentemente femminile; successivamente si dedicò alla realizzazione del primo catalogo dedicato all’arte della fotografia, presentato in occasione dell’exhibition intitolata “The Art of The Machine” per conto del (MoMA) Museum of Modern Art di New York City.
Nel 1944 inizia una intensa storia con l’artista e fotografa Eveline (Evelyn) Phimister, con la quale dividerà i successivi dieci anni di carriera e vita privata.
Ruth lavora quasi esclusivamente in bianco e nero, che le permette di esaltare i giochi di ombra e luce sulla nudità dei corpi, ma è bene ricondare che anche i suoi lavori sul colore raggiunsero risultati altrettanto eccellenti.
Ruth Bernhard morì a San Francisco all’età di 101 anni.

Per approfondimenti, consiglio il seguente link: http://www.womeninphotography.org/ruthbernhardAA.html

[Novità Editoriale] La Fame – Chiara Catapano

La Fame, Thauma Edizioni
2011


(madre padre)

Porto sulla pelle il nome affiliato di mia madre
sono ricorrenza calcificata delle sue viscere
ho le sue rughe precoci
a squadrarmi una via ragionevole
in mezzo alle sterpaglie
e rimozione algebrica
(non posso essere 1+1=2DNA sommati nella pancia)
Schiudo la porta all’uscio di mio padre
la maniglia lucida
di fatiche chiuse all’angolo

Nel cuore rosso d’uovo
graffio la parte cedevole
a crearmi un varco
luogo impreciso da non far quadrare i conti
luogo che sia vera privazione
dove alcuna gravità attecchisca alle pareti
I miei pranzi trafugati
alla giornata
sono fuoco negli occhi di mio figlio
C’è qualcosa che devo pur
abbandonarmi dietro
alla rinfusa
tirare dritta per la strada d’abbandono
Un figlio è un patibolo di vita
cui diligentemente offrire il collo
lasciarsi sgorgare in un fuori di battaglia

Alla durezza d’osso che copri    (a Creta)
con le tue bianche parole
sei così interamente condivisa
che spaventi
come una madre aperta al parto.
non ti sorprendere il sollevamento
e lo schianto nel cuore
di crudo melograno?
Capisci di cosa sto parlando?
Parlo di radici, quelle che mi escono
di bocca in ogni ieri.

Se questo mondo preme e tu
mi pieghi libellula all’acqua
ancora non capisco ma provo per poco
la giusta proporzione
da ripartirmi pezzo pezzo
ci fosse quasi un intero
cui crearsi pratica di qualche immunità,
perchè ho sempre troppe parole
da passarmi al setaccio delle mani
ripulirle all’osso
rendere riassunto di un’azione
-un verbo-
più confortevole al passaggio di tutte
le reliquie sacre della terra

[Novità Editoriale] L’eresia del pianto – Tiziana Tius

L'eresia del pianto - Tiziana Tius - Thauma edizioni 2011

*
Nell’ansa di me stessa
il prolungamento del respiro
occhi se ne avessi
direbbero che han visto.
*
Mi partorisco ad ogni amplesso
dove il sangue non giunge
ho lacrime da scorrere.
*
Mi sono tolta le mani
dentro il sogno che non ti vede
ma il labbro sa della tua presenza
e scalpita la lingua in fremito
lancia alla gola segnali di saliva
muovi le cosce veloci al vento
che ci spinge fuori dal cielo
e il sogno cade sulla punta
dell’albero felice.
*

Rivoltami la carne
con denti allargati
sottrai il fulcro del verbo
e rimandami nel letto del fiume
fui acqua ancor prima di parola
corteccia che ogni notte incidi
fino all’alba, poi ritorno carne
da rivoltare.

Blog personale di Tiziana Tius:

http://tizianatius.wordpress.com/

L’erotismo è arte #8: Ellen Von Unwerth

Ellen von Unwerth
(Francoforte, 1954) è una fotografa e regista tedesca, specializzata nell’erotismo femminile. In passato ha lavorato come modella per dieci anni prima di spostarsi dietro la macchina fotografica ed attualmente crea fotografia di moda e pubblicitaria.
Ellen von Unwerth è divenuta celebre per un servizio da lei realizzato su Claudia Schiffer per la Guess?. Le sue fotografie sono state pubblicate su riviste come Vogue, Vanity Fair, Interview, The Face, Twill, Arena, L’Uomo Vogue ed I-D, e lei stessa ha pubblicato numerosi libri fotografici. Nel 1991 ha vinto il primo premio al Festival internazionale della fotografia di moda.
Von Unwerth ha realizzato il materiale promozionale per i Duran Duran dal 1994 al 1997, oltre ad aver scattato alcune fotografie per i loro album Liberty del 1990 e Medazzaland del 1997. Ha inoltre realizzato le copertine per numerosi altri dischi come Pop Life delle Bananarama (1991), The Velvet Rope di Janet Jackson (1997), Saints & Sinners delle All Saints (2000), Life for Rent di Dido (2003), Blackout di Britney Spears (2007), Back to Basics (2006) e Keeps Gettin’ Better – A Decade of Hits (2008) di Christina Aguilera e Rater R di Rihanna.
Von Unwerth ha anche girato alcuni cortometraggi per stilisti e video musicali per numerosi cantanti Pop. Ha inoltre curato la regia degli spot pubblicitari di aziende come Revlon, Clinique, Equinox ed altri.

[bio wia web]

Grow di Dario Radi

Mentre stavo scongelando il cassetto del freezer, nel frigorifero, con le mani bagnate e fredde, ho ritrovato la scatolina che una volta avevo nascosto dietro il cassetto del tavolo. Quel tavolo che avevo piantato sotto la quercia e che col tempo aveva messo sui rami gemme e germogli a forma di forchette e coltelli. Nella scatola che avevo in mano, nelle mie mani bagnate e fredde, conservavo le biglie di vetro, le figurine dei calciatori, un’automobilina di metallo, le forcine che rubavo dai tuoi capelli e i rami che ogni sei mesi tagliavo all’alberello che tenevo fuori casa. Anche i miei boccoli, i miei capelli e i boccoli dei miei capelli lasciavo nella scatola, dopo che me li tagliavo con le forbici di mia madre. I miei capelli erano castani. C’era anche una caramella al limone, di quelle frizzanti e chissà da quant’è che era lì eppure la mangiai lo stesso. Che buona che era! Tra le figurine, quelle dei calciatori, c’era proprio quella che una volta mi fece correre a casa dopo averla trovata nella busta appena strappata e aperta. Era la figurina di un portiere (mi piacevano loro e i difensori, gli attaccanti non li ho mai sopportati e li sdegnavo) e corsi a perdifiato a casa per metterla nell’album, a riempire quel rettangolo bordato e numerato per poi vedersi arricciolare la carta lucida che staccavo dalla figurina. Finalmente l’avevo trovato e potevo finire la formazione di quella squadra! E mentre correvo vidi la torre dove si era messa la vecchietta a sparare col suo fucile alle persone sotto di lei. Urlava e delirava e intanto i botti che uscivano dalla canna grigio scura coprivano la sua voce. I poliziotti si nascondevano dietro le loro macchine bianche e nere e cercavano di colpire i proiettili con racchette da tennis e mazze da baseball. Qualcuno di loro venne colpito nel tentativo di controbattere e stramazzò a terra chiedendo se fosse tutto vero. Io svicolai tra gli alberi del palco, non potevo morire proprio adesso che avevo finalmente trovato il giocatore che mi mancava. Arrivai trafelato e col fiatone a casa e salii in camera mia senza rispondere alle domande di mia nonna, che dormiva appoggiando i gomiti al tavolino e ogni tanto scivolava giù, fino quasi a battere il mento sul legno. Quale delusione fu la mia, però, scoprendo che avevo già quella figurina e il sorriso di quel portiere dalla maglia grigia a maniche lunghe già se ne stava sulla carta patinata e adesiva. Come potevo avere fatto quell’errore? Fino a pochi mesi prima non sarebbe potuto accadere, e invece adesso mi ritrovavo seduto sul bordo del letto con le mani che stringevano una scatola di legno dal coperchio aperto. Le mie mani bagnate e fredde sulle quali contai 31 gocce d’acqua che scivolavano fino ai gomiti. Quando arrivai a 31 capii che oh sì un giorno sarei tornato bambino e sarei tornato di corsa all’albero dove ci scambiavamo le figurine, passando di nuovo davanti a mia nonna e finalmente capace di urlarle il mio odio, spiegando alla vecchietta sulla torre che non c’è bisogno di arrivare a toccare quasi il cielo e da lì mettersi a difendersi da tutto e da tutti, che tutto è molto più semplice di quanto sembra. Quando arriverò alla quercia dove ci scambiavamo le figurine avrò in mano il portiere che già avevo attaccato sull’album e chiederò a Gianni di scambiarlo con quell’attaccante che mi manca, finalmente ammettendo, soprattutto a me stesso, che ho bisogno di un maledetto attaccante per poter finire l’album.

blog personale:

http://avtarkeia.splinder.com/