Antonella Gargano

proSabato: Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

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Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

A sera lasciavo l’edificio sempre per ultimo, dovevo consegnare le chiavi al portiere e quando ero al portone, prima di mettermi sulla via di casa, mi restava ancora da ripensare al lavoro fatto – dovevo poter essere certo di aver messo agli atti e chiuso nei cassetti tutte le pratiche e di aver anche annotato gli impegni e gli appuntamenti nelle agende dei miei superiori. Qualche volta tornavo indietro agitato e ricontrollavo ancora tutto quello di cui mi era stata affidata la responsabilità.
Ero sempre stanco quando andavo a casa, stanco come le strade nelle quali veicoli e uomini si perdevano nella polvere; non udivo quasi gli ultimi rumori, né il vento che si alzava nel parco, e gli uccelli che con limpidi gridi sfrecciavano sopra i tetti, volando incontro al crepuscolo fino alle colline e alle vigne ai margini della città,
Il mio cammino mi portava attraverso il centro della città.
Nelle vetrine entravano le ombre e nascondevano gli oggetti che vi erano ammucchiati, ma di tanto in tanto già si accendevano luci al neon e sospingevano contro le facciate l’oscurità che stava calando. La luce colorata fluiva oltre i marciapiedi sulla strada e dai tetti più alti le réclame luminose intrecciavano un dialogo con le scritte lucenti delle stelle che dapprima affioravano pallide dal cielo e poi si avvicinavano grandi e luccicanti.
Una sera d’estate, quasi senza accorgermi che mi ero fermato, mi ritrovai davanti a una vetrina e, benché spinto a proseguire da una lieve brezza, indugiai distratto, catturato in un guardare rivolto più all’interno che all’esterno.
Avvolti in carta trasparente mi si mostravano alla vista pacchetti piccoli e pacchetti più grandi, irregolari nella forma e legati da nastri che, come mossi da un vento, tremavano dietro il vetro. Fatto più attento, arretrai fino al margine del marciapiede per cercare l’insegna, ma non riuscii a trovarla; anche il nome del proprietario mancava. Accanto alla vetrina stava appoggiato, nel vano della porta aperta, un uomo, la pipa spenta all’angolo della bocca e le braccia incrociate sul petto. Le sue maniche e i risvolti della sua giacca erano logori e consumati da troppa luce o da troppo buio. Poteva essere il venditore, un uomo che la mancanza di interesse dei passanti aveva reso privo di interesse per il suo negozio, giacché sembrava così occupato con se stesso, come se ormai da lungo tempo gliene offrissero la possibilità.
Pensai che potevo senz’altro pregarlo di farmi entrare e mostrarmi alcuni degli oggetti, per quanto mi fosse venuto in mente che avevo con me poco denaro – in ogni caso, anche se ne avessi portato con me di più, non mi sarebbe venuto in mente di comprare qualcosa; del resto non sapevo neppure che cosa si vendesse in quel negozio. Ma, oltre a tutto questo, era assolutamente impensabile per me fare acquisti non pianificati, poiché allora molto coscienziosamente mettevo da parte quasi tutto il mio stipendio, per poter andare d’inverno in montagna – a essere esatti, neppure per andare in montagna; questo era quanto dicevo a tutti i miei amici. Risparmiavo perché mi premeva risparmiare; lavoravo perché mi premeva lavorare; non mi concedevo nulla perché mi premeva non concedermi nulla, e facevo progetti perché mi sembrava giusto fare progetti.
Mi tolsi il cappello e mi avvicinai al venditore.
“La Sua vetrina è male illuminata”, dissi con aria di rimprovero. “Vorrei vedere questi oggetti con una luce migliore”.
“Cos’è che vuole vedere con una luce migliore?”, chiese lui con una voce morbida ma ironica. (altro…)

Ingeborg Bachmann, Il tempo prorogato

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La prima raccolta in volume di poesie di Ingeborg Bachmann, Die gestundete Zeit (Il tempo prorogato), fu pubblicata 60 anni fa, nel dicembre 1953. La lettura e l’ascolto dei testi − in quegli anni Bachmann collaborava, tra l’altro, con Radio Bremen e dai microfoni dell’emittente ebbe occasione di leggere molte delle poesie che andava componendo − conferma ancora oggi quello che, all’indomani della pubblicazione della raccolta, il critico Gunter Blöcker, come ricorda Antonella Gargano nel saggio Tra il possibile e l’impossibile: la sfida di Ingeborg Bachmann, vi aveva individuato come caratteristica della lirica bachmanniana, non assente, peraltro, dalla sua prosa: l’intrecciarsi e sovrapporsi di concretezza e astrazione, la capacità, in altre parole, di «dare figura all’astratto.» Nel volume Il pensiero raccontato. Saggio su Ingeborg Bachmann (Laterza 1995), Aldo Giorgio Gargani mette in rilievo, in queste liriche,  l’uso di avverbi temporali (per menzionarne alcuni: bald, presto, schon, già, nicht mehr, non più), che si riferiscono al mondo da rappresentare eppure indicano al contempo una scadenza (Frist). «Die gestundete Zeit della raccolta delle liriche della Bachmann vuol significare che il tempo non è il neutro e lineare scorrere indifferente di istanti, ma è un tempo che esige prese di posizioni, decisioni, dunque che è un tempo urgente. L’urgenza del tempo è tutt’uno con l’impegno etico della scrittura della Bachmann.» (L’affermazione di Gargani è a pagina 13 del testo menzionato). Dalla raccolta Die gestundete Zeit ho scelto due testi, che riporto qui di seguito nell’originale e nella mia traduzione. (amc)

 

Die gestundete Zeit

Es kommen härtere Tage.
Die auf Widerruf gestundete Zeit
wird sichtbar am Horizont.
Bald mußt du den Schuh schnüren
und die Hunde zurückjagen in die Marschhöfe.
Denn die Eingeweide der Fische
sind kalt geworden im Wind.
Ärmlich brennt das Licht der Lupinen.
Dein Blick spurt im Nebel:
die auf Widerruf gestundete Zeit
wird sichtbar am Horizont.

Drüben versinkt dir die Geliebte im Sand,
er steigt um ihr wehendes Haar,
er fällt ihr ins Wort,
er befiehlt ihr zu schweigen,
er findet sie sterblich
und willigt dem Abschied
nach jeder Umarmung.

Zieh dich nicht um
Schnür deinen Schuh.
Jag die Hunde zurück
Wirf die Fische ins Meer
Lösch die Lupinen.

Es kommen härtere Tage.

Il tempo prorogato

Verranno giorni più duri
Il tempo prorogato revocabile
appare all’orizzonte.
Presto dovrai allacciare la scarpa
E ricacciare i cani nei cortili,
ché le interiora dei pesci
si sono raffreddate al vento.
Arde misera la luce dei lupini
Il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia:
il tempo prorogato revocabile
appare all’orizzonte.

Dall’altra parte ti affonda l’amata nella sabbia,
sale sui suoi capelli svolazzanti,
le tronca la parola,
le ingiunge di tacere,
la trova mortale
e acconsente all’addio
dopo ogni amplesso.

Non ti cambiare
Allacciati la scarpa
Ricaccia indietro i cani.
Getta i pesci nel mare,
Spegni i lupini.

Verranno giorni più duri.

Ingeborg Bachmann (qui per ascoltare il testo letto dall’autrice)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Alle Tage

Der Krieg wird nicht mehr erklärt,
sondern fortgesetzt. Das Unerhörte
ist alltäglich geworden. Der Held
bleibt den Kämpfen fern. Der Schwache
ist in die Feuerzonen gerückt.
Die Uniform des Tages ist die Geduld,
die Auszeichnung der armselige Stern
der Hoffnung über dem Herzen.

Er wird verliehen,
wenn nichts mehr geschieht,
wenn das Trommelfeuer verstummt,
wenn der Feind unsichtbar geworden ist
und der Schatten ewiger Rüstung
den Himmel bedeckt.

Er wird verliehen
für die Flucht vor den Fahnen,
für die Tapferkeit vor dem Freund,
für den Verrat unwürdiger Geheimnisse
und die Nichtachtung
jeglichen Befehls.

Tutti i giorni

La guerra non è più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
si è fatto quotidiano. L’eroe
resta distante dalle battaglie. Il debole
è avanzato nelle zone di fuoco.
L’uniforme del giorno è la pazienza,
l’onorificenza la stella dimessa
della speranza all’altezza del cuore.

Viene conferita
quando non succede più nulla,
quando smette di martellare l’artiglieria,
quando il nemico è diventato invisibile,
e l’ombra di armamento perenne
copre il cielo.

Viene conferita
per la fuga dinanzi alle bandiere
per la prodezza dinanzi all’amico,
per lo svelamento di segreti indegni
e la non osservanza
di qualunque comando.

Ingeborg Bachmann (qui una registrazione del 1953: Ingeborg Bachmann legge Alle Tage)
(traduzione di Anna Maria Curci)

Ingeborg Bachmann, Il sorriso della sfinge

Ingeborg Bachmann, Das Lächeln der Sphinx. Copertina del n. 9 (settembre 1994) della rivista "du"

Ingeborg Bachmann, Das Lächeln der Sphinx. Copertina del n. 9 (settembre 1994) della rivista “du”

Già in passato “Poetarum Silva” ha proposto alla lettura e all’ascolto testi di Ingeborg Bachmann. Oggi, nel quarantesimo anniversario della sua morte, avvenuta a Roma il 17 ottobre 1973, la scelta è caduta su un racconto, Das Lächeln der Sphinx (Il sorriso della sfinge), che apparve per la prima volta il 25 settembre 1949 nella “Wiener Tageszeitung” (n. 224). Si tratta, dunque, di una prosa la cui stesura è coeva all’esordio lirico (1948) di Ingeborg Bachmann e che precede di qualche anno la sua partecipazione, nel maggio 1952, alle sedute del “Gruppo 47”. Per lungo tempo ignorata, ripropone l’annosa questione – questione liquidata spesso con un’alzata di spalle, con giudizi tranchant o con affermazioni che non esito a definire di maniera – del rapporto tra lirica e narrativa nella scrittura di Ingeborg Bachmann. Come osserva Antonella Gargano nel saggio Tra il possibile e l’impossibile: la sfida di Ingeborg Bachmann, postfazione alla raccolta di racconti da lei curata per i tipi della Cronopio, «la collocazione della vicenda fuori dal tempo e in uno spazio indefinibile […] non esclude, anzi, rende ancora più inquietante una possibile lettura ‘storica’». Una lettura storica, dunque, che, ai nostri occhi, è insieme confronto dell’autrice con il passato prossimo alla data di composizione del racconto e messaggio profetico di enigmatico rigore. (amc)

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Il sorriso della sfinge

In un’epoca nella quale tutti i governanti erano minacciati – spiegare in cosa consistesse questa minaccia è inutile, in quanto le minacce hanno contemporaneamente troppe cause e nessuna – il sovrano del paese, di cui parleremo, fu assalito da inquietudine e insonnia. Non che si sentisse minacciato “dal basso”, dal suo popolo; la minaccia veniva dall’alto, da richieste e ordini non detti, che credeva di dover eseguire e che non conosceva.
Quando poi il sovrano fu messo a conoscenza della comparsa di un’ombra sulle strade di accesso al suo castello, gli s’impose la convinzione che, per poterla combattere, avrebbe dovuto evocare e chiamare in vita quell’ombra che forse nascondeva la minaccia. E subito s’imbatté nell’ombra che gli era stata annunciata; era difficile risalire da essa alla figura che la proiettava, poiché era troppo grande per poterla abbracciare con lo sguardo. All’inizio il signore non vide altro che un gigantesco animale che si trascinava lentamente per la contrada; in seguito gli riuscì di scoprire, nel punto in cui supponeva fosse la testa, un viso schiacciato, largo, appartenente a quell’essere che a ogni istante poteva aprire la bocca e porre domande per cui da secoli davanti a lui tutti fallivano, restavano senza risposta ed erano perduti: il re aveva riconosciuto la strana, temibile sfinge, con la quale doveva lottare per la sopravvivenza del paese e della sua gente. Egli dunque aprì per primo la bocca e la sfidò a sfidarlo.
“L’interno della terra è inaccessibile al nostro sguardo”, lei cominciò, “ma voi dovete guardarvi dentro e mostrarmi le cose che essa nasconde e informarmi sul suo fuoco e sulla sua consistenza”
Il signore sorrise e ordinò ai suoi sapienti e alla sua gente di attaccare il ventre della terra, trapanarlo, portare alla luce i suoi segreti, misurare ogni cosa e trasformare ciò che era stato trovato nelle formule più sofisticate, la cui precisione era inimmaginabile. Egli seguì personalmente l’andamento del lavoro che prendeva forma in meravigliose tabelle e in libri voluminosi.
Arrivò così il giorno in cui il signore poté ordinare al suo seguito di presentare il lavoro svolto. La sfinge non poté fare a meno di ammettere che il lavoro era stato realizzato in mondo perfetto e ineccepibile; a molti tuttavia sembrò che esprimesse troppo poca considerazione per i risultati. Ma nessuno poté dire di lei che non si fosse comportata correttamente.
Se alcuni ancora pensavano che ora sarebbe divenuto palese che la sfinge aveva soltanto voluto cullare il re in un’illusione di sicurezza, per poi far saltar fuori una trappola nella formulazione dell’enigma, i loro timori adesso furono dissolti. Anche la seconda domanda era formulata in modo equivocabile e semplice. Il mostro, quasi privato della sua forza magica, ordinò, pacato, che ora tutti si dessero a catalogare le cose che ricoprivano la terra, comprese, le sfere che la circondavano. Questa volta gli scienziati con la loro squadra fecero ancora di più. Alle annotazioni allegarono un’indagine incredibilmente minuziosa dell’universo, che conteneva tutte le orbite planetarie, tutti i corpi celesti, passato e futuro della materia, con la segreta, malevola gioia di anticipare in questo modo una terza domanda della sfinge.
Anche al re sembrò escluso che potesse restare ancora qualcosa da chiedere, e consegnò la soluzione con un senso crescente di trionfo. La sfinge aveva abbassato le palpebre oppure era senza sguardo? Con circospezione il sovrano cercò di leggere nelle espressioni del suo volto.
La sfinge si prese tanto tempo per porre la terza domanda che tutti cominciarono a credere di aver vinto, con il loro grande zelo nel rispondere alla seconda domanda, la sfida mortale. Ma quando percepirono un lieve tremore sulla sua bocca, restarono come impietriti, senza saper dire perché.
“Cosa mai si nasconde negli uomini di cui sei sovrano?” chiese lei mentre il re era assorto nei suoi pensieri. Il re aveva voglia di rispondere all’istante con una facezia, per salvarsi, ma vi rinunciò giusto in tempo e convocò un consiglio. Incitò i suoi uomini al lavoro e si adirò con loro perché si facevano incitare. In una serie di esperimenti cominciarono a denudare gli individui; estirparono loro ogni senso del pudore, li costrinsero a confessioni che miravano a portare alla luce le scorie della loro esistenza, disarticolarono i loro pensieri e li ordinarono in serie infinite di numeri e di segni.
Non se ne vedeva la fine, ma essi non ne facevano parola, poiché il re girava comunque per i laboratori, come se non gli ispirassero la minima fiducia ed egli pensasse a un procedimento più rapido e più efficiente.
Questa supposizione trovò conferma un giorno, quando fece chiamare gli scienziati più importanti e i funzionari più capaci, ordinò l’immediata interruzione dei lavori e in sedute segrete illustrò loro alcune idee, il cui contenuto non fu comunicato ad altri, benché tutti, subito, fossero colpiti dalle conseguenze.
Poco dopo un’ordinanza raccolse la gente, a gruppi, in luoghi nei quali erano state installate ghigliottine estremamente sofisticate, a cui ciascuno, con estrema precisione, veniva chiamato individualmente e portato dalla vita alla morte.
La rivelazione che questo procedimento produsse fu così convincente da superare le aspettative del re; e tuttavia egli non esitò, per amore di perfezione e completezza, a indurre anche gli altri uomini, che gli erano stati utili per l’allestimento e l’installazione delle ghigliottine, a consegnarsi alle macchine, per non mettere in pericolo la soluzione dell’enigma.
Chino e muto per l’attesa, il re comparve davanti alla sfinge. Vide la sua ombra distendersi come un mantello sopra i morti che ora non esprimevano ciò che c’era da dire, poiché l’ombra si era stesa sopra di loro per prenderli sotto la sua custodia.
Il re, con respiro affannato, intimò alla sfinge di sollevarsi per ricevere la sua risposta, ma con un gesto lei gli diede a intendere che non era necessario; lui aveva trovato anche la terza risposta, era libero, la sua vita e quella del suo paese erano nelle sue mani.
Sul suo volto passò un’onda, sollevata da un mare di arcani. Poi sorrise e si allontanò, e quando il re ripensò a tutti quegli avvenimenti lei aveva già varcato i confini e abbandonato il suo regno.

Ingeborg Bachmann, Il sorriso della sfinge, Racconti. A cura di Antonella Gargano, Cronopio, Napoli 2011, pp. 23-26

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Qui di seguito i link ad alcuni dei contributi alla lettura di Ingeborg Bachmann pubblicati su “Poetarum Silva”

“La Boemia è sul mare” di Ingeborg Bachmann

“Lasciapassare” di Ingeborg Bachmann

Tra le righe n. 14: Ingeborg Bachmann