antologia

Donne. Racconti al femminile, a cura di Narda Fattori

donne_cop

Donne. Racconti al femminile. A cura di Narda Fattori. Prefazione di Giovanna Gazzoni, Pazzini editore, 2012

(a Narda Fattori)

Mi cullo in quello che di me dicevi:
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.

Anna Maria Curci

Meno conosciuta, ma non per questo meno pregevole, è l’attività che Narda Fattori ha svolto come conduttrice di laboratori di scrittura. Ne dà testimonianza l’antologia Donne. Racconti al femminile, curata da Narda Fattori e scaturita dalla sua “vocazione pedagogica”, da un talento fattivo e generoso, nutrita dall’intento, anche questo perseguito con tenace coerenza, di rendere reale condivisione, tanto pensosa quanto operosa, quella benedetta “spudoratezza”, elemento fondamentale della scrittura accanto alla conoscenza di sé. Della “spudoratezza” Narda ebbe modo di scrivere in un’intervista del 2004, pubblicata sul sito della casa editrice Fara, con la quale era uscita in quell’anno la raccolta Verso Occidente: «Ecco cosa intendo per “spudoratezza”.
Non credo esista niente di inesprimibile. Almeno per un poeta. Le parole si formano nella mente come volute di fumo da una sigaretta, si distendono, e chi scrive è poco più di un manovale.
Poi c’è il lavorio per dare pazienza all’urgenza: il labor limae credo sia il ritorno su parole, suoni e timbri che senti imperfetti, non chiaramente fedeli a quella voluta che ti saliva dalla gola e ti scendeva dal pensiero. È il lavoro dell’intellettuale.»
I racconti brevi raccolti in Donne sono nati nel corso del laboratorio “Scrivere allunga la vita”, patrocinato da Italia Nostra, svoltosi dall’ottobre 2009 all’aprile 2011 e condotto da Narda Fattori. Sono testi molto diversi tra loro per stile e per genere di scrittura, accomunati tuttavia dal prendere le mosse da un ricordo, dall’evocazione di un luogo, di un oggetto, per narrare, come scrive al plurale Giovanna Gazzoni nella prefazione, intitolandola così, Le vite delle donne.
Va sottolineata la scelta del ‘noi pensante’, operata dalle autrici all’atto della pubblicazione. I trentotto racconti e la poesia che compongono Donne sono stati sì scritti da Narda Fattori, Mariangela Barbone, Stefania Bolognesi, Antonella Brighi, Loretta Buda, Natalia Fagioli, Elisabetta Leoni, Ondina Martini, Anna Rosa Pedrelli, ma non è dato associare il singolo testo al nome dell’autrice. La coralità delle voci è dunque intenzionalmente anteposta alla melodia di ciascuna. Riconosco anche in questo aspetto l’amore di Narda Fattori per la conversazione ininterrotta con l’altro da sé – nella piena conoscenza del sé – così come il suo vigoroso sì alla costruzione comune del pensiero. (Anna Maria Curci)

*

Sospiria

La maestra ha accompagnato i bambini all’ingresso, li ha affidati ai genitori o a chi per loro purché delegati.
Quella della consegna è un’operazione delicata che lei esegue con cura certosina, prima verifica che la persona che ha di fronte sia legittimata al ritiro, poi passa la mano del piccolo, al padre, alla madre o a chi per loro.
In quel momento rimpiange i tempi in cui, al suono della campanella, gli alunni arrivavano al portone e, liberando la sfrenatezza proibita in classe, si disperdevano vocianti sul piazzale che in pochi minuti risultava deserto.
Torna verso la sua classe con un pensiero fisso che si esprime in una parola: quiete!
– Voglio un po’ di quiete – pensa la signorina Sospiria; vorrebbe urlarlo ma non può, l’atrio è già carico di una vibrante tensione; percorre il corridoio con un’andatura concisa, esaltata da un tacco 8, inadeguato per le sue corte gambette.
Dalle aule della 5 A e B risalta l’odore acre dei detergenti che Gemmina, la collaboratrice scolastica, sta usando a profusione; uno sperpero di prodotto dovuto alla fretta. Alle 13.50 lei smonta e, dove non bastano la forza e la rapidità delle braccia, spande detersivo. La maestra sente che la schiena si flette in avanti, la drizza, protende il collo per dare sollievo alle vertebre cervicali e procede verso la sua classe. Toc, toc – toc, toc, l’inconfondibile rumore dei suoi tacchi risuona lontano nel corridoio e copre il borbottio che sbotta dalle sue labbra perfettamente congiunte:
quiete agognata,
quiete ambita,
quiete suprema.
Guarda davanti a sé, il corridoio contiene a stento la sua stanchezza. È sola, veramente qualcuno c’è, ma lei non lo vede, nella sua testa rumoreggia una sola parola: quiete.
Inavvertitamente riprende il suo delirio verbale:
quiete sognata, sperata, aspirata, consegnata, digrignata.
Una sosta per raccogliere un foglio da terra, poi riprende il suo tragitto; come uno scolaro che calcola con le dita lei giocherella con le sue facendole tamburellare sulle labbra ormai sverniciate, poi riprende il suo salmodiare:
quiete dolcissima,
quiete prudentissima,
quiete clemente,
quiete potente, e non si accorge che il collega Ripetti la fissa turbato.
A metà corridoio comincia a cantare una nenia, coccola la sua parola, che, secondo lei, sta crescendo facendosi tutta maiuscola. Sulla porta della III C, la collega Ginevri la guarda non vista. Quella parola si allarga e si allarga, lei la accomoda fra le braccia, la dondola sillabando con affetto.
Velocizza il passo, ma l’altezza del tacco ostacola l’accelerazione; stringe al petto la sua quiete; tenendo il testone della Q sul braccio si compiace dell’enigmatico sorriso a U.
Nell’aula, la luce accecante del mezzogiorno la ferisce, stringe un poco le braccia, si china sulla sua parola per crearle una penombra rassicurante.
Raggiunge la sedia, sposta con la punta del piede la borsa a fianco della cattedra, si siede, appoggia la parola sulle sue ginocchia trattenendola teneramente con le braccia e la guarda con insuperato affetto, poi appoggia la fronte sul tavolo. Sospira la signorina Sospiria e declina nuovi attributi
quiete inespressa,
quiete sconfinata,
quiete generosa e non si rende conto che Ripetti e la Ginevri, muti e pensierosi, la osservano dal vano della porta.
– Stai bene? – si sente chiedere. Lei si drizza di scatto, allenta la presa e la parola, la quiete agognata che si stava concretizzando rotola su se stessa e cade con un rumore secco sul pavimento sparpagliando le lettere sotto la prima fila di banchi.
I colleghi rimangono sulla porta, ma i loro sorrisi tesi e gli sguardi sorpresi si allungano fino alla cattedra per sincerarsi che Sospiria respiri.
Contro ogni previsione lei si alza e con finta noncuranza va loro incontro ostentando un sorriso diluito dal pianto trattenuto, si lascia cadere sulla prima sedia che trova davanti; è completamente inerme, indifesa, fragile, ma sorride.
– Non è niente… sono stanca, ho bisogno di quiete, di quella calma… capite? I colleghi ammiccano indulgenti ma devono spostarsi per lasciar passare Gemmina che, armata di Mop, pannicelli e scopa a forbice, è intenzionata a pulire l’aula.
La maestra si avvicina nuovamente alla sedia, recupera gli occhiali nella borsa e accende il cellulare sotto lo sguardo minaccioso della bidella. In aula la tensione è al massimo; Gemmina ha l’occhio fisso, il suo sguardo sembra voler incendiare tutti i banchi fino a incenerire lei, Sospira, la maestra che non lascia mai la classe in ordine. Si guardano, la maestra si porta le mani agli occhi come dovesse aggiustare gli occhiali che non ha ancora indossato, poi saluta con un sorriso muto e un lungo sospiro.
– Arrivederci – sibila Gemmina.
– Addio – risponde Sospiria accomiatandosi dalla sua quiete infranta.

(pp. 62-64)

Non ti curar di me se il cuor ti manca 2

copertina-singola-page-001

AA.VV., Non ti curar di me se il cuor ti manca 2, Qudulibri 2016, € 10,00

*

Poesia e disagio mentale sono due “malattie” che, da sempre, hanno condiviso la sorte degli esseri umani più sensibili. Lungo e fuorviante sarebbe qui, stilare un elenco dei poeti noti che hanno sofferto, nel loro corpo a corpo con la parola, il disagio di un vivere che non riusciva ad accordarsi con la realtà. Quanti hanno finito i loro giorni reclusi in un manicomio, quanti hanno messo fine da se stessi a un dolore che sembrava non trovare né la sua origine né ogni auspicabile sollievo. Chissà quanti poi, quelli sconosciuti agli editori e ai critici letterari. Le leggi che governano gli sciami sociali tendono a premiare chi è, per sua natura, dotato di un certo cinismo e dell’istinto prevaricatore. Dall’alba dei tempi, certificherà qualcuno, certo, ma nell’epoca moderna e postmoderna, nella realtà contingente, sempre più individualista e tesa, sbilanciata all’estetica più che verso l’etica, in chi sia sprovvisto di tale tempra – leggasi indifferenza – è sempre più arduo trovare la linea di un equilibrio che permetta di esprimere la propria visione della realtà e del mondo e, al contempo, saper lottare per non vedersela calpestata dalla furia macinatrice di un possesso stolto e arrogante. Il poeta, quello vero, è crocifisso ai chiodi delle sue parole, coronato dalle spine della propria acuminata sensibilità, ben più del verde alloro del laureato. […] (dalla prefazione di Fabio Franzin)

*

Anna Toscano

AUGUSTE

Auguste avevi cinquantuno anni
e confondevi i luoghi, le persone,
il tempo, il tuo nome.
La foto ti ritrae con lo sguardo
attonito, le mani intrecciate sul petto
la fronte solcata, i capelli scuri.
Ma cos’era quel camice bianco
Auguste, dov’era il tuo pensiero.
Devi essere stata bella,
ma non lo sapevi più.
Dalla tua demenza la malattia
ha un nome, quello che tanti
vorrebbero sentirsi dire
quando già non capiscono.
Accadde al marito della compagna
di stanza di mia mamma:
lei stava morendo in un pigiama rosa
lui indossava la pelliccia
della figlia e diceva
“la cena è sul terrazzo vero?”. (altro…)

Francesca Genti, Preghiere del posto nel mondo

nori

Pubblichiamo tre poesie di Francesca Genti, appena uscite nell’antologia Ma il mondo non era di tutti, a cura di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2016 – Antologia sui confini voluta da arci Nazionale e composta da Violetta Bellocchio, Emmanuela CarbéFrancesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi

*

Preghiere del posto nel mondo

*

mia landa, mio posto nel mondo,
mia tundra, mia steppa africana,
mio posto dove cammino,
metropoli, giungla, savana,
deserto, bosco pluviale,
foresta di foglie che cadono,
villaggio, città, capitale,
mare e cielo da guardare.
mangrovia, prateria,
taiga di muschi e di cicale,
mio posto dove dormo,
mio posto del ritorno,
mio posto dentro al mondo,

mio mondo, sii universale

*

mio dolce piccolo fennec
che poi sei la mia vita
che ti vedo così: furba e bellissima
magra nel deserto delle cose
mentre compro frutta e verdura
e mi siedo al tavolo e rifletto
e vedo tutto azzurro
come se fossimo in grecia d’estate
e invece siamo al bar da francesco
a milano vicino al penny
e alle strade intitolate ai poeti crepuscolari.
mio piccolo dolce fennec
che sei la mia vita: ossuta e bella
e vivi in una buca in fondo al corpo
e scatti verso l’essenziale
mentre sto in un corridoio
o nell’altra sala con la finestra grande.
mio piccolo dolce fennec,
oggi su di te rifletto al bar
e voglio dirti questo che ti ammiro molto
perché te la sei cavata nei deserti
con animali più grossi e più feroci
e che di te tantissimo mi fido

perché so che sai

*

parola, mio posto nel mondo,
parola che dici le cose,
parola che dici le storie,
che dici la guerra e la morte,
che dici le mani e la faccia,
parola di un altro mondo
che arriva sulla spiaggia,

parola, resta forte

 

*

© Francesca Genti

“SCACCIAPENSIERI. poesia che colora i giorni neri”. Recensione

scacciapensieri-copertina

SCACCIAPENSIERI
poesia che colora i giorni neri

a cura di
Dome Bulfaro, Anna Castellari, Simona Cesana, Patrizia Gioia
illustrazioni
Deka (Claudio Decataldo)
Edizioni Mille Gru 2015, € 16; www.poesiapresente.it

.

14 poeti, 7 medicine e una medicina speciale che sono anche le sezioni del libro; 64 poesie e tante immagini: questa è la ricetta dell’antologia Scacciapensieri edita da Mille Gru. Un volume prezioso, con istruzioni, versi e opere colorate (a cura di Deka) che trasformano un genere letterario in “cibo mentale in grado di curare”. Un volume di poetry theraphy per bambini dagli otto anni in su e del tutto inedito, in cui ogni voce sceglie con attenzione le parole, le dosa, e fornisce la propria idea di poesia come terapia. Alberto Casiraghy, Azzurra D’Agostino, Bruno Togliolini Chiara Carminati, Dome Bulfaro, Donatella Bisutti, Francesca Matteoni, Giusi Quarenghi, Marilena Renda, Patrizia Gioia, Roberto Piumini, Silvia Salvagnini, Silvia Vecchini e Vivian Lamarque si misurano con un invito non facile, un’operazione che potrebbe apparire così detta forse fuorviante perché, se di poesia scritta per i più piccoli ne conosciamo (Piumini è solo uno dei tanti esempi possibili), la poesia per “colorare i giorni neri” così declinata è cosa nuova, e stupisce. Questi poeti pare scrivano senza – o quasi mai – staccare l’orecchio dalla rima, una rima che cura nei giorni e che, proprio per la sua efficacia fonica ricorda ciò che durante l’infanzia si dovrebbe conoscere, ossia filastrocche e canti, ma anche Aforismi (cui qui è dedicata un’intera sezione “speciale” a cura di Alberto Casiraghy). Questo libro, tuttavia, si “fa” soprattutto di piccole storie, brevi trame in cui la poesia è il filo, genere eletto, propriamente riconoscibile perché ogni autore accorda il tema o i temi, dando loro corpo attraverso una struttura poetica. Ed ecco quindi che Amore (la più importante), Dialogo, Risata, Stupore, Natura, Tempo e Armonia diventano parole guida di un percorso. Il “bugiardino” ricorda come fruire delle poesie e quando, ma anche perché, in quale situazione; in quali momenti cioè sapersi servire della parola per alleggerire un certo peso del vivere. La formula pare “adulta” e, a conti fatti, lo è: perché questi testi non si rivolgono a chi è piccolo con parole “facilitate”, anzi: i poeti parlano una lingua adulta e mai semplificata che armonizza quindi due realtà, quella poetica e la realtà della vita.

© Alessandra Trevisan

Francesca Matteoni
Neve nel tuo paesaggio sono sola

Neve nel tuo paesaggio sono sola.
Osservo chi è sepolto nel tuo petto
la traccia della gioia, il mio dolore.
Dolore addormentato come un figlio.
Sei un corpo tutto chiaro di memoria.

*

Giusi Quarenghi
Ascoltami inverno

Ascoltami
inverno
non sognarti di entrare
Mi piaci sui rami
sdraiato nel cielo
disteso sul mare
seduto nel prato ma
ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro

Se bussi sui vetri
ti soffio sul naso
Se suoni alla porta
non ti aprirò
Ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro

Però aspettami fuori
Non andare lontano
Adesso esco io
Possiamo giocare
Mi piace trovarti
Sull’uscio di casa
sentir sulla faccia
le tue dita gelate ma
ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro
Qui dentro è il mio cuore

Da E sulle case il cielo, Topipittori, Milano 2007

*

Bruno Togliolini
Filastrocca dei mutamenti

“Aiuto, sto cambiando! – disse il ghiaccio
Sto diventando acqua, come faccio?
Acqua che fugge nel suo gocciolìo!
Ci sono gocce, non ci sono io!”
Ma il sole disse: “Calma i tuoi pensieri
Il mondo cambia, sotto i raggi miei
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri
E poi lasciati andare a ciò che sei”
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento
Non ebbe più paura di cambiare
E un giorno disse: “Il sale che io sento
Mi dice che sto diventando mare
E mare sia. Perché ho capito, adesso
Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso”

In Filastrocche della Melevisione, Carlo Gallucci Editore, Roma, 2011

*

Donatella Bisutti
La spina

Ti fa male? Ti ho punto?
Sono la rosa e ogni rosa,
sai, ha delle spine.
No, non sono cattiva,
mi difendo.
Tu volevi cogliermi
soffocando il mio gambo nel sudore
della tua mano,
o mettermi in un vaso a morire
nel freddo del cristallo.
No, neanche tu sei cattivo, lo so,
perdonami se ti ho punto,
volevi prendermi perché sono bella
ma devi imparare in tempo che
la bellezza ha sempre le sue spine.

Lenka Daňhelová – Poesie

můj den je plný otázek
a jestli tedy Bůh je
a není ani ve mně
ani v tobě
ale v tom prostoru mezi námi
je tou vzdáleností
proč ho necítíme
začneme ho vnímat
když vystoupíme ze sebe
můžeme posunout hranice
svých těl?
svého vědomí?
a kde při tom všem je její Bůh
a proč dopustí její utrpení
má oči? a jsou taky psí?
a Bůh té kachny, co jsme
včera snědli se zelím
je? a kde se schovával
věděl, že pro nás znamená
další den k dobru
další den který strávíme
jalovým ptaním se po něm?
po smyslu?

:

:

il mio giorno pieno di domande /// e se davvero Dio c’è / e non è in me
/ né in te / ma in quello spazio tra di noi / è quella distanza / perché non
lo sentiamo / iniziamo a percepirlo / se usciamo da noi stessi / possiamo
spostare i confini / del nostro corpo? / della nostra coscienza? / e dov’è
in tutto questo il suo Dio / e perché permette la sua sofferenza / ha occhi?
e sono anche di cane? / e il Dio di quel pollo che / abbiamo mangiato
ieri con le patate / c’è? e dove se ne stava nascosto / sapeva che per noi
significa / un altro giorno a credito / un altro giorno che passiamo / alla
sterile ricerca sua? / del senso?

*********

Chtělo by se jen hledět do prázdna
a truchlit litovat času
po který se svět bude točit dál
bez tebe věcí na kterých už nikdy nespočineš
pohledem.
Místo toho porcuji rybu míchám salát myslím
že trocha jehličí by neuškodila.
Ochutnávám, ale slast z chutí je pryč.
Když umře pes, všichni vědí, o co jde.
Nesmí se ale truchlit dlouho
poněvadž dlouhý smutek uráží
dobrý vkus. Je nepatřičný. Není
pro něj místo. Neexistuje způsob,
jak ho odůvodnit.

:

:
Si vorrebbe solo guardare nel vuoto / e affliggersi rimpiangere / il tempo
/ che il mondo continuerà a girare / senza di te le cose su cui non poserai
mai più / lo sguardo. / Invece taglio il cappone mescolo l’insalata penso
/ che qualche filo dorato non guasterebbe. / Assaggio, ma il piacere dei
gusti è sparito. // Quando muore un cane, tutti sanno di che si tratta /
Non ci si deve però affliggere a lungo / poiché un lungo lutto offende /
il buon gusto. Non è appropriato. Per esso / non c’è posto. Non esiste
un modo / per giustificarlo.

********

Dvojí smrt
Podruhé zahlazujem stopy téměř vzápětí. O překot.
Nejde už o odvahu. Je třeba něco dělat. Nemyslet.
Když umře první pes, všichni vědí, o co jde.
Druhá smrt, to je
škola násobilky.
Výsměch
první bolesti.

:

:

Doppia morte /// La seconda volta cancelliamo le tracce quasi immediatamente.
A precipizio. Non si tratta più di coraggio. bisogna fare qualcosa.
Non pensare. / Quando muore il primo cane, tutti sanno di che si
tratta. / La seconda morte è / una lezione di tabelline. / Uno scherno /
del primo dolore.

Traduzione: Maria Elena Cantarello

*****

Ty jsi zamilovaná, řekla jí.
Usmíváš se jak pitomeček
a i ten výraz, ten pokus
o nenápadnost znám.
Můj Bože, ty jsi zamilovaná.
V svém věku. S tím vším
kolem sebe a v sobě.
Tolik let.
Můj Bože.

:

:

Tu sei innamorata, le disse. / Ridi come una cretina, / riconosco quest’espressione
e i tentativi / di renderla invisibile. / Mio Dio, sei innamorata.
/ E a quest’età. Con tutto ciò / che c’è intorno a te e dentro di te. / Tanti
di quegli anni. / Oh, mio Dio.

*********

V každém městě tě někdo čeká.
Ráno zpěv v koupelně za tenkou stěnou.
Nízký let pěnkavy.
Pára z chladírenských věží
srůstá s oblaky.
Každá řeč je tvá.

:

In ogni città qualcuno ti sta aspettando. / Al mattino il canto dietro la
sottile parete del bagno. / Il basso volo del fringuello. / Il vapore delle
ciminiere di raffreddamento / si aggiunge alle nuvole. / Ogni lingua è
tua.

*********

O sedmé ráno
jsou dveře kostela i sex shopu
dokořán rozzívané.
Větrá se tíseň.
Kostelník v kýblu vynese
spadanou omítku.

:
:

Ore sette del mattino / il portone della chiesa e il sex shop / spalancati
completamente. / L’angoscia sta prendendo aria./ Il sagrestano sta portando
via nella secchia / l’intonaco ceduto. / Il commesso spazza / e chiude
dietro di se la porta a chiave. / Stai vivendo nelle mie parole. Vivi
con esse.

**********

Kolikrát prožiješ si bezmoc malé mušky,
kterou si svojí rukou stáhla do vody.
Poslední nadechnutí ke smrti.
Jenže ta smrt jsi ty.

:

Quante volte ti capita di vivere l’impotenza di una piccola / mosca / che
con la propria mano hai tratto in acqua. / L’ultimo respiro nella morte. /
Ma questa morte sei tu.

******

Traduzione: Primož Sturman

.

**************

I testi qui pubblicati sono raccolti nell’antologia poetica

“le parole scolpite”

Edizioni Culturaglobale – Cormòns (GO)

grazie per la collaborazione a Renzo Furlano e Francesco Tomada.

.

******************************

nota biografica:

Lenka Daňhelová (Krnovo, Boemia del Nord, 1973) poetessa, scrittrice, artista e traduttrice dall’italiano, dal francese e dal polacco. Ha svolto la professione di giornalista e di traduttrice. Al momento è direttrice responsabile della versione ceca della rivista letteraria Pobocza.
Tra le sue pubblicazioni rientra il romanzo Cizinci (Stranieri, 2004), la raccolta di poesie Pozdrav ze Sudet (Saluti dai Sudeti) Ed. Culturaglobale, 2010. Ha pubblicato molte sue poesie nelle riviste letterarie ceche ed europee. Vive a Beroun, vicino Praga.
E’ fondatrice della società degli autori Stranou (Ai margini), coordina il Festival internazionale “Poeti dal vivo” che si svolge nella città storica di Beroun vicino a Praga è membro attivo della Società degli autori  OML di Vienna. Partecipa come poetessa e traduttrice a vari incontri internazionali: Vienna, Slovenia, Serbia, Italia, Polonia, Repubblica Ceca.

Sono i miei occhi – AA.VV. (dal Laboratorio del Carcere di Bollate)

Segnaliamo, molto volentieri, anche quest’anno l’uscita dell’antologia poetica (edita da  La Vita Felice), frutto del lavoro svolto nel laboratorio del Carcere di Bollate, coordinato, ormai da molti anni, dalle poetesse Maddalena Capalbi e Anna Maria Carpi. Il volume è prefato dal Sindaco di Milano Giuliano Pisapia e sarà presentato nella splendida sala Alessi di Palazzo Marino, sabato 16 giugno. Un esempio di quella che dovrebbe essere la funzione rieducativa del carcere, un’occasione per i detenuti di esprimersi e raccontarsi in versi, un’opportunità importante anche per chi legge

GM

Voci  di Najib El Haddaoui

Sono i miei occhi senza pace
che più mi tormentano
ma è sufficiente udire
la molteplicità delle voci
in questo risiede la pericolosità.
L’uomo di latta recupera il cuore
solo allora
le voci, ridotte al silenzio
da spiriti maligni
intrappolati dalla bottiglia
volano via.
Così è come oscurare
i colori della realtà
e adattarla al bianco e nero.

Come brace se ci cade l’acqua Lorenzo Giupponi (premio Marina Incerti 2011)

Che qualcuno
bussi alla porta, questo vorrei
e che non sia soltanto il vento.
L’amore tarda a venire
e il mio cuore si spegne
come una brace se ci cade l’acqua.
Mi turba la lontananza di lei
e nelle tempie cadono gli occhi
come pietre di fuoco,
le vesti di lei sono il fogliame
che copre la nudità
del mio pensare.

L’invisibile di  Sabina Negut

L’amore vede ciò
che è invisibile.
Pochissimi sono gli spiriti
a cui è dato scoprire
che le cose e gli esseri
esistono perché
non dominano
e non si lasciano dominare
L’umiltà è soprattutto
una qualità dell’attenzione.

**********

qui il link per leggere un estratto della prefazione:

Sono i miei occhi – prefazione

***********

qui il link per ordinare il libro:

Sono i miei occhi – acquista

AAVV – Fragmenta

cliccando sulla copertina si apre il collegamento al sito delle Ed. Smasher tramite cui potrete ordinare il libro

 

.

.

.

Antologia di prosa e poesia

Testi di

Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Martina Campi, Gianluca Corbellini, Ivan Fassio, Valentina Gaglione, Ermanno Guantini, Antonio Maggio, Sebastiano A. Patanè, Fernando Della Posta, Roberto Ranieri, Silvia Rosa, Meth Sambiase, Ada Gomez Serito, Tiziana Tius

 

.

.

Selezione testi

 

Ada Gomez Serito

 

era nero e mettevo garze sul viso,

erano lente processioni di addio,

la mia preghiera era barocca e la sabbia

era marmo rosso di Francia,

il mio ventre marciva,

il respiro martellava il muscolo del cuore

rimbalzando sugli organi con rumore acuto in contro fase,

il vuoto rantolava nel sottoscala,

la punta delle dita mi si apriva in ragadi

e la notte riceveva le grida di memorie impazzite

 

*

Cristina Bove

MI HANNO DETTO DI OFELIA

Voci di corridoio (locuzione scontata)
eppure dice
che l’oggetto ci sembra in dedicato
verbale
allora qui domando se qualcuno
l’ha vista nello scorrere del fiume
o dormire
o morire
o l’uncino di un albero di acacia
l’abbia trafitta in salvo

a me pareva
d’averla tra-lasciata
a tra-spirare in vasi di cantina

Nel dilemma
mi annebbio e mi dibatto
considerato che
se sono matto, se racimolo aut-aut
dalle rovine
di un castello di carte (Elsinore, sapete,
è un luogo scritto) niente di fatto
non sono più sicuro del mio nome
e dell’Ofelia
ho perso ogni contatto. Mi darete notizie?
Mi farete sapere se son morto?..

vostro
Amleto

*

Ermanno Guantini

[…]

sfioro il mondo con la forza di andare avanti. dovevo dirti che non avevo decenza per esplorare la luce della notte. ora siamo qui ora non siamo altrove. non puoi dire di no. non possiamo avere il coraggio di tornare indietro su queste forze sfrenate. farci ritornare al punto da cui avevamo avuto l’idea lasciarci partire. e penetrare ancora la freddezza. provo a trascrivere le cifre incerte. ci dilunghiamo sulla necessità della notte. ci sforziamo di mantenere il sorriso nella coscienza della corrente. non conosciamo altra strada che la confessione. per onde e stringhe. non abbiamo niente da dirci poi che le nostre facce. non posso dirti niente. non possiamo lasciarci altro che una mutua offerta di pudore. non importa la presunzione della morte. abbiamo perso la parte più mesta di noi. forse abbiamo sentito che non potevamo avere altro. e questo ci poteva anche bastare. non avevamo velocità per raggiungere l’odio migliore dei mercenari. avevamo lacrime per la pelle. e ci bastava il silenzio. il freddo ci punge fino a fare scomparire il rimorso. non avevamo voglia di risalire piano la corrente. non avevamo voglia di  dare credito alle parabole. abbiamo scelto di andare avanti. e indietro. e far finta di andare avanti. di procrastinare ancora la concessione del fondale. forza sorridi al viatico. forza sorridi ai rimasugli del pane. forza sorridi. abbiamo deciso di modulare la sconfitta nei toni più freddi della decenza. nel pulviscolo appaiono anfratti sull’asfalto bagnato. odori, cretti in una spirale di perseveranza. dà un’ odore ipnotico questa pioggia. odore ipnotico il baratro. e batte il fiume grigio senza fermare il corso delle attese. non possiamo dirci niente ora.

[…]

*

Ivan Fassio

Presente già passato

Se fosse destinato

Lo sarebbe al distaccato dalla sorte,

All’esiliato in ogni luogo

Della terra e della mente.

Libro canto spettacolo,

Questo gesto spezzato

Appena comprendiamo:

Che davvero non sia mai finita

Per chi è ferito a morte

Per chi è segnato a vita!

La tragedia a ripetizione

Di vivere in contraddizione

È categoria ampia, tetra,

Forse infinita, ognuno può rientrare.

Eppure fai un passo indietro

Mentre mi ascolti: di certo

Non risulti nell’elenco, non sei invitato,

A te, proprio a te,

Questo verso non è dedicato!

 

*

Roberto Ranieri

Coda (A capo)

 

La coda non rende giustizia

al tuo ricettario infinito

di regole, pia liquirizia

di forme che non ho capito

ma sciolgo fra labbra e palato

sfidando l’astuzia del nero

a estinguere il moto e lo stato

dal tu reo confesso del vero.

Amore, che a nullo tuo amato

rifiuti mai la prefazione

in calce, carteggio avariato

di bocche riaperte a tuo nome

e subito chiuse, nadir

e zenit d’ogni convenzione

di pappe, già dolce dormire

di maggio, bidet al cortisone…

*

Tiziana Tius


Se fosse che un cappello in testa

portasse fortuna ai pensieri

ne spargerei vagoni

sopra le teste che nuotano

in un mare di niente

 

*

 

Il volto mira al cuore

un solo palpito

a percorrere

l’arsura del labbro

che cede al tormento

delle parole

(A Paul Celan)

 

 

*

 

Silvia Rosa


Imperfetto modo indicativo d(ell)’essere [parola]

 

era il nostro segreto
linguaggio -non era niente-
era quella parola che mi hai insegnato
e non pronunciavo -disubbidiente-
poi una volta, che non ti ricordi, certo,
ho detto, tenendola in bocca
come una caramella un boccone che scotta,
in fretta (ma sembrava l e n t a m e n t e)

era quella parola che ti ho insegnato
non ti ricordi ora, ma un tempo
la ripetevi sempre –un codice– (di voglie)
era la tua parola (come) –un ordine
il filo di lettere intorno a un baco
che moriva (un istante) indossando
ali di virgole, cambiando rauco il verso
dell’orizzonte e ancora e stanco

era il nostro segreto
linguaggio che hai (ab)usato
in una piazza nel vuoto di voci -altre-
dove chiunque che parla, parla il nostro linguaggio
che non era segreto, era qualunque
una lingua che reciti quando ti serve,
quando non sapevi che fartene
del silenzio perfetto della mia pelle

era la tua parola una puttana
di quelle così tristi e vecchie e sfatte
che t’innamorano di compassione
era la mia parola un’occasione
di trasformarla in madre in casa
in un Amore che non snudi di racconto,
non era che d’inchiostro lieve un apostrofo -per te-
la pausa -per me- che accoglieva il mio vo(l)to

era il tuo nome teso increspato in un soffio
che ricadeva a metà, al vertice
di quel nostro discorso (se mi arrendevo
al sapore più dolce della tua grammatica)
era il mio nome per intero che non dicevi
che qualche volta e pareva la prima
che fosse detto, come l’avessi inventato tu
per il gusto di possederlo -uno fra tanti, troppi-

era il nostro segreto linguaggio, era quella parola,
era il tuo nome era il mio, era la nostra storia
una trama qualsiasi, che non era neppure
qualsiasi una bugia -non era niente-
era la tua solitudine al culmine in un grumo d’assenze
era il mio pianto sottile di primavera una pioggia
vergine che si espone alla faccia del sole e
attraversa muta l’eclisse di ogni abbandono

è l’alfabeto con cui dirmi daccapo -sola-,

(ma) l i b e r a finalmente
[e se anche ti penso e ti voglio e ti cerco

e non ti penso e non ti voglio e non –è NO-]

*

Valentina Gaglione


Storia di versi 2 (Noi che ce la raccontiamo)
Raccontarsi una marcia in più
con un accendisigari tra le dita
darsi un tono da eremita
sfoltire gli anni alla richiesta,
tecnica fine di difesa

mista a speranza

puro inganno
Che possa ancora accadere?
Cosa?
Qualunque
Raccontarsi una marcia in più
diventa nascondiglio
di periodi infecondi e muti
istigazione a delinquere
per la forza del sorriso

Unghie di donne lungo le piante dei piedi
e tu non senti niente
Unghie di donna sull’anima di un principe
e tu piangi
Eri più forte da bambino
quando sparavi alle ombre
e i panni stesi erano giganti forti

Eppure ti muovi come caricatura
trovi il punto
in cui perdere o rubare soluzioni
per evadere nell’abbraccio di nuvole feconde.

 

*

Gianluca Corbellini

I tetti di Teheran

meglio tagliare i dubbi di traverso
e nel mezzo, il richiamo delle promesse
che si sciolgono fin da subito
come a perseverare la pioggia tra le mani
di chi afferra nodi sulla seta.

dopo tutto non solo per morire, scrivere
nelle striature della salsedine
senza lasciare tracce sulla pelle
mentre le vene scoppiano, di libertà
pagate al prezzo della luna

la mano tesa nel buco a cercare
un letto di chiodi, come verticale sui rimpianti
che a caderci sopra ti fottono le membra
ma è la testa a rimanere sverginata

troppe volte in quel corridoio buio
a cercare un appiglio, il ritratto di un muro
e il vinile che ricorda gli anni settanta
nei tetti di Teheran, dove si cadeva presto
e bisognava pagarsi pure le pallottole

non mi fido di te
di chi mi racconta solo del passato
perché il domani sembra muto
come un figlio bastardo, rinchiuso
senza neanche un letamaio per dormire
costretto a vederti nascere ogni anno
ed ogni anno a lasciarti andare.

*

Sebastiano A. Patanè


e queste mani che si estendono fino agli occhi      

e queste mani che si estendono fino agli occhi

questo delirio di carne che insinui umido ai lati della lingua

non risolve l’alba e non decide l’ora delle fate

se solo un fenicottero nella pozzanghera

può fermare il tempo

comprendere le coincidenze

soffocherebbe certe mutevolezze

ma si appiattirebbero le dune lungo i vecchi confini

ah! si vedono ancora in basso, allegrezze senza curve

spie avariate di metafore secche nelle controparole

sopravvivere poesia per poi morire appena sillaba

nell’incompiuta mai cominciata mentre una sfacciata clivia

non nasconde la sua bellezza…

*

Fernando Della Posta


La carne

Ho sempre domandato al sensale

o al maestro di cerimonie,

una storia che arda come

due fiammelle in un solo fuoco

sotto i colpi del vento

e le folate calde di passione.

Nelle stanze chiuse, riempire il tempo

con gli aliti delle lingue rosse

e saturarla, l’aria,

dei suoni e dei pensieri

di chi dimentica il mondo

e lo ricrea

nelle efelidi innocenti

di chi è amato e ricambiato

seppur fugacemente.

Sugli spuntoni di un letto soffice,

sorridere e divertirsi

è il minimo concesso;

dimenticare gli affanni

desiderando l’attimo infinito

è l’egoismo dei sensi

sacrificato al patto

suggellato dall’affetto:

è condividere il bisogno

di annientarsi e di fuggire:

è il confessarsi schiavi

dell’inganno del piacere

che è del mondo

la linfa imperitura.

 

*

 

Antonio Maggio


[…]

Lunedì  mattina. Lei è lì, col suo bagaglio di gioie e stanchezze, con quella giovane freschezza così fragile, così disarmante. Le otto. Come sempre, l’ora dell’incontro, ma chi la ha mai veramente incontrata? Lei giunge quando io arrivo, due treni diversi, due destinazioni opposte; una barriera di sogni ed emozioni che si interrompe per pochi minuti, il tempo di uno sguardo, di un impercettibile saluto, di un addio…

La stessa stazione, come ogni giorno, sporca e logora, stantia, stufa di accogliere sempre le solite persone, immagini di un passato e di un futuro già dimenticati. Le stesse movenze, gli stessi  gesti, emblema di un’abitudine stanca e invincibile.

Poi c’è lei. Come tutti, stanca, pallida ma con dolcezza, triste eppure volitiva, diversa, nuova anche nel ripetersi, nell’occupare la sua sedia, nell’aprire il suo libro.

Le otto e due. Un fischio dalla stazione annuncia l’imminente partenza del “suo” treno. Ed ecco che mi guarda. Mi osserva per pochi ma intensi istanti, ed il mondo mi appare un po’ migliore. Poi il treno parte ed io rimango solo, in questa moltitudine indifferente, ma non mi lamento. Un nuovo fischio ha appena annunciato la partenza del “mio” treno verso una direzione opposta a quella dei sogni, verso la mia giornata.

[…]

Quello che un grande poeta francese mi ha trasmesso dal profondo del suo cuore, si è ora perso nei meandri della mia memoria. Lei non c’è. Per la prima volta da quando la conosco o meglio, da quando credo di conoscerla, non occupa il solito posto vicino al finestrino ad un passo da un altro treno, da un altro mondo, ad un passo da me. Cosa sarà successo? Avrà dei problemi a casa? Non posso credere che abbia marinato la scuola, non è il tipo! Credo di conoscerla bene. Lei è la prima della classe, la classica studentessa brava ma non arrogante che irradia bontà, la mattina si mette lì per offrirmi quel breve momento di beatitudine, non può averlo saltato apposta, non può farmi questo. Deve esserle accaduto qualcosa. Che sia ammalata? Chissà dove sarà ora: in un letto? In un ospedale? Speriamo solo che la giornata passi velocemente, domani il mio sole tornerà a splendere.

Venerdì mattina. Il sole non è ancora tornato. Per due interi giorni l’ho attesa: niente. “Lei” non c’è. Le mie giornate non sono più le stesse da quando è sparita, a scuola seguo le lezioni come un automa svolge il suo bravo compitino e la notte ho smesso di leggere; sul mio diario non ci sono più poesie ma due pagine vuote. Quante cose avrei voluto dirle, anche per una sola volta avrei voluto correrle incontro per toccarla, sfiorarla e proprio ora che sento di avere il coraggio, di infischiarmene della scuola, dei treni, delle direzioni opposte corro il rischio di non rivederla, se non nei miei sogni.

[…]

*

 

Martina Campi


Un albero strangolatore impiega più di vent’anni

a prendere il posto dell’albero originario.

Nella foresta sacra si possono sentire le voci dei morti

e si può sentire il respiro degli alberi.

Era verde anche il cielo, e ogni lato da cui si proveniva.

Nelle stazioni di sosta si offrivano benvenuti

per pochi spiccioli. Altrimenti servono le ali,

per andarsene da qui servono le ali.

Non prendere niente. Non lasciare niente.

Abbiamo sentito l’abbraccio dei secoli sussurrarci all’orecchio

tutti i suoni del silenzio. Si camminava tra le radici

respirando corteccia, vestendo corteccia.

Poi il giorno scompariva dietro l’oceano

e veniva a prenderci la notte, e la notte

portava fuochi e portava carezze.

Veniva la notte a prenderci e la notte

portava la pace e portava altre luci.

 

*

 

Doris Emilia Bragagnini

ring

 

ho provato a mantenerti sogno, annientarti

dentro al ring di un modo d’essere, ammansendo il gesto

trattenerlo dentro, pensando cosìpiano da stordire l’intrusione

 

avrei chiuso il giunco dentro l’onda di salsedine

e tracciato nel profilo un trampolo di morte

– incubo incapace a sospendere giudizio

 

se ciò che chiamo è furore cieco

che si addormenta attento, forse sciame, di brividi retrattili

sotto il bordo di un così vasto soliloquio, come una lisca

a consegnarmi ferma, stivo il dolore a rostro

così scoscesa da salirti

 

e se spingo sull’orecchio, dove si annida il fiato

una colata a bassa distorsione non risparmia – accordi osceni –

corde d’ultimo piacere i nostri vincoli, il mio succhiare spago

che sfilaccia di sapore lungo l’argine che ci siamo dati

 

tu vieni e sverni, dentro le fessure della mia levigata inapparenza 

un lampo d’improvviso, fame, a incupirti gli occhi

diagonali di controllo in briglie un po’ allentate, scioglimenti al ruolo

sotto ciglia di ragazzo, pronto a mietere respiri

 

*

 

Meth sambiase


Bell’imbriana

Avresti dovuto

mettermi nuda fra le tue gambe

e darmi di nuovo la vita.

Chiamare tutte le cose

con un nome nuovo

perché fossero le mie cose

le tue cose

le nostre cose.

Avresti dovuto chiederti

perché mi chiudevo negli armadi al buio

e azzittivo i rumori

e diventavo feto intrizzito

maledicendomi con un cerchio sulla testa.

Avresti dovuto

confortarmi, nutrirmi, cullarmi,

mettermi una coperta rosa fatta all’uncinetto

lasciarmi peccare nell’egoismo

attaccata all’oro bianco delle tue mammelle.

Avresti dovuto somigliarmi

farmi credere alla verità lucente del vetro

degli anni che mutano la forma della sembianza,

una nuova architettura

spirali di vertebre e capelli

pilastri gemelli, e gemelle viventi.

Io c’ero.

C’ero sempre stata.

Sciupata dalle ditate sulle spalle,

-povero piccolo insetto –

pestata, ammaccata, inquieta,

pluviometro di lacrime,

azzoppate e sommerse dalle adolescenze,

dalle poesie veloci come spine,

e alla fine del fondale,

uno zodiaco d’acqua

con dodici segni disuguali a chiamarmi orfana,

accatastata

da un sonno leggero e storpio

che m’induceva a svegliarmi

nelle notti che disavanzavano dal sogno

e tenerti vicino,

a guardarmi,

ombra proiettata di corpo madre,

madre mia.

 

 

Parole in circuito (Fatti non parole)

Parole in circuito (Fatti non parole)
Antologia Nuovi Fermenti nr. 4
Fermenti Editrice, Roma, 2010
Pagg. 150, Euro 18.00

Il volume antologico “Parole in circuito” dell’Editrice Fermenti di Roma, raccoglie le voci di Domenico Cipriano, Stelvio Di Spigno, Francesco Filia, Antonio Fiori, Lucetta Frisa, Anton Pasterius, Raffaele Piazza, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile e Giuseppe Vigilante. Raffaele Piazza, che è anche il curatore dell’antologia, presenta ciascun autore e ne individua un percorso che, pur nella sua specificità, sembra iscriversi in una comune ricerca, sembra guardare ad uno sperimentalismo più o meno teso al superamento della tradizione lirica ed elegiaca italiana, a favore di una parola concreta, testimonianza viva di nuovi tempi e nuovi luoghi, segno e atto. In Domenico Cipriano il riferimento a un luogo o a un tempo – sia esso reale o mentale poco importa – non è soltanto istinto di appartenenza. Paese e paesaggio si ricongiungono in una dimensione onirica, quasi metafisica. Ogni viaggio è a tutti gli effetti un’acquisizione culturale. Ora invenzione individuale, ora rappresentazione collettiva, il dualismo paese-paesaggio viene alla luce anche per privazione o per spostamento. Natura e cultura, immanenza e trascendenza, soggetto e oggetto si alternano e si scambiano di posto ad ogni occasione, i ruoli si invertono ad ogni ritorno (Mi volto sulla vallata/e divento feritoia/su S. Paolo del Brasile/col mondo sopra i miei occhi/e io sopra ogni pensiero). Lo spazio animato negli anni per Stelvio di Spigno è il teatro di un mondo senza nome o con più volti. Si sta in bilico tra dentro e fuori, tra inferno e paradiso, nell’attesa che qualcuno ci chiami, nell’ansia di non saper riconoscere. E anche per Francesco Filia il rapporto con la natura, con l’altro dentro e fuori di noi, è sempre filtrato da un vetro, da una pelle. C’è sempre un confine, anche invisibile, un orizzonte che è un invito e un limite. Come un muro traslucido – per citare il titolo del poemetto qui presentato – che insieme ci avvince/e ci tiene a distanza. E allora quasi basta una fessura, una ferita appena. Degli autori che hanno partecipato a questo lavoro collettivo, Antonio Fiori è forse il più classicheggiante. Quasi ossessionato dalla ricerca di un’impossibile simmetria, dal godimento di un’armonia che a ben vedere può solo essere raggiunta per rinunce, per divisioni successive, come in Semi (Sto scoprendo d’amare/la metà delle cose//-i semidei della mitologia/fatti persona dalla divisione//-i semiversi dove/ritrovo il tutto nella parte//-gli emisferi del mondo/in infinite mappe//e poi l’amore umano//-la mezza mela/quella di Platone). Se Lucetta Frisa rielabora i temi dell’infanzia e dell’eros, della follia e della memoria, del sogno e della morte, ricorrendo a soluzioni di icastica violenza (Vedi, io vivo con un coltello/ dentro lo stomaco), Anton Pasterius ambisce invece ad una leggerezza, una chiarezza seppur precaria, incerta e provvisoria. Per questo si nutre di luoghi comuni, li rovescia sullo sfondo di una pacata – e a suo modo trasgressiva – quotidianità che è tutt’altro che rassicurante (A piccoli passi timidi/inseguo/calmo e prudente/la felicità). Quando Raffaele Piazza ci invita a seguirlo in un viaggio iperbolico tra conscio e inconscio, chiama il lettore ad interagire col testo per tentare la ricostruzione di una storia di cui rimangono frammenti sparsi, indizi inattendibili, desideri e paure, ricordi di cui non possiamo fidarci (una penna e un foglio/per disporre il mosaico del campo//nelle mie coordinate corpo-mente,/per spogliare lei e giocare). Tratti, squarci, pezzi di un puzzle. Tanti autori, tanti modi di scrivere e concepire la scrittura. Se Raffaele Urraro sceglie uno stile piano (ti cercavo nelle vie della mente/dove un pensiero può nascere o morire/o nei flussi del cuore che s’accorda/sempre con le sue disarmonie), Giuseppe Vetromile predilige versi più lunghi e vagamente metaforici (Dimentica, anima mia, il solito giro della spesa). Con una versificazione limpida, fluida, a volte luminosa, Giuseppe Vigilante chiude questa antologia (Posso inseguire l’innocenza? Fermare lo sguardo, fermare la parola). Un’antologia tanto densa di belle scoperte e felici conferme.

Giovanni Catalano

Nel mare dell’indifferenza AA.VV. – Lietocolle 2010

NEL MARE DELL’INDIFFERENZA AA. VV.  – ED. LIETOCOLLE  – ANNO 2010

Esistono mondi di cui sappiamo poco o nulla. Luoghi tristi e terribili. Luoghi come il carcere. Dentro le prigioni ci sono, però, molti angoli e tante storie, provenienze diverse. L’angolo luminoso di cui voglio raccontarvi è quello del laboratorio del carcere di Bollate, appena fuori Milano. Il laboratorio di poesia si svolge settimanalmente ed è curato e seguito da due poetesse: Maddalena Capalbi  e Anna Maria Carpi. Ecco in breve come si svolge l’attività del laboratorio nelle parole della Capalbi:

“Ci si incontra ogni sabato nella così detta Area Trattamentale del carcere, il laboratorio viene seguito da circa 20 detenuti italiani e stranieri. Cerchiamo di introdurre discorsi che possano interessare e far interagire tutti. Solitamente si leggono i testi di ognuno frutto  dei temi trattati o nati dopo la lettura di qualche poeta contemporaneo. Sono tutti interessati e pronti a farsi ascoltare, mettersi in gioco. Ovviamente si parla principalmente dell’affettività che manca anche se spesso riusciamo a intrattenerli con problematiche sociali.”

Questo è, invece, ciò che mi ha raccontato Anna Maria Carpi:

 “Il Laboratorio di poesia si riunisce in uno stanzone nudo, tipo palestra di scuola: parete-scaffale con cassette dei film, finestrelle con le inferriate su un cortiletto interno, al centro un tavolo lungo – a  volte qualcuno porta caffè e cioccolatini, è vietato fumare ma si fuma – e a volte a questo tavolo risuona davvero la poesia. Ognuno legge agli altri quello che ha composto in reparto, in cella, se non ha composto niente sta ad ascoltare, si critica, si discute, in un clima di parità e non competizione che fuori di qui dove lo trovi? E non è merito della poesia, è merito della libertà con cui ci guardiamo, noi volontarie e loro – i “ragazzi” come chiamiamo questi uomini fatti e con pesanti vicende alle spalle. E’ un piccolo patto di vita, muto ma in qualche modo sacro.”

Dall’incontro, dallo scambio e soprattutto dalle poesie composte dai detenuti, anzi , dai “ragazzi” è nata un’antologia dal titolo “Nel mare dell’indifferenza” curata da Maddalena Capalbi e Anna Maria Carpi, con prefazione di Roberto Vecchioni. Si  resta molto sorpresi leggendo i versi qui raccolti, prima ancora che dalla bellezza, dalla serietà con cui i partecipanti al laboratorio approcciano la poesia. Si percepisce un rigore e un impegno che spesso non si trova in opere di poeti più o meno “ufficiali”. Lo dice Vecchioni quando scrive: “Qui siamo davanti a poeti veri”.

“ Sei tu la mia terapia / quando sono nei guai, / sei stata una rosa che ho piantato / anzi una poesia / ma le sue parole sono impossibili, / per questo l’ho infilata nel dizionario./” (da Sei stata di Fauz Megri pag. 14).

“Ti amo a squarciagola / con i capelli al vento / gli occhi slavati che mi danno l’aria / del sonnambulo/ (da Ti amo a squarciagola di Habib H’man pag. 22).

L’antologia è ben fatta. Il dolore, la sofferenza, la solitudine ma anche l’amore e la speranza, qui trovano voce . Leggendo questi versi si impara qualcosa, che le parole possono essere il fiammifero che fa luce nell’anfratto più scuro. Mi viene in mente Carver quando diceva “le parole sono tutto ciò che abbiamo”. Forse non sono proprio tutto ma a volte possono quasi tutto. Succede con la poesia vera, succede nel laboratorio del carcere di Bollate.

“ A chi è rimasto / ho rubato/ le lame oblique / del solo d’ottobre / A chi è rimasto / ho rubato / le vendemmie a piedi scalzi / di sere, ubriache di baci / A chi è rimasto / ho rubato / gli anni di sorrisi sciocchi / tutte le saggezze degli errori / A chi è rimasto/  ho lasciato/  come prigione il mondo/ e me ne sono andato./ Io piccolo re / di queste fortezze, / che non mi appartengono. / (A chi è rimasto di Luca Denti pag . 51).

L’antologia edita da Lietocolle è uscita quest’estate ed è patrocinata da Amnesty International. E’ un progetto bellissimo quello del laboratorio di poesia del carcere di Bollate. Io penso che valga la pena leggere questi versi, un modo per cercare di comprendere, di non stare sempre dall’altra parte.

 

@ recensione di Gianni Montieri

 

Notizie sulle curatrici:

 Maddalena Capalbi è nata a Roma, ma vive a Milano dal 1973. Dal 2006 coordina un corso di scrittura creativa nella Casa di Reclusione di Bollate (Milano). Suoi testi sono inseriti in numerose antologie e, in qualità di curatrice, ha collaborato a diverse pubblicazioni di sillogi personali di autori e volumi antologici. Ha pubblicato in poesia: Fluttuazioni (LietoColle, 2005), Olio (LietoColle, 2007), Sapevo… (Ed. Pulcinoelefante, 2008), Il giardino di carta (stampato dal laboratorio grafico ‘Fil de Fer’ Freedom Coop, 2008), Arivojo tutto , poesie in dialetto romanesco (LietoColle, 2009).

 Anna Maria Carpi vive a Milano. Insegna letteratura tedesca a Ca’ Foscari a Venezia. Ha pubblicato romanzi, fra cui Il principe scarlatto (Tartaruga, 2002) e Un inquieto batter d’ali. Vita di Kleist  (Mondadori, 2005) e le poesie Compagni corpi  (Scheiwiller, 2004), E tu fra i due chi sei  (Scheiiwiller, 2007). Traduce lirica tedesca, fra cui Della neve di Durs Gruenbein (2005) e Le poesie di Nietzsche (Einaudi, 2000, 2008).

L’INCANTO DELLE PAROLE

DOMENICA   9  MAGGIO  ore 18.00

Galleria d’arte La Metamorfosi

Piazza Fontanesi – Reggio Emilia

 

“L’INCANTO DELLE PAROLE”

 

READING COLLETTIVO  CON

 

VELVET AFRI

ENZO CAMPI

GIANCARLO CAMPIOLI

CLAUDIO BEDOCCHI

NADIA BONEVA

ELENA LUSVARDI

ROSSELLA PENSERINI

  (altro…)