antifascismo

Sponda tra Fortini e Raboni (buon 25 aprile)

resistenza – fonte umbrialeft

Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

(Fortini)

 

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

(Raboni)

 

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

(Fortini)

 

19**

Certo, è il momento di parlare
come c’è stato quello di tacere
con tutti (perfino con gli amici), attenti
a non fare mai la stessa strada,
e non lasciare in giro taccuini
stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta,
eh? non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno
è appena astuto, sa che non bisogna
lasciarsi andare. E così niente abbracci
al baritono negro, allo scienziato
ebreo per parte di madre, niente fiori
sulle fosse o rimproveri sgarbati
agli aguzzini. Quando più te l’aspetti
torna a tirare un’aria di cappucci.

(Raboni)

 

Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

(Fortini)

 

L’hanno picchiato a sangue, non a morte
il figlio mezzo scimunito
della fiorista del paese
che girava fischiando «Giovinezza»
due, al massimo tre giorni
prima del 25 aprile.
Era fascista? Certo – come quelli
che l’hanno preso a pugni
erano uno di Masnago, gli altri
di Induno: per esserci nati.
Mai più saremmo stati, lì da noi,
così atrocemente innocenti.

(Raboni)

 

Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

(Fortini)

 

Le luci di Milano – poca cosa,
lo so, in quel primissimo dopoguerra
con più macerie che case, più scheletri
che armadi per nasconderli,
ma sfolgoranti e come ai fievoli occhi
del ragazzo fatto si campagna
in tre anni d’esilio, quando il viale
che portava al cancello
scompariva crudelmente ogni sera
nell’osceno incantesimo del buio
e ai tanti pollicini della terra
il fiato bastava sì e no a sperare
che alla fine dell’infausta trasferta
nel labirinto dell’anestesia
le cose sarebbero state ancora
lì ad aspettarli- Ah niente più paura,
adesso! la città restava sveglia
per tutti, la città non scompariva
mai! proprio come avevo immaginato
di Parigi, di Londra, di New York
sugli amati romanzi… Cominciava
così, prendendo (quasi alla lettera)
lucciole per lanterne,
da capo o per sempre la vita.

(Raboni)

 

Franco Fortini, Tutte le poesie, Mondadori 2014
Giovanni Raboni, Tutte le poesie, Einaudi 2014

La volante rossa

volante rossa

Ci sono storie che per quanto lontane nel tempo e a volte volutamente dimenticate suscitano, se riportate all’attenzione dei lettori, curiosità e inquietudine. È il caso della Volante Rossa guidata da Giulio Paggio, il “tenente Alvaro” della 118° Brigata Garibaldi, formazione di ex partigiani e operai formatasi nell’immediato dopoguerra a Milano, per la precisione a Lambrate, periferia est, nella ex Casa del Fascio, diventata Casa del Popolo a via Conte Rosso.
La storia della Volante Rossa, di Alvaro, di Balilla, di Otello, di Lino e degli altri che parteciparono a questa tragica avventura è ricostruita con attenzione e rigore storiografico dall’omonima opera scritta da Fausto Rondinelli e Carlo Guerriero (Datanews, 1996) corredata anche da un’interessante appendice fotografica. Il libro, che con impianto da romanzo giallo fa iniziare la narrazione dalla fine, ossia da i due “omicidi del taxi” avvenuti entrambi il 27 gennaio 1949, ricostruisce, con dovizia di informazioni, ricavate dalla stampa e dalla pubblicistica dell’epoca, non solo la storia della Volante ma anche la macrostoria in cui essa si inserisce. In particolare, il contesto dell’Italia, soprattutto del nord, all’indomani del 25 aprile, le aspettative dei partigiani, le lotte operaie, il complesso rapporto con il Pci e le istituzioni del ricostruendo stato italiano, nonché gli scontri con le rinascenti formazioni fasciste. Nel libro grande spazio è dato al processo che seguì gli ultimi omicidi attribuiti alla Volante, attraverso gli atti processuali vengono, non solo ricostruiti i fatti, ma anche messe in evidenza le forzature compiute dai giudici nei confronti degli imputati pur di giungere a una condanna, di chi aveva commesso gli omicidi, ma anche dell’intera formazione politica.
“Solo gli strateghi da caffè possono pensare che sia stato facile dire ai partigiani, dopo quella guerra atroce, quel cumulo di rovine, quelle torture: adesso tornate a casa e buttate via le armi che avete conquistato rischiando la vita”. In queste parole di Pietro Ingrao è riassunto il senso della vicenda della Volante rossa e con essa di altre formazioni che agirono in quegli anni. Per loro la guerra non era finita o meglio non aveva raggiunto il suo vero scopo: la rivoluzione e la presa del potere da parte degli operai e dei proletari guidati dal Pci; per questo motivo molti di essi non deposero le armi, ma continuarono a compiere azioni di rappresaglia e di vendetta contro ex fascisti o persone che si erano compromesse con la Repubblica Sociale, cercando di organizzare il malcontento nelle fabbriche per il ritorno dei vecchi padroni o per il peggioramento delle condizioni di vita dell’immediato dopoguerra.
Il pregio maggiore del libro è che attraverso un punto di vista ben preciso, partecipe ma critico, analizza l’intera vicenda senza reticenze, cercando, sin dove i documenti storici e l’irreperibilità di molti dei protagonisti (alcuni di essi riparati nei paesi dell’Est) hanno permesso, di ricostruire un pezzo della storia dell’Italia del dopoguerra, volutamente dimenticato per la sua spinosità e irriducibilità alla storia ufficiale del paese. E anche di aver fatto giustizia di giudizi affrettati o dovuti all’opportunità politica del momento che individuavano la formazione di Lambrate come mero esempio negativo, rifiutandone così la complessità, e addirittura come precursore delle Brigate Rosse.
In ultimo, proprio per i loro risvolti controversi, le azioni della Volante rossa non sono solo una vicenda storica, ma hanno in sé anche un sottofondo epico e leggendario, come colgono bene gli autori: “il ricordo della formazione di ex partigiani milanesi era destinato a riaffiorare ogni volta che mobilitazioni antifasciste ed operaie tornavano a far salire la tensione nelle aree industriali del nord: segno evidente che il valore, anche leggendario, che quella lontana esperienza di lotta aveva assunto non era stato affatto intaccato né dalle strumentalizzazioni né dalla rimozione operata nei suoi confronti da parte del Pci”. E’ questo fascino ambiguo che rende tali eventi un piccolo neo nel conformismo storico, un punto d’attrito dove la presunta linearità della storia s’incaglia ed è costretta a tornare sui propri passi per confrontarsi con ciò che, nonostante tutto, non può e non vuole essere dimenticato.

Francesco Filia

Articolo pubblicato il 19 aprile 2008 sul sito Nellocchiodelpavone

Nel frattempo, dal 1996 ad oggi, con l’apertura di molti archivi, gli studi sull’argomento si sono succeduti. Di seguito ne diamo un elenco essenziale:

  • Cesare Bermani, La Volante Rossa (estate 1945-febbraio 1949), su Primo Maggio, aprile 1977
  • Cesare Bermani, Storia e mito della Volante rossa. Prefazione di Giorgio Galli, Nuove Edizioni Internazionali, pp. 160, 1997
  • Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli, La volante rossa, 1996
  • G. Fasanella e G. Pellegrino, La guerra civile, Rizzoli, 2005
  • Massimo Recchioni, Ultimi fuochi di Resistenza – Storia di un combattente della Volante Rossa, prefazione di Cesare Bermani, Derive Approdi, 2009
  • Massimo Recchioni, Il Tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia, Derive Approdi, 2011
  • Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo, Correva l’anno della vendetta, Mursia, 2013
  • Pier Mario Fasanotti e Valeria Gandus, Mambo italiano, tre lustri di fatti e misfatti, Marco Tropea editore, 2000
  • Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, Editori Laterza, 2014
  • Massimiliano Griner, La pupilla del Duce, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino, 2004

NOI E I TRADITORI

 

Ci hanno resi tutti pavidi. I poteri reali, i poteri che su scala mondiale governano i destini delle nazioni, quelli di cui i parlamenti sono solo umili esecutori di ordini, ci hanno tolto ogni capacità di comprensione e di reazione. Pochi sono consapevoli della loro esistenza. Apparati politici e militari sono puri strumenti, persino le mafie che appestano il pianeta sono una loro concessione. Democrazie, atroci dittature, pure coperture. E’ contro questi poteri che bisogna rialzare la testa. Personalizzare la lotta politica contro poche persone, addirittura una sola come da noi, non ha senso. Il signor Berlusconi è un maggiordomo anch’egli, umile servitore cui hanno concesso una lauta fetta di torta e l’accesso ai piani alti del palazzo. Le guerre di religione non esistono, il razzismo e l’intolleranza non esistono, sono invenzioni create all’uopo, ancora una volta strumenti per muovere capitali, merci e uomini, con il consenso delle vittime. Con il nostro consenso. La guerra è uno strumento per ristabilire lo squilibrato equilibrio dell’accumulazione di capitale. Questi poteri, svariati decenni fa, hanno deciso che tutto il mondo doveva abbandonare pretese di uguaglianza e vaghi obiettivi come i diritti umani. Ma hanno bisogno del nostro consenso, o della nostra passività. Altrimenti non impiegherebbero incalcolabili capitali per addomesticare i media di tutto il mondo, per narcotizzare le nostre coscienze. Ci hanno indotto a credere che contro di loro non si può nulla, che sono troppo potenti. Non è vero. Da soli non si può nulla… Le poche righe che seguono, scritte mesi fa, muovono da queste considerazioni.

In questi tempi di collaudati nazifascismi in nome di dio, in questi tempi di atrocità oscurate dall’eclissi dell’etica dei mezzi di informazione, ciò che si sporca è la dignità di ogni essere umano. La ricerca stessa del significato del nostro essere al mondo sembra essere corrotta per sempre; interrogarsi sul senso dell’esistenza un’asfittica pratica speculativa; trascurabile la differenza tra il lasciarsi vivere ed il lasciarsi morire. Chi siamo, da dove veniamo, perché siamo qui, dove andiamo: enigmistica da spiaggia. La mia domanda è: come vogliamo stare qui? Oggi più che mai il come è più importante del perché. Nella risposta muta l’uranio impoverisce.

 

Ai traditori

 False parole

(le vostre)

colmano e appagano

lo spazio che vi separa

il vuoto che vi unisce.

Trovarvi acqua è un’illusione

per la sete accumulata

in ginnastica di bocche.

 

A ciò che rimane della sinistra parlamentare italiana. Al nulla.

Gino Di Costanzo

ALBERT EINSTEIN, HANNAH ARENDT, JEAN-MOISE BRAITBERG

Albert Einstein e Hanna Arendt

Una critica a Begin ed altri fondatori di Israele -tutti membri di organizzazioni come Haganà e Irgun, che oggi verrebbero definite terroriste- in cui li si accusava di “fascismo e colonialismo”. Era il 1948 a New York, tra i firmatari vi era Albert Einstein.

ALL’ EDITORE DEL NEW YORK TIMES:

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista.

E’ stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.

L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservativi americani.

Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto. E’ inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non siano stati opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.

Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.

Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista.

E’ nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.

Attacco a un villaggio arabo

Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme.

La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin.

L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà. All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale.

Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano.

Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettavano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo.

Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina.

Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti, ma solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei. I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.

Le discrepanze

La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curruculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, semza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno stato leader è l’obbiettivo.

Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese.

E’ maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin.

I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo.

(firmato)

ISIDORE ABRAMOWITZ,
HANNAH ARENDT,
ABRAHAM BRICK,
RABBI JESSURUN CARDOZO,
ALBERT EINSTEIN,
HERMAN EISEN,
M.D., HAYIM FINEMAN, M. GALLEN, M.D., H.H. HARRIS, ZELIG S. HARRIS, SIDNEY HOOK, FRED KARUSH, BRURIA KAUFMAN, IRMA L. LINDHEIM, NACHMAN MAISEL, SEYMOUR MELMAN, MYER D. MENDELSON, M.D., HARRY M. OSLINSKY, SAMUEL PITLICK, FRITZ ROHRLICH, LOUIS P. ROCKER, RUTH SAGIS, ITZHAK SANKOWSKY, I.J. SHOENBERG, SAMUEL SHUMAN, M. SINGER, IRMA WOLFE, STEFAN WOLFE

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Cancellate il nome di mio nonno a Yad Vashem
Jean-Moïse Braitberg LE MONDE | 28.01.09
Jean-Moïse Braitberg è uno scrittore.
Signor Presidente dello Stato d’Israele,
le scrivo affinché intervenga presso chi ne ha competenza affinché si tolga dal Memoriale di Yad Vashem, dedicato alla memoria delle vittime ebree del nazismo, il nome di mio nonno, Moshe Brajtberg, gasato a Treblinka nel 1943, come quelli degli altri membri della mia famiglia morti in deportazione in diversi campi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Le chiedo di acconsentire alla mia richiesta, signor presidente, perché quel che è accaduto a Gaza, e più in generale, la sorte imposta al popolo arabo di Palestina da 60 anni, squalifica ai miei occhi Israele come centro della memoria del male fatto agli ebrei, e quindi a tutta l’umanità.
Veda, sin dall’infanzia ho vissuto nell’ambiente dei sopravvissuti dai campi della morte. Ho visto i numeri tatuati sulle braccia, ho sentito il racconto delle torture; ho conosciuto lutti impossibili e ho condiviso i loro incubi.
Bisognava, mi hanno insegnato, che questi crimini non accadano più; che mai più un uomo, per la sua appartenenza ad un’etnia o ad una religione disprezzi un altro, lo schernisca nei suoi diritti più elementari che sono una vita degna nella sicurezza, l’assenza di ostacoli e la luce, per quanto sia lontana, di un avvenire di serenità e prosperità.
Ora, signor presidente, io osservo che malgrado molteplici decine di risoluzioni adottate dalla comunità internazionale, malgrado l’evidenza lampante dell’ingiustizia inferta al popolo palestinese dal 1948, malgrado le speranze nate a Oslo e malgrado il riconoscimento del diritto degli ebrei israeliani a vivere in pace e sicurezza, più volte riaffermati dall’Autorità palestinese, le uniche risposte dei governi che si sono succeduti nel suo paese sono state la violenza, il sangue versato, la chiusura, i controlli incessanti, la colonizzazione, le spogliazioni.
Lei mi dirà, signor presidente, che è legittimo, per il suo paese, difendersi contro chi lancia razzi su Israele, o contro i kamikaze che portano via con loro numerose vite israeliane innocenti. A questo io le risponderò che il mio senso umanitario non varia a secondo della cittadinanza delle vittime.
Invece, signor presidente, lei dirige i destini di un paese che pretende, non solo di rappresentare tutti gli ebrei, ma anche la memoria di coloro che furono vittime del nazismo. E’ questo che mi riguarda e mi è insopportabile. Conservando nel Memoriale di Yad Vashem, nel cuore dello Stato ebraico, il nome dei miei cari, il suo Stato tiene prigioniera la mia memoria familiare dietro il filo spinato del sionismo per renderlo ostaggio di una sedicente autorità morale che commette ogni giorno un abominio che è la negazione della giustizia.
Allora, la prego, tolga il nome di mio nonno dal santuario dedicato alla crudeltà fatta agli ebrei affinché non giustifichi più quella fatta ai Palestinesi.
Voglia gradire, signor presidente, l’assicurazione della mia rispettosa considerazione.
Jean-Moïse Braitberg

http://www.lemonde.fr/sujet/06d9/jean-moise-braitberg.html

Io sto col Giudice Garzón

UN MILIONE DI VOCI A FAVORE DELLE VITTIME DEL FRANCHISMO, DELLA DEMOCRAZIA, DEI DIRITTI UMANI E IN DIFESA DEL GIUDICE D. BALTASAR GARZÓN REAL

Noi sottoscriventi cittadini e le Associazioni in difesa della Memoria Storica, identificabili dai dati personali di ciascuno, impegnati a rendere giustizia alle vittime del franchismo e nella difesa della democrazia nelle nostre istituzioni, siamo a conoscenza che:

in questo momento il Consiglio Generale del Potere Giuridico e il Tribunale Supremo si dispongono a formulare una decisione sulla sospensione ed il processamento del Giudice Baltasar Garzón Real, per il suo cercare di giudicare il genocidio spagnolo ad opera della dittatura franchista, a seguito della querela presentata dai gruppi di estrema destra Falange Spagnola e Mani Pulite. Sappiamo, altresì, che il Giudice Baltasar Garzón Real e riconosciuto internazionalmente per i suoi incessanti sforzi nel perseguire i crimini contro la umanità. Ma le sue investigazioni sulle atrocità commesse in Spagna durante il franchismo, assieme agli scandali di corruzione, hanno causato una scandalosa offensiva politica e legale, volta ad escluderlo dalla carriera giuridica e ad evitare che affiori la verità. (altro…)

Luigi Di Ruscio – una poesia

È la fossa di un fascista ammazzato brevemente
senza scarpe perché le scarpe se le è messe un vivo
senza scarpe perché un vivo doveva ancora correre
senza armi perché un vivo doveva ancora sparare
quando troverete da una siepe filo spinato che manca
state certi sarà stato prelevato per una gola partigiana
se troverete occhiaie scavate anche tra mille anni
ricostruite una storia vinta dagli uomini contro le bestie.

Luigi Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere (1966).

Libertà di pensiero: “Corsi e ricorsi storici” – Lucifero e l’eredità delle parole (post di natàlia castaldi)

Von Stuck – Lucifero

“il pensiero umano non si può arrestare e chi segue la scienza non può abbandonare i perseguitati di una idea”

Domenico Faucello

 

Era il candidato del popolo, “il benefattore degli orfanelli”, si chiamava Domenico Faucello. Uomo di partito, medico, poeta e scrittore, nonché fondatore di numerose riviste dell’epoca, fu l’anima della politica Messinese. Il “medico popolare”, così lo chiamavano, ma lui si firmava “Lucifero” quando scriveva satirici articoli “controvento” attaccando i personaggi politici dell’epoca che apriva le porte al nascente fascismo e così lo appella Giovanni Pascoli[i] nelle epistole che i due amici si scambiavano discutendo della situazione politica e culturale della città e dell’intera nazione.

Giovanissimo entrò nelle organizzazioni proletarie e fu uno dei fondatori del Partito Socialista. Amato da Nicola Petrina[ii], seppe accattivarsi la benevolenza di tutti. Partecipò alla costituzione dei Fasci Siciliani con tutto l’ardore della sua giovane età e, quale segretario, svolse la sua opera per l’affermazione degli ideali di partito. Ma quando la reazione prese il sopravvento in Sicilia con lo stato d’assedio e gli organizzatori dei Fasci dei Lavoratori vennero processati a Palermo con De Felice, Barbato, Petrina, egli prese la direzione del movimento a Messina, pubblicando sul giornale “il Vespro” l’articolo: “Piombo, assedio ed anesti[iii]”, in difesa dei compagni incarcerati e delle organizzazioni operaie perseguitate. (altro…)

AnarchicAmore: Luce Fabbri (post di natàlia castaldi)

Molti non comprendono come ci si possa, oggi, definire “anarchici” … dunque potrei usare mille giri di parole per ribadire triti concetti, tentare di riportare citazioni di Malatesta, Luigi Fabbri, Danilo Dolci, di Berneri o di Gobbi, … ma quello che sento di dire con mie semplici parole é che l’anarchia non é disordine, non é terrore, non é bombe e clamore e nemmeno protagonismo di piazza o magliette stampate con la foto abusata del povero grande “Che” …

 L’anarchia é un atto d’amore, é poesia e pensiero, é resistenza ad un ordine prestabilito che condanna la libertà d’espressione, é opposizione tenace e viscerale ad ogni “fascismo”, é profondità d’ascolto e condivisione … e se devo fare riferimento ad un simbolo del recente passato per spiegare la mia anarchia, non posso che pensare alla “Luce” del pensiero, alla spinta propulsiva di chi amava “insegnare” non per amor di pulpito, ma per la gioia di costruire, grazie alla conoscenza ed alla lotta all’ignoranza, un cammino comune di libertà…. e forse, anche per questo “anarchia” nel mio dizionario emotivo é sinonimo di “resistenza” e “poesia”.

Luce_Fabbri

Luce Fabbri

E’ ormai lontano il giorno
in cui mi hanno estirpato il tuo sorriso:
da quella piaga aperta sgorga sangue
che mi ristagna dentro
e sale, impulso cieco, fino in gola.
Ma quando mordo il tempo verso il nulla,
la bimba che hai dimenticato
viene e mi osserva:
il mio stame s’impiglia nel suo sguardo
e in questo tenue abbaglio di poesia.

***

Apocalissi

Viene il giorno dell’ira.
Viene l’inferno, ingoia gl’innocenti.
L’apprendista stregone,
dopo aver scatenati tutti i venti,
preme ridendo l’ultimo bottone.
Le montagne di scoria
si sciolgono in fusione.
E’ finita la storia.
Gli oceani puzzolenti
affogano il bisonte d’Altamira.

*

Il diluvio

L’acqua cresce, s’ingorga, mangia il prato
e poi la casa e assalta la collina.
Trema il cipresso d’ali rifugiate.
E’ nera e densa l’acqua e il suo gonfiore
monta e minaccia. Restan poche ore
per questo sole trepido, isolato,
per noi che lo beviamo, per la fina
catena che ci lega all’aspettato
domani, che, or lo vedo, non verra’.

*

Natura quasi morta

Sotto la foglia grinza il coleottero
muove le sue zampette arrovesciato.
E’ vivo e disperato
e sente tutt’intorno la minaccia:
aspetta li’ la scarpa che lo schiaccia.
Tutta la vita in quell’armeggio fragile,
tutta la morte in quella foglia gialla,
che il sole scalda invano.
Le rane fanno coro di lontano.
Passa neutra nell’aria una farfalla.

*

La siepe

Ci porta volonta’ come un destino,
non verso il sonno della fiera in lustra,
ma all’insonne caverna di Leonardo.
Sol si conosce ben quel che si crea.
Crea la ginestra il fiore ed il profumo.
Resisteranno al flusso della lava?

Stiam facendo una casa per la gente
all’incrocio di tutte le autostrade.
Nessun di noi voleva far la siepe.
Ma l’abbiam fatta tutta di ginestre
contro l’ondata nera e puzzolente
che ci porta il riflusso d’Hiroshima.

*

Le parole

Vorrei giocar col vento a dir parole
ed a buttarle fuori
come palle, perche’ me le rimandi
ed io riscopra in loro il mio messaggio.

Vorrei sporger la mano che lavora,
dalla finestra di questa mia cella,
a stringer mani, a accarezzar capelli,
a chiedere e ad offrire un po’ d’amore.

Ma il buio mangia tutte le parole
ch’escon di casa prima dell’aurora.

*

Rilettura leopardiana

La terra, l’alto cielo, il nulla in mezzo.
Dove sta l’uomo?
Il pastore cammina, ma non sa
che han violato la luna
ed han riempito il nulla di satelliti.

Dove sta l’uomo?
Il pastore cammina, ma il suo gregge
vaga disperso
e le fontane sono avvelenate;
l’erba si secca.
Ma profuma il deserto una ginestra
che raccoglie la sfida del futuro.

*

Sordita’ crescente

Fa tacere le cose
il fragore remoto del tempo.
E’ remoto, ma cresce
a misura che cresce il passato.

La cicala e’ gelosa di tutto.
Fa cri-cri sulla voce sommessa
dell’amore, sul grido
solidale del grande dolore.
Ed eleva pian piano,
muratore ostinato,
la sua parete opaca ed incolore.

*

Le parole nuove

Ogni parola trova la sua carne.
Io volevo cercare nella selva
del mondo le parole trasparenti,
parole d’aria,
da leggere, da scrivere, da dire,
da proiettare al buio sullo schermo,
ma che non pesino
e che non gettin ombra sulla strada.

Queste parole, amici, non esistono,
ma c’e’ nel caos qualcosa che le cerca,
qualcosa che ha potenza di crearle.
E allora cantero’ con quelle, alfine,
cantero’ alfine un canto di vittoria.

*

Patagonia (variazione italiana)

Il deserto accogliente in riva al fiume
stava un tempo nei libri;
lo vedevo di sera nel soffitto,
al riverbero tenue della strada:
c’era il giaguaro e il puma
e la’ sul monte, nero contro il cielo,
Buffalo Bill chiamato Martin Fierro.

Poi fuggirono i puma e ritrovai
quel deserto nel fondo dell’esilio,
dopo molti anni e molto mare, quando
l’esilio smemorato era gia’ patria.

Il fiume ha preso un nome, ed e’ il Limay.
Sulla riva ho una torre di speranza
da cui guardo lontano. Il mondo e’ scuro,
il mondo e’ freddo e il tempo e’ troppo poco.
Ma li’ c’e’ un po’ di fuoco.
Stringo due mani e non ho piu’ paura.

*

Ancora un poco

Frullo di voli sulla soglia oscura.
Ancora un poco; ancor debbo pensare
a come possa misurare il nulla;
ancor debbo imparare
a scandagliare il fondo del silenzio,
a camminare nell’oscurita’.
Non sono preparata: dammi tempo
prima d’entrare.
Non c’e’ bisogno
che nessuno mi spinga: solo debbo
abituarmi a un sonno senza sogni,
al vuoto opaco dell’eternita’.

*

L’ultima parete

Una vecchia e’ seduta vacillante
sull’ultima parete e non si volta.
C’e’ nebbia dietro e nella nebbia e’ sciolta
la morte: i vivi guardan tutti avanti.

La vecchia sa. La casa sta la’ dietro,
la casa con il fuoco, il pane e il sale
per tutti. Ma le camere, le scale,
la cucina si sgretolano. Il vetro

delle finestre e’ cieco, perche’ il vento
l’ha coperto di terra del deserto.
Dio, cos’abbiamo fatto! Era la casa,
la nostra casa e l’abbiam data al mostro.

E’ l’odio nostro che avvelena i pozzi:
non sazierem mai piu’ la nostra sete.
La vecchia guarda il vuoto.
E’ seduta sull’ultima parete.

***
Scrisse poco prima di morire:

“Nel cielo e nella terra sta il futuro, / l’ormai prossimo futuro / in cui io morirò. / Rendetelo luminoso, tu e gli altri, / non lasciate che io muoia tra le tenebre / rannicchiata sotto l’orizzonte.”

e che il futuro possa rendere luminosa giustizia al suo operato, cancellando le tenebre e le ombre di questo triste presente.

n.c. 

Per la biografia di Luce Fabbri si consiglia il seguente link: QUI
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