anteprima

Anteprima: Roberto Maggiani, Angoli interni

Il volume sarà nelle librerie il prossimo 26 luglio 2018

Roberto Maggiani, Angoli interni. Prefazione di Roberto Deidier, Passigli Editori 2018

La raccolta più recente di Roberto Maggiani, Angoli interni, parte dalla constatazione, sedimentata nel tempo e gravida di conseguenze, che a essere messa nell’angolo è la diceria circa il mandato del poeta a farsi guida.
Messa nell’angolo, la poesia non rinuncia cionondimeno a ricercare, a esplorare campi di forze e luoghi di congiungimento e intersezione di punti, a tracciare linee, a raccogliere indizi, a misurare, a rilevare, come avviene nella poesia che dà il titolo alla raccolta, che i conti non tornano. Moti e azioni in tal senso vengono dispiegate proprio risalendo dagli Angoli interni.
Che cosa occorrerà intendere, allora, per «angoli interni»? Con buona approssimazione, a me pare che il nome indichi sia l’insieme dei dati sensibili ed empirici a disposizione, sia lo spazio che l’umano – pensiero carne ossa pulsioni – dilata e condensa in dialettica perenne, non di rado ironica (Invenzione) con il divino, o meglio, con i poli di causalità e casualità, cosmo e caos.
Cardine e motore sarà dunque l’apparente dualità di scienza e poesia, sintetizzata, come rivela il titolo della terza delle dodici sezioni che compongono il libro, dalla platonica (Simposio) immagine della mela, delle sue metà divise e dell’anelito a ricongiungerle, a ricongiungersi:

«Vado da Scienza e Poesia.
con una mela tra le mani divisa a metà –
è la mia offerta alla loro unione.»

L’umano – Homo, come recita il titolo della seconda sezione – è cacciatore e raccoglitore, la distanza con l’uomo del paleolitico sembra soltanto siderale. Il poeta misura – una manciata di minuti di una giornata di ventiquattro ore la presenza umana sul pianeta – e considera, accomuna, affianca negli affetti, come esprime limpidamente il testo, dedicato al nipote Pietro (al quale è intitolata, inoltre un’intera sezione, la settima) «e a suo nonno Nando», I tre cacciatori-raccoglitori.
Sintesi esemplare delle considerazioni circa distanze e affinità, dell’arco teso tra i segni sulle pitture rupestri e l’angolo nel quale sono stati scaraventati ragione e poesia, la scienza come la fede,  sono i versi conclusivi di Contatto a Canada Do Infierno: «A ben pensare – fuori di qui – / il delirio della modernità/ ha i tuoi geni.»
Fuori dall’illusione di essere vate, il poeta resta dentro la coscienza nell’oggi, consapevole di ieri e pensoso sul domani: «Rimango sulla roccia della storia/ esposto al vento delle possibilità/ mentre altrove si è ostaggi/ a un passo dalla morte»: le sezioni ottava e nona, Disinnesco e Fanatismo (da quest’ultima è tratta la poesia Oggi – non domani) declinano le possibilità di coscienza ed esistenza. Disinnescare bombe atomiche, anziché armarle: in questo si racchiude il senso del vivere dell’io, che proprio così si presenta.
La carrucola, titolo della decima sezione, è una sonora («cigola la carrucola») metafora dell’avvicendarsi di cicli e fasi.
Il titolo dell’undicesima, La disfatta, non lascia adito a dubbi circa l’affanno del mondo, il delirio della modernità; la disfatta, tuttavia, si evince proprio dal dato sensibile e la ricostruzione del ragionamento viene così, dalle ‘sensate esperienze’, restituita: «Dove s’addensa l’ombra/ si scolora la materia/ s’evince una disfatta.»
È proprio nella sezione conclusiva, La minestra, e nella poesia omonima, che la consapevolezza del ‘mestiere’ del poeta, a dispetto della dismissione delle illusioni o forse proprio grazie a una salutare indagine chiarificatrice, si esprime nella vivace similitudine dello chef: «Come uno chef/ raccoglie affétta e rimescola/ nature animali e vegetali/ nello spazio di una cucina/ così un poeta raccoglie/ tutto il Cosmo in un solo verso.»

© Anna Maria Curci

 

Invenzione

Oggi voglio usare l’intelligenza
per inventare qualcosa di mai visto
che lasci a bocca aperta e del quale si dica:
«Che ovvio, perché non ci ho pensato prima?»
Una favolosa idea nuova
che neppure io so da dove l’ho presa
da quale parte dell’intricata
rete di neuroni e sinapsi –
se tra i ricordi e le intuizioni. (altro…)

Sandro Abruzzese, CasaperCasa (un estratto)

Periferia

Un giorno come un altro, con ancora la storia di Tenora nella testa e una strana sensazione d’impotenza, ho preso l’auto e infilato la pianura verso nord, determinato a passare del tempo completamente solo. E già questa iniziativa, avrei dovuto intenderlo, non poteva che produrre risultati singolari. Non c’è che dire. Tuttavia avvertivo l’esigenza insopprimibile di uscire e prendere una strada qualsiasi verso l’esterno. In effetti, è stato come liberarsi da una morsa. Sì, perché le mura recidono le arterie, proteggono e a un tempo escludono. Fuori dalla cinta, la città risulta priva di radici. Si dirama, cresce, ma già non è più la stessa. Non c’è legame né continuità.
Oltrepasso le mura, dicevo, e prima della campagna luminosa e leggera non resta che imbattersi nella periferia. La periferia cittadina è fatta così: è un’esile raggiera che vive a ridosso di un’idea e se ne sta al suo posto, senza competere. Sa bene che l’idea non è sua, e ne rispetta i diritti. Quindi si rassegna agli attraversamenti. E rimane attigua e staccata, contemporanea- mente. Per cui verso Casaglia, Porotto, Ponte, per esempio, lo so che è banale ma c’è proprio un’aria di fumo e fuliggine che odora di legno impiallacciato e colla vinilica, di mobilifici, di segherie e prodotti seriali, di residence per famiglie e ferramenta. L’aria lascia in bocca, sulle mani, un impasto di silicone e resina. La periferia, insomma, sa di riproducibilità.
Santa Maria, per esempio, è reclinata ai bordi della via principale. L’attraverso in direzione Rovigo, in un primo pomeriggio caldo, scoprendola assopita, poco trafficata. Sui lati della strada camminano qua e là degli uomini neri. Camminano spaesati, si aggirano tra le auto, scrutano e frugano nei cassonetti gialli della Caritas, quelli per la raccolta degli indumenti. Tra qualche incolonnamento, una lunga serie di semafori, oltrepasso binari ferroviari, viadotti, l’autostrada e il fiume. Sicché, all’improvviso, quando mi ero abituato a quella confusione, ecco che la periferia, in un lampo, discreta scompare. Dopo Ponte, Santa Maria, Occhiobello, attraversato il Grande Fiume, ecco che il mondo intero si dirada. Rimane solo la campagna, sguarnita e silenziosa. La campagna sottomessa, vangata e dissodata dalle sue macchine, seminata da ampie coltivazioni e resa opulenta da nitrati, azoto, concimi minerali e organici. Oggi, mentre l’attraverso, la pianura è accarezzata da un vento orientale debole, che sparge lontano la sua polvere, la trasporta in piccole nuvole senza meta.
L’ampiezza del Polesine per esempio, quella sì che la trovo liberatoria. Ormai ho imparato. Conosco le strade, i bar, i percorsi. Dopo Stienta, Canda, supero il Canal Bianco e prendo la Transpolesana. Ecco che d’incanto sto solcando l’America interna degli sterminati belt, o quella più recondita e non meno affascinante, fatta di pompe di benzina fallite, di ristoranti malandati che ti accolgono col cartello CAMBIO GESTIONE. Per dirne una, sulla Transpolesana, sotto un cavalcavia, leggo la scritta a pennellate bianca FINI TRADITORE. Più avanti, addosso a un muro, campeggia quel solito disegno della foglia di marijuana con un’altra scritta in spray verde: PADANIA LIBERA, lo annoto. Una volta uscito dalla Transpolesana, all’altezza di San Giovanni Lupatoto, alle porte di Verona, decido di percorrere la Statale regionale 11. D’un tratto riconosco il volto dello Sviluppo. Mi ritrovo in mezzo a tutte le auto, ma tante auto, che sono proprio quelle che non c’erano sulla Transpolesana e che il nostro assessore sogna di portare in città. Ora sta di fatto che sotto una pensilina, ad attendere l’autobus, scopro una famiglia di indiani o pachistani e allo stesso tempo di fronte, sul lato di un rudere, campeggia la scritta INDIPENDENSA. Invece sulla facciata principale dello stesso rudere qualcuno ha cancellato VIA DA ROMA e sovrascritto MAFIA MERDA. Nei pressi del casolare diroccato seguo la superstrada che incrocia la strada regionale. Ha come sfondo le Alpi. (altro…)

Anteprima: Viviana Scarinci, Annina tragicomica

Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11.

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno da contrasto a spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci, autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro, Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. In questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, Anna è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione. Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: «Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, “molto vicino al bordo”, fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra “queste alture brulle” e intanto pensa “dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione”. Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: “Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.” e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante». Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

***

da Bambole e bambine. Prima parte

20.
La stroncatura aggiunge una differita ai semi del melo che germogliano complici della clemenza di altri allacciamenti. Nascono abiti dagli orli vivi per Eve esposte a un nuovissimo malaffare. E anche queste cercano il loro precariato a partire da un niente, da un dolore da nulla per mangiarsi adagio e dal principio la mela, a fettine sottili.
28
Todos los gestos de mi corpo quest’uomo possiede ed essendo riproducibile qui solo parte dei miei piedi sbiechi, in questo specifico caso sarebbe la mia persona quando si apre come un fiore a rivelare la soglia che non ha caduta avendo fondo rosaceo perché fermo dove sono.
30
Madura e reclusa, pequenina, calada, indifferente. Esterno città a solo un passo. Provare la parte, saperla: calata da altre mani, come carta da gioco su un tappeto di cardi mariani, abbandonato il capo che è possibile immaginarti nell’istruzione di stare ferma.

*

da Annina tragicomica. Seconda parte

4
All’inizio succedute cose erano timidi progressi, fattezze pronte e contigue a disserrare la stessa agonia, io – noi, non che osassimo sfiati descrittivi a divaricarne il glossario ma contare avremmo dovuto, patire racconti nel numero dato anziché collezionare garze, guanciali che il battiloro riduceva spessi il micron dell’ennesima defezione, contigui l’altra durata dei giorni, liminari il loro ammanto di battigia non combaciata.
11
Annina sapeva ciò che si doveva fare: non svagarsi con lo sversamento di qualche liquidità, dibattere con l’apparente assenza di avvenimenti, rivendicare con tutt’altro dalle parole. Ma improvvisamente accadde che le cose bruciate dall’incendio e quelle che smisero di funzionare, persero anche la sventura del deperimento e sopraggiunse il problema di doverle smaltire.

***

L’AUTRICE
Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.

COPERTINA
La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora, oltre che di pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

Anna Maria Carpi – L’animato porto (anteprima)

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Anna Maria Carpi, L’animato porto, La Vita Felice, 2015 (in uscita il 30 aprile) € 13,00

*

PALL MALL, oh non è vuoto,
una è rimasta,
pura, silente,
non pesa niente,
è bianco e oro, i colori del sacro.
Sul pacchetto c’è scritto il fumo uccide.
Intanto però placa
la sete di un altrove.

Scatta, guizza la fiamma, la regina del buio:
la bianca fra le dita
è ancora intatta,
poi viene a me, alle labbra, come un’ostia
assurda fiala di felicità.

*

RAINOTTE. Nulla può più accadere.
Per oggi è tutto,
vi ringraziamo per averci seguiti.
Un lampo: ho spento, e non devo più nulla.
Sotto le coltri
con l’amante sonno
coi piedi tocco la felicità
tutto il corpo è speranza.
Alle tre ancora nulla, non un suono,
non c’è più il mondo,
il leviatano dorme.

Notte innocente che non sa di ore
né del primo biancore
là verso i monti sopra la ferrovia,
lo stupro della luce che ritorna.

*

Nota dell’autrice:

«Siamo ognuno uno scoglio, un incidente/ fra gli altri fra le cose/ fra astinenza e overdose/ e un solo grido “e io?”». Così dicevo in E tu fra i due chi sei, e che da questo trovarci diversi dagli altri abbiamo perversamente una gran gioia. È vero e non è vero. Dall’adolescenza fino all’altrieri ho tenuto un diario. Scenari dell’io in libertà, sfoghi, riflessioni, stati d’animo contraddittori – ma nel mio diario salta all’occhio il ricorrere dei dialoghi: amati, amici, conoscenti, incontri casuali, e tutti riferiti alla lettera, parola per parola, a memoria. La prima istanza di quel mio commento al quotidiano era colloquiale. E tale è nella mia poesia: è un percorso parallelo al diario, come già diceva il titolo Compagni corpi. L’io c’è, s’intende: fra gente e paesaggi svariati è come quella carta da gioco fatta a pezzi in L’asso nella neve e torna, in fase più malinconica, in Quando avrò tempo, ma, più lieto e più che mai solidale coi compagni, in quest’ultima visione di un animato porto. (A.M.C.)

Edith Wharton La casa della gioia (anteprima)

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Esce domani da Neri Pozza, per la collana Le Grandi Scrittrici diretta da Monica Pareschi, La casa della gioia nella nuova traduzione di Gaja Cenciarelli, presentiamo qui in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro. Grazie a Neri Pozza e a Monica Pareschi per la gentile concessione.

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Edith Wharton –  La casa della gioia – traduzione di Gaja Cenciarelli

***

Capitolo uno (estratto)

Selden si fermò, sorpreso. Il suo sguardo si ravvivò alla vista di Miss Lily Bart nella calca pomeridiana della Grand Central Station.
Era un lunedì di inizio settembre, e lui stava tornando al lavoro dopo una rapida puntata in campagna; ma cosa ci faceva Miss Bart in città in quel periodo dell’anno? Se l’avesse vista prendere un treno avrebbe dedotto che si stesse spostando da una all’altra delle ville di campagna che si contendevano la sua presenza dopo la chiusura della stagione di Newport; ma la sua espressione indecisa lo sconcertava. Si teneva in disparte dalla folla, lasciando che questa le scorresse accanto, diretta alle banchine o alla strada, con un’aria irresoluta che, supponeva lui, poteva benissimo mascherare un proposito ben definito. D’un tratto gli venne in mente che forse stava aspettando qualcuno, ma non seppe spiegarsi perché quel pensiero avesse colpito la sua attenzione. Non c’era niente di nuovo in Lily Bart, e tuttavia ogni volta che la vedeva non poteva evitare di provare un vago slancio di interesse: quella di suscitare sempre congetture era una sua caratteristica, e il più semplice dei suoi atti sembrava frutto di intenzioni di vasta portata.
Un impulso di curiosità lo spinse a cambiare direzione, e invece di andare verso l’uscita, le passò accanto. Sapeva che se lei non avesse voluto essere vista sarebbe riuscita a evitarlo, e lo divertiva l’idea di mettere alla prova la sua abilità.
«Mr Selden… che fortunata coincidenza!»
Gli andò senz’altro incontro, sorridendo e, si sarebbe detto, mostrandosi quasi ansiosa di trattenerlo. Un paio di passanti si attardarono a guardare; Miss Bart era talmente bella da fermare persino i pendolari che correvano a prendere l’ultimo treno.
Selden non l’aveva mai vista così raggiante. La testa vivace, che spiccava tra i colori smorti della folla, la faceva risaltare più che in una sala da ballo, e sotto il cappello scuro e la veletta il volto riacquistava quella levigatezza giovanile e quella carnagione intatta che, dopo undici anni di ore piccole e balli instancabili, stavano cominciando ad appannarsi. Selden si ritrovò a chiedersi se veramente ne fossero già passati undici, e se lei avesse davvero compiuto quei ventinove anni che le sue rivali le attribuivano.
Che fortuna!» ripeté lei. «Com’è gentile da parte sua venirmi in aiuto!»
Lui rispose allegramente che quella era la missione della sua vita, e le chiese in che modo poteva aiutarla.
«Oh, in qualsiasi modo, anche solo sedendosi su una panchina a chiacchierare con me. Se si resiste alla noia di un ballo, si potrà ben resistere all’attesa di un treno. In fondo qui non fa più caldo che nel salone di Mrs Van Osburgh, e le donne non sono poi tanto più brutte». Si interruppe, scoppiando a ridere, e spiegò che era arrivata in città da Tuxedo, che doveva andare dai Trenor a Bellomont, e aveva perso il treno delle tre e un quarto per Rhinebeck. «E non ce ne sono altri fino alle cinque e mezzo». Consultò il piccolo orologio imbrillantato tra i pizzi. «Mancano due ore esatte. E io non so cosa fare. La mia cameriera è venuta in città stamattina per sbrigarmi qualche commissione e ha proseguito per Bellomont con il treno dell’una, la casa di mia zia è chiusa, e io non conosco anima viva in tutta New York». Si guardò intorno con aria sconsolata. «A dire la verità, fa più caldo qui che a casa di Mrs Van Osburgh. Se ha un po’ di tempo da perdere, la prego, mi porti da qualche parte a prendere una boccata d’aria».
Lui si dichiarò a sua completa disposizione: quell’imprevisto gli parve un bel diversivo. Da spettatore, gli era sempre piaciuta Lily Bart; e la sua vita viaggiava su un’orbita talmente lontana che trovò stuzzicante essere attirato per un po’ nell’improvvisa intimità che quella proposta implicava.
«Vogliamo andare a prendere una tazza di tè da Sherry?»
Lei accettò sorridendo, poi abbozzò una piccola smorfia.
«C’è talmente tanta gente in città, il lunedì, che di sicuro si rischia di incontrare parecchi scocciatori. Io sono una vecchia bacucca, ormai, e non dovrebbe importarmi; ma se è vero che io sono vecchia, lei non lo è affatto» obiettò allegramente. «Muoio dalla voglia di bere un tè, ma non ci sarebbe un posto più tranquillo?»
Selden ricambiò il sorriso luminoso che si era posato su di lui. Le cautele di Lily lo interessavano quasi quanto le sue imprudenze; era sicuro che facessero entrambe parte di un piano elaborato con estrema cura. Nel giudicare Miss Bart, si era sempre basato sulla convinzione che lei agisse per calcolo.
«Le risorse di New York sono piuttosto scarse» disse. «Prima di tutto vedrò di trovare una carrozza, poi ci inventeremo qualcosa». La condusse attraverso la folla che tornava dalle vacanze, passando accanto a ragazze con volti insignificanti e cappelli improbabili, e donne dal seno piatto che armeggiavano con pacchi e ventagli di foglie di palma. Possibile che lei appartenesse alla stessa specie? Lo squallore, la rozzezza di quel campione di creature femminili lo convinsero ancora di più che Lily fosse una donna fuori dal comune.
Un breve acquazzone aveva rinfrescato l’aria, e le strade umide erano ancora sovrastate da nuvole ristoratrici.
«Che delizia! Facciamo una passeggiata» disse lei, mentre uscivano dalla stazione.
Svoltarono su Madison Avenue e si avviarono lentamente verso nord. Mentre lei gli camminava accanto a passi lunghi e leggeri, Selden si accorse di trarre un piacere squisito dalla sua vicinanza: dalla curva perfettamente modellata del minuscolo orecchio, dall’onda riccia dei capelli – erano leggermente schiariti ad arte? – dalla foltezza delle ciglia dritte e nere. In lei tutto era energico e delizioso, forte e delicato al tempo stesso. Aveva la vaga sensazione che creare una donna del genere fosse costato parecchio, che molte persone brutte e ottuse fossero state sacrificate, in modo del tutto misterioso, per darle vita. Si rendeva conto che le qualità che la distinguevano dalla massa delle altre erano principalmente esteriori, come se alla volgare creta fosse stata applicata una patina di sofisticata bellezza. E tuttavia quell’analogia lo lasciava insoddisfatto, perché una struttura grossolana non può reggere una finitura di lusso; e se invece la materia prima fosse stata di eccellente qualità, ma poi le circostanze le avessero conferito una forma futile?
A questo punto delle sue riflessioni le nubi si diradarono e lei fu costretta ad aprire il parasole, privandolo di quel gradevole spettacolo. Un paio di secondi dopo si fermò, sospirando.
«Oh, santo cielo, che caldo, e che sete! È un posto orribile New York!» Lanciò uno sguardo sconsolato alla monotonia della strada. «Le altre città indossano i loro abiti migliori d’estate, invece New York sembra sempre in maniche di camicia». I suoi occhi vagarono lungo una delle stradine laterali. «Qualcuno ha avuto il buon cuore di piantare qualche albero laggiù. Andiamo all’ombra».
«Sono lieto che la mia strada riscuota la sua approvazione» disse Selden mentre svoltavano l’angolo.
«La sua strada? Lei vive qui?»
Osservò con interesse le facciate nuove di mattoni e pietra calcarea, fantasiosamente decorate e tutte diverse tra loro per soddisfare la bramosia di novità tipica degli americani, ma fresche e invitanti, con le tende e le cassette per i fiori.
«Ah, sì, certo: il Benedick. Che bel palazzo! Non credo di averlo mai visto prima d’ora». Guardò la casa di fronte, con la pensilina di marmo e la facciata pseudo-georgiana. «Quali sono le sue finestre? Quelle con le tende abbassate?»
«All’ultimo piano, sì».
«E quel delizioso balconcino è suo? Deve far fresco lassù!»
Lui si fermò un attimo. «Vuole salire a dare un’occhiata?» suggerì. «Posso prepararle una tazza di tè in men che non si dica… e non rischierà di incontrare scocciatori».
Il viso le si imporporò – possedeva ancora il talento di arrossire al momento giusto – ma accettò l’invito con la stessa disinvoltura con cui le era stato fatto.
«Perché no? È una tentazione troppo forte: correrò il rischio» dichiarò.
«Oh, non sono pericoloso» disse lui, con lo stesso tono. In verità, non gli era mai piaciuta come in quel momento. Sapeva che aveva accettato senza pensarci due volte: Selden non avrebbe mai potuto far parte dei suoi calcoli, e fu una sorpresa per lui il fatto che avesse acconsentito in maniera così fresca e spontanea.
Si arrestò per un attimo sulla soglia, frugandosi nelle tasche in cerca della chiave.
«Non c’è nessuno in casa; ma ho un domestico che dovrebbe venire di mattina, ed è possibile che abbia apparecchiato per il tè e provveduto al dolce».
La guidò in un corridoio angusto con vecchie stampe alle pareti. Lily notò le lettere e i biglietti accumulati sul tavolo tra guanti e bastoni; poi si ritrovò in una piccola biblioteca, buia ma allegra, con pareti cariche di libri, un tappeto turco gradevolmente sbiadito, una scrivania ingombra e, come lui le aveva preannunciato, il vassoio del tè su un basso tavolino accanto alla finestra. Si era alzata una brezza che gonfiava verso l’interno le tende di mussola, portando con sé il fresco profumo della reseda e delle petunie che fiorivano sul balcone.
Lily si abbandonò con un sospiro in una delle logore poltrone di pelle.

©Edith Wharton