Annie Ernaux

Una frase lunga un libro #68: Annie Ernaux: L’altra figlia

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Una frase lunga un libro #68: Annie Ernaux: L’altra figlia, L’orma editore, 2016, € 8,50, ebook € 4,50, trad. di  Lorenzo Flabbi

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Ma tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero. Non ho alcun ricordo di te. Quando sono nata eri già morta da due anni e mezzo. Tu sei la figlia del cielo, la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto. Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni. Nata e morta come in un racconto, come Bonnie, la figlia di Rossella e Rhett in Via col Vento.

Mi chiedo se stia nel ritmo che imprime alle frasi il segreto di Annie Ernaux. Subito dopo mi domando se invece risieda nell’apparente semplicità con cui (e la frase qui in alto lo testimonia) la scrittrice francese mette insieme le parole, accostandole come se fossero dei colori, facendole suonare come fossero note. Passa qualche minuto e mi dico che non può essere così, o soltanto così, e già sarebbe tanto, e allora mi convinco che la forza di Ernaux vada cercata nella sua struttura mentale, nella sua grande capacità analitica, nella limpidezza con cui si guarda dentro e si racconta, e nella capacità di fondere poi quel racconto personale con il mondo che la circonda, con i tempi passati e presenti, con la storia, la politica e il costume. Lo vedete da voi, Ernaux è tutte queste cose, che non possono essere liquidate semplicemente con la parola “talento”. Posso saper scrivere ma non conoscere, posso capire tutto ma non essere in grado di metterlo su un foglio, posso essere il più grande osservatore della vita e delle cose, ma a che serve se non sono in grado di raccontarlo.

Annie Ernaux è una scrittrice straordinaria, l’abbiamo amata con Il Posto e soprattutto con Gli anni (L’orma 2013 e 2015), due libri indimenticabili, la ritroviamo ora con questo libro piccolo e prezioso, L’altra figlia, un romanzo epistolare, una lunga lettera scritta alla sorella morta prima che Annie nascesse. Un romanzo solo in apparenza più intimo dei precedenti due, perché qui troviamo forse le ragioni che hanno condotto Ernaux verso la scrittura, l’insegnamento; verso tutto ciò che ha fatto e vissuto.

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#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

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Giusi Marchetta

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

D: Ciao Giusi, comincio da una delle mie fissazioni: le città. Tu vivi a Torino, come è cambiata negli ultimi anni? Mi racconti la tua Torino?

R: La mia Torino è una città che sei anni fa conoscevo poco e mi spaventava un po’. Poi ho iniziato a conoscerla attraverso i nomi delle scuole: arrivavo alle convocazioni con tutti questi cerchietti disegnati in certi punti della città e una legenda complicatissima per individuare subito quelle che si trovavano a una distanza meno problematica da casa mia. Adesso la scuola è quella in cui insegno da un anno e la città mi sembra più accogliente perché sono aumentate col tempo le persone che mi hanno accolta. La penso come “casa”: è il cambiamento più importante che Torino ha fatto per me negli ultimi anni.

D: Quanto conta, penso ai fiumi, avere tutta quell’acqua a due passi da casa?

R: Molto. Quando vivevo a Napoli sapevo che proseguendo lungo via Roma avrei trovato il mare e qualcosa di bello da guardare. Adesso abito vicino alla Dora, in una curva particolarmente affascinante del fiume. A volte, quando rincaso, mi sembra assurdo che sia così facile vederla.

D: Tu insegni, sei matta? Tu scrivi, sei sicura di star bene? Tu sei una lettrice, dobbiamo rinchiuderti?

R: Penso che ci sia qualcosa di lievemente disturbato in tutti e tre gli ambiti. E sì, la compresenza e l’importanza che do a tutte e tre le cose non mi aiuta a sembrare più sana di mente. Però a esser giusti bisognerebbe dare tutte le colpe alla letteratura. Più che cambiarmi la vita me l’ha impostata e non sono riuscita a fare altro: la insegno, la leggo e quando scrivo il confronto con i libri degli altri mi mantiene lucida sulle mie potenzialità e i miei limiti. Qualche lato positivo c’è: le volte in cui riesco a trasmettere la mia malattia in classe è proprio perché questa follia l’avvertono anche i miei alunni e ne sono travolti. Insomma, non sono sicura di stare bene ma se mi rinchiudessero saprei come passare il tempo.

D: Ho letto da poco il bel libro di Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax, 2015), ti riporto questo passaggio: «Nella libreria riuscì a scorgere le costole di qualche libro, ma la maggior parte era stata distrutta o rovinata. Aiutandosi con i piedi, cercò i superstiti tra le macerie. Suo padre e sua madre collezionavano La Critica e Il Corriere dei Piccoli da cui lei leggeva le storie di Bilbolbul a sua sorella. In realtà cercava altro (Ventimila leghe sotto i mari, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Piccole donne – tutti libri che erano sempre stati lì, nella libreria, dietro le piantine di sua madre), ma in quel momento le sarebbero bastate anche le riviste noiose del padre. Se fosse rimasto anche solo un foglio intatto». Nel racconto ci troviamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ho letto questo passaggio ho pensato alla te bambina in Lettori si cresce (Einaudi, 2015), che legge rapita. Quella bambina fra le macerie che libro avrebbe sperato di trovare?

R: Avrei cercato delle fiabe. (Amavo le fiabe e penso che abbiano davvero contribuito a imbastire un mio primo solido immaginario). E poi avrei sperato di veder comparire il libro arancione dedicato a tutti i misteri del mondo, dallo yeti ai cerchi nel grano; la copertina di “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno sgualcita per le troppe letture. “Pel di carota”. E almeno un Dylan Dog quello de “Il lungo addio”.  Certo, vincere la lotteria sarebbe stato ritrovare qualche vecchia antologia di scuola dello zio o di papà: centinaia di pezzi di storie da leggere subito aspettando il giorno in cui avrei saputo come andavano a finire.

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Una frase lunga un libro #24: Annie Ernaux, Gli anni

A. ERNAUX, Gli anni, L'Orma

Una frase lunga un libro #24: Annie Ernaux, Gli anni, L’Orma editore, 2015, traduzione di Lorenzo Flabbi. € 16,00 ebook € 9,99

Il futuro è troppo immenso perché lei riesca a immaginarlo. Arriverà, tutto qui. Quando in cortile durante l’intervallo sente cantare le bambine delle elementari Cueillons la rose le pare che la sua infanzia sia qualcosa di accaduto molto tempo prima.

[…] tutto veniva raccontato alla prima persona plurale.

Esistono tante memorie, piccole, piccolissime memorie, brandelli di memoria, ricordi che tornano in mente senza alcuna ragione; altri, invece,  che vorremmo rievocare senza riuscirci. Tutte queste memorie, una sull’altra, agganciate tra loro come tasselli di un puzzle, formano la memoria individuale, che a sua volta, poi, incrocia e scambia con la coscienza, con i cambiamenti vissuti, con le scelte fatte o non fatte. Le memorie individuali, i castelli costruiti su conservazioni e scarti compongono la memoria collettiva: la storia della gente, di un paese, di una città, di uno stato e del mondo. È questo il grande argomento de Gli anni, il bellissimo romanzo di Annie Ernaux. Gli anni, dunque, sono tutti quanti gli anni. Nel caso della Ernaux sono quelli della sua vita, che vanno dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Lo scopo della scrittrice francese è quello di raccontare ciò che è accaduto nel tempo, ma soprattutto di capire come abbiamo interpretato, usato, subito, accettato ogni cosa accaduta. Dal modo in cui abbiamo guardato un singolo oggetto a come lo abbiamo introdotto in casa nostra, sospettosi e poi ammirati, di come lo abbiamo amato e poi messo da parte, o conservato; e dopo gli oggetti la nostra casa, ogni singola scelta di vita, ogni rinuncia, tutte le aspettative, le attese. I nostri cambiamenti perpetui di idea, le convinzioni cancellate, la sorpresa verso il nuovo, la sua accettazione l’attimo dopo, qualcosa già da non raccontare più il giorno dopo, nemmeno ai pranzi domenicali di famiglia.

La Ernaux sceglie due grandi unità di misura come binari lungo i quali far scorrere il suo racconto: le riunioni familiari e le fotografie. L’alternanza, poi, della narrazione in prima e in terza persona; ciò che misurerà la distanza e, al contempo, avvicinerà i due modi e tempi di scrittura sarà il “noi”, l’obiettivo, lo scopo, il motivo. Il soggetto entra e esce dal racconto collettivo, lo osserva da fuori ma ne fa parte, proprio come la narratrice descrive le fotografie che la fissano nella memoria, poste come spartiacque, più o meno, di ogni decennio, razione di tempo. La Ernaux si vede e si descrive negli scatti come fa un osservatore esterno, in terza persona. Il ritmo del libro è avvolgente, vorticoso, a tratti stancante, qualche volta troppo denso, ma sempre meraviglioso. La prosa è splendida, il senso di quel che si vuol dire è chiaro fin dal principio ed è, decisamente, compiuto. Anno dopo anno entriamo in sincronia con la memoria dell’autrice, ci commuoviamo quando le sue memorie incrociano le nostre, quando la storia della Francia incrocia quella mondiale. Proveremo nostalgia, come già ci è accaduto, per il dopoguerra, conosciuto attraverso i ricordi di altri, dai libri di storia. Per gli anni cinquanta, i fantastici sessanta, il Maggio francese, le rivoluzioni, le delusioni. Per gli anni settanta, dove alcuni di noi sono nati e dove resteranno sempre bambini, di cui ricordiamo i giocattoli, dove ci hanno detto, e abbiamo imparato del terrorismo, del divorzio, della crisi petrolifera. Gli anni ottanta, l’individualismo, l’edonismo, il disinteresse per gli altri.

Annie Ernaux corre, vola fino a dopo il duemila, a dopo una foto che la ritrae con la nipote in braccio, è il duemilasei, arriva alle ultime pagine dove spiega ciò che vuol salvare, ciò che ha salvato e, forse, ciò che salverà. È questo un libro del confronto tra parti, classi, categorie, usando con maestria il tempo imperfetto, la Ernaux ci incalza, ci mette insieme e divide in continui “eravamo” e “erano”; “avevamo” e “avevano”; “guardavamo” e “guardavano”. Noi e loro, a volte sovrapposti, poi uniti, poi di nuovo separati. C’è un nuovo modo di narrare, lo abbiamo visto in Carrère e, più recentemente, in Lerner e nell’italiano De Majo; un modo che mette lo scrittore nel libro, lo scrittore che racconta la sua storia nella storia, lo scrittore che ne inserisce dei pezzi mentre ne incrocia un’altra, quello che ne scrive una mentre ne inventa un’altra, quello che scrive la sua parola per parola, solo che ogni volta sembra un romanzo, un romanzo che non può prescindere dalla realtà, dal vissuto. La Ernaux toglie il respiro, Gli anni è un libro che non si dimentica e che non si vorrebbe riporre.

© Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri

Un Posto per ogni distanza.

Sì, ammettiamo che ci piace parecchio correre il rischio di tentare la lettura di un libro che è già passato sotto i ferri di una grossa parte della critica e affrontare così il percorso tortuoso per evitare il già detto e il già sviscerato. Il rischio poi è ancora più elevato se ci riferiamo ad un testo la cui edizione in lingua originale risale a più di trent’anni fa (1983) e pubblicato solo l’anno scorso da L’Orma editore, grazie al notevole lavoro di Lorenzo Flabbi, traduttore ed editore. Il posto di Annie Ernaux ci è piaciuto così tanto che era impossibile non poter dire la nostra, ma per completezza vi consigliamo di tenere in considerazione, tra le tante, le recensione di Di Mauro su “Alias” e l’intervista di Alessandra Pigliaru per “il Manifesto”. Il-posto-Ernaux

Il Posto non è solo un’identità geografica, il paese del nord della Francia che fa da contorno alla vicenda, ma anche (e perdonate il calembour) la posta in palio nel gioco di ruolo che va via via crescendo tra la posizione sociale del padre (con tutta la Storia che si porta dietro e dentro) e quella a cui inevitabilmente tende la figlia, nata e cresciuta in un momento storico in cui la società si smarca sempre di più e con una velocità incalzante e feroce da tutto ciò che è provincia. Ecco quindi il bisogno di definire i contorni di una separazione e dare un ruolo e il posto giusto al dolore; quello rabbioso di una separazione culturale e quello profondo della separazione sensoriale, affettiva, corporea, per sfuggire definitivamente, come figlia ma anche come scrittrice da quella paura ancestrale, generazionale del trovarsi “fuori posto” e assolversi così dalla colpa di un tradimento culturale e sociale nei confronti della figura paterna, colpa a cui solo la scrittura, attraverso un necessario “scollocamento” può dare un senso di sollievo (come ci dice Genet).
Il libro nasce necessariamente autobiografico ma la continuità narrativa si frantuma e apre finestre continue sul presente, sul lettore, nel bisogno quasi ossessivo di giustificare le scelte semantiche e di rassicurarsi attraverso una scrittura lucida, quasi cinica del non cadere mai nella possibilità del bluff e dell’interpretazione là dove la memoria falla e si accettano con consapevolezza le imprecisioni sfumate dei ricordi che inevitabilmente contornano e arricchiscono questa epica famigliare. Non è un caso che la narrazione esordisca con l’accenno al dubbio quasi demotivante nel porre temporalmente il rapporto tra due eventi così importanti e così dolorosi nella loro contraddittorietà (il funerale del padre e il concorso per l’insegnamento), ma il dubbio si risolve solo attraverso un linguaggio assolutamente puro, scevro da ogni possibilità di accenno al sentimento, alla nostalgia e al giudizio e l’aspetto biografico rimane impermeabile. granitico. Un libro sulla memoria non può tuttavia non fare i conti con Proust e Annie Ernaux non se lo dimentica e anzi lo cita almeno due volte, rimarcando nel corso della narrazione la sua imperativa necessità e convinzione di dover definire sempre e comunque con dignità il limite tra ciò che è memoria e ciò che diventa fiction. Lo scrivere di povertà e di ignoranza, non è mai un espediente estetico come in certe caratterizzazioni proustiane o come nella narrazione cinematografica (l’episodio della carne coi vermi che su ripeterà, perché “…non è la corazzata Potemkin.”) ma è la chiave necessaria, se priva di alcuna autocommiserazione o lettura ironica dei limiti culturali e grammaticali paterni, per riuscire a definire quella lotta impari di una generazione contro una società che troppo velocemente prende distanze siderali dalla rassicurante immutabilità della tradizione (il pranzo dopo il funerale, per esempio), delle abitudini e del rimanere legati a quella condizione di semi ignoranza per cui da un momento storico in poi non è più un alibi l’indistinzione tra il parlare e l’agire, ma la presa d’atto di ritrovarsi in un “posto” di assoluta e palese inferiorità; la prima grande dolorosa frattura tra una generazione cresciuta relazionandosi attraverso il dialetto e un linguaggio di sopravvivenza e chi vede nella padronanza del linguaggio e della grammatica una conferma dell’appartenere ad una classe diversa: – ogni volta che qualcuno mi ha parlato di lui, la narrazione cominciava sempre con “non sapeva né leggere né scrivere”, come se la sua vita e il suo carattere non potessero comprendersi che alla luce di questo dato. Questo lo scrive a proposito della figura del nonno, ma è una caratterizzazione necessaria, per trovare una radice da poter rivelare, che non diventa giustificazione, ma consapevolezza. La bellezza di questo libro sta proprio in quella che non esito a definire un’architettura funzionalista delle frasi dove la pulizia disincantata della scrittura, non è solo cronaca ma è un atto di rispetto, verso la storia di un uomo visto attraverso gli occhi di una figlia e non compare mai la ricerca di un motivo per cui assolversi così come non c’è alcuna ricerca consolatoria in una narrazione precisa, dove la stessa lingua paterna, non viene derisa, ma consapevolmente accettata come necessaria, in quanto lingua delle origini. Ma il Posto da cui la si contempla diventa l’accettazione dolorosa e irreversibile di una condizione diversa e distante.

© Iacopo Ninni