anni Settanta

I poeti della domenica #251: Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince


Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince…

Celeste è la lince, e il dio
dei tonni e dei tuoni lascia la casa
inabitabile, parte, e il mare
amoroso diventa vuoto, nuota, perde pesci e
liquide flore, semina venti, finché ir-
rompono le ondine viaggiatrici, e tagliano
l’arco saldo, e i lunghi cervi che temi, e
le viole ai voli delle betulle leggere,
mentre frana la trama delle fate
e corrono le zattere ai desideri del molo.

Da La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 120

Altri dischi #5: Jim Morrison & The Doors, An American Prayer

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Jim Morrison & The Doors
An American Prayer
Elektra, 1978

 

*

di Ciro Bertini

*

La si potrebbe considerare una banale operazione commerciale. A sette anni dalla morte di Jim Morrison, i Doors si ritrovano in studio per dare una veste musicale ad un consistente corpus di poesie, recitazioni e dialoghi composti e registrati dal Re Lucertola e rimasti negli archivi della Elektra. Il background è questo. Non la voglia di cimentarsi con un nuovo album di inediti che “aggiorni” il sound della band di Los Angeles all’alba degli anni ottanta, quindi, ma un tentativo di resuscitare Jim, la leggenda, ponendolo ancora una volta davanti al microfono e facendogli recitare le sue storie di morte e rinascita, le sue visioni di trascendenza e catarsi, i suoi dialoghi scabrosi e onirici. Ci avevano già provato, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore, a proseguire senza di lui, registrando in fretta e furia un primo album ad appena pochi mesi dalla sua scomparsa. Un modesto tentativo di dire: ci siamo ancora, quel “Other Voices”, e mai un titolo sarebbe potuto essere più appropriato nel ribadire l’assenza di Morrison, tanto nella scrittura dei testi quanto nell’interpretazione degli stessi. Forse sarebbe stato più corretto cambiare nome, seppellendo per sempre The Doors accanto alla tomba che aveva appena accolto le spoglie di chi quel nome l’aveva inventato, ma al di là delle spietate leggi del mercato che impongono di far correre la bestia finché ha ancora un po’ di fiato in gola, una simile, coraggiosa scelta avrebbe dato ragione a quanti, allora come oggi, ritenevano che Jim Morrison fosse i Doors e che i Doors fossero Jim Morrison. Non è ovviamente questo lo spazio adatto a intavolare una discussione circa i meriti individuali dei quattro componenti della band, se fosse Jim a trascinare gli altri con la sua personalità strabordante, o se fossero piuttosto Robby, Ray e John i veri geni musicali, senza i quali Morrison sarebbe stato soltanto uno sconosciuto autore di poesie che pochi o nessuno avrebbe letto. Sia chiaro che chi scrive nutre per il quartetto californiano un’ammirazione assoluta e ritiene che The Doors sia una pietra miliare della storia del rock.

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Nadia Terranova – Gli anni al contrario

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Nadia Terranova – Gli anni al contrario – Einaudi, 2015 – € 16,00 – ebook € 9,99

Era un giorno di Fata Morgana, uno di quelli in cui la luce rende la Calabria così vicina che sembra di poterla toccare, tanto che si raccontano storie su chi, impazzendo, si è tuffato convinto di poter raggiungere a nuoto la punta del continente.

In questo bellissimo passaggio c’è tutto il senso de Gli anni al contrario, il romanzo di Nadia Terranova, uscito da qualche giorno, ma c’è anche di più. Il miraggio dei giorni di Fata Morgana, così frequente nello Stretto di Messina, è il miraggio di chi, dai piccoli paesi, dalle piccole città di provincia non ha mai potuto prendere parte alle cose. Le cose che cambiavano la Storia avvenivano sempre da un’altra parte e il potervi partecipare era un’illusione, gli eventi sfilavano all’orizzonte fino a perdersi, confondersi, come un miraggio. Il miraggio del libro è la lotta armata, la rivoluzione mancata, vista da Messina, da due ragazzi alla fine degli anni settanta. Gli anni settanta, per chi c’è nato come l’autrice (o il sottoscritto), rappresentano una sorta di rivelazione mancata, un’epifania al contrario, appunto. Sono stati anni cruciali per il nostro paese, ma noi eravamo bambini, li conosciamo dai racconti dei nostri genitori, li abbiamo scoperti leggendo i documenti. Abbiamo qualche vago ricordo dei rapimenti, degli omicidi. Abbiamo visto qualche film fatto bene e, forse, letto uno o due romanzi come si deve (mi torna in mente Nucleo zero di Luce d’Eramo, libro che andrebbe ristampato). Adesso abbiamo un romanzo che è la storia d’amore tra Aurora e Giovanni, ed è una storia mancata, di entusiasmi durati poco (quelli di Giovanni), perché bruciati in fretta e sostituiti dall’entusiasmo successivo; di scelte di rinuncia (forse) e di coerenza e protezione (più probabilmente) fatte da Aurora per sé ma soprattutto per Mara, la loro piccola bambina.

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Gli anni meravigliosi #17: Erich Fried

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Fried_Lebensschatten

La diciassettesima tappa della rubrica propone un testo di Erich Fried, poeta divenuto famoso per le sue Liebesgedichte (“Poesie d’amore”), raccolta del 1979. Il testo presentato qui è invece tratto dalla raccolta Lebensschatten, del 1981. Il titolo della raccolta (“Ombra della vita”) si richiama apertamente all’ultima silloge del poeta Georg Heym, Umbra vitae. Fried aggiunge, tuttavia, un ulteriore senso alle ombre: oltre a quelle gettate dal passato sul presente, si allude qui ad altre ombre che, in nome di altri, dovremmo lanciare. In tal senso la raccolta Lebensschatten si ricollega a quella del 1978, 100 Gedichte ohne Vaterland (tradotta in Italia da Gabriella Napoli Rovagnani e pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo Cento poesie senza patria), nella quale Fried affronta i temi scottanti degli anni di piombo – penso in particolare alle liriche Auf den Tod des Generalbundesanwalts Siegfried Buback e Die Anfrage. L’attività di traduttore di Shakespeare, T.S. Eliot, Dylan Thomas, Edith Siwell, David Rokeah lascia le sue tracce, solide e nella direzione di una pluralità dell’ascolto, anche nella raccolta Lebenschatten.

Disposizioni

Si dice
che il poeta
è uno
che mette insieme
parole

Non è vero

Un poeta
è uno
che le parole
grosso modo
assemblano

se ha fortuna

Se è sfortunato
le parole
lo squartano

Fügungen

Es heißt
ein Dichter
ist einer
der Worte
zusammenfügt

Das stimmt nicht

Ein Dichter
ist einer
den Worte
noch halbwegs
zusammenfügen

wenn er Glück hat

Wenn er Unglück hat
reißen die Worte
ihn auseinander

Erich Fried, dalla raccolta Lebensschatten, 1981
(traduzione di Anna Maria Curci)

Gli anni meravigliosi – 16 – Irmtraud Morgner

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Morgner_Trobadora

La sedicesima puntata della rubrica propone la lettura di un brano dal romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, che Irmtraud Morgner, nata anche lei, come Reiner Kunze, nel 1933, pubblicò nel 1974. Il brano, nel quale è quasi esclusivamente la virgola a scandire l’usuale (“gewöhnlich” è il termine usato da Morgner) corso-decorso delle pratiche di squadratura-commento a voce alta – avvicinamento, percorre e capovolge, con toni in perfetto equilibrio tra frizzante e caustico. fischiettando e mordendo, dunque,  la scala dei rituali di approccio tra gruppo e individuo, identificato come obiettivo (preda?).

L’altro giorno, mentre la nostra brigata femminile beveva un cappuccino all’Espresso di Alexanderplatz, nel locale è entrato un uomo dall’effetto benefico per i miei occhi. Per questo motivo ho percorso su e giù, fischiettando, una scala musicale, guardandomelo bene, anche qui, dall’alto in basso. Quando è passato accanto al nostro tavolo ho detto «Caspita!», dopo di che la nostra brigata si è soffermata a parlare dei suoi piedi, ai quali mancavano i calzini,  il giro vita l’abbiamo stimato sui settanta, l’età sui trentadue, la camicia proveniente da un negozio “Exquisit”, faceva intravedere il profilo delle scapole, cosa che lasciava supporre un fisico molto magro, la forma stretta del cranio con le orecchie sporgenti, i capelli dal colore opaco, che un qualche barbiere dell’estrema periferia del mondo gli aveva rasato sulla nuca, col risultato che la parrucca non gli arrivava al collo della camicia, la qual cosa è la mia specialità, per il portamento errato delle belle spalle consigliai il canottaggio, poiché il tipo si era seduto in un angolo del locale dovevamo parlare a voce molto alta. Feci servire a me e a lui una doppia vodka e brindai alla sua salute, quando lui voleva addossare la presunta svista alla cameriera. Più tardi mi avvicinai al suo tavolo, mi scusai, dissi che dovevamo esserci conosciuti da qualche parte e occupai la sedia accanto alla sua. Allungai al signore la lista delle bevande e chiesi che cosa desiderasse. Dal momento che non voleva niente, ordinai tre giri di Sliwowitz e lo minacciai di ritorsioni nel caso in cui mi avesse offeso non bevendo. Sebbene il signore non fosse né grato né dilettevole, ma senza parole, pagai tutto e lo accompagnai fuori dal locale. Sulla porta lasciai scivolare, come per caso, la mia mano su una natica per verificare se la struttura dei tessuti era a posto. Non rilevando difetti, chiesi al signore se aveva piani per la serata e lo invitai al cinema‚ ‘International’. Una tensione interiore, che segnava, in crescendo, il suo volto grazioso, lo deformò ora in una smorfia, riuscì finalmente a liberare lo sconcerto e la lingua, quindi il signore disse: «Senta un po’, lei ha dei modi inauditi». – «Usuali», replicai, «solo che lei non è abituato a nulla di buono, perché non è una signora».

Irmtraud Morgner

(traduzione di Anna Maria Curci)

Als neulich unsere Frauenbrigade im Espresso am Alex Kapuziner trank, betrat ein Mann das Etablissement, der meinen Augen wohltat. Ich pfiff also eine Tonleiter ‘rauf und ’runter und sah mir den Herrn an, auch ‘rauf und ‘runter. Als er an unserem Tisch vorbeiging, sagte ich »Donnerwetter«. Dann unterhielt sich unsere Brigade über seine Füße, denen Socken fehlten, den Taillenumfang schätzten wir auf siebzig, Alter auf zweiunddreißig, das Exquisitenhemd zeichnete die Schulterblätter ab, was auf Hagerkeit schließen ließ, schmale Schädelform mit ‘rausragenden Ohren, stumpfes Haar, das irgendein hinterweltlerischer Friseur im Nacken rasiert hatte, wodurch die Perücke nicht bis zum Hemdkragen reichte, was meine Spezialität ist, wegen schlechter Haltung der schönen Schultern riet ich zum Rudersport, da der Herr in der Ecke des Lokals Platz genommen hatte, mußten wir sehr laut sprechen.  Ich ließ ihm und mir einen doppelten Wodka servieren und prostete ihm zu, als er der Bedienung ein Versehen anlasten wollte. Später ging ich zu seinem Tisch, entschuldigte mich, sagte, daß wir uns von irgendwoher kennen müßten, und besetzte den nächsten Stuhl. Ich nötigte dem Herrn die Getränkekarte auf und fragte nach seinen Wünschen. Da er keine hatte, drückte ich meine Knie gegen seine, bestellte drei Lagen Sliwowitz und drohte mit Vergeltung für den Beleidigungsfall, der einträte, wenn er nicht tränke. Obgleich der Herr weder dankbar noch kurzweilig war, sondern wortlos, bezahlte ich alles und begleitete ihn aus dem Lokal. In der Tür ließ ich meine Hand wie zufällig über eine Hinterbacke gleiten, um zu prüfen, ob die Gewebestruktur in Ordnung war. Da ich keine Mängel feststellen konnte, fragte ich den Herrn, ob er heute abend etwas vorhätte, und lud ihn ein ins Kino ‚International’. Eine innere Anstrengung, die zunehmend sein hübsches Gesicht zeichnete, verzerrte es jetzt grimassenhaft, konnte die Verblüffung aber doch endlich lösen und die Zunge, also das der Herr sprach: »Hören Sie mal, Sie haben ja unerhörte Umgangsformen.« – »Gewöhnliche«, entgegnete ich, »Sie sind nur nichts Gutes gewöhnt, weil sie keine Dame sind.«

Irmtraud Morgner

(da: Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura, Luchterhand 1974)

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Irmtraud Morgner (Chemnitz 1933 – Berlino 1990) appartiene, come Reiner Kunze, al gruppo di scrittori nati nel 1933.  Nell’Enciclopedia delle donne, la voce “Irmtraud Morgner”, curata da Monica Biasiolo e consultabile in rete qui fornisce informazioni importanti sulle traduzioni italiane e sulla ricezione in Italia di questa scrittrice. Insieme a Sarah Kirsch e a Christa Wolf, Irmtraud Morgner ha partecipato alla redazione del volume Geschlechtertausch, pubblicato in Germania nel 1980 e apparso l’anno successivo anche in Italia:  Sarah Kirsch/Irmtraud Morgner/Christa Wolf, Fulmine a ciel sereno: tre racconti di una mutazione di sesso, traduzione di Laura Fontana e Umberto Gandini, Milano, La tartaruga 1981. Il racconto di Irmtraud Morgner pubblicato in quell’antologia ha il titolo Gute Botschaft der Valeska in 73 Strophen (“Buona novella di Valeska in 73 strofe”). Sempre nel 1981, come ci informa la nota di Monica Biasiolo, appaiono in traduzione anche alcuni stralci del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura: Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo le testimonianze della sua musicante Laura (brani dal romanzo), traduzione di Lia Secci, in NuovaDWF 18 (1981), pp. 7-15.

Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura è il primo dei romanzi che compongono la trilogia Salman. La trobadora Beatriz de Día, che sospende la propria vita nel XII secolo con il desiderio di risvegliarsi un giorno in un mondo nel quale esiste un sistema politico che permetta la convivenza democratica di entrambi i generi, si risveglia prima del tempo dopo un lungo sonno, ritrovandosi prima in Francia, nel bel mezzo di eventi rivoluzionari, per spostarsi poi nella DDR, nel maggio 1968, anno cruciale nella vita reale dell’autrice, che rompe con la formula del realismo socialista presente nelle sue prime opere e inizia a sviluppare un proprio stile che caratterizzerà la sua scrittura a partire da questo momento. Nella seconda parte della sua trilogia, Amanda, ein Hexenroman (“Amanda, un romanzo di streghe”, 1983), Morgner fa resuscitare Beatriz e Laura, i personaggi principali di Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, lasciando incompleta, a causa della sua scomparsa nel 1990,  la terza parte. Quest’ultimo romanzo fu pubblicato postumo nel 1998. (da: Olga Hinojosa Picón, La metamorfosis como instrumento político, social y cultural: El pensamiento utópico como alternativa a la realidad socialista en la República Democrática Alemana, in “Espéculo. Revista de estudios literarios. Universidad Complutense de Madrid”, 2011)

Gli anni meravigliosi #15: Ernst Jandl

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

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La quindicesima puntata della rubrica incontra Ernst Jandl, il poeta austriaco della “konkrete Poesie”, attraverso una lirica apparsa nella raccolta der gelbe hund (“il cane giallo”), pubblicata all’indomani degli ‘anni meravigliosi’, nel 1980. L’effetto placidamente spiazzante del finale, preparato, modificando la famosa formula di Winckelmann, con “nobile non-sense e quieto sarcasmo”, è esempio di ciò che Heinrich Böll definiva, nel suo discorso per il conferimento del premio Nobel, “il nascondiglio della resistenza”: l’umorismo della poesia. (Anna Maria Curci)

der schnitter

es ist ein schnitter, der
schneidet brot und gibt
der frau ein stück
und jedem kind ein stück
und ein stück ißt er selber
und dann fragt er
wer hat noch hunger?
und schneidet dann weiter.
einem solchen schnitter
möchtest du wohl gern einmal begegnen.
außer er sagt zu dir:
komm hier, du brot.

Ernst Jandl
(da: der gelbe hund, Luchterhand 1980)

il tagliatore

è un tagliatore, che
taglia pane e dà
un tozzo alla moglie
e un tozzo a ogni figlio
e un tozzo lo mangia lui stesso
e poi chiede
chi ha ancora fame?
e poi continua a tagliare.
un tagliatore del genere
lo vorresti proprio incontrare una volta.
a meno che non ti dica:
vieni qui, tu, pane.

Ernst Jandl

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Ernst Jandl (Vienna 1925-2000) «è il più noto rappresentante di quell’avanguardia linguistico-poetica degli anni Cinquanta e Sessanta che è stata definita, in ambito internazionale, con l’espressione ‘poesia concreta’ e che in ambiente austriaco è stata rappresentata soprattutto dalla Wiener Gruppe. La notorietà di Jandl va ascritto, oltre che a una spiccata intelligenza lirica, al tono schiettamente umoristico-ironico (e autoironico) che costituisce il tratto più peculiare della sua poesia. Chiamato alle armi nel 1943 e inviato sul fronte occidentale, Jandl viene fatto prigioniero dagli americani e portato in Inghilterra. Tornato a Vienna nel 1946, studia germanistica e anglistica, laureandosi con una tesi su Arthur Schnitzler. Le sue prime poesie, di tono vagamente brechtiano, cominciano a essere pubblicate agli inizi degli anni Cinquante, e vennero raccolte nel 1956 nel volume Andere Augen (Altri occhi). Nel 1954 conosce Friederike Mayröcker, che diventò sua compagna di vita e con la quale scrive alcuni importanti lavori, tra cui il celebre radiodramma Fünf Mann Menschen (Cinque persone maschio, 1967). Negli stessi anni Jandl entrò nell’orbita culturale della Wiener Gruppe.» (da: Antologia della poesia tedesca a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, Firenze 2004, p. 732).

Qui note biobibliografiche e un elenco dei titoli in traduzione italiana.

© Anna Maria Curci

Gli anni meravigliosi – 14 – Heinrich Böll

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Heinrich_Boell_Nobelpreis

La quattordicesima tappa della rubrica propone la parte conclusiva del discorso che Heinrich Böll pronunciò il 2 maggio 1973 per il conferimento del premio Nobel per la letteratura 1972 (nella foto: Heinrich Böll il 19 ottobre 1972, consegna del premio). Il discorso ha in tedesco il titolo Versuch über die Vernunft der Poesie (“Esperimento sulla ragione della poesia”). All’indicazione di Dostoevskij come punto di riferimento Böll affianca esplicitamente la consapevolezza del ruolo scomodo e irrinunciabile della ragione della poesia, “bastione di libertà” – mi ricollego qui alla lettura che Davide Zizza dà delle liriche, Gedichte,  di Böll, pubblicate in Italia nella traduzione di I.A. Chiusano con il titolo La mia musa.

“Prima di giungere alla conclusione, devo ora fare una necessaria delimitazione. La debolezza delle mie allusioni e delle mie argomentazioni sta inevitabilmente nel fatto che metto in discussione la tradizione della ragione nella quale sono stato educato – spero non con esito pienamente positivo – proprio con gli strumenti di questa stessa ragione, e che sarebbe forse più che ingiusto denunciare questa ragione in tutte le sue dimensioni. Chiaro è che essa – questa ragione – è sempre riuscita a diffondere anche il dubbio sulla sua stessa pretesa totalizzante, su ciò che ho chiamato la sua arroganza, insieme all’esperienza e al ricordo di ciò che ho chiamato la ragione della poesia, che non considero un’istanza privilegiata, un’istanza borghese. Essa può essere comunicata e proprio perché, nel suo aspetto letterale e nel suo incarnarsi, può avere talvolta un effetto sconcertante, può impedire o annullare il senso di estraneità o l’alienazione. Essere sconcertati ha certo anche il significato di essere stupiti o anche soltanto colpiti. E ciò che ho detto sull’umiltà – naturalmente solo per accenni – lo devo non a un’educazione religiosa o al ricordo di essa, che intendeva sempre “umiliazione”, quando parlava di “umiltà”, ma alla lettura, fatta negli anni giovanili e in quelli della maturità, di Dostoevskij. E proprio perché ritengo che il movimento internazionale verso una letteratura senza classi sociali, o meglio verso una letteratura non più condizionata dalle classi sociali, la scoperta di intere province di umiliati, di dichiarati scorie umane, sia la svolta letteraria più importante, metto in guardia dalla distruzione della poesia, dalla siccità del manicheismo, dall’iconoclastia di ciò che mi sembra lo zelo di chi non fa neanche scorrere l’acqua prima di gettare il bambino, appunto, con l’acqua sporca. Mi sembra insensato denunciare o glorificare i giovani o i vecchi. Mi sembra insensato sognare vecchi ordini sociali che si possono ricostruire soltanto nei musei; mi sembra insensato fabbricare alternative del tipo conservativo-progressista. La nuova ondata della nostalgia, che si aggrappa a mobili, vestiti, forme di espressione e scale di sentimenti, prova soltanto che il nuovo mondo diventa sempre più estraneo, che la ragione, sulla quale abbiamo edificato, nella quale abbiamo confidato, non ha reso il mondo più familiare, che anche l’alternativa razionale-irrazionale era una falsa alternativa. Qui ho dovuto tacere o sorvolare su molte cose, perché un pensiero porta sempre all’altro e perché ci porterebbe troppo lontano misurare ciascuno di questi continenti. Ho dovuto sorvolare sull’umorismo, che non è un privilegio di classe e che tuttavia è ignorato nella sua poesia e nel suo ruolo di nascondiglio della resistenza.”

Heinrich Böll

( traduzione di Anna Maria Curci)

“Hier muss ich, bevor ich zum Schluss komme, eine notwendige Einschränkung machen. Die Schwäche meiner Andeutungen und Ausführungen liegt unvermeidlicherweise darin, das ich die Tradition der Vernunft, in der ich – hoffentlich nicht mit ganzem Erfolg – erzogen bin – mit den Mitteln ebendieser Vernunft anzweifle, und es wäre wohl mehr als ungerecht, diese Vernunft in allen ihren Dimensionen zu denunzieren. Offenbar ist es ihr – dieser Vernunft – immerhin gelungen, den Zweifel an ihrem Totalanspruch, an dem, was ich ihre Arroganz genannt habe, mitzuliefern und auch die Erfahrung mit und die Erinnerung an das zu erhalten, was ich die Vernunft der Poesie genannt habe, die ich nicht für eine priviligierte, nicht für eine bürgerliche Instanz halte. Sie ist mitteilbar, und gerade, weil sie in ihrer Wörtlichkeit und Verkörperung manchmal befremdend wirkt, kann sie Fremdheit oder Entfremdung verhindern oder aufheben. Befremdet zu sein hat ja auch die Bedeutung erstaunt zu sein, überrascht oder auch nur berührt. Und was ich über die Demut – natürlich nur andeutungsweise – gesagt habe, verdanke ich nicht einer religiösen Erziehung oder Erinnerung, die immer Demütigung meinte, wenn sie Demut sagte, sondern der frühen und späteren Lektüre von Dostojewski. Und gerade weil ich die internationale Bewegung nach einer klassenlosen, oder nicht mehr klassenbedingten Literatur, die Entdeckung ganzer Provinzen von Gedemütigten, für menschlichen Abfall erklärten für die wichtigste literarische Wendung halte, warne ich vor der Zerstörung der Poesie, vor der Dürre des Manichäismus, vor der Bilderstürmerei eines, wie mir scheint, blinden Eiferertums, das nicht einmal Badewasser einlaufen lässt, bevor es das Kind ausschüttet. Es erscheint mir sinnlos, die Jungen oder die Alten zu denunzieren oder zu glorifizieren. Es erscheint mir sinnlos, von alten Ordnungen zu träumen, die nur noch in Museen rekonstruierbar sind; es erscheint mir sinnlos, Alternativen wie konservativ/fortschrittlich aufzubauen. Die neue Welle der Nostalgie, die sich an Möbel, Kleider, Ausdrucksformen und Gefühlsskalen klammert, beweist doch nur, dass uns die neue Welt immer fremder wird. Dass die Vernunft, auf die wir gebaut und vertraut haben, die Welt nicht vertrauter gemacht hat, dass die Alternative rational/irrational auch eine falsche war. Ich musste hier vieles um- oder übergehen, weil ein Gedanke immer zum anderen und es zu weit führen würde, jeden einzelnen dieser Kontinente ganz auszumessen. Übergehen musste ich den Humor, der auch kein Klassenprivileg ist und doch ignoriert wird in seiner Poesie und als Versteck des Widerstands”.

Heinrich Böll

(da: Les Prix Nobel en 1972, Editor Wilhelm Odelberg, [Nobel Foundation], Stoccolma, 1973

La traduzione del brano, qui rivista in alcuni passaggi,  è apparsa nell’agosto 2009 nel blog “La poesia e lo spirito”, qui.

Gli anni meravigliosi #13: Peter Huchel

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Huchel_Gedichte

La tredicesima tappa passa per un testo poetico di Peter Huchel, pubblicato nel 1972, dopo il suo trasferimento nella RFT, nella raccolta Gezählte Tage (“Giorni contati”) che dice, con l’incisività delle immagini contrapposte, la distanza  tra chi sta “sotto l’ala del potere” e chi dal potere è messo alla sbarra. Centrali, nella quinta strofa, l’immagine del guado del fiume  e la constatazione che non è di tutti l’attraversamento del valico con la schiena dritta. Il verbo “klirren”, che riprende il verso finale di Hälfte des Lebens (Metà della vita) di Hölderlin, è riferito qui agli “speroni dei cardi” (precedentemente Huchel aveva scritto: ” Ora la lingua dimora, e non si distoglie,/sotto la radice del cardo,/ nel fondo di pietra”da: Sotto la radice del cardo, in: Strade strade, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser) e questi, a loro volta, completano l’immagine del cavaliere (Reiter) con gli occhi bendati dal vento scuro.

Das Gericht

Nicht dafür geboren,
unter den Fittichen der Gewalt zu leben,
nahm ich die Unschuld des Schuldigen an.

Gerechtfertigt
durch das Recht der Stärke,
saß der Richter an seinem Tisch,
unwirsch blätternd in meinen Akten.

Nicht gewillt,
um Milde zu bitten,
stand ich vor den Schranken,
in der Maske des untergehenden Monds.

Wandanstarrend
sah ich den Reiter, ein dunkler Wind
verband ihm die Augen,
die Sporen der Disteln klirrten.
Er hetzte unter Erlen den Fluß hinauf.

Nicht jeder geht aufrecht
durch die Furt der Zeiten.
Vielen reißt das Wasser
die Steine unter den Füßen fort.

Wandanstarrend,
nicht fähig,
den blutigen Dunst
noch Morgenröte zu nennen,
hörte ich den Richter
das Urteil sprechen,
zerbrochene Sätze aus vergilbten Papieren.
Er schlug den Aktendeckel zu.

Unergründlich,
was sein Gesicht bewegte.
Ich blickte ihn an
und sah seine Ohnmacht.
Die Kälte schnitt in meine Zähne

Peter Huchel

(da: Gezählte Tage, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1972)

 

Il tribunale

Non nato
per vivere sotto l’ala del potere,
presi su di me l’innocenza del colpevole.

Giustificato
dal diritto della forza,
il giudice sedeva al suo tavolo,
sfogliando brusco la mia pratica.

Non disposto
a  chiedere clemenza,
ero alla sbarra,
nella maschera della luna al declino.

Fissando la parete
vidi il cavaliere, un vento scuro
gli bendava gli occhi,
gli speroni dei cardi tintinnavano.

Tra ontani aizzava a risalire il fiume.
Non tutti attraversano dritti
il guado dei tempi.
A molti l’acqua strappa via
le pietre sotto i piedi.

Fissando la parete,
non capace
di chiamare ancora aurora
la foschia insanguinata,
udii il giudice
pronunciare la sentenza,
frasi in frantumi fatte di carte ingiallite.
Chiuse il dossier.

Imperscrutabile
ciò che muoveva il suo volto.
Volsi lo sguardo a lui
e vidi la sua impotenza.
Il freddo mi tagliava i denti.

Peter Huchel

(traduzione di Anna Maria Curci)

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A Peter Huchel è dedicato un Quaderno di poesia tedesca a cura di Simonetta Mortara; si tratta di un’ampia e approfondita introduzione alla poesia di Huchel. Tra gli studi recenti va senz’altro menzionata la monografia di Huchel – quaderno di text+kritik del 2003 – che vede Lutz Seiler tra i curatori, Seiler vive a Wilhelmshorst, nella residenza nella quale Peter Huchel svolgeva il suo incarico di caporedattore della più importante rivista di poesia della DDR, “Sinn und Form”. La lirica di Seiler la poesia è il mio segugio è dedicata a Peter Huchel. Ricorda Paola Del Zoppo in Odore di poesia, saggio apparso nel volume di poesie di Seiler La domenica pensavo a Dio/ Sonntags dachte ich an Gott: “Quando i ministri della cultura della DDR rilevarono la rivista, esonerando Huchel dall’incarico, il poeta espresse la sua frustrazione nella poesia Il giardino di Teofrasto, in cui, rivolgendosi al figlio, si rammarica che sia ormai perduto il tempo in cui si ricordavano i poeti, ‘coloro/ che un tempo piantavano discorsi come alberi/morto il giardino, il mio respiro più pesante/ serba quest’ora, qui camminò Teofrasto’. Ecco affacciarsi di nuovo il discorso sugli alberi del componimento brechtiano. Seiler si associa al lamento per la perdita delle vecchie generazioni (nel suo caso è Huchel stesso a far parte della generazione passata)”. Seiler si confronta con la scrittura di Huchel anche nel saggio Heimaten, apparso nel 2001, e nella poesia hubertusweg, che ha il nome della via che si apre dietro la dimora dei due poeti – l’indirizzo della casa, punto di incontro per tanti scrittori,  nella quale Huchel visse per quasi 17 anni, fino al suo trasferimento in Italia il 27 aprile 1971, era Hubertusweg 43-45, oggi il civico è 41 –  e lo stesso titolo di una lirica di Huchel (nell’antologia di  poesie di Seiler hubertusweg è nella mia versione). Sempre nel 2003, nel centenario della nascita di Huchel, è apparso, nel quaderno n. 2 di “Sinn und Form”  il saggio di Lutz Seiler Im Kieferngewölbe (“Sotto la volta dei pini”). Lo stesso titolo ritorna nel volume del 2012, Im Kieferngewölbe. Peter Huchel und die Geschichte seines Hauses. (“Sotto la volta dei pini. Peter Huchel e la storia della sua casa”), pubblicato dalla casa editrice Lukas. Il volume, presentato in occasione del 15° anniversario dell’apertura della casa-museo di Peter Huchel (nel 1997 fu Reinar Kunze a intervenire all’inaugurazione con letture di sue poesie e di poesie di Huchel), si avvale dei contributi di Lutz Seiler, di Peter Walther e di Hendrik Röder.

Gli anni meravigliosi – 12 – Ursula Krechel

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Krechel_nach_Mainz

La dodicesima puntata della rubrica presenta un testo poetico che Ursula Krechel – vincitrice nel 2012 del Deutscher Buchpreis, il Premio del Libro Tedesco,  per il suo romanzo Landgericht –  inserì nella raccolta Nach Mainz! (1977).

 

Zum Anschauen

Seht die Frau in der Kneipe.
Schaut euch weniger auffällig um
die da mit der Blumenbluse
eine gepreßte Locke schwebt hoch über ihr
einsam und sehr blond.
Ihre Fersen streicheln das Stuhlbein
hier auf den Tisch legt sie ihre Brüste
wartet, bis die Zeit im Aschenbecher stockt.

Seht, wie sie zur Tür blickt
wenn einer eintritt.
Ihre Hände versacken im Schoß.
Er kommt nicht mehr, der alte Liebgehabte.
Einen neuen angetrunkenen, der auch wartet
wie sie auf Wärme unter der Haut
auf das Ende der Seufzer im kalten Bett
einen neuen will sie nicht mehr.

Seht die Frau in der Kneipe
Seht uns, ihre kräftigen Töchter.
Wie wir uns gleichen manchmal
so unwegsam weiblich.
Wir lernen von ihr für uns
Schaffen Leiden ab, das heimliche, stille
Das ihr nicht sehen wollt
Schaffen es einfach ab. Seht.

Ursula Krechel

(da: Nach Mainz! Gedichte, Luchterhand 1977, p. 47)

Da vedere

Vedete la donna nel bar.
Guardatevi intorno dando meno nell’occhio
quella lì con la camicetta a fiori
un ricciolo schiacciato fluttua alto sopra di lei
solitario e biondissimo.
I suoi calcagni carezzano la gamba della sedia
qui sul tavolo poggia i seni
aspetta, finché il tempo non languisce nel posacenere.

Vedete come volge lo sguardo alla porta
quando entra uno.
Le sue mani affondano nel grembo.
Lui non viene più, il vecchio amato.
Uno nuovo alticcio, che aspetta anche lui
come lei il calore sotto la pelle
la fine dei sospiri nel letto freddo
Uno nuovo non lo vuole più.

Vedete la donna nel bar
Vedete noi, le sue figlie robuste.
Come talvolta ci assomigliamo
così malagevolmente femminili.
Da lei impariamo per noi
aboliamo il dolore, quello segreto, silenzioso
che voi non volete vedere
semplicemente lo aboliamo. Vedete.

Ursula Krechel

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Nata a Treviri il 4 dicembre del 1947, Ursula Krechel ha studiato germanistica, storia del teatro e dello spettacolo, storia dell’arte. Dal 1969 ha svolto a Dortmund, per il teatro civico, attività di direttore artistico, coordinando progetti teatrali con giovani reclusi. Dal 1972 si è trasferita a Francoforte sul Meno; attualmente risiede a Berlino. Diversi titoli testimoniano la sua intensa produzione lirica, che per anni si è affiancata a quella teatrale (la pièce Erika, del 1974, la rese nota come esponente significativa del movimento femminile): Nach Mainz! (“A Magonza!”, 1977), Verwundbar wie in den besten Zeiten (“Vulnerabile come ai tempi migliori”, 1979), Vom Feuer lernen (“Imparare dal fuoco”, 1985), Kakaoblau (“Azzurro cacao”, 1989), Stimmen aus dem harten Kern (“Voci dal nocciolo duro”, 2005). Nel 2012 è entrata a far parte della Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, l’Accademia Tedesca per la Lingua e la Letteratura. Nello stesso anno è stata insignita del Deutscher Buchpreis, Premio del Libro Tedesco, per il suo romanzo Landgericht.

Gli anni meravigliosi #11: Hans Magnus Enzensberger

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Enzensberger_Furie

L’undicesima tappa è costituita dal caustico bilancio di Hans Magnus Enzensberger sintetizzato in un testo, apparso nel 1980 nella raccolta Die Furie des Verschwindens, che porta lo stesso titolo di uno dei componimenti poetici più noti di Hölderlin, Andenken, Ricordo. I primi due versi del testo di Enzensberger suonano come una risposta asciutta, in tono intenzionalmente minore e di sintetico “Bericht” (“la fredda cronaca”, per dirla con le parole di Frengo, personaggio comico creato da Antonio Albanese) al verso finale di Andenken di Hölderlin, “”Was bleibet aber, stiften die Dichter” (“Ma ciò che resta fondano i poeti”, nella traduzione di Giorgio Vigolo): “Also was die siebziger Jahre betrifft/ kann ich mich kurz fassen”: “Dunque per quel che attiene gli anni settanta/sarò breve”, scrive Enzensberger, per quegli anni di prodigi limitati “a Düsseldorf e dintorni”, i quali “senza opporre resistenza, tutto sommato,/ si sono inghiottiti da soli, mandando di traverso il boccone”.

Ricordo

Dunque,  per quel che attiene agli anni settanta,
sarò breve.
Il servizio informazioni era sempre occupato.
La prodigiosa moltiplicazione dei pani
si limitava a Düsseldorf e dintorni.
La terribile notizia corse sui fili della telescrivente,
se ne prese atto e fu archiviata.

Senza opporre resistenza, tutto sommato,
si sono inghiottiti da soli, mandando di traverso il boccone,
gli anni settanta,
senza garanzie per quelli nati dopo,
per i turchi e i disoccupati.
Che qualcuno si ricordasse di loro con indulgenza
sarebbe pretendere troppo.

Hans Magnus Enzensberger
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Andenken

Also was die siebziger Jahre betrifft,
kann ich mich kurz fassen,
Die Auskunft war immer besetzt.
Die wundersame Brotvermehrung
beschränkte sich auf Düsseldorf und Umgebung.
Die furchtbare Nachricht lief über den Ticker,
wurde zur Kenntnis genommen und archiviert.

Widerstandslos, im großen und ganzen,
haben sie sich selber verschluckt,
die siebziger Jahre,
ohne Gewähr für Nachgeborene,
Türken und Arbeitslose.
Daß irgendwer ihrer mit Nachsicht gedächte,
ware zuviel verlangt.

Hans Magnus Enzensberger
(da: Die Furie des Verschwindens. Gedichte. Frankfurt am Main: Suhrkamp 1980)

Sempre negli “anni meravigliosi”, precisamente su “Tintenfisch” nel 1977,  Hans Magnus Enzensberger formula Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia, la sua requisitoria contro “il lavoro forzato” dell’interpretazione nell’insegnamento della letteratura. Qui, su Poetarum Silva, qualche dettaglio a proposito dell famoso episodio della “figlia del macellaio”.

Gli anni meravigliosi – 9 – Maxie Wander

Guten_morgen

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La nona tappa è dedicata a un libro di Maxie Wander, della quale ieri, 3 gennaio 2013, ricorreva l’80° anniversario della nascita.

Guten Morgen, du Schöne: con questo titolo, che è il titolo di una “Canzone degli zingari”, apparvero, pochi mesi dopo la sua morte, le 19 storie, quasi un romanzo, raccolte da Maxie Wander. Il libro è frutto di un lavoro ampio e approfondito e riporta la trascrizione di diciannove interviste ad altrettante donne della Germania orientale.
Maxie Wander nacque il 3 gennaio 1933 a Vienna da una famiglia operaia e crebbe nel quartiere di Hemals, dove era nata, un quartiere dalle radici fieramente popolari. “I suoi genitori e altri membri della famiglia lavoravano illegalmente per il partito comunista austriaco, e tutto il suo pensiero e il suo comportamento furono fortemente contrassegnati dallo spirito di solidarietà che animava gli abitanti del quartiere sotto il terrore nazista”, si legge nella quarta di copertina di Ciao bella. Nel 1958 si trasferì con il marito, lo scrittore Fred Wander, nella DDR, nella Repubblica democratica tedesca, precisamente a Kleinmachnow, località poco distante da Berlino, dove visse fino alla sua morte, nel 1977.
Nella prefazione all’edizione italiana del libro (che riprende il testo apparso nel 1978 nella DDR, per i tipi della casa editrice Der Morgen; la prefazione all’edizione pubblicata nella Germania federale fu scritta invece da Christa Wolf), Renate Siebert-Zahar scrive:
“Il libro di Maxie Wander è straordinario, e per molti aspetti particolare. Non è un romanzo, ma neppure una semplice raccolta di interviste; è un libro sulle donne, ma non è un libro femminista; fa capire molte cose sulla Repubblica democratica tedesca, ma non è un saggio sulla DDR. L’autrice, una giovane donna, moglie-madre-scrittrice, viennese d’origine, viveva per sua scelta da molti anni nella Germania socialista. È morta di cancro a 44 anni, pressappoco al momento in cui questo testo è stato pubblicato, nel 1977.”
Thomas Brasch, che i lettori di questo blog hanno avuto modo di conoscere, scrive nell’articolo Die Wiese hinter der Mauer (Il prato dietro il muro), apparso su “Der Spiegel” il 31 luglio 1978:
“Da leggere in questo libro c’è qualcosa di più dell’eterno lamento delle donne sul quotidiano e delle loro difficoltà – è l’espressione viva e immediata della rassegnazione di persone creative di fronte alla storia, il loro permanere nel ‘privato trasparente’… il fenomeno sociale del cittadino ovattato, protetto si avvicina molto a quello del cittadino perplesso, senza sbocchi.”
Sul diario, apparso nella DDR nel 1979 e nella Germania federale nel 1980 con il titolo Leben wär’ eine prima Alternative (Vivere sarebbe un’alternativa meravigliosa), Maxie Wander annota nel 1972:
«La mia situazione. Trentanovenne viennese (lo sono davvero ancora, non sono già diventata una tedesca?), che ha trovato il suo grande amore e lo ha sposato. Ha partorito due figli, non ha mai imparato una professione, ma ne ha esercitate alcune, ha adottato un bambino, ha lasciato il suo paese e soltanto dopo, molto più tardi, lo ha sentito suo. Ha sperimentato la parola nostalgia che prima negava – ha tentato più volte, senza esito, di partorire un altro bambino quasi a far rinascere la vita perduta. Ha capito di colpo d’invecchiare, cosa che gli altri forse vivono come un processo che non ha niente di spaventoso, ha dovuto capire quanto poco era in grado di prepararsi, fidando solo nel suo corpo bello e tuttora giovane. E adesso?»
Propongo questo passaggio dalla premessa di Maxie Wander al suo libro Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo:

«L’insoddisfazione di alcune donne per ciò che è stato raggiunto è secondo me una forma di ottimismo. Se in certi casi ciò che viene messo in evidenza è l’elemento oppressivo, forse il motivo è che della felicità non si ha bisogno di parlare. La felicità si vive; ciò che pesa, invece, chiede la parola: per poterlo comprendere, per liberarsene. “Chi è giustamente adoprato” – scrive Heinrich Mann – “non ha bisogno di riflettere su se stesso. Il mondo, che per lui non è motivo di sofferenza, non lo spinge a reagire. Parole e frasi sono, tra l’altro, anche questa reazione. Un’epoca assolutamente felice non avrebbe letteratura.”Non sono andata in cerca di personaggi drammatici o di temi che suscitassero la mia personale adesione. Considero qualsiasi vita abbastanza interessante per essere oggetto di comunicazione. Né ho mirato al panorama rappresentativo. L’elemento decisivo è stato piuttosto la voglia – o il coraggio – che questa o quella donna aveva di raccontarsi. Mi interessa come le donne vivono la loro storia, come se la rappresentano. Si impara allora ad apprezzare l’unicità e irreperibilità di ogni vita umana e ad istituire un rapporto tra le proprie crisi e quelle degli altri. A prestare più ascolto alle persone e a dar meno credito a pregiudizi e stereotipi. Forse questo libro è stato è nato unicamente perché io avevo voglia di ascoltare.»

(Maxie Wander. Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo. Prefazione di Renate Siebert-Zahar. Traduzione dal tedesco di Elena Franchetti, Feltrinelli, Milano 1980, 15-16)

Ci sono libri che, anche soltanto con la loro presenza fisica, rappresentano un tratto di strada compiuto insieme a un’altra persona. Questo libro mi è stato donato da Judith Wilsky e, ogni volta che ne sfoglio le pagine, ripercorro le lunghe, pacate conversazioni con lei, insieme ai nostri scambi di idee, rapidi, talvolta ruvidi, smozzicati e sincopati, interrotti da altri, da noi stesse, dal tempo.

© Anna Maria Curci

Gli anni meravigliosi – 8 – Marie Luise Kaschnitz

Kaschnitz_Kein_Zauperspruch

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

L’ottava tappa si sofferma sulla poesia di Marie Luise Kaschnitz, che all’epoca della divisione della Germania è cittadina della RFT, anche se a Weimar, poi nel territorio della DDR, ha trascorso un periodo della sua vita. Come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, Kaschnitz è poco nota in Italia, paese nel quale è vissuta e nella cui capitale è morta il 10 ottobre 1974. Della storia di un lento oblio – così potrebbe chiamarsi lo sviluppo della ricezione di Kaschnitz in Italia, sviluppo impensabile negli anni Cinquanta – mi limito a menzionare due tappe, entrambe del 1971. Nella sua Analisi della letteratura contemporanea, apparsa nel volume di Vittorio Santoli La letteratura tedesca moderna, Marianello Marianelli dedica cinque righe alla poesia di Marie Luise Kaschnitz. A margine di una più ampia dissertazione su Ingeborg Bachmann. Marianelli menziona il nome di M. L. Kaschnitz solo nella quarta delle cinque righe:

“Solo per certi aspetti esteriori sono vicini a queste visioni meridionali della Bachmann, i molti paesaggi meditativi, soprattutto romani e siciliani, che una ben piú prolifica poetessa, Marie Luise Kaschnitz (n. 1901) ha raccolto in Ewige Stadt. (Città eterna, 1952) e Neue Gedichte (Nuove poesie, 1957).”

Nel decimo e ultimo tomo della sua monumentale Storia della letteratura tedesca, Ladislao Mittner dedica sì un intero paragrafo a Marie Luise Kaschnitz, ma sin dall’inizio mette le cose in chiaro, nel modo lapidario e tranchant, ancorché non sempre rigorosamente argomentato, che caratterizza molte delle sue osservazioni:

“Il grande tema della non grande poesia della Kaschnitz è l’esortazione che la guerra non generi guerra e che i sacrifici del passato non siano stati vani.”

A chi insegna letteratura di lingua tedesca in Italia è senz’altro più nota la sua prosa – Das dicke Kind continua, a ragione, ad esercitare un grande fascino in chi legge questo racconto misteriosamente autobiografico con un coup de théâtre finale che sfrutta l’ampiezza di significato del termine Kind in tedesco; anche i racconti, tuttavia, sono in via di progressiva ‘scomparsa’ dalle antologie in uso nelle scuole. Delle sue poesie, si sa poco o nulla. Con Kaschnitz si è verificato un fenomeno analogo a quello descritto da Piergiorgio Viti, che ne parla a proposito di Attilio Lolini e di Sebastiano Vassalli: una tanto inspiegabile quanto ostinata “messa al confino”.

Dalla raccolta Kein Zauberspruch, pubblicata nel 1972, ho già avuto modo di tradurre la poesia Nicht mutig, Non coraggiosa. Per la rubrica “Gli anni meravigliosi” ho scelto, dalla stessa raccolta, Jeder, Ognuno, componimento che ripercorre, con immagini vivide comunicate in versi brevi e densi di riferimenti, le tappe della storia della Germania dal 1933 agli inizi degli anni Settanta. Luoghi, persone, paesaggi sono animati dallo sguardo di colei che scrive e che, nello scrivere, sa fondere in un’unica voce, che canta della storia, che canta nella storia,  dimensione quotidiana e universo letterario.

Ognuno

a Erich Kaufmann

Ognuno, una volta, deve
Cantare la sua patria,
Sputare nel piatto in cui mangia.
Anche io.
La terra natia, questo piccolo pezzo d’Europa,
Dove le ragazze non amano più i soldati,
Dove i soldati non si amano più.
Quanto è sconcertante.

Che cosa mi viene in mente quando dico Germania?
La strada che faccio per andare al lavoro
Passando per il parco di Weimar.
Il cuore verde.
Lillà a Belvedere.
Tiefurt. Danza scalpitante.
Lo studente del Bauhaus.
Balletto triadico.

Che cosa ancora mi viene in mente?
Il bassopiano d’estate.
E, affioranti  dietro le vaste
colline, torri.
La Vistola con l’acqua alta.
Tetti che si spostano rapidamente.
Alberi sradicati.
Anche il basso Reno.

Xanten, il cadavere trascinato a riva.
Il cielo grande.
La mia terra natia soprattutto.
Alberi di noce. Tigli sotto il cielo da bufera.
Botti da vino messe a inzolfare davanti alle case.
Aquila bicipite nello stemma
Oleandri.

Che cosa ancora?
Bandiere con le croci uncinate,
Passi di stivali, rimbombanti,
Orrore sussurrato.
Treni lungo il fiume Lahn, pieni
Di soldati che non cantano.
Treni di ebrei.
Detonazioni. Alberi di Natale, cosiddetti.
Cenere alla cenere.

Poi tutto nuovo, ancora una volta,
Tirato su dal suolo.
Palazzi alti a più piani, altiforni, più d’una Hochstadt, ‘città alta’, autostrade
Vacanze all’estero. Vecchi compagni di scuola.
Atmosfera di inaugurazione al circolo amici di Bach.

Eppure, passato il mio secolo,
Nessuno più guadagnerà denaro
Con recinti di filo spinato.
Al di qua e al di là dei confini
Parole significano la stessa cosa
Patrie e i vecchi
Sensi di colpa si sono giocati l’ultima carta.

Marie Luise Kaschnitz

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Jeder

für Erich Kaufmann

Jeder muss einmal
Sein Vaterland besingen,
Sein Nest beschmutzen.
Auch ich.
Die Heimat, dieses kleine Stück Europa,
Wo Mädchen Soldaten nicht mehr lieben,
Wo Soldaten sich selbst nicht mehr lieben.
Wie befremdlich.

Was fällt mir ein, wenn ich Deutschland sage?
Mein Weg zur Arbeit
Durch den Park von Weimar.
Das grüne Herz.
Flieder im Belvedere.
Tiefurt. Stampfender Tanz.
Der Bauhausschüler.
Triadisches Ballett.

Was noch fällt mir ein?
Die Tiefebene sommerlich.
Und hinter den breiten Hügeln
Auftauchend Türme.
Die Weichsel bei Hochwasser.
Rasch hintreibende Dächer.
Bäume entwurzelte.
Auch der Niederrhein.

Xanten, der angetriebene Leichnam.
Der große Himmel.
Meine Heimat vor allem.
Nussbäume, Linden unterm Gewitterhimmel.
Weinfässer zum Schwefeln vor die Häuser gestellt.
Doppeladler im Wappen
Oleander.

Was außerdem?
Hakenkreuzfahnen,
Dröhnende Stiefelschritte,
Geflüstertes Grauen.
Züge entlang dem Lahnfluss voll
Nicht singender Soldaten.
Judenzüge.
Detonationen. Christbäume sogenannte.
Asche zu Asche.

Dann alles wieder neu
Aus dem Boden gezogen.
Hochhäuser, Hochöfen, Hochstädte, Autobahnen.
Ferien im Ausland. Alte Kameraden.
Weihestimmung im Bachverein.

Und doch, mein Jahrhundert vorüber,
Wird mit Stacheldrahtzäunen
Niemand mehr Geld verdienen.
Diesseits und jenseits der Grenzen
Bedeuten Worte dasselbe
Vaterländer und die alten
Schuldgefühle haben ausgespielt.

Marie Luise Kaschnitz
(da Kein Zauberspruch. Gedichte, Insel Verlag 1972; il testo è nell’antologia Deutsche Literatur der 70er Jahre, curata da Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Wagenbach 1984, pp. 15-16)

 

Marie Luise Kaschnitz, nata a Karlsruhe il 31 gennaio 1901, morta a Roma il 10 ottobre 1974, riceve a Weimar, a partire dal 1921, una formazione professionale come libraia. Successivamente collabora con la casa editrice di  Monaco di Baviera O.C. Recht Verlag. Nel 1925 lavora nella libreria antiquaria Leonardo S. Olschki a Roma; si sposa con l’archeologo viennese Guido von Kaschnitz-Weinberg , che accompagna nei suoi viaggi di studio, soggiornando a Königsberg, Marburgo, Francoforte sul Meno e, di nuovo, a Roma.

Alcuni titoli nella sua produzione: nella poesia, Gedichte zur Zeit (Poesie della nostra età, 1947), Zukunftsmusik (Musica dell’avvenire, 1950), Ewige Stadt (Città eterna, 1952), Neue Gedichte (Nuove poesie, 1957), Dein Schweigen – meine Stimme (Il tuo silenzio – la mia voce, 1962), Ein Wort weiter (Una parola, ancora, 1965); nella narrativa, i romanzi Liebe beginnt (Amore inizia, 1933), Elissa (1936) e Gustav Courbet (1949); i racconti Das dicke Kind (1952), Lange Schatten (Ombre lunghe, 1960), Ferngespräche (Conversazioni a distanza; Mittner traduce con “Dialoghi telefonici” o anche “Dialoghi radiofonici”, 1966), Steht noch dahin (È ancora incerto, 1970).
Tra gli originali radiofonici vanno menzionati Die fremde Stimme (La voce altra, 1969).
Tra i saggi: Engelsbrücke. Römische Betrachtungen (Ponte Sant’Angelo. Considerazioni romane, 1955); Tage, Tage, Jahre (Giorni, giorni, anni, 1968); Orte. Aufzeichnungen (Luoghi. Appunti, 1973).

Come parte essenziale delle note biografiche, propongo  un passaggio significativo dal discorso che Marie Luise Kaschnitz pronunciò il 23 ottobre 1955, allorché le fu conferito il prestigioso premio letterario intitolato a Georg Büchner:

La poetessa delle macerie” (in italiano nell’originale,  n.d.T): così mi aveva definito, non molto tempo fa, un periodico italiano, ma per un momento questa definizione mi era quasi spiaciuta, perché mi sembrava che anche nelle mie poesie del tempo di guerra e del dopoguerra il tratto essenziale non fosse tanto il caos, quanto piuttosto l’anelito a un nuovo ordinamento. In fin dei conti, tutte le mie poesie sono state l’espressione della nostalgia per un’innocenza antica ovvero l’anelito a un mondo rinnovato dallo spirito e dall’amore. Nei miei saggi e nei miei diari, sicuramente anche nei miei radiodrammi, che peraltro non considero figli illegittimi, dappertutto ho cercato di guidare lo sguardo del lettore a ciò che per me ha significato, alle possibilità mirabili dell’essere umano, ai pericoli mortali e alla sconvolgente pienezza del mondo. Non ho voluto dare quella consolazione a poco prezzo che alcuni lettori si aspettano dalla composizione poetica. E se i miei versi, a differenza di quelli ermetici o surrealistici, risultavano comprensibili, questo si spiega con il fatto che il mio percorso nella poesia lirica mi ha condotto dalla natura all’essere umano, e che non sono mai riuscita a dimenticare che stavo comunicando me stessa ad altre persone, sicuramente a quelle che non temono la fatica dell’inusuale e di ciò che può essere afferrato solo lentamente”.

(Marie Luise Kaschnitz, dal discorso di ringraziamento tenuto in occasione del conferimento del premio Büchner nel 1955; traduzione di Anna Maria Curci)

Questa parte del discorso, che di seguito appare nella versione originale, può essere ascoltata qui dalla voce di colei che lo ha composto e pronunciato:

http://www.kaschnitz.de/sound/bpreis.mp3

La poetessa delle macerie”, “die Trümmerdichterin” hatte mich eine italienische Zeitschrift vor kurzem genannt, aber einen Augenblick lang hatte mir das fast mißfallen, weil mir schien, daß auch in meinen Kriegs- und Nachkriegsgedichten weniger das Chaos als die Sehnsucht nach einer neuen Ordnung wesentlich sei. All meine Gedichte waren eigentlich nur ein Ausdruck des Heimwehs nach einer alten Unschuld oder der Sehnsucht nach einem aus dem Geist und der Liebe neu geordneten Welt. In meinen Essays und Tagebüchern, ja auch in meinen Hörspielen, die ich übrigens nicht als uneheliche Kinder betrachte, überall habe ich versucht, den Blick des Lesers auf das mir Bedeutsame zu lenken, auf die wunderbaren Möglichkeiten des Menschen, seine tödlichen Gefahren und auf die bestürzende Fülle der Welt. Den billigen Trost, den manche Leser vom Gedicht erwarten, habe ich nicht geben wollen. Und wenn meine Verse im Gegensatz zu den hermetischen und surrealistischen eher verständlich waren, so hängt das damit zusammen, daß mein Weg in der Lyrik mich von der Natur zum Menschen geführt hat, und daß ich nie ganz vergessen konnte, daß ich mich Menschen mitteilte, freilich solchen, die die Mühe des Ungewohnten und nur langsam zu Begreifenden nicht scheuen”.

(Marie Luise Kaschnitz in ihrer Dankesrede anlässlich des Erhalts des Büchner-Preises 1955)

(c) Anna Maria Curci