anni novanta

Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

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Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

di Raffaele Calvanese

 

Consigliare un disco a cui si tiene è un gesto intimo e coraggioso, richiede fiducia, speranza che quell’input venga recepito dalla persona giusta.

 La fiducia è una cosa importante, è ciò che permette di fare un passo oltre il proprio universo conosciuto. Questa è una storia di fiducia. In realtà sono tante storie diverse sulla fiducia tutte dentro un disco solo: Above, dei Mad Season.

Ci sono stati anni in cui la fiducia poteva giocarti brutti scherzi, era forse anche il bello di quei periodi. Potevi credere ad esempio che Billy Corgan c’entrasse davvero qualcosa con il telefilm Super Vicky, perché magari te lo aveva detto un amico che aveva un cugino in America e che gli passava notizie di prima mano. Quel genere di notizie che prima di Internet erano vere fino a prova contraria, restavano vere anche contro ogni scetticismo, perché oh, in fondo ci si fidava di chi te lo aveva detto.

I Mad Season devono la loro stessa, breve ed effimera, esistenza ad un grandissimo atto di fiducia. Kurt Cobain l’aveva invece persa quella fiducia. Era un anno quel 1994 in cui non capivo granché di quello che stava succedendo, sapevo di certo che per eleggere uno come Silvio Berlusconi di fiducia nel prossimo in Italia ce ne sarebbe voluta davvero molta. Molti dei gruppi della scena di Seattle, quelli che avevano dato fuoco alla scintilla del grunge, erano in una grossa fase di stallo. I Nirvana crollati dopo la morte di Cobain, i Pearl Jam e gli Alice in Chains vivevano perennemente sull’orlo del baratro. Dall’unione di queste fragilità nacquero appunto i Mad Season, composti da alcuni esponenti dei maggiori gruppi dell’intero movimento: Layne Staley, Mike McCready, Barrett Martin, ai quali si aggiunge il bassista John Baker Sounders.

Io ad esempio in quegli anni credevo a un sacco di fesserie, vedi quella su Billy Corgan, e ascoltavo la musica che passava la radio. Conoscevo poche cose e le sapevo male su quello che era l’immaginario del rock, molti nomi che poi mi sarebbero diventati familiari col tempo, mi passavano davanti e sembravano sempre troppo lontani, rarefatti, sconosciuti. Gli stessi anni in cui a un certo punto capisci che ti mancano le parole. Ti mancano le parole per capire, le parole per descrivere, per descriverti. Quello è il vuoto che spesso riempie la musica. Non esiste una musica più giusta di un’altra per riempire questo vuoto, per questo motivo a volte occorre la fiducia.

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Altri dischi #2: Slint, Spiderland

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Slint

Spiderland

Touch and Go, 1991

 

Tre armonici, una pausa e due terzine. Non potrebbe iniziare in modo più semplice uno dei dischi più rivoluzionari nella storia della musica rock, timido e inconsapevole artefice del cosiddetto fenomeno del post-rock e di tanta musica a venire. Originari di Louisville, il chitarrista e cantante Brian McMahan e il batterista Britt Walford si erano già fatti notare con gli Squirrel Bait, gruppo hardcore punk dal sound rabbioso e senza compromessi, ma fu quando ai due si unirono il chitarrista David Pajo e il bassista Ethan Buckler che il corso della Storia cambiò per sempre. Pubblicato nel 1989, Tweez è qualcosa di totalmente nuovo e rivoluzionario, un agglomerato di suoni caotici ed eterei, densi e metafisici, schegge impazzite all’insegna di una godereccia e dissoluta anarchia, ma anche governate da una logica austera, come se la band si divertisse a giocare con le aspettative dell’ascoltatore, sovvertendole scientificamente. La direzione è incerta, tutto viene messo in discussione in questi nove meravigliosi frammenti suonati in piena libertà. Lo scioglimento della band subito dopo la pubblicazione dell’album sembra già decretare Tweez a episodio isolato e irripetibile, e gli Slint a breve (e meravigliosa) parentesi. Nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe uscito due anni dopo dalla loro (breve) reunion. Registrato con Todd Brashear al posto di Buckler, Spiderland è indubbiamente figlio di quell’album, ma elevato a livelli sublimi. Ancora più astratto e sfuggevole, l’album raggiunge vette di originalità trascendente, sorretta da un’ispirazione così autentica e cristallina che un paragone con i King Crimson più sperimentali non suonerebbe affatto esagerato. Non si può catalogare la musica di questi sei componimenti, ci si può soltanto abbandonare all’espressione beffarda dei quattro musicisti ritratta sulla copertina ed entrare in un labirinto nero in cui ci si perde e si ritrova la strada di continuo, ma senza mai raggiungere la meta. I suoni sono glaciali e pungenti, sanno ammaliare ed estasiare con semplicità e disinvoltura, le stesse qualità con cui, un attimo dopo, sanno esplodere e travolgere tutto.
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Altri dischi #1: Kyuss, Wretch (di Ciro Bertini)

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Kyuss, Wretch, 1991, Dali Records

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Primo capitolo di una tetralogia che ha inventato, definito i canoni, portato ai massimi livelli e condannato a morte il cosiddetto stoner rock, dicendo tutto quanto era possibile dire sul genere. Prendete il metal granitico dei Black Sabbath, l’acid-rock cupo e ossessivo dei Blue Cheer, l’industrial violento ed epilettico dei Chrome e lasciate macerare il composto sulla sabbia rovente del deserto californiano. A plasmare il tutto, quattro musicisti poco più che ragazzini eppure artefici di un sound tra i più catastrofici, esasperanti e coriacei di sempre, capace di bombardare l’ascoltatore con una serie impressionante e stordente di riff senza tregua. La macchina triturasassi di Brant Bjork e Nick Oliveri, il canto animalesco di John Garcia e la monumentale, incendiaria chitarra di Josh Homme procedono inarrestabili con la cadenza di un cingolato fuori controllo, mosso da nient’altro se non dall’urgenza di spingere l’hard-rock ai limiti estremi, in un territorio dove nessuno ha mai osato avventurarsi, fino a stabilire un punto di non ritorno, a partire dal quale nulla potrà più essere come prima. La tempesta di sabbia che si scatena in Hwy 74 può già considerarsi l’archetipo del suono Kyuss: barbarico delirio strumentale e canto maniacale, tanto beffardo nella strofa quanto lancinante nel ritornello. L’accelerazione improvvisa di Son of a Bitch è una scossa sismica che squarcia una danza woodoo, mentre i repentini cambi di tempo di The Law agitano, squassano e ricompongono continuamente un’ipnotica, apocalittica orgia infernale, forse il capolavoro dell’album. La cadenza ubriaca e muscolare di Black Widow smorza momentaneamente i toni per lasciare spazio ad un assolo abrasivo, in cui le chitarre si rincorrono, si istigano a vicenda, si azzuffano, fino a quando il ritmo prende nuovamente il sopravvento e la voce di Garcia torna a intonare la sua rassegnata cantilena. In mezzo a tanto baccano, trovano anche spazio – non guastando ma anzi bilanciando l’equilibrio del disco – il divertissement di Katzenjammer e il conclusivo space-rock marziale di Stage III. A dire la verità, non è tanto la qualità dei brani a trionfare (Isolation è la sorella gemella di Love has passed me by, il riff di I’m not suona come una variante malriuscita di quello di The Law, mentre il blues di Big Bikes è di fatto la copia di Backdoor Man dei Doors, che già fu di Willie Dixon), ma la tensione costante che li attraversa, l’esecuzione al cardiopalma, l’assalto continuo e testardo di una macchina lanciata a tutta velocità e che non conosce ostacoli. Non il miglior disco dei Kyuss, eppure, per quanto più maturi e quindi ancor più minacciosi, i successivi Blues for the Red Sun e Welcome to Sky Valley non faranno che affinare quanto Garcia e compagni hanno qui dichiarato. Beginning of What’s About to Happen recita il sottotitolo di Hwy 74, e mai profezia si è rivelata più veritiera per definire un canzoniere che contiene già tutti gli elementi distintivi di un nuovo genere, un vademecum con cui i tanti gruppi a venire dovranno necessariamente confrontarsi, non riuscendo però ad aggiungere nulla rispetto a quanto ribadito con incredibile potenza in queste undici, bellissime tracce.

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© Ciro Bertini