Anne Sexton

Reloaded (riproposte estive) #1 – Su ‘LA DOPPIA IMMAGINE’ di Anne Sexton

 

anne sexton 1967 - foto bettman corbis

anne sexton 1967 – foto bettman corbis

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

I, who was never quite sure
about being a girl, needed another
life, another image to remind me.
And this was my worst guilt; you could not cure
or soothe it. I made you to find me.

(Io, che non sono mai stata davvero sicura
riguardo all’essere una donna, ho avuto bisogno di un’altra
vita, un’altra immagine per ricordar-mi [per ricordare me stessa].
E questa è stata la mia colpa peggiore; tu non potevi curarla
o lenirla. Io ti ho fatta per trovarmi.)

(da The Double Image in To Bedlam and Part Way Back [Manicomio e parziale ritorno], 1960)

.

Basterebbe una citazione soltanto, una citazione da una poesia soltanto, ad avvolgere tutti noi lettori, a trascinarci nelle domande che torturano un’esistenza. Lasciarsi condurre in versi che indagano un sé tormentato eppure preciso e analitico, com’è quello di Anne Sexton, che è stata una delle più grandi poetesse americane del secondo Novecento, assieme a Maxine Kumin e Sylvia Plath, voci coeve e forti, è intraprendere un viaggio anche nel proprio sé, specialmente se chi legge è una donna. Riconosciuta da tutta la critica come autrice di una confessional poetry intima e sagace, Anne Sexton è stata probabilmente anche un’acuta cacciatrice del mot juste, una scrittrice attenta a dove posare l’orecchio: leggere i suoi testi ad alta voce è immergersi nella bellezza della musica, è scavare nel suono assieme al senso. Il senso sta tutto nei suoi temi: da un lato la religione in un momento in cui le priorità della società viravano verso temi laici e politici, dall’altro i motivi familiari e femminili, intensi e fisici, dove il corpo, la sessualità tutta, la maternità, le frustrazioni delle donne, il rapporto coi genitori, le convenzioni sociali sono spigoli d’un poliedro di vetro che riflettono di continuo la luce del verso e della sostanza poetica, luce che colpisce talvolta violentemente il volto e accieca la vista (e la lettura). Cos’è altrimenti un verso in cui l’enjambement (forma) si applica a tagliare la carne viva della poesia, separando another / life, dove in ultima casa stanno sure /cure, invocazioni, desiderio di guarigione – anche dalla sua propria, stessa bipolarità? Cos’è un verso che pone il ‘me’ in rima con se stesso, duplica anzi moltiplica l’identità, l’essere e l’esistere?
Anne Sexton trafigge con pochi segni, pur restando all’interno di quella che è l’esplorazione del quotidiano anche attraverso l’inconscio; eviscera la vita, la scompone a puzzle, in forme nuove perché lontane dal tradizionale passo della poesia angloamericana, dando però la misura della sua distanza nel camminare-scrivendo. La sua è una poesia che arriva dritta sino alla profonda complessità dell’essere, analizza anzi si auto-analizza sempre ed è perciò anche una poesia di terapia che opera anche a livello di catarsi.
È facile perciò riconoscersi ancora oggi nei suoi versi, perché la sua doppia immagine che è anche poliedrica in termini di varietà stilistica, rimarca la capacità di dire e dirsi: The Double Image è proprio questo: affondare nelle crepe d’un rapporto edipico irrisolto per perimetrarsi, sciogliere i nodi, collocarsi e (tentare di) comprendersi appunto. C’è tutta Anne Sexton qui: c’è la sua malattia; ci sono i tentativi di suicidio; c’è la maternità difficile; c’è il ripensarsi attraverso il tormentato rapporto con la madre: «stranger. And I had to learn/ why I would rather/ die than love, how your innocence/ would hurt and how I gather/ guilt like a young intern/ his symptons, his certain evidence» («sconosciuta. E dovevo imparare/ perché volevo morire invece che amare, /perché mi faceva male la tua innocenza,/ e perché accumulo le colpe/ come una giovane internista/ rileva i sintomi, e la certa evidenza»). Nella strofa precedente, la [splendida] sconosciuta è la figlia Joyce, che qui può essere confusa con la madre stessa in questo continuo scambio di ruoli, attribuzioni inverse e perverse percezioni della realtà da un letto di manicomio. Come avviene nella strofa che conclude la poesia, anche questa sezione s’incrina, si spezza laddove c’è bisogno di sottolineare una mancanza, e allora la Sexton impone l’enjambement rather / die, e poi pone in posizione finale di verso ‘intern’, e ‘innocence’ e ‘evidence’ che fan rima; il suo è un mescolare le carte, è un eterno gioco dello specchio, che in questa lirica trova compiutezza e intensità notevoli.
La scelta di questa poesia tuttavia, si lega anche ad un’intuizione, poiché Sexton qui riesce a tradurre i propri moti dell’animo ad ogni capoverso, puntellandoli e ricucendosi così: in questo ricorda un’esperienza di internamento narrata molto bene nel film Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (2002), che racconta la vicenda della madre Liseli Hoepli tragicamente scomparsa a seguito del suicidio nel 1972. Non c’è nulla che leghi Sexton a Liseli apparentemente, se non l’estrazione sociale altoborghese, eppure ricorda Marazzi (nel volume allegato al dvd Rizzoli), la loro vita sembra un tentativo precoce di rifiutare una condizione imposta, quella d’incarnare il prisma del femminile in tutte le sue accezioni (madre-figlia-moglie-etc.) senza spirito critico, per legge naturale, quella legge che sarebbe stata messa in discussione dal Femminismo di lì a poco – o che era in quel momento in revisione. Riguarda dunque l’accettazione di ruoli, riguarda la scelta della follia come arma di difesa dal mondo e d’autodifesa da sé, che può portare anche alla distruzione (o auto-distruzione). C’è nei diari di Liseli come nelle poesie di Sexton questo pensarsi nudo, un pensarsi-oltre, oltrepassando dunque le soglie d’un ‘essere donna’ chiuso (e rinchiuso), ancora troppo poco declinato, rovesciando a ragione i parametri.

© Alessandra Trevisan

Articolo pubblicato in origine il 3 aprile 2012

***

Nota: Nata nel 1928 in una famiglia altoborghese del New England, Anne Sexton ha trascorso tutta la sua vita a Boston, dove s’è suicidata nel 1974. Suo per Live or die nel 1967 il premio Pulitzer. Suoi testi sono usciti in volume per la casa editrice Le Lettere; Crocetti ha pubblicato invece L’estrosa abbondanza nel 1997, con traduzioni di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin (Aldo Nove), Edoardo Zuccato, qui con variazioni mie. Per una versione completa della lirica, qui: http://www.americanpoems.com/poets/annesexton/622.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56538

Anne Sexton, lettera A

anne-sexton-thumb

a cura di Alessandra Trevisan

Again and again and again

You said the anger would come back
just as the love did.

I have a black look I do not
like. It is a mask I try on.
I migrate toward it and its frog
sits on my lips and defecates.
It is old. It is also a pauper.
I have tried to keep it on a diet.
I give it no unction.

There is a good look that I wear
like a blood clot. I have
sewn it over my left breast.
I have made a vocation of it.
Lust has taken plant in it
and I have placed you and your
child at its milk tip.

Oh the blackness is murderous
and the milk tip is brimming
and each machine is working
and I will kiss you when
I cut up one dozen new men
and you will die somewhat,
again and again.

Ancora e ancora e di nuovo

Mi dicesti che la rabbia sarebbe ritornata
come faceva l’amore.

Ho un aspetto tetro che non
mi piace. È una maschera che mi provo.
Son migrata verso essa e la sua ranocchia
siede sulle mie labbra e defeca.
È vecchia. Ed è anche indigente.
Ho provato a tenerla a dieta.
Non le ho dato l’estrema unzione.

C’è un bell’aspetto che indosso
come un coagulo di sangue. L’ho
cucito al mio seno sinistro.
Ho costruito una carriera su questo.
La lussuria si è piantata in lui
e ho posizionato te e il tuo
bambino dinnanzi il suo capezzolo.

Oh, l’oscurità è omicida
e il capezzolo è colmo
e ogni elettrodomestico sta lavorando
e ti bacerò quando
avrò sezionato una dozzina di nuovi uomini
e tu morirai in qualche modo
ancora e di nuovo.

***

Again and again and again è una poesia di Anne Sexton contenuta in Love poems del 1969.

Mercy Street, tra Anne Sexton, Peter Gabriel e TW/Two Women – di Alessandra Trevisan

*Piccola nota al lettore e all’ascoltatore. Nel 1986 Peter Gabriel scrive e registra un brano dal titolo Mercy Street; il testo di questa canzone è una dedica all’opera e alla vita di Anne Sexton, che coglie con pochissimi tratti quella che è la poetica e la ricerca della grande autrice americana. A dieci anni di distanza dalla pubblicazione di 25 Mercy Street (che oltre ad essere una poesia è anche una raccolta postuma della Sexton, edita nel 1976), Gabriel trasforma un titolo e dei versi in leggenda: c’è tutto l’apparato di problematicità di cui vive la poesia di Sexton, dal visivo allo psicanalitico; c’è la poesia-di-cura che diventa canzone-di-cura. La lingua illumina a piccoli lampi, brevi, come sono i versi, come devono essere le parole in canzone; è una lingua del quotidiano che si intride di azioni e di oggetti (si veda La storia dei miei passi di Anna Toscano), di incontri e voci (o assenza di voce). Questa è anche la direzione che vuole prendere una canzone che ho scritto ad aprile 2012 per il mio progetto TW/Two Women – chitarra,voce,loop -, e che qui cito perché contiene i primi versi della lirica di Anne Sexton che hanno aperto mondi e suggerito altre parole, poiché la dimensione del sogno [e della poesia] questo fa, moltiplica le immagini.

Mercy-Street-2

45 Mercy Street, Anne Sexton in 45 Mercy Street (1976) – il pdf con traduzione, qui: 45 Mercy Street-eng:ita.

In my dream,
drilling into the marrow
of my entire bone,
my real dream,
I’m walking up and down Beacon Hill
searching for a street sign –
namely MERCY STREET.
Not there.

I try the Back Bay.
Not there.
Not there.
And yet I know the number.
45 Mercy Street.
I know the stained-glass window
of the foyer,
the three flights of the house
with its parquet floors.
I know the furniture and
mother, grandmother, great-grandmother,
the servants.
I know the cupboard of Spode
the boat of ice, solid silver,
where the butter sits in neat squares
like strange giant’s teeth
on the big mahogany table.
I know it well.
Not there.

Where did you go?
45 Mercy Street,
with great-grandmother
kneeling in her whale-bone corset
and praying gently but fiercely
to the wash basin,
at five A.M.
at noon
dozing in her wiggy rocker,
grandfather taking a nap in the pantry,
grandmother pushing the bell for the downstairs maid,
and Nana rocking Mother with an oversized flower
on her forehead to cover the curl
of when she was good and when she was…
And where she was begat
and in a generation
the third she will beget,
me,
with the stranger’s seed blooming
into the flower called Horrid.

I walk in a yellow dress
and a white pocketbook stuffed with cigarettes,
enough pills, my wallet, my keys,
and being twenty-eight, or is it forty-five?
I walk. I walk.
I hold matches at street signs
for it is dark,
as dark as the leathery dead
and I have lost my green Ford,
my house in the suburbs,
two little kids
sucked up like pollen by the bee in me
and a husband
who has wiped off his eyes
in order not to see my inside out
and I am walking and looking
and this is no dream
just my oily life
where the people are alibis
and the street is unfindable for an
entire lifetime.

Pull the shades down –
I don’t care!
Bolt the door, mercy,
erase the number,
rip down the street sign,
what can it matter,
what can it matter to this cheapskate
who wants to own the past
that went out on a dead ship
and left me only with paper?

Not there.

I open my pocketbook,
as women do,
and fish swim back and forth
between the dollars and the lipstick.
I pick them out,
one by one
and throw them at the street signs,
and shoot my pocketbook
into the Charles River.
Next I pull the dream off
and slam into the cement wall
of the clumsy calendar
I live in,
my life,
and its hauled up
notebooks.

 ***

Mercy Street, Peter Gabriel, in So (1986)

Looking down on empty streets, all she can see
Are the dreams all made solid
Are the dreams all made real

All of the buildings, all of those cars
Were once just a dream
In somebody’s head

She pictures the broken glass, she pictures the steam
She pictures a soul
With no leak at the seam

Let’s take the boat out
Wait until darkness
Let’s take the boat out
Wait until darkness comes

Nowhere in the corridors of pale green and grey
Nowhere in the suburbs
In the cold light of day
There in the midst of it so alive and alone
Words support like bone

Dreaming of Mercy Street
Wear your inside out
Looking for mercy
In your daddy’s arms again
Dreaming of Mercy Street
‘Swear they moved that sign
Looking for mercy
In your daddy’s arms

Pulling out the papers from drawers that slide smooth
Tugging at the darkness, word upon word
Confessing all the secret things in the warm velvet box
To the priest, he’s the doctor
He can handle the shocks
Dreaming of the tenderness, the tremble in the hips
Of kissing Mary’s lips

Dreaming of Mercy Street
Wear your inside out
Dreaming of mercy
In your daddy’s arms again
Dreaming of Mercy Street
‘Swear they moved that sign
Looking for mercy
In your daddy’s arms

Looking for mercy
Looking for mercy
Looking for mercy
Mercy, mercy

Anne, with her father is out in the boat
Riding the water
Riding the waves on the sea

***

a-part2

Per l’ascolto, qui: https://soundcloud.com/twtwowomen/a-part-ep-new-version

(c) Alessandra Trevisan

in memoria di Anne Sexton

Anne Sexton, 9 novembre 1928 – 4 ottobre 1974

THE CIVIL WAR

I am torn in two
but I will conquer myself.
I will dig up the pride.
I will take scissors
and cut out the beggar.
I will take a crowbar
and pry out the broken
pieces of God in me.
Just like a jigsaw puzzle,
I will put Him together again
with the patience of a chess player.

How many pieces?

It feels like thousands,
God dressed up like a whore
in a slime of green algae.
God dressed up like an old man
staggering out of His shoes.
God dressed up like a child,
all naked,
even without skin,
soft as an avocado when you peel it.
And others, others, others.

But I will conquer them all
and build a whole nation of God
in me – but united,
build a new soul,
dress it with skin
and then put on my shirt
and sing an anthem,
a song of myself.

***

Guerra civile

Sono spezzata in due
ma io conquisterò me stessa.
Io riesumerò l’orgoglio. [Io disseppellirò  l’orgoglio]
Io prenderò le forbici
e amputerò la mendica. [e darò un taglio al[fare]l’impudente]
Io prenderò il piè di porco [un piè di porco]
e in me scassinerò [e tirerò fuori a forza i guasti]
i pezzi di Dio scassati. [pezzi di Dio che ho in me.]
Come in un enorme puzzle [come in un enorme mosaico]
Lo ricomporrò,
con la pazienza del giocatore di scacchi.

Quanti pezzi?

Paiono migliaia, [è come fossero migliaia]
Dio travestito da puttana
di un viscido verde alga,
Dio travestito da vecchietto
che barcolla ciabattando,
Dio travestito da bambino
tutto nudo,
senza pelle, [anche senza pelle]
molliccio come un avocado sbucciato.
E altri, altri, altri.

Ma Io tutti li conquisterò [Ma io li conquisterò tutti]
e una nazione di Dio costituirò [e erigerò una nazione di Dio]
– infine in me unificata – [in me – eppure unita]
un’anima nuova costruirò [fonderò un’anima nuova]
vestita di pelle.
Poi mi metterò una camicia [e indossata la mia camicia]
e canterò l’inno: [canterò un inno:]
Canto di me stessa. [una canzone su di me]

[da The Awful Rowing Toward God (1975) – Il tremendo remare verso Dio, in L’Estrosa abbondanza, Crocetti, 1997, con traduzioni di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin (Aldo Nove), Edoardo Zuccato, con variazioni mie]

Per leggere un articolo apparso qualche tempo fa, qui.

© Alessandra Trevisan

SU ‘LA DOPPIA IMMAGINE’ DI ANNE SEXTON di Alessandra Trevisan

I, who was never quite sure
about being a girl, needed another
life, another image to remind me.
And this was my worst guilt; you could not cure
or soothe it. I made you to find me.

Io, che non sono mai stata davvero sicura
riguardo all’essere una donna, ho avuto bisogno di un’altra
vita, un’altra immagine per ricordar-mi [per ricordare me stessa].
E questa è stata la mia colpa peggiore; tu non potevi curarla
o lenirla. Io ti ho fatta per trovarmi.

da The Double Image in To Bedlam and Part Way Back (Manicomio e parziale ritorno), 1960

Basterebbe una citazione soltanto, una citazione da una poesia soltanto, ad avvolgere tutti noi lettori, a trascinarci nelle domande che torturano un’esistenza. Lasciarsi condurre in versi che indagano un sé tormentato eppure preciso e analitico, com’è quello di Anne Sexton, che è stata una delle più grandi poetesse americane del secondo Novecento, assieme a Maxine Kumin e Sylvia Plath, voci coeve e forti, è intraprendere un viaggio anche nel proprio sé, specialmente se chi legge è una donna. Riconosciuta da tutta la critica come autrice di una confessional poetry intima e sagace, Anne Sexton è stata probabilmente anche un’acuta cacciatrice del mot juste, una scrittrice attenta a dove posare l’orecchio: leggere i suoi testi ad alta voce è immergersi nella bellezza della musica, è scavare nel suono assieme al senso. Il senso sta tutto nei suoi temi: da un lato la religione in un momento in cui le priorità della società viravano verso temi laici e politici, dall’altro i motivi familiari e femminili, intensi e fisici, dove il corpo, la sessualità tutta, la maternità, le frustrazioni delle donne, il rapporto coi genitori, le convenzioni sociali sono spigoli d’un poliedro di vetro che riflettono di continuo la luce del verso e della sostanza poetica, luce che colpisce talvolta violentemente il volto e accieca la vista (e la lettura). Cos’è altrimenti un verso in cui l’enjambement (forma) si applica a tagliare la carne viva della poesia, separando another / life, dove in ultima casa stanno sure /cure, invocazioni, desiderio di guarigione – anche dalla sua propria, stessa bipolarità? Cos’è un verso che pone il ‘me’ in rima con se stesso, duplica anzi moltiplica l’identità, l’essere e l’esistere?
Anne Sexton trafigge con pochi segni, pur restando all’interno di quella che è l’esplorazione del quotidiano anche attraverso l’inconscio; eviscera la vita, la scompone a puzzle, in forme nuove perché lontane dal tradizionale passo della poesia angloamericana, dando però la misura della sua distanza nel camminare-scrivendo. La sua è una poesia che arriva dritta sino alla profonda complessità dell’essere, analizza anzi si auto-analizza sempre ed è perciò anche una poesia di terapia che opera anche a livello di catarsi.
È facile perciò riconoscersi ancora oggi nei suoi versi, perché la sua doppia immagine che è anche poliedrica in termini di varietà stilistica, rimarca la capacità di dire e dirsi: The Double Image è proprio questo: affondare nelle crepe d’un rapporto edipico irrisolto per perimetrarsi, sciogliere i nodi, collocarsi e (tentare di) comprendersi appunto. C’è tutta Anne Sexton qui: c’è la sua malattia; ci sono i tentativi di suicidio; c’è la maternità difficile; c’è il ripensarsi attraverso il tormentato rapporto con la madre: «stranger. And I had to learn/ why I would rather/ die than love, how your innocence/ would hurt and how I gather/ guilt like a young intern/ his symptons, his certain evidence» («sconosciuta. E dovevo imparare/ perché volevo morire invece che amare, /perché mi faceva male la tua innocenza,/ e perché accumulo le colpe/ come una giovane internista/ rileva i sintomi, e la certa evidenza»). Nella strofa precedente, la [splendida] sconosciuta è la figlia Joyce, che qui può essere confusa con la madre stessa in questo continuo scambio di ruoli, attribuzioni inverse e perverse percezioni della realtà da un letto di manicomio. Come avviene nella strofa che conclude la poesia, anche questa sezione s’incrina, si spezza laddove c’è bisogno di sottolineare una mancanza, e allora la Sexton impone l’enjambement rather / die, e poi pone in posizione finale di verso ‘intern’, e ‘innocence’ e ‘evidence’ che fan rima; il suo è un mescolare le carte, è un eterno gioco dello specchio, che in questa lirica trova compiutezza e intensità notevoli.
La scelta di questa poesia tuttavia, si lega anche ad un’intuizione, poiché Sexton qui riesce a tradurre i propri moti dell’animo ad ogni capoverso, puntellandoli e ricucendosi così: in questo ricorda un’esperienza di internamento narrata molto bene nel film Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (2002), che racconta la vicenda della madre Liseli Hoepli tragicamente scomparsa a seguito del suicidio nel 1972. Non c’è nulla che leghi Sexton a Liseli apparentemente, se non l’estrazione sociale altoborghese, eppure ricorda Marazzi (nel volume allegato al dvd Rizzoli), la loro vita sembra un tentativo precoce di rifiutare una condizione imposta, quella d’incarnare il prisma del femminile in tutte le sue accezioni (madre-figlia-moglie-etc.) senza spirito critico, per legge naturale, quella legge che sarebbe stata messa in discussione dal Femminismo di lì a poco – o che era in quel momento in revisione. Riguarda dunque l’accettazione di ruoli, riguarda la scelta della follia come arma di difesa dal mondo e d’autodifesa da sé, che può portare anche alla distruzione (o auto-distruzione). C’è nei diari di Liseli come nelle poesie di Sexton questo pensarsi nudo, un pensarsi-oltre, oltrepassando dunque le soglie d’un ‘essere donna’ chiuso (e rinchiuso), ancora troppo poco declinato, rovesciando a ragione i parametri.

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Nata nel 1928 in una famiglia altoborghese del New England, Anne Sexton ha trascorso tutta la sua vita a Boston, dove s’è suicidata nel 1974. Suo per Live or die nel 1967 il premio Pulitzer. Suoi testi sono usciti in volume per la casa editrice Le Lettere; Crocetti ha pubblicato invece L’estrosa abbondanza nel 1997, con traduzioni di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin (Aldo Nove), Edoardo Zuccato, qui con variazioni mie. Per una versione completa della lirica, qui: http://www.americanpoems.com/poets/annesexton/622.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56538