Annamaria Giannini

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte

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Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte, Marco Saya edizioni 2015

Hanno il sapore di una veglia prolungata, dilatata dal rapido scorrere di chilometri dal sud al nord della penisola; hanno l’impronta (che, sì, fa pensare Mario Rigoni Stern di Amore di confine) della familiarità con la montagna, suggellata dalla consuetudine che si dipana giorno dopo giorno, ascesa dopo ascesa; hanno la novalisiana conoscenza rivoluzionaria dell’oscurità − rivoluzionaria perché rovescia i consueti rapporti di valore, novalisiana perché una delle tappe fondamentali di tale conoscenza è costituita dagli Inni alla notte di Novalis − le Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini. Hanno, più di ogni altra cosa, la voce inconfondibile dell’autore, queste sue Istruzioni che vengono pubblicate a distanza di alcuni mesi dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, editore, “costruttore di pace“. Si tratta di un’opera di altissimo valore, all’effetto profondo e incisivo della quale concorrono tutte le qualità e le caratteristiche della scrittura di Lucini: l’intreccio-fusione di ruvidezza e spiritualità delle Sapienziali, la critica argomentata − e sempre diretta, ché il poeta guarda in faccia gli avversari, di volta in volta nominati e identificati −  del tempo, che ha ispirato le sue numerose iniziative ‘corali’ − L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cronache da Rapa Nui, Keffiyeh. Intelligenze per la pace, per menzionarne solo alcune −, il gesto poetico nato dall’indignazione di Vilipendio. Conoscere le tenebre, praticare l’ascesa, rendere più acuta la vista, tendere l’orecchio, essere sempre pronti per il viaggio, trovare argomenti che vincano «con pazienza/ogni resistenza»: questo è l’impegno, questo è il percorso, questa la proposta per la quale ogni verso rende testimonianza, si popola di vissute “istruzioni”. «Ci vuole un aiuto anche alla metafora / dell’ascesa»: questo aiuto ci giunge, meditato e colmo di risorse, da Gianmario Lucini con le sue Istruzioni per la notte. (Anna Maria Curci)

Domenica 29 marzo, alle ore 17:00, Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini sarà presentato all’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic. Relatori: Luca Benassi, Manuel Cohen, Marco Saya. Annamaria Giannini leggerà la prefazione che Giovanna Iorio ha scritto al volume. Per informazioni qui.

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Dalla sezione Istruzioni per la notte 

 

VII – Routine

Quando rientro da lunghi viaggi
è sempre fonda la notte. L’Italia
stuprata dalle luci elettriche mi scorre
veloce a lato,  mi trova e mi lascia
col volto duro del barista all’Autogrill
a pisciatoi orrendi e straniti che declamano
due millenni di cultura col puzzo di latrina
numeri di cellulare scritti col lapis
da disperati sulle ceramiche dei cessi – gli specchi
più fedele del nostro progresso –

e quando dopo il lago appare la mia valle
–  chiara di luna la mia valle e cime innevate –
io non mi sento rincasare ma soltanto
precario sostare alla periferia d’una notte
provvisoria
in un luogo improbabile dove un fiume scorre
a metà strada fra l’inferno e il paradiso;

e mi pare di tornare dagli inferi
per dire tutto ma non so qual cosa dire
con la terra che mi balla sotto i piedi e il corpo
che in balìa di se stesso barcolla
nella notte
anch’esso provvisorio.

(p. 17) (altro…)