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Una frase lunga un libro #89: Anna Salvini, Calma apparente

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Una frase lunga un libro #89: Anna Salvini, Calma apparente, Internopoesia 2017, € 10,00

(libro disponibile da lunedì 13 febbraio)

Quella che leggerete di seguito è la prefazione che ho scritto per il libro di Anna Salvini, entra di diritto in questa rubrica perché quando la scrissi lo feci pensando a una recensione e di questo si tratta, buona lettura.

*

la mia città è unificata, senza vie
senza palazzi e chiese
un unico dolore, al centro.

*

Per scrivere poesia, ma per scrivere in generale, bisogna saper andare dentro le cose, sotto le cose, saper guardare il tappeto, il retro del tappeto e quello che c’è sotto il tappeto. Quello che ci abbiamo nascosto noi e quello che altri hanno lasciato. L’azione che mi viene in mente è quella di scavare la terra a mani nude, per sporcarsele, naturalmente, ma anche per portare in superficie. Anna Salvini con Calma apparente fa innanzitutto questo: scava. Salvini, però, ed è per questo che scrive poesie, restituisce al lettore l’idea di aver scavato, mostra la profondità dell’aver toccato la terra ma non ha bisogno di indicare dove, come e perché lo abbia fatto. Salvini lascia spazio alle nostre sensazioni: leggiamo lei e troviamo qualcosa di quello che è capitato a noi.

Calma apparente è il primo libro di Anna Salvini, ma faccio fatica a considerarla un’opera prima, queste poesie vengono da molto lontano. E da molto lontano scrive Salvini, da Vigevano dove è nata e vive, e poi da un tempo molto lungo e distante che è quello da cui si formano i testi che compongono le tre sezioni della raccolta: Visioni, Casa e Le sette meraviglie. Non sono disinvolta comincia così una delle poesie più significative, e quel non essere disinvolta è forse anche il motivo per cui Salvini non abbia mai fin qui pubblicato un libro ed è giusto così. Ogni cosa a suo tempo, si dice, e questo è il tempo adatto, questa è la stagione.

Portarsi via
:::::::::::::::::c’é qualcosa per il cuore
:::::::::::::::::::::::::::Giovanni Raboni

Non sono disinvolta, cado
negli spazi stretti con tutto il peso
cado, con le mie parole invisibili
e il magma che ingrassa
il ventre e fa girare il mondo
resto nel solco, non mi scanso, tendo
a restare se passi, se torni
con il tremore della voce che viene
per portarsi via.

(altro…)

Anna Salvini, Calma apparente

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Segnaliamo e sosteniamo il nuovo progetto di Interno Poesia

Presentazione del progetto

Interno Poesia è lieta di annunciare l’avvio di un nuovo progetto di crowdfunding per la prevendita dell’opera Calma apparente di Anna Salvini (prefazione di Gianni Montieri). Scopo della campagna, organizzata in collaborazione con Produzioni dal Basso, è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro in corso di edizione.

Invito alla lettura

 

Dalla prefazione di Gianni Montieri

Per scrivere poesia, ma per scrivere in generale, bisogna saper andare dentro le cose, sotto le cose, saper guardare il tappeto, il retro del tappeto e quello che c’è sotto il tappeto. Quello che ci abbiamo nascosto noi e quello che altri hanno lasciato. L’azione che mi viene in mente è quella di scavare la terra a mani nude, per sporcarsele, naturalmente, ma anche per portare in superficie. Anna Salvini con Calma apparente fa innanzitutto questo: scava. Salvini, però, ed è per questo che scrive poesie, restituisce al lettore l’idea di aver scavato, mostra la profondità dell’aver toccato la terra ma non ha bisogno di indicare dove, come e perché lo abbia fatto. Salvini lascia spazio alle nostre sensazioni: leggiamo lei e troviamo qualcosa di quello che è capitato a noi.

Calma apparente è il primo libro di Anna Salvini ma faccio fatica a considerarla un’opera prima, queste poesie vengono da molto lontano. E da molto lontano scrive Salvini, da Vigevano dove è nata e vive, e poi da un tempo molto lungo e distante che è quello da cui si formano i testi che compongono le tre sezioni della raccolta: “Visioni”, “Casa” e “Le sette meraviglie”…

*

La parola amore
Nella parola amore
ci sta tutto, ingloba per assonanza
e rima, ne fa un corpo unico, un unico
desiderio e tutto il pianeta passa da qui;
come pensare a un orlo mentre mi sei abito
all’asola quando apri ogni mio pensiero al giorno
come pensare a due quando tutto riporta ad uno:
i volti nella penombra della sera, confusi agli occhi
i nasi ad incastro, le bocche una sull’altra, le stesse
vocali, pensare d’essere, uno nell’altro, il gesto atteso
come mantenere l’equilibrio quando anche le domande
che chiudono ogni sera, non hanno mai la stessa risposta.

 

 

Miracoli
Ti lascio abitare ogni angolo
della casa, far parte
di un quadro, scegliere
il film

il vaso dei fiori però
riempilo
ogni volta che puoi

l’odore sugli abiti lo tengo
stretto, lo stomaco anche
quando siedi con me
sul divano

sono piccoli miracoli le isole
che fa la vita, questo adagiarsi
di polvere e sole
che veste gli spazi, impregna
ogni singola fibra
ma non ci contiene del tutto

e non dico di te
perché sei solo tu
soltanto
la radice
che lega le lingue
tu solo conosci il nome
di tutte le stanze, il ritrarsi
del lago quando fa notte

io faccio
come se niente fosse

come la pioggia
del mio starti accanto.

*

Leggi il seguito e sostieni il progetto su Produzioni dal basso

Anna Salvini, Poesie inedite

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Sguardo e voce

Le vene obliterate ad ogni viaggio
hanno retto le partenze, costretto
il buio alla preghiera del respiro
anche i nomi dei miei morti, teste
di spillo sul cuore, hanno radure tali
che ho temuto di perdermi.

Giorno dopo giorno
abbandono ogni resistenza
e la mia lingua il fare superfluo
delle parole ma sguardo e voce
puntano lontano, oltre la stanchezza
nel chiarore della mia memoria.

*

Corrispondenze

Sarà questa abitudine alle braccia
il male che non passa
ma la pazienza l’ho imparata
dallo spasmo di un respiro
nell’implosione di tutte le parole
immaginate, sognate, cadute
e poi dimenticate.

Nella stretta del palmo, prima
del segno, ho temuto che nulla
potesse esser più dolce
del poco, immenso, piccolo
verso nascente.

Così scrivo per non lasciare fuori
nessuno e per ogni viso
che ho amato; più che il tramonto
l’avvenire per l’alba, il fuoco
di ogni silenzio, la morte
che mi fai dentro.

Così imito la vita
il suo essere altrove.

*

(altro…)

Anna Salvini: alcune poesie

On Air

La strada è sempre quella, il riso ancora
da tagliare, il bosco a lato, i pioppi
dalla radio Vasco, Jovanotti, Ligabue.

(nell’ordine:
1 – Radio Deejay
2 – Virgin radio
3 – RTL  102.5
dopo non ricordo mentre guido cambio spesso)

Oggi passa anche Battisti.

Ottobre, così strano che io ti pensi ma d’altra
parte ci sono ancora molti gradi e maglie
in cashmere dell’anno precedente in promozione

Ogni cosa è illuminata e non sento più
bisogno di soffrire, ogni cosa è illuminata
ogni cosa è nel suo raggio in divenire

Lunedì. Un’agenda che mi obbliga
ad un percorso innaturale

cerco di distrarmi, non pensarti

non ho problemi di parcheggio, orario, pausa pranzo
ma vado proprio dove io non voglio andare

(aspetto il materasso nuovo, ti chiamo e dico
che stamattina sarei stata a casa volentieri)

ancora riso, penso alle rane: non è una strana
associazione, mi guardo i denti  nel retrovisore
vedo un gatto, i suoi occhi gialli
– forse sono solo due fanali –

(come spesso accade).

le donne lo sanno che niente è perduto
che il cielo è leggero però non è vuoto

 

La fine di tutto

Voglio essere quella parola che cerchi: potessi
intuire la direzione, ti verrei incontro al passo
dell’era glaciale, portarti qualche animale
per premio, cercare altre parole sotto la lingua
tenuta stretta, poi coprire tutte le ossa
con le sabbiature, essere il legno, la compostezza
del segno tracciato, che fosse un guado o la fine di tutto.

 

Inversamente

In fondo qualcosa rimane, un crampo
dell’aria soffocata dopo una notte
insonne o un’intera vita, avanzi
che si tenta invano di buttare
sperando d’essere leggeri

invece dovremmo ipotizzare
sui bagliori, di ogni gesto fare
un riempimento, in questa solitudine
tenersi stretti
per quanto complicato, esplorare
ogni oscurità, fino all’impossibile.

 .

Parole in fuga

Oggi che mi guardi e vuoi sapere
delle mie parole malandate
come le assemblo, perché le brucio
hai l’universo intero dentro quella voce
e questo è sufficiente
per dare corpo alla tazzina, leggere il fondo
dei tuoi occhi scuri, trovare nel cuscino
l’impronta della sera prima

non crederesti mai che le poesie nascono così
da una ondulazione o una solitudine
le nostre gambe quando scrivono del freddo
nei vestiti che giacciono a terra, senza corpi
abbandonati, quasi un malore
del nostro esistere prima di ricomporsi

tu che cammini sul mio tappeto, apri il frigo
e mi sorridi: non c’è mai niente in questa casa
io che scrivo sul divano del niente
che ci abita ma vorrei scriverlo sui muri
sulla pelle: ogni parola un taglio, ogni taglio un parto
urla, sudore
vuoi davvero che ti parli di tutto questo?

di come si sprofonda nelle faglie, di quanta acqua
imbarco ad ogni tuo passaggio e della lingua
arroventata per la sete (é per te, l’ho mai detto?)
di come le nascondo, io
le parole, come  vorrei che ci giocassi
andandomi a cercare, lo faccio anch’io e poi le chiamo
dal buio e dico “tana” anche quando non ci sei.

.

Cieli

1

abbiamo taciuto di fronte a tanta
perfezione, l’equilibrio delle ali
e il becco su qualcosa a noi negato

2

un’unica pulsione sotto il sole
e tutt’intorno
solo un battito richiama
l’azzurro che sta oltre

3

eppure si resta come sospesi
anche con la schiena a terra
fino a bruciare le pupille
senza stancarsi

4

ripetimi il cerchio che fa il falco
amore, ripetilo
tutte le volte che puoi

5

il mare e il cielo, il cielo e il mare
quanto silenzio e nessuna nuvola
da giorni

6

non si direbbe da tutto quel nero
non lo so dire, tu nemmeno
ma noi lo sentiamo, che tace

.

in quel nulla

toccare con mano
è il mio dolore preferito
affannare il respiro, ogni volta
senza smettere l’incanto che mi implode
ad ogni tuo silenzio
che è lì che parli, in quel nulla
che può distruggere l’umano
invece mi contamini
e taccio le mie maledizioni
le adagio un poco più a lato
come quando la neve cade
per premura

.

Stato d’assedio

Siamo così vicini quasi da confonderci
nessun distinguo, linea di confine
nessuna garanzia
che potrei anche morire, adesso
in pace, potrei
finirti dentro per osmosi, lasciare
andare ogni promessa
che non esiste più, non esiste
quel castello di frasi a colazione
il rito, le scadenze
non c’è nulla da farsi perdonare
una minima distanza è sufficiente
che non siamo più
nemmeno corpi, solo una connotazione
uno stato d’assedio naturale.

.

Disciplina

Viaggiando a cavallo della mezzeria
in fase di sorpasso
abbiamo i brividi ma è nelle curve,
calibrando il peso
che lasciamo andare la fatica
imparando l’equilibrio ed il coraggio
un’andatura cauta, un lieve sporgersi
nel vento
decelerando ai bordi, troviamo il passo
per osservare senza dire.

come l’amore dato, tolto, dato ancora
ci ha insegnato.

 .

Inventario

Le vertebre, le ho contate tutte
i nei, le rughe, ogni malessere
di quella volta che sono stata
cactus e non è stato bello
soffrire al fiorire delle spine

di quando avevo gli occhi pesti
le cicatrici esposte e come un cane
ho leccato tutto.

La mezza sigaretta fumata di nascosto
il mare attraversato a piedi
i possessivi che ci hanno sopraffatto
e del giorno che volevo far morire
la mia fame dentro un’altra bocca.

I luoghi che ho amato, la luce, il silenzio
il buio, le ombre: tutte le parole abolite
per dire quanto l’amore, ancora
mi sa confidare.

 

*Azioni

invocAzione

prima che l’inverno strozzasse
i lineamenti del paesaggio, prima
che un convoglio decidesse il viaggio

io ho chiamato, alzato la voce, urlato

– dove sbattono le parole, chi
raccoglie il tonfo o forse resistono
in qualche anfratto
trattenute da un appiglio vivono nell’eco
o danno corpo ad un big bang finale? –

prima che una pietra rompesse
il cerchio e da una costola
uscisse questa voce, che trema

ti ho chiamato, amore

(le mie grida impiccate ai rami, impigliate
tra le guglie, rubate da un becco, lasciate
cadere in chissà quale campo)

(altro…)

senza peso

 

Io vivo a casa mia, tu ancora non lo so
non so quale luce accendi per prima
la sera, quando torni
come ti lasci cadere tra i cuscini
la marca della birra

io in ogni stanza ho uno specchio
e faccio caffè sempre per due
(anche l’odore è una buona compagnia)

però ci sono notti in cui vengo a prenderti
mentre sogni, ti stringo piano
e non hai peso
non mi costa nulla portarti
lasciare che tu dorma senza me.

 

 

defrag

 

 

 

 

 

 

 

quale pioggia ha fatto di te

un torrente e quanto tempo è passato

dal brivido alla piena?

 

non ho trattenuto la spinta

il taglio è partito dal cuore

nella curva stretta della discesa

ho intuito il senso delle rocce, la direzione

con forza mi sono opposta alla diga

alle mani che facevano muro

ed è stato un dilagare di cocci, le pareti

la casa, l’intera foresta dei dubbi

strappata alle furia, rigenerata

dentro ogni grido

 ho tentato una difesa

armato le spalle ma ora che importa

se

scomposta e felice

s’incammina la vita

illesa

tras-fusione

Marzo ha giornate buone per specchiarsi
all’ombra di un castagno, spostare la nebbia
con un cenno, il volo d’una gazza.

Osservo con quanta naturalezza cambia
la stagione, mi segno il petto senza sapere
se questo è il momento giusto
m’immedesimo col fango e non sento
che il battito di mille animali attraversarmi
piano, un dilagare verde che s’incarna

potrei scrivere – ma non lo faccio ora? –
delle mie malattie, l’emorragia dell’alba
che mi lasciava bianca quando il giorno
illuminava la degenza
e il taglio sui fogli, immacolati, ritornati
in vita per ogni parola strappata alla bestia
che divorava il mio letargo

del fuoco che ha piagato l’erba
e di noi
che non sappiamo ancora
quando ci siamo persi.

separAzione

In-certi giorni grigi
basterebbe un cenno, amputare
con la pietà dei miti quando il corpo
trema nelle tagliole
sacrificare una gamba o un braccio
separarsi e strisciare con le nocche
un ginocchio, il gomito puntato come una stampella
tirarsi fuori dai denti acuminati, la voce
strappata a piccoli morsi.

E ti chiedi come funzionerà il nuovo passo,
la schiena nel movimento che bilancia
milligrammi, come sarà
riprendersi la vita, ad ogni costo, perchè
si è troppo stanchi di morire. Basterà un profilo,
una nuova altezza da cui osservare
il mondo, commuoversi dentro le cose
che ti vengono incontro.

circo minimo

Passo nel cerchio di fuoco tra la terra
battuta dal vento ed un varco di cielo
spogliato da ogni premura, replica,
urgenza, fine virtuale.
Il cerchio perfetto: la morte. Il giro
del mite elefante con la zampa che preme,
la fauce arresa alla scimmia, la fune tirata
sopra la rete pronta a salvare l’equilibrismo
malato del passo

“direttore mi dica la prossima mossa”

la scena dell’uomo volante o la donna
cannone che piange l’amore del clown
e sogna un trapezio, la presa sicura
del nano felice

(applausi al leone che azzanna la testa:
è questa la festa?)

Il giocoliere richiama attenzione, la giusta
cadenza del gesto, la mossa veloce
nel tempo presente. Il dubbio se occorra
saltare è movenza d’istinto
che non sempre ci salva.