Anna Maria Ortese

I poeti della domenica #327: Anna Maria Ortese, La naturalezza di questa vita piena

 

….La naturalezza di questa vita piena
di cose non naturali, il dolore
di non capire cos’è il dolore, la disgrazia
di cercare ostinatamente un nome, un segno
qualunque di riconoscimento, e trovare
silenzio e sigilli fin sui rami degli alberi.
….Non in me, da ferita
sempre aperta sgorga
la rossa fontana del chiedere,
il mormorio del ricordo
futuro, la frescura di vaste
zone da cui venni, ed era noto il mio nome,
là tra gli astri,
ora tremanti di vergogna. Questa porta
sbarrata sul vero, questo triste
villaggio che tutti hanno lasciato,
questo porto senza navi verde di rimorso.
è il mio universo quotidiano.
….La disperazione talvolta mi ricopre,
frusta tutte le mie ossa,
si dibatte come un vento per trovare il nome la colpa. L’origine
della colpa che dette origine alla caduta
− da cui nessuno deve trarmi, alcuna grazia chiamarmi −
in questo quieto interminabile
….giornaliero Esilio.

.

In Il mio paese è la notte, sezione “Pagine dimenticate”, Roma, Empirìa, 2011

Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Recensione

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Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Pensieri poetici, prefazione di Adriana Chemello, Ragusa, Sicilia Punto L edizioni, 2016, € 8,00

Non ci sono sottotitoli ed etichette più appropriate in grado di connotare la raccolta di versi di Maria Occhipinti: i suoi «pensieri poetici», che leggiamo oggi con il titolo di Anni di incessante logorio, editi per i tipi di Sicilia Punto L, (trat)tengono − insieme − i due aspetti più importanti dell’esperienza dell’autrice: quello umano e quello “politico”. Si potrebbe dire uno stesso vo(l)to, con due direzioni prioritarie unite insieme nel segno della «vita» e della «libertà»: esse non sono soltanto temi nella vicenda di Occhipinti ma veri fondamenti della sua etica e anche “motivi” su cui l’approfondita, attenta ed essenziale prefazione di Adriana Chemello fa perno.
Nata nel 1921 e scomparsa nel 1996, Occhipinti è stata una donna che ha sentito sempre forte la responsabilità civile di difendere le categorie sociali più deboli della sua Sicilia sin dagli anni del Fascismo; definita anarchica e libertaria, si è battuta per i diritti delle donne senza abbracciare nessuna fede politica, restando però molto vicina al femminismo. Il suo spirito d’iniziativa sarà sempre personale e comune insieme, libero così com’è libera la sua parola poetica, e com’è stata dapprima la sua prosa in Una donna di Ragusa e Il carrubo e altri racconti entrambi apparsi per Sellerio nel 1993 (possiamo leggerne, a proposito, qui e qui).
Aperta al nuovo o diversamente “letterata”, i suoi versi paiono fluire da un quotidiano vivere, da un incessante movimento del pensiero nel suo misurarsi quotidianamente, da una riappropriazione dell’itinerario che il sé compie nel mondo, in rapporto agli altri (anche ai cari), alla natura, alla religione; la sua poesia procede ad accrescere, di verso in verso, l’attaccamento forte alla vita e ai valori vitali su cui essa si fonda. Il logorio è dunque la progressione alla “ricerca di un dire” ma anche il processo nel contatto umano e nell’incomunicabilità tra due soggetti, come a p. 105: «L’Io è una vetta/ che nessuno scalatore/ potrà raggiungere,/ un altro Io/ può solamente sfiorare.//» Siamo di fronte a quella che Chemello definisce una «ricerca di senso» che permea la poesia di Occhipinti, laddove a p. 106, ne La conquista, si legge: «Nessuno potrà distruggere/ ciò che l’Io/ ha conquistato/ penosamente.//».
L’Io dell’autrice, tuttavia, non è un io ingombrante, anzi: rifugge l’egotismo per validare da un lato la propria «limpidezza», dall’altro un’accoglienza del diverso (da sé). L’altro è infatti colui con il quale condividere azioni, momenti: «Pensandoti/ non ero sola,/ tu eri con me/ tra gli uliveti,/ eri con me/ sotto la siepe// che ci riparava/ dalla pioggia/ e contemplavamo/ la distesa dorata del grano.// Presi per mano/ camminammo/ sul sentiero fiorito,/ andammo verso il sole,/ verso la libertà.//» (p. 86).
L’Io, in questi versi, converge spesso al noi, in un continuo fare spazio all’altro, facendo così spazio al sé spesse volte “estraneo” alle contingenze cui la vita chiama. La stessa Occhipinti per anni ha vissuto negli Stati Uniti; alcune poesie sono qui dedicate ad artisti o città di quella terra, non ultima quella che dà titolo a questo volume postumo con protagonista l’architetto italiano Simon Rodia. Straniera in Patria, lirica del ritorno, appare invece a p. 70: «[…] Avevo paura di sentirmi straniera/ in Patria e di non avere mai più/ un dialogo con i giovani,/ loro che sono la speranza della nazione.» Un andamento prosastico per un testo che avvicina − ma anche allontana al tempo stesso − Occhipinti a Casa di Altri di Anna Maria Ortese; non in contrapposizione ma in dialogo, queste due autrici hanno evidenziato quello che Anna Toscano ha definito propriamente il «qui della vita» (in un articolo da leggere a questo link). Questa vuole essere un’ipotesi critica che moltiplica gli orizzonti di lettura senza cercare legami (sarebbe forzato e “ingiusto”, per lo meno a quest’altezza) di Occhipinti con la tradizione letteraria del suo tempo.
Un “inno” alla «gioia» questi pensieri poetici; gioia è anche parola che ritorna nei versi, molto diversa tuttavia da quella “ancestrale” di Goliarda Sapienza (qui), diametralmente opposta dal punto di vista letterario ma pur sempre una gioia che «vibra» con la stessa intensità nella voce di una donna − in un coro partecipato − che amava la vita anche nel «dolore», altra tra le parole chiave del volume che stiamo percorrendo.
A molti anni dalla scrittura di questi testi possiamo dunque sentirci grati dell’avvenuta pubblicazione, che ha visto un intervento di correzione del professor Pietro Bafunno, di cui tuttavia non si conosce la portata. Leggerli significa rinnovare un patto che si giustifica in un non cedere al tempo rendendo costante la ricerca di nuovi autori in versi − anche conoscendoli (purtroppo) postumi −, salvare le loro opere dall’oblio nonché “liberarle” nel mondo.

© Alessandra Trevisan

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56566

Tiziana Marini, Lo scatto della lucertola. Lettura di Plinio Perilli

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Celebrazione provvisoria del personaggio-donna. Tiziana Marini, poetessa concreta e immaginaria, quotidiana e astrale.

di Plinio Perilli

La lucertola cui Tiziana Marini dedica il titolo del suo ultimo libro, ovviamente (Lo scatto della lucertola, La Vita Felice, Milano, 2016), è sia concreta che immaginaria, quotidiana e astrale come tutta o quasi la sua poesia.  Niente male per un’autrice capace in soli quattro versi di raccontarci come dall’interno il senso stesso dei miti, antichi o di sempre fa lo stesso:

Migrazione di sogni dagli orli verde-notte.
Piange la Chioma di Berenice
piange stelle tra i rami
dove i nidi fuggono in cerca della luna.

Cabale o invocazioni, trasmutazioni di sorta – Tiziana esce sempre dal Tempo, perché tutto l’immaiuscola e lo contiene, angelico e terrestre come le elegie omeopatiche con cui Rilke si curava, umbratile e innalzato:

Dov’è caduto l’angelo?
Dove cadde la speranza?
Una macchia d’asfalto, l’ombra del cielo
fra le sillabe del bene.

Ricordo ora quasi con tenerezza la prima volta che ci accingemmo a dar veste e lustro editoriale alle “poesie” puntigliose e dolci di Tiziana. Lei scriveva, impennava o carezzava i suoi versi tutti a stampatello (cfr. Solo l’anima vede, Pagine, Roma, 2011) – sì,  proprio come il parlato dei fumetti, e insieme, i titoli strillati d’un giornale, i messaggi cadenzati della pubblicità, se vogliamo anche il dialogo capzioso ed epocale dei quadri appunto di Roy Lichtenstein:

TUTTO AMO DI ME
ANCHE IL DOLORE
SE DIVIDESSI L’IDEALE
DALLA MIA REALTÀ.
E NON NE SON CAPACE,
SOLO PER QUESTO SAREI DIVERSA
E INACCETTABILE AI MIEI OCCHI.
UN IO FELICE
NON GENERA SPERANZA.

Ricordo le facce, più che divertite, turbate delle redattrici editoriali, mentre si accingevano all’opera. Le loro domande leziose (il lezio è una merce abbondante in letteratura, specie oggigiorno): “Ma allora i titoli come dobbiamo metterli? Sempre in maiuscolo o in maiuscoletto? (altro…)

proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

*

Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
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I poeti della domenica #11: Anna Maria Ortese, Non so perché

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Non so perché

Il vento stasera scricchiola
a tutte le porte, non so perché.
Rumori subito spenti,
fremiti, sospiri
salgono dal giardino,
non so perché.
La lampada dà una luce velata,
non so perché.

La mia stanza si è fatta sterminata,
non so perché.
Non so perché, senza alcuna
ragione o dolore,
piange stasera qualcuno. Non so perché.

Anna Maria Ortese, in Il mio paese è la notte, Roma, Empirìa, 1996

Giovanna Zulian, Ama il tuo insuccesso

Parigi, JohnGiorno, Palais Tokyo, foto gm

Parigi, JohnGiorno, Palais Tokyo, foto gm

“Ama il tuo insuccesso” *

Due piedi nudi scendono dal divano. C’è silenzio, ora nella casa. In cucina, i coniugi preparano una camomilla, non parlano, si guardano appena.

Se ne sono andati dopo che avevano finito, dopo essersi liberati, sfibrati , ma vincitori. “ Abbiamo perso una legione, ma abbiamo avuto una parte del bottino” – sembrano dirsi, con la porta che ancora si sta richiudendo alle loro spalle. Sono entrati nella tenda imperiale e hanno rivendicato tutto il bene, i beni soprattutto,  che il loro unico figlio aveva riposto nell’affare di quella corte. I matrimoni vanno ponderati bene, vanno preparati e calcolati sin nei minimi dettagli. Un buon matrimonio mette fine alle guerre. I casati si rafforzano, il sangue si fortifica, si rinnova. Ma si deve scegliere bene, mirare a lungo, oltre le generazioni viventi, conoscere l’historia degli avi.

– Te l’ho sempre detto che l’unica cosa che conta è scegliere bene. Non si sa mai chi ti porti in casa. A me non è mai piaciuta fino in fondo. Lo sapevo, lo sapevo che quella faccia ingenua, carina, quell’aria da santarellina… e appena ha potuto, guarda lì cos’ha combinato. Me lo sentivo, me lo sentivo… Con la data fissata, la chiesa, i fiori, la villa, tutto pronto praticamente! Dopo anni in cui è stata accettata nel nostro cuore, viene a pugnalarci, anzi no, come un cancro subdolo, ce lo avrebbe fatto marcire lentamente il cuore! Se solo tu non avessi aperto gli occhi in tempo, se tu non avessi scoperto tutto, lei ti avrebbe anche sposato e allora sì, che saresti stato gabbato per il resto dei tuoi giorni, avresti dovuto mantenerla fino alla fine dei tuoi giorni! Sei  troppo indulgente, sei stato e sei troppo buono . Debole! Troppo debole ti ho tirato su e ora tocca a noi, a me e a tuo padre riparare, ripagare tutto, spiegare a tutti il perché.  Oh, se ripenso a tutte le parole finte che diceva, mentre aveva già altro in testa! Peggio delle donnacce di strada, peggio delle sgualdrine che lo fanno per il pane. Una perversa, una lussuriosa! Ma con chi ti sei impicciato? E chissà quante altre volte ti ha tradito!? Chissà quante bugie, falsità ti ha propinato  e tu come uno scemo a credere a tutto, a comprarle l’anello, pagarle le vacanze! Ma ti rendi conto, quanto ti ha spillato in questi anni? Per chi abbiamo lavorato tanto, noi? Per permettere i vizi a una sgualdrina? E non ti provare a difenderla! A dire che è cambiata nell’ultimo anno, che ha perso la testa! Ti ha ingannato, a tutti ci ha ingannato! Ma io la distruggo! Si pentirà amaramente di ciò che ha fatto – hai fatto male i conti, piccola puttanella! tu non sai cosa posso io! E a te che serva da lezione, devi imparare: voleva i tuoi soldi, la tua posizione! Dio! … portami a casa, devo stendermi, devo prendere le pastiglie, i nervi, sento che sto cedendo. Presto!  presto, portatemi via di qui!

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Reloaded – riproposte natalizie #12 – SU “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” DI GOFFREDO PARISE

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

*

dobbiamo-disobbedire-goffredo-parise

Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

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Su “Dobbiamo disobbedire” di Goffredo Parise

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Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

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Quattro passi #4 – Amore

AMORE

Pietro Annigoni

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’amore”. Buona lettura.

 

Gli occhi più scuri che avesse mai visto, in un bagno di luce. Riccioli nero carbone che sfuggivano a due lunghe trecce. Pelle estiva, il colore della sabbia accarezzata dalla marea. Magra nel grembiule verde e blu della Holy Angels. Mentre l’occhio destro piangeva, il sinistro esultava. Le labbra si schiusero in silenzio. Voleva dire: «Ti conosco», ma la cosa non trovava conferma nella sua vita passata, così si limitò a fissarla, infiammato e non sorpreso.
Lei sorrise e disse: «Io sposerò un dentista».
Aveva un accento che non avrebbe mai perso. Consonanti addolcite, una «r» appena appena liquida, la tendenza ad avvolgere le parole non con le labbra ma già nella gola. Il suo contributo alla lingua inglese era musica allo stato puro.
«Io non sono un dentista» disse lui, imporporandosi fino alle orecchie.
Materia sorrise, e guardò i tasti del piano sparsi ai suoi piedi.
Aveva quasi tredici anni.
Se avesse picchiato sul mi bemolle, probabilmente le cose avrebbero preso un altro verso, ma aveva picchiato sul do diesis, e nessuno dei due aveva motivo di presagire sventure.

(Ann-Marie MacDonald, Chiedi perdono, Adelphi 2002, traduzione di Giovanna Granato, I ed. or. 1996)

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I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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***

Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

Anna Maria Ortese: «qui è la vita». Alcune poesie e una nota

Annamaria-Ortese

Anna Maria Ortese (Roma 1914 – Rapallo 1998), fu un’autrice in polemica con la realtà del suo tempo, spinta da un estremo bisogno di sincerità, profondamente ancorata al quotidiano nella propria narrativa oltre che nell’inchiesta giornalistica, nella scrittura di viaggio e nella poesia. Due i volumi in cui possiamo leggerla, che comprendono testi scritti tra il 1930 e il 1980: Il mio paese è la notte (1996) e il di poco successivo La luna che trascorre (1998); entrambe le raccolte son edite da Empirìa di Roma.
Per questa mia breve introduzione e accesso ai testi, mi servirò dell'”orecchio critico” di Anna Toscano, che qui** ha fatto una ricognizione attorno alla poesia di Ortese. Quello poetico è infatti un filo che segue tutta la vita dell’autrice, che va di pari passo alla scrittura in prosa – ed è ad essa parallela -, e che pare chiaramente fare da controcanto alla scrittura pubblica. Una scrittura che resta privata, un progetto di vita infine pubblicato, che non riesce ad ottenere riscontro da parte della critica sebbene qualcuno ne avesse già parlato e l’avesse stimata, come Amelia Rosselli e Attilio Bertolucci, «per la “pazzia stilistica”». Alcune poesie escono infatti già in riviste, ad esempio in «Nuovi Argomenti», tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, o antologie tra cui Otto secoli di poesia italiana (Newton Compton, 1993). Infine, ecco le raccolte, che non sono «mai davvero rivedute dall’autrice, in quanto non ha mai contato molto su di loro, non le hai mai ritenute meritevoli di attenzioni. Lei stessa le riconosce meritevoli d’attenzione poi, dicendo: – Hanno accompagnato tutte le stagioni della mia vita – o quasi -, e preceduto la scrittura dei libri in prosa -».
La prima raccolta, prefatta da Ortese stessa l’1 giugno 1994, contiene testi scritti sin dal ’32-’34, ed è divisa in dodici settori e in due sezioni, con indicazione dell’anno di scrittura; qui contenuti testi «con aspetto di poesie», testi perciò con un “ritmo”; «mai composte, obbedirono a un impulso espressivo o emotivo comune a molte persone, anche se non hanno frequentato scuole». Molti i temi affrontati: dal «paese mediterraneo, […] all’ansia di qualche verità, la paura, la solitudine e la notte […] a una intolleranza del vivere – del mondo, che si fa sempre meno saggia.»
La seconda raccolta viene alla luce da una selezione di testi di Giacinto Spagnoletti, cui è affidata appunto la curatela del volume, che segue da vicino il lavoro poetico di Ortese, già presentissimo nel romanzo Il porto di Toledo (escluse dalla selezione di oggi); i temi già enunciati, si sentono ribaditi anche qui, e soprattutto quello della solitudine che definisce per Spagnoletti uno stretto “rapporto di fratellanza” tra Ortese e Leopardi, che meriterebbe una maggior indagine e attenzione. Le due raccolte, per concludere un discorso dal taglio parzialmente scientifico, non son state sottoposte ad analisi filologica. Quelle che abbiamo tra le mani non sono dunque edizioni critiche.
Ma ritornando all’autrice e a ciò che emerge dall’analisi precedentemente intrapresa, possiamo dire che in Ortese vi sia sempre un intenso e costante autobiografismo lirico; per questo l’etichetta, il titolo possibile a definire per intero la sua poesia, secondo Toscano, potrebbe essere «qui è la vita […] vita come didascalia a cui mettere un ordine [mai] messo». Il suo è uno stile «autonomo, indipendente, fortemente soggettivo e autodidatta, lontano da scuole e modelli; le sue poesie sono una rêverie» in cui il senso del tempo segue un battito interno, peculiare, «intimo. E ad una prima lettura l’impressione che si ha, è di un grande dolore e di una grande fatica […] inevitabile data la sua adesione alla vita, sia in prosa sia in versi.» Un senso di “estraneità” vigente, al conformarsi letterario anche, che si ravvisa già nella categoria d’analisi del tempo («tutti i tempi sono umani, tutti credono di sentirsi immutevoli finché non passano», A. M. Ortese 1994). Questo “sentirsi straniera” di Ortese, si configura con una capacità di dare luce a degli istanti, illuminare «dosare [sapientemente] luci e ombre», ai limiti del “sogno”. I testi scelti dunque, seguono un percorso all’interno della sua opera poetica, soggettiva e forte, oggi da riscoprire «in un viaggio molto faticoso ma bellissimo [perché] qui è la vita».

Alessandra Trevisan

da Il mio paese è la notte

ADDIO, PAESE (I sezione n.d.r.)

1930-32
ALBERI BEVA E FIUMI

Ma quanto vissi? E sempre

Sono tant’anni, forse
sono secoli ormai che la dolcezza
di risvegliarmi provo, di vedere
intorno a me le cose conosciute,
spente, e le vive. Sono forse secoli.
Ma quanto vissi? E sempre
mi sveglierò a toccare
i mali miei, le amate
cose d’intorno? Come calmo è il sole
sulla mia faccia, sopra le mie mani,
eppure un giorno finirà.
.                                                 Non voglio,
pensare a questo. Chi raccoglie al mio
posto le voci che raccolsi? Il mesto
saper di vita chi raccoglie, mio?
Ma quanto tempo vissi! Ora mi pare
la vita sfumi, e non vorrei: ché buono
ha sapore, di pane.
Scaldami, Sole, vieni qui. Ho timore
freddo che il Sole ora si stanchi, e guai
se questo avviene, se si fredda il Sole.
Come svegliarsi una mattina, e piove
nero sui vetri, e gridano campane
funeste. Male. Che risplenda il Sole
sopra le mani mie voglio, e penètri
fino nell’ossa, e le consoli e prema.

*

fino al 1952
CALABRIA

Perché ricordarmi di voi?

Perché ricordarmi di voi?
Che cosa mi avete fatto?
Mi avete soltanto urtata,
gettata a terra, accecata,
e io, quando mi staccai
dalla mia casa vedevo il cielo.

Mandatemi vicino un cane
che mi lecchi le piaghe;
ma no! e neppure un uccello,
e neppure toccatemi
con un fil d’erba,
ché soffrirei atrocemente.

Allontanate il cielo,
la campagna, le strade,
le voci, i nomi, la vita
così grave, così grave.

*

1953-60
LA NATURALEZZA DI QUESTA VITA (III sezione di questo blocco, n.d.r.)

Il diverso

Il diverso da questi si allontana
che urlando vanno il nome per le vie,
frenetici di nome. Ignora il nome
che ebbe, il diverso; se ne sta guardando
dentro di sé i giardini che non vide,
senza nome, e le viole che disperse.
Se ne sta senza nome voce gridando,
rotto dalla stanchezza della sera,
della casa lontana; e tutto ride
a lui intorno, e lo strazia. E non è vero.

IL MIO PAESE È LA NOTTE (II sezione n.d.r.)

1980 e oltre
DI NOTTE

Casa di altri

Ingannarci
non dovevi, vita, Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.

*

La guerra

A questa stanca vita
non va bene la guerra,
ma è legge della terra
che battersi si deve.

Non piace il pane nero,
sempre l’abbiamo avuto,
ma molti hanno goduto,
pagare ora si deve.

Non piace che si muoia,
spari non vuol sentire,
ma il bambino è cresciuto
con quello che ha potuto:

con fucili e lupare,
il senso del denaro,
e il cuore rozzo e amaro.
Ora il potere è al nulla,

e morire si deve
come mai nati. Sempre
la pace noi aspettiamo,
una stagione lunga
col sole al davanzale.
Ma morire si deve.

Giù il sole dalle mani!
Su, nella terra entrate!

Viole e gerani in erba
sul caldo davanzale.
Ma questo è sogno umano!
Ora morir si deve.

*

da La luna che trascorre

Altro

E la pioggia è caduta sul cappello
del lume che sta all’angolo del vico!
Come sempre! Ma il vico muto splende
di straniera bellezza. Altre le case,
altro il vento, altra l’alba che riluce
tra le nubi del mondo. E il mondo un altro.

*

Nessuno verrà

Nessuno verrà mai su questa terra
a dirci la ragione delle cose,
fosse anche una ragione da niente;
a svegliare i morti bambini,
a svelare la legge totale della
Iniquità.

*

Preghiera

    Fatemi fuggire
da questo paese strano,
ve ne prego con le mani
giunte, fatemi
andare lontano.
.    Dove la gente parla
in modo buono e sereno,
dove nessuno mente,
dove nessuno trema.
.    In Islanda, forse,
o dove comincia il Polo,
il freddo terribile rende
gli uomini sereni e buoni.
.    Dove c’è il sole non posso,
non me la sento di stare,
e dove c’è folla non voglio,
non posso più abitare.
.    Tutte queste macchine atroci,
queste parole di minaccia,
queste scene di beffa,
questi patiboli in piazza.
.    L’uno a vedere come
muore l’altro. Dante vide
queste cose settecento
anni fa.
.    Era profeta, o grande
cronista del Futuro?

*

Vita e opere
Gli esordi dell’autrice sono sotto il segno del «realismo magico», alla maniera di Bontempelli, con i racconti per Bompiani Angelici dolori (1937) e L’infanta sepolta (1950) per Milano Sera e oggi in Adelphi. Ortese deve però soprattutto a Vittorini la scoperta della sua vocazione letteraria: la raccolta di racconti importantissima e molto letta ancora oggi Il mare non bagna Napoli (1953, premio Viareggio), vide la luce ne «I gettoni» Einaudi; si tratta di scritti molto vicini al Neorealismo, di cui abbiamo parlato anche noi qui. Tra le altre pubblicazioni ricordiamo le cronache per Laterza Silenzio a Milano (1958) e ancora reperibili per la casa editrice milanese La Tartaruga (1986); poi l’approdo ad una narrativa di tono favoloso e allegorico e le pubblicazioni per Vallecchi di Firenze con L’iguana (1965), – nel ’78 ripubblicata da Rizzoli-BUR con introduzione di Dario Bellezza e infine da Adelphi nel 1986 -, sino a un intimismo quasi cecoviano con Poveri e semplici (1967), cui seguirono i racconti La luna sul muro (1968) e L’alone grigio (1969). Dopo il romanzo Il porto di Toledo (1975) prima Rizzoli-BUR poi Adelphi (1998), che è tra le sue opere migliori, minor fortuna ebbero Il cappello piumato (1979) per Mondadori, Il treno russo (1983) per Pellicanolibri e In sonno e in veglia (1987) per Adelphi, e ripubblicati poi da altri editori. Tra gli altri ricordiamo i romanzi Il cardillo addolorato (1993) e Alonso e i visionari (1996) entrambi in Adelphi, che ha ripubblicato numerose sue opere e tiene insieme un catalogo aggiornato. Alla riedizione dei suoi testi maggiori si accompagnò così la pubblicazione di una raccolta di poesie scritte tra il 1930 e il 1980 Il mio paese è la notte (1996) e di una scelta di conversazioni e riflessioni, Corpo celeste (Adelphi, 1997). Di poco successiva è la pubblicazione di altri testi poetici, che erano stati esclusi dalla precedente raccolta del 1996, La luna che trascorre, a cura di G. Spagnoletti (1998). Ricordiamo anche qui che le poesie son edite dalla casa editrice romana Empirìa. Tra le ultime pubblicazioni, apparse postume, la riedizione (2000) del secondo libro della scrittrice, L’infanta sepolta, e la ristampa di due racconti giovanili (1940 e 1941-42) raccolti nel volume Il monaciello di Napoli (2001), che già contengono in nuce l’universo immaginario di Ortese; La lente scura, a cura di Luca Clerici, Milano: Marcos y Marcos, 1991, e poi Adelphi, 2004 comprende gli scritti di viaggio. Per Adelphi, nella collana “La nave di Argo”, son usciti nel 2005 due volumi Romanzi I e Romanzi II, comprendenti alcuni romanzi già citati con curatela di Monica Farnetti. Ricordiamo tra le più recenti pubblicazioni in questo elenco non esaustivo, Bellezza, addio, Lettere di Anna Maria Ortese a Dario Bellezza 1972/1992, a cura di Adelia Battista (Milano, Archinto, 2011).

Come leggono gli under 25 #8: Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli

L’umano familiare; magia e parola in Anna Maria Ortese

di Maddalena Lotter

Pietro Citati su Il mare non bagna Napoli (1953): “Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana…”. Effettivamente le parole di Anna Maria Ortese risultano già a una prima lettura impregnate di un senso oscuro della vita, quasi a confermare l’esistenza di una sfera magica che abita fra gli uomini in ogni loro movimento interiore e fisico, come avevano saggiamente intuito gli autori dell’antichità pagana (penso anche al senso del macabro che suscitano alcune pagine di Seneca tragico e ancor più di Lucrezio nel De Rerum Natura e Lucano nella Farsaglia); ma leggendo i racconti della Ortese con un’attenzione più sensibile al tentativo che opera l’autrice di descrivere il mondo, i colori, le persone, ci accorgiamo che questa sfera magica non è dislocata dalla quotidianità, e l’unico rituale in cui essa è manifesta è proprio quello della giornata vissuta dai protagonisti. Così la spettralità, appunto, di alcuni caratteri si rivela in tutto il suo violento realismo: “Era una donna piccola, quasi nana, con un viso da uomo, pieno di baffi. In quel momento si stava pettinando i lunghi capelli neri, che le arrivavano al ginocchio: una delle poche cose che attestassero che era anche una donna.” (Un paio di occhiali, pag. 23, Adelphi 1994)); realismo che è anche un metaforizzarsi in oggetto, in un interessante rapporto poetico fra oggetto e essere umano “…la perfetta, inalterabile bruttezza di Anastasia, quei lineamenti rigidi e privi di qualsiasi espressione, come quelli di una forchetta.” (Interno familiare, pag 48). Le figure di Anna Maria Ortese, i suoi caratteri (si pensi in questo al teatro di Cechov) ricalcano quegli aspetti più intimi della realtà umana, in particolar modo di quella femminile, che nella quotidianità ha sempre trovato il suo modo di definire il Sacro, un Sacro che nasce dai piccoli gesti in una cucina, di fronte a uno specchio, fuori dalla porta di casa, “mescolando la decadenza umana alla immutata decenza delle cose.” (Il silenzio della ragione, pag. 101).

 

ANNA MARIA ORTESE E LA SUA “NAPOLI UNIVERSALE”

di Alessandra Trevisan

Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese esce nel 1953 ed è da subito uno di quei libri ‘di pancia’ scomodi, contestatissimi, che intende senza celarsi e censurarsi affrontare il presente-storico denunciando i danni postbellici subiti dalla popolazione, è da subito una di quelle prose che s’infilano nelle pieghe d’una città povera nell’Italia del secondo dopoguerra, nelle contraddizioni, nelle difficoltà di rinascita e di crescita, molto lontane da quelle auspicate e realizzate nel Nord. Attraversare il racconto di Ortese è guardare negli occhi Napoli, quello squallore, la desolazione, il buio e la luce fortissimi degli ambienti in cui vivono ammassati ammalati, vecchi, bambini, prostitute, sovrappopolando edifici e scantinati, è entrare in un sovraffollamento di anime, anime piene di storie da dire anche nei silenzi della vergogna, della sporcizia, della morte, della bruttezza data dal deperimento (le donne di Ortese qui, son fantasmi, sono vecchie ma non anagraficamente, proprio dentro).Ed è questa l’unica chiave di lettura possibile di questi testi. Ortese descrive muovendosi lentamente negli androni dei palazzi, osserva non giudicante, ipotizza, desidera cogliere nei volti che le parlano, che incontrano il suo, il dolore della perdita, il dolore del vuoto che colpisce le classi sociali meno abbienti della città, governate soltanto da uno sfrenato tentativo di sopravvivenza quotidiano. I racconti bucano la storia, passano attraverso le epoche; fanno sentire che in certa Napoli ancora quello che accadeva allora, il brulicare di sopravviventi tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50, è vivo e attuale. Dice bene Valeria Parrella a tal proposito (da Scrittori per un anno 2012-Rai.tv): «pur non essendo napoletana è riuscita a raccontare il bene e il male di Napoli come se fosse mo’. Una volta ad un convegno di architettura un docente mi aveva invitato a leggere un pezzo qualunque di letteratura che parlasse di architettura; io scelsi un pezzo che sta nel mare non bagna napoli, in quella che si chiama ‘la città involontaria’… Già questo titolo, no? La città involontaria! Lei raccontava i granigli primo e secondo, che erano tutte delle zone a ridosso del porto, del mare, quindi lungo via Marina, nei quali tutti gli sfollati dei bombardamenti erano stati messi lì ad abitare. 1952. Io leggo questa pagina senza far vedere la copertina del libro e poi chiedo agli studenti – Di che cosa sta parlando? – e loro mi rispondono – Di Scampia -: questa è Anna Maria Ortese». Scampia o una favela, o una banlieue parigina o Tunisi oggi, poco importa in quest’abbondanza di realtà ‘universale’.