Anna Maria Farabbi

Anna Maria Farabbi, da ‘La casa degli scemi’

sull’argine

mentre piscio nel fiume
ho la gioia della liberazione tra le gambe
una velocissima curva giallina lucente che schizza
suonando nel cerchio dell’acqua

io sono il signore della mia acqua
il signore del niente
che sperpera i suoi pesci i suoi morti i suoi maestri
mangiati e bevuti negli anni
per restituirli al fiume affinché mi concili alla foce

*

sto zitto e penso

a chi improvvisamente cade e si rompe
a chi serve un dio per paura di spaccare sé stesso conoscendosi
a chi come me apre la catena
e mette non per cristo ma per etica
la sua vita alla mano
di quelli che gli altri definiscono ultimi

* (altro…)

I poeti della domenica #181: Paola Febbraro, Febbraio 1989

Febbraio 1989

Roma. Ora il cielo è molto grigio e basso
e i palazzi, le case hanno colori sbiaditi.

Scrivere, lasciare scritto, testimonianze di ‘viaggi’, di
materie toccate ma anche ogni poesia…una mela, un
pettine, un cerino e ancora
una serie di poesie: una carta nautica, una carta
topografica, istruzioni chimiche per miscelarsi a ciò che
ci sta attorno;
la prima parola o il primo verso che indica il punto da cui
cominciare un attraversamento…

C’è bisogno di una pioggia magica a Piazza Maggiore
a Bologna, una cascata di fiammelle. C’è bisogno di
prodigi
a Bologna
hanno bisogno di sentirsi fulminati dalla loro individualità,
dalle stellezze

da: Paola Febbraro, Stellezze. A cura di Anna Maria Farabbi, LietoColle, Faloppio (CO), 2012

Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo. (altro…)

Anna Maria Farabbi, Abse

Farabbi_abse

Anna Maria Farabbi, Abse (Ponte del Sale, 2013)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

La prima tappa del mio viaggio nella scrittura di Anna Maria Farabbi è avvenuta attraverso le poesie in dialetto umbro contenute nella raccolta Guardando per terra. Ed è stata subito una esplosione di giallo. Suono giallo, come già scrisse Kandinsky nell’omonima pièce teatrale, Gesamtkunstwerk, esempio di teatro espressionista che porto idealmente con me, sempre. Colore giallo denso e cocente, fuori dai contorni, incurante delle regole, ché la natura cresce e dilaga, si espande e si increspa in maniera sempre inaspettata e imprevedibile:

GIALLO
Io so nbotto giallo ntol cervello tsitto
dla soletudine. L’epo de lujo
che coce.
Lmiele.

So lmiele che nengue
drent’a la trippa dla notte:
ogne d’oro
lvento.

GIALLO

Io sono un’esplosione gialla nel cervello muto
della soletudine. L’ape di luglio
che scotta.
Il miele.
Sono il miele che nevica
dentro la pancia della notte
ungendo di oro
il vento.

Poi, attraverso la musica di Vincenzo Mastropirro, sono arrivate parole e note de La bambina cieca e la rosa sonora e, nel 2013, Abse, un testo che Ombretta Ciurnelli, nella bella ed efficace recensione per “Periferie” correttamente definisce «un prosimetro». Un’opera che è un viaggio, nella terra umbra e dalla terra umbra per tutto ciò che è umano, un’opera varia eppure straordinariamente unitaria nel suo seguire filo e cruna di colei che scrive e cuce e percorre e che così chiaramente esordisce – un programma chiarissimo il suo, non invettiva, non proclama, non falsamente dimessa dichiarazione di resa – nella sua professione di fede:

Io credo nel credere.

Per credere faccio l’orto e il pane. E imparo ogni giorno a tacere lavorando, tessendo il tempo, accettandolo.

Imparo i significati del fare, del rispettare e amare le creature che sorgono e, sorgendo, immediatamente invecchiano. Benedico l’invecchiamento: il mio, prima di tutto. Canto la poesia dentro di me, prima ancora di agire nell’alfabeto. Viaggio non verbale tra gli elementi.

(p. 8)

Ha una trama, questo viaggio che attraversa l’abse – espressione del dialetto umbro di Montelovesco, tra Gubbio e Umbertide,  per indicare il nulla, espressione che in quel dialetto paterno è vicinissima a “l’abise”, il lapis, la matita, espressione alla quale collego idealmente il verbo latino absum – e non scantona, non desiste, ma trova e raccoglie, volti e creature e terra e odori, colori, ancora, colori:

TRAMA

ho attraversato l’abse, il nulla
nel nulla ho trovato un paese
nel paese sono entrata
attraversando questi nodi pubblici:

la prima porta
la bottega dell’acqua
l’osteria del buio rosso
la piazza
la scuola
la biblioteca
l’ostia
l’asilo
l’ospizio femminile
il cimitero

ho infilato ogni filo creaturale nella mia cruna interiore
nascendo questo poema

io viaggio e canto
portando ovunque  comunque
l’ io profondo nel mio corpo    che è la mia casa

(p. 7)

« e dice/ che trapassare al nulla non è male» scrive Giovanna Bemporad in Esercizi vecchi e nuovi del 2011: qui, in Abse, non c’è abbandono, non c’è deliquio, non c’è trapasso, ma vista ferma e gesto accogliente, passo coraggioso e sosta consapevole, intenzionale segno di riflessione.

Dalla scrittura «sull’anima del ciliegio», dalla scrivania che non spezza mai il filo che conduce a strade ed esistenze, si sprigiona il canto della memoria, che la dedica esprime in toni delicati e vibranti allo stesso tempo, pegno e impegno al ricordo:

«Dedico il mio lavoro a Tereska, una bambina cresciuta in un campo di concentramento, fotografata da David Seymour nell’atto di  disegnare la sua casa  dentro il nero di una lavagna, in un centro psichiatrico, in Polonia nel 1948. La sua faccia brucia e nevica nello stesso tempo: mi chiede di restituire il mio lusso, di essere onesta fino in fondo, di rispondere a voce alta del mio fare, del mio andare, della mia letteratura grassa che manca ancora di rispetto verso i poveri, i fulminati, le creature che con il proprio petto strappano il filo spinato, liberando i  prigionieri. Ho trovato la sua fotografia tra mille altre, su un banco, durante uno dei miei viaggi. Da allora è dentro di me, come un’eredità che scalza di netto il superfluo, impegnando la mia aorta.»

Una scrittura che cammina, cammina «tra chi scrive versi ignorando la poesia», cammina ed entra attraverso porte, varchi e ingressi, ciascuna con la propria storia.

«Passo la soglia, richiudendo la porta dietro di me, cerimoniosamente. Sento la memoria e il presente di quel legno che annuncia tutto il paese.»

Le immagini annotate in questo viaggio oltre più di una soglia hanno la forza e la nitidezza della poesia di Christine Lavant  – penso a C’è odor di neve della poetessa austriaca per la quale Thomas Bernhard ebbe parole e sentimenti di genuino elogio e leggo in Abse:

vedo cadere delle noci di neve
diventano arance attraversando il tramonto

torno all’eremo pensando allo stagno gelato
i pesci rossi immobili

                     venticinque gennaio ore sedici
                           inverno sul ponte

(p. 15)

Una poesia che si nutre della terra, che ne ha scelto la cura, nel rispetto dell’avvicendarsi delle stagioni:

Cenando accendo la candela perché festeggio
l’orto annuncia primavera

domani mattina zapperò sotto il respiro e la scrittura
delle rondini

ventuno marzo ore venti
                                                  imminenza

(p. 17)

Mai, neanche per un momento, dimentica questa poesia il pegno e l’impegno con la memoria, non c’è traccia di Arcadia qui. Mentre i piedi, talvolta «dimentichi del loro potere», mentre la vita sì, lei sa sempre di condurre, il pensiero corre verso «popoli in carcere e in manicomi e in campi di concentramento» e dona alla parola la sua qualità, la qualità: è parola responsabile che si lavora, zappando l’orto e scrivendo e pestando e pregando:

il mio piccolo pavimento scricchiola a furia di pestarlo
ci sono popoli in carcere in manicomi e in campi di
concentramento
creature con la pena di morte    con la miccia accesa in
corpo
io pesto e prego
lavorando la parola responsabile

venticinque giugno ore diciannove
                  la parola sul pavimento dell’arca

(p. 20)

Amore è «parola responsabile» nella scrittura di Anna Maria Farabbi, è, anch’esso, indissolubilmente legato a una pacata, ferma e sempre rinnovata professione di fede nel “coniugarsi a tutto”, attraverso e poi oltre l’unione con il “tu” che si ama, è tutt’uno con la percezione di sé e degli altri, di sé con l’altro da sé, insieme su questa terra:

mi chiamo annamariafarabbi    vengo dalla terra
scrivo argilla e parlo aria   accendo il fuoco per cuocere
le parole  e mangiarle con te

ho passato il confine da bambina
perché la mia famiglia non era casa né cuore
non ha scolpito le linee del mio palmo

ho studiato  il vuoto
dell’ago
ora cucio direttamente con le dita
e con il filo che mi nasce dal corpo

ascolto te    il tuo suono tra le righe della pioggia
mentre spargi la lingua nella mia bocca

intensamente intimamente

ma oltre te
umilmente   amore mi coniuga a tutto
togliendo all’io l’io

                                                         nome e bacio

                                                giocando a mosca cieca

(p. 32)

La lingua della parola responsabile sa trovare il modo più limpido – originale, con un ritmo e una musica propri – per rendere questa costante e sempre nuova  “coniugazione”.

Canto tutto questo
scrivo poesie per terra come i madonnari

Le voci, di un’anonima madonnara, di un barbone, da luoghi di morte e distruzione – dopo il terremoto a L’Aquila, nell’Emilia, dai campi di sterminio, dalle fosse comuni, dall’eccidio dei monaci tibetani  – si levano insieme a quella di Anna Maria Farabbi, che scrive e prende appunti e registra e raccoglie, accoglie e sfoglia pagine di diario e storie, da Gaza, dal Pakistan, dal manicomio, dalla strada, dall’ospizio femminile, dal cimitero, dai binari e il tritolo e Peppino Impastato, tende l’orecchio o l’appoggia sulla terra, per meglio cogliere, come in Africa, come sappiamo dai nativi d’America. La lingua della parola responsabile torna a essere, talvolta, il dialetto umbro:

l’abise lguaderno e la lengua nme

camino la frontiera    sto tsitta
fora spancella più tsitto de me
lbianco me schiara e me nengue drento
me scrive lsilentsio

i so solo che da cinina mè nuto adosso lvento
e ma buttèto nterra
pu so armasta sola ncla terra
ho sentuto desse gnente
e nduelle

i so solo nfilo femmina ntlabse
ntra che ltempo lvento me magna e msona

la matita il quaderno e la lingua in me

cammino la frontiera    sto zitta
fuori nevica più zitto di me
il bianco mi schiarisce e mi nevica dentro
mi scrive il silenzio

io so solo che da piccola mi è venuto addosso il vento
e mi ha buttato in terra
poi sono rimasta sola con la terra
ho sentito di essere niente
e in nessun luogo

io sono solo un filo femmina nell’abse
tra che il tempo il vento mi mangia e mi suona

(p. 46)

Arca, tenda è la parola responsabile e ha un suo dizionario, canta «la lievità dentro l’orrore della perdita»:

la poesia deriva dalla cultura della tenda
tappeto che viene a me per uscirmi dalle mani

sostanze fonetiche gutturali palatali dentali labiali
elementali

fasi lunari in un lunghissimo filo tra i nodi

illuminati dall’interno

dizionario

(p. 86)

La «nomade contadina di sé stessa» racconta:

I compagni della carovana cavalcando i cammelli
sono tornati indietro
disperatamente alla prima acqua dell’oasi.
Mi hanno lasciato il peso.   Il peso
è sale bianchissimo. Attraverserà con me il deserto.

(p. 98)

Il cammino prosegue, tra l’acqua dell’oasi e il fuoco del camino, la sabbia del deserto e le alture dell’Appennino umbro, talvolta mano nella mano con la nonna.  Lia, lei in dialetto, la poesia, è, come colei che la scrive – creatura e coscienza,  natura e cultura – camminante, incontra figure mitologiche e bibliche, si affianca alle esistenze che incontra e sa tacere perché a queste sia data la parola, è liturgia, è Zeltwort (Paul Celan), è shekinah che da lungo tempo ha preso le distanze, individuandone impostura e imposizione,  dalla triade «dogma verità potere».

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Anna Maria Farabbi è nata a Perugia il 22 luglio 1959. Ha pubblicato numerose opere di poesia, narrativa, teatro, saggistica e traduzioni dall’inglese e dal francese.

Bibliografia

Opera edita poesia:

Firmo con una gettata d’inchiostro sulla parete, Scheiwiller,1996 in 7 poeti del premio Montale.
Fioritura notturna del tuorlo, Tracce, 1996, riedita da Blu di Prussia, 2011.
Il segno della femmina, Lietocolle, 2000 con cd.
Adluje’, Il ponte del sale, 2003.
Kite, su portfolio di 9 opere grafiche di Stefano Bicini, Studio Calcografico Urbino, 2005.
La magnifica bestia,Travenbooks/Alphabeta  (bilingue in italiano e tedesco) 2007.
Segni, con opere grafiche di Stefano Bicini, Studio Calcografico Urbino, 2008.
In Nomine, con incisione di Simonetta Melani, Due Lire, 2008.
Larosaneltango, canzoniere per musica di Diego Conti, Studio Calcografico Urbino, 2008.
La neve, Il pulcino Elefante, 2008.
La luce esatta dentro il viaggio, Aljon, 2008.
Solo dieci pani, Lietocolle, 2009.
Avemadrìa, Lietocolle, 2011.
Biblioteca in Almanacco dello specchio, Mondadori, 2011.
Abse, Il ponte del sale, 2013

Opera edita di saggistica e traduzioni:

Kate Chopin: il risveglio, Regione dell’Umbria Centro di Pari Opportunità, 1997.
Alfabetiche cromie di Kate Chopin, Lietocolle, 2003 (monografia su Kate Chopin.).
Un paio di calze di seta, Sellerio, 2004 (saggio e traduzione di racconti di Kate Chopin)
Il lussuoso arazzo di Madame d’Aulnoy, Travenbooks /Alphabeta, 2009 (saggio introduttivo e traduzione di favole di Marie-Catherine d’Aulnoy)

Cura dell’opera:

Luce e Notte, esperienza dell’immagine e della sua assenza, Lietocolle, 2008.
Antologia di Ammirazione Femminile per l’Associazione Il Filo di Eloisa, Lietocolle, 2008.
cura e traduzione Agenda delle Fragole, Lietocolle, 2011.
cura dell’opera poetica postuma di Paola Febbraro, Stellezze, Lietocolle, 2012.

Teatro:

la bambina cieca e la rosa sonora, Lietocolle, 2010, su musica di Vincenzo Mastropirro, voce di Enrica Rosso, Massimo Achilli per la multivisione, per la pittura Paolo Sciancalepore.
la morte dice in dialetto, Rossopietra, 2013

Opera edita di critica d’arte:

Maria Cammara, Poggibonsi, Lalli Editore, 1999.

Opera edita di narrativa:

Nudità della solitudine regale. marginalia, Zane Editrice, 2000.
La tela di penelope, Lietocolle, 2003.
Leièmaria, Lietocolle, 2013

Opera edita di narrativa per ragazzi:

Caro diario azzurro, Kaba edizioni, 2013

Monografia sull’opera:

Francesco Roat, L’ape di Luglio che scotta, anna maria farabbi poeta, Lietocolle, 2005.
Milena Nicolini, Attraversamenti di Abse, Rossopietra, 2013

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L’essenza indocile della poesia (nota su Lucianna Argentino)

L'ospite indocile

L’essenza indocile della poesia

(una nota sulla raccolta di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, Passigli, 2012)

Cosa passa fra il cervello e la mano, oppure fra il pensiero e la parola? O ancora, cosa intercorre fra il bottone e l’asola? Diremmo un gesto, un concetto, un simbolo, ma anche il niente. È qualcosa di rapido, impalpabile, eppure così lento e presente in noi e nei nostri giorni tanto da non riuscire a dirne il nome per esprimerlo. Non è qualcosa, è il qualcosa, il ciò-che-sta-nel-mezzo, il tra. Chiarire questo qualcosa significa nominare un passaggio, fornire un’immagine la cui forma subirà mille sfumature: quanto più si cercherà di definirla tanto più sfuggirà al tentativo di spiegazione. A quel dettaglio impercettibile si andrà ad associare un significato, un modo di essere. O dell’essere. L’idea di indefinibilità mi riporta alla memoria il Gibran delle Massime spirituali quando dice che la poesia è il segreto dell’anima, e quindi perché rovinarla con le parole? La poesia ha la sua ragion d’essere perché a sostenerla è la parola ma – come è facilmente intuibile – il poeta libanese metteva l’accento sul fatto che prima dei versi esiste una poesia interiore che matura nell’introspettiva, da lì si avvia la genesi verso la parola scritta. Forse Gibran intendeva proprio identificare con il segreto interiore il sottile confine, quel vuoto fra il pensiero e la parola.

La conoscenza del vuoto è la riflessione della recente opera poetica di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, per l’editore Passigli nella collana di poesia fondata da Mario Luzi, con una presentazione di Anna Maria Farabbi. Argentino ha già pubblicato altre raccolte in passato, fra cui Biografia a margine (1994) con la prefazione di Dario Bellezza, il poeta scoperto da Pasolini.

In quest’ultima raccolta, le intenzioni dell’autrice sono evidenti: scoprire il vuoto fra il bottone e l’asola, lì in quella soglia invisibile dove risiede la fuggevolezza che ingenera continuità nella vita come nella scrittura. Per l’Argentino si tratta di individuare il passaggio capace di determinare i pensieri, i percorsi, i passi delle proprie esperienze.

Le chiacchiere della ghiaia
nei giardini e il nasturzio
all’ombra della parola
slegano il tempo dall’abituale rito
lo consegnano a una nascita fragile
senza doglie.

Slegare «il tempo dall’abituale rito» equivale a dare valore a un momento, individuare l’attimo in cui qualcosa sta nascendo e che è senza tempo. Si desidera fissare la sostanza, simile ad un’istantanea, il potenziale meccanismo insito in gesti parole sentimenti. Per questo l’autrice recepisce e fa suo l’insegnamento del vuoto:

Dice che non c’è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso
esposto alla parola

Proprio i termini passaggio, allaccio, spazio sono più che parole-chiave, sono sintomi della ricerca di quella frontiera in cui tutto si determina. La scrittura in questa prospettiva risulta utile per rendere «santo l’innesto fra il bene e il male» (p. 12), ovverosia assume la funzione conoscitiva idonea per accostarci alla comprensione del senso della gioia e del dolore e di quanto vi è presente fra i due opposti. Per tale ragione scrivere ritrova la sua finalità originaria, «togliere spazio al male» (p. 26).

La tecnica del poeta rivela una tendenza a catturare la transizione nelle sue varianti:

[…]
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l’albero la potatura,
il papavero lo strappo,
i bambini il tempo e lo spazio:
– dove va la notte quando è giorno?
– mezzora è tanto o è poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un’assenza
[…]

E ancora, nelle pagine successive «L’inchiostro […] fa fertile il foglio | fa anse nell’ansia», crea cioè lo spazio di riflessione perché la voce delle parole possa giungere «nel basso della terra» (p. 43), a misura di essere umano. Ma la poetica dell’Argentino vuole anche cimentarsi con l’invisibile che nei brevi versi «(Dio – il mare) || È voce che mai tace | è abisso di luce» mi riporta una consonanza con quelli di Cesare Viviani (in Credere all’invisibile troviamo: «Ogni bagliore è luce dell’eterno | è riflesso divino»). L’ospite indocile, con che cosa o con chi possiamo pertanto riconoscerlo? Forse Dio, il tempo, la memoria, l’amore, la figura paterna, tutti temi e figure sviluppate con ostinata sensibilità. Credo sia la vibrazione interna che sottende l’accadimento, un compimento sulla soglia dell’attesa:

Nei prati e nei campi
irrigati dalle acque
di neonati autunnali
maturati al calore delle serre
sta il vaso dell’attesa e
del compimento –
il femminile di mutamento.

E sulla soglia le parole vanno «in aiuto al dire di che sostanza è | lo spazio fra il tempo e l’eternità» (p.59). In conclusione la Argentino vuole riscoprire «una gioia commossa |consapevole della fragilità | di ciò che sta nel mezzo», «nel passaggio dalla fronte | alle dita alla punta della penna | al suo muoversi sul foglio.»

(c) Davide Zizza