anna maria carpi

I poeti della domenica #147: Anna Maria Carpi, I meglio sono loro (inedito)

 

Kandisky, esposizione Mudec Milano, 2017

I MEGLIO SONO loro, e c’è Kandinsky.

Sono fioriti in bianco per le strade
qui intorno a casa, non tutti, ché i restii
come me preferiscono l’inverno,
i rami nudi e nulla che si muove.

Gente che va, che va a far due passi
e quanti i cani
questa domenica di primavera.
Ultimamente l’uomo si sente solo,
più che mai solo, io non so perché.
Erdogan raccomanda fate figli,
almeno cinque a coppia,
mangiate, consumate, e che le femmine
portino il velo, meglio se integrale.

E di piccini se ti guardi intorno
in braccio in carrozzina
per mano ai grandi
non c’è penuria, mini-italiani
dai visetti tondi, una bellezza,
nati dopo il 2010 o l’altro giorno.
Ma in mezzo quanti vecchi
no non vecchi, decrepiti,
ancora vivi e avidi di vita –
con che diritto?

Io non so a chi appartengo,
cerco di non saperlo.
Quando sono vissuta?
Io guardo i bimbi e i cani.
Piangono abbaiano, sono loro la vita.
E perché la vita?
Per me è solo fatica, solo dubbio.

Ma al MUDEC c’è Kandinsky,
cinquanta quadri e accanto una delizia:
dei miniesempi del folklore russo –
anni terribili del ‘900, che lui
non ha sofferti: dentro a trent’anni
gli è esplosa l’arte. Mai più l’oggetto, dice,
solo il suo riflesso
nello spirito umano,
il suono è giallo, ogni colore suona.
E ciò che fa del mondo è uno splendore.

*

© Anna Maria Carpi, 20/03/2017

Anna Maria Carpi, E intanto parlo con voi

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Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

“E io intanto parlo con voi”, è il risultato di una chiacchierata che Anna Maria Curci ed io abbiamo fatto con Anna Maria Carpi; molti sono i temi trattati e gli spunti interessanti, è stato bello e divertente, speriamo che lo sia anche per voi. Grazie. (Gianni Montieri)

*

D: Cara Anna Maria, tu sei nata a Milano, e a Milano vivi. La città è molto cambiata negli ultimi anni: qual è il cambiamento più sensibile, a tuo avviso? E cosa, secondo te, Milano ha perso o cosa non ritrovi più della “tua Milano”?

R: Sono nata a Milano da un’emiliana e da un toscano (figlio di un’elbana e di un irlandese  adottato un secolo e mezzo fa da dei Carpi di Lucca). Ho sempre abitato dove abito tuttora, in questa casa del quartiere Magenta che conserva il suo volto borghese di primo ‘900. Qui sono ogni volta rientrata dai miei giovanili soggiorni di studio all’estero e poi dai decenni durante i quali, sia pure pendolando, ho insegnato alle università di Macerata, di Bonn e di Venezia. La “mia Milano”? Sono di fatto solo alcune vie che potrei indicare una per una, tutte entro piazzale Baracca e piazza Cadorna, e la mia via che, parallela ai treni della Stazione Nord, sbocca sui primi alberi del mio amato Parco. La città è cambiata? Lo constato quando vado a piedi da Cairoli a S. Babila, e molto oltre non ho voglia di andare. Salvo delle visite al nuovo centro di Porta Nuova che è mirabile, vedi il grattacielo dell’Unicredit, ma che mi sembra appartenere a un continente del futuro. Già la parola “grattacielo” non suona più attuale.

D: Cosa nasconde e cosa mostra il cuore dei milanesi?

R: Il cuore dei milanesi? Nella città degli affari? Come ben si sa, pochi a Milano sono nativi milanesi, e ora meno che mai. A parte i limitati commerci degli africani, a colpirci oggi è la presenza di quelli che chiamiamo per comodità i “cinesi”. Ma questo è  oggi il mondo, e da noi di nativi ora ci sono solo i digitali, uguali ovunque. E altra novità: anche fra sconosciuti non digitali ci si chiama tutti  per nome. Il tu, il tu della paura di restare soli?

D: Per il tuo lavoro a Ca’ Foscari hai fatto per molti anni la spola tra Venezia e Milano, luoghi molto diversi tra loro, quanto di queste due città ha influenzato la tua scrittura? E quanto ha contato, invece, il tuo viaggiare?

R: Ho ambientato il mio primo romanzo, Racconto di gioia e di nebbia, a Venezia. Ho molto amato Venezia negli anni ’80 e vi ho comprato casa. Ma se sogno, sogno il nord, l’inverno, il maltempo. Altri miei scenari successivi, dovuti ai miei viaggi, sono: l’Olanda, dove ho avuto una lunga amicizia, Mosca, dove nella mia passione per il russo sono stata più volte, una cittadina inglese dove studiavo la lingua, e Bonn, Berlino, la Germania. Milano ritorna nell’autobiografico Principe scarlatto. Ma la mia scrittura è più fatta di personaggi che di luoghi. E la natura? Qui cito una mia recente poesia: «Non ti fermi a guardare?/ Sì ma per qualche istante,/ è così bello/ che diventa un tormento./La natura!/ Lo so che io non c’entro./ Io non sono natura». Forse per questo le mie modeste donazioni vanno alla difesa del pianeta, dall’Artide agli  uccelli al leopardo delle nevi.

D: Veniamo alle poesie, alle tue «piccole arroganti», che cosa ti consentono di raccontare? Quanto conta la capacità di accelerare che consente il verso?

R: La poesia. Pretendere di dire in breve è certo un’arroganza. Ma se riesce, l’effetto supera ogni lungo dire in prosa. Solo che il materiale emotivo dev’essere imbrigliato dalla logica, ossia la logica deve controllare i nessi fra le fuoriuscite. I  nessi vengono dal profondo, sono  più seri dei momentanei arbitrii, e sono ciò che può poi far dire ai lettori: è quello che sento anch’io.

D: I tuoi testi sono da sempre molto musicali, non ti piace rinunciare alla metrica e non rinunci mai al ritmo, è questa l’unica strada possibile?

R: No, non rinuncio a una certa metrica: le rime hanno un effetto semplificatorio, se vuoi comico, e si può farne a meno. Ma non del ritmo. Da me si fonda su settenario, doppio settenario ed endecasillabo. Molto tradizionale. Certo che non è l’unica strada possibile, io uso anche il verso libero, però il ritmo svolge forse una delle più antiche funzioni della poesia, quella di farci sentire che siamo tutt’uno.

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Coriandoli a Natale #10: Anna Maria Carpi, Ogni trentun dicembre

Anna Maria Carpi. da qui

Anna Maria Carpi. da qui

a G. Benn

OGNI TRENTUN DICEMBRE chi vorrebbe essere solo?
Spalla a spalla e calici levati − guai a chi pensa
che c’è la morte.
Dicono gli occhi: il più tardi possibile,
e improvvisa e indolore.
Vuote le strade, inutili, tutta l’ultima notte
brilla, di casa in casa, dalle finestre accese,
«mi basta non soffrire»
«viva il domani».

Questa notte d’inverno,
quando fuori piove e l’anno muore,
quando di là della parete aspettano
che ne incominci un altro:
a che serve, mi chiedo. Io non lo voglio.
Questo mio letto di famiglia è un regno,
di qui vedo i miei quadri, le mie carte,
la porta aperta sulla stanza interna,
e le coperte,
la rossa e la marrone,
e in fondo al letto i miei due animali,
inerti, piatti,
la bianco-rossa-nera e lo striato,
che non sanno di sé e nel sonno rimpatriano.

Così anch’io − senza io, senza chi sono,
di primordi, di corpo e di calore,
senz’aldilà né dopo,
rimpatriare nel sonno.

 

© Anna Maria Carpi, in E tu fra i due chi sei, Milano, Scheiwiller, 2007.

I poeti della domenica #114: Anna Maria Carpi, Hokusai (inedito)

 

Anna Maria Carpi (Foto di Silvia Lepore)

Anna Maria Carpi (Foto di Silvia Lepore)

HOKUSAI Hiroshige e anche Utamaro:
conifere e strapiombi,
un barchino su un lago
già sperduto nel tempo,
l’acqua è di pietra,
anche nella famosa “Onda” riccioluta,
pura immane bravura. E laggiù in fondo i vivi,
pochi, solo frammenti,
come la scritta –
sono uccelli d’autunno e viene inverno.

No, non li amo, o forse
hanno ragione loro:
la memoria è un sogno
il mondo è già finito,
o non c’è stato.

*

© Anna Maria Carpi, poesia inedita

«Perché andate?» Sulla poesia di Anna Maria Carpi

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

«Perché andate?»
Sulla poesia di Anna Maria Carpi

di Anna Di Meglio Copertino

*

«Credeva in Dio?/ Penso di no, e anche poco negli altri./ Era un po’ disumana» (da L’asso nella neve,  p. 175).
Quasi un epitaffio, il commento alla propria vita perduta, reso in vita dalla sedicente defunta Anna Maria Carpi, che denuncia di sé una dura scheggia di verità. Dal non credere, in Dio, negli altri, nell’individualità differenziata e molesta, da una certa disumanità nascerebbe la poesia della Carpi? Non sarebbe una negazione in sé? Ma non è la lirica, persino quando tende al minimalismo o al nichilismo, la massima espressione d’umanità?
Abbandoniamo per il momento questa traccia che abbiamo posto come introduzione e insieme epilogo, quasi “esiziale”, all’opera della nostra autrice.
Da una lacerazione interiore e dalla volontà di superarla andando verso “l’altro” nasce anche la poesia, dichiara Paul Celan, un poeta ben noto alla Carpi, in Meridiano, il discorso da lui pronunciato in occasione del premio Georg Büchner di cui venne insignito nel 1960. Celan pone il dire artistico come «tentativo disperato di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio», l’orrore scaturente da vicende esistenziali private (abusi subiti nell’infanzia) e pubbliche (la brutalità del nazismo), dinanzi al quale avverte per sempre l’inadeguatezza della resa espressiva. Il dire trova la sua unica possibilità nel dialogo fra un “io”, che già non è più il poeta, cui, scritta, la parola poetica cessa di appartenere, e un tu, l’altro, al quale la linea del Meridiano che abbraccia la Terra, luogo della poesia, lascia, prima di tornare a  sé, dopo aver percorso luoghi ed eventi esterni, un’apertura a semicerchio: «Uno spazio per il fiato, che vada verso l’altro, senza calcolo di profitto.» Tragica nobiltà di Celan, pronta a sacrificare la parola fino all’oscurità e al silenzio (Argumentum e silentio), pur di testimoniare la duplicità dell’alterità.

Altri autori potrebbero esser citati come elemento di confronto con la nostra, da Caproni, a  Saba, a Szymborska, talora, appunto, per la lacerazione interiore e la tensione verso l’altro (Celan, Saba) talora per la resa espressiva, spezzata o altalenante, ma anche caratterizzata da chiarezza del lessico fino alla vicinanza ai modi della prosa e del diario (Caproni, Penna, Szymborska ). Tirando, tuttavia, le fila del confronto appena disegnato, senza dilungarmi, dirò soltanto che c’è una qualità del dire poetico della Carpi senza dubbio  originale rispetto a questi e ad altri autori citabili.
La “macchia” originaria, come lei la chiama, della propria esistenza individuale tende, sì, a rintracciare la propria possibilità di salvezza e di stato di grazia nel rincorrere l’altro, dichiarandogli il proprio “amore” e il bisogno di essere “amata”, “vista, vista, vista”, “capita” finalmente e assolta, senza un perdono che la sua anima scontrosa scettica impaziente disdegnerebbe.
Le affinità con Celan si rilevano davvero limitate. A una lettura superficiale e buonista, o mistica o romantica o idealistica, la tensione verso l’altro, con tutta una serie di attributi e aspetti lievi e sognanti, la luce, il tenue e discreto paesaggio autunnale o il nitore della neve e della brina, il pigolio dei passeri, il gioco di bimbi e cuccioli di animali, o il calore del camino mentre fuori è buio e gelo, potrebbe configurarsi come superamento della chiusura in se stessa, verso una generosità e disponibilità al dialogo e al confronto, alla comprensione, ispirate ad autentico interesse per l’umanità.
Niente di più falso e banale. La caratteristica precipua, innocente e cruda, al tempo stesso, è una candida, disarmante e inquietante, più negli esiti che nelle pur drammatiche origini, “disumanità”, appunto, una certa mancanza di “interesse socio-culturale” verso l’altro, reso oggetto salvifico, che ha una sua ragione di essere e magari una delicata resa edonistica per l’effetto appagante che si sprigiona dai sensi.
Per Celan come per Durs Grünbein (tradotto dalla Carpi), per Saba (vedi «O mio cuore dal nascere in due scisso/ quante pene durai per uno farne!/ Quante rose a nascondere un abisso», in Secondo Congedo; oppure «Non somigliare, ammoniva, a tuo padre/ ed io più tardi in me stesso l’intesi:/ eran due razze in antica tenzone», in Mio padre è stato per me l’assassino) – per la Carpi stessa esiste una “ferita originaria” che ha prodotto un’esistenza dimidiata. E nella Carpi, personalità dai moti talora scontrosi o impazienti, segnata da scarti emotivi, da un’ironia amara e da scetticismo, ne viene una scrittura che fa incursioni nella prosa, nel diaristico e in incidentali squarci di grazia, senza ragione vera – questi ultimi senza un percorso che li giustifichi fino in fondo.

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La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora). (altro…)

Un libro al giorno #5: Anna Maria Carpi, E io che intanto parlo (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Anna Maria Carpi, E io che intanto parlo, Marcos y Marcos, 2016

*

NOTTE PRESAGA l’ultima dell’anno,
la tavolata inneggia al suo futuro
fra giubilo e paura,
e in qualche testa guizza uno sbadato
“Dio, se ci sei…liberaci dal male”.
Un risibile resto d’infanzia e di Natale,
perché male è tutto.

Dove sei Magnificat di Bach,
pura bellezza, fede illimitata
che in te l’umano o qualche umano è salvo?

*

© Anna Maria Carpi

Un libro al giorno #5: Anna Maria Carpi, E io che intanto parlo (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

AMCarpi foto di A. Branchini

AMCarpi foto di A. Branchini

Anna Maria Carpi, E io che intanto parlo, Marcos y Marcos, 2016

 

*

Qui sul mio tavolo:
ho la luce accesa,
una tazza tedesca di Bayreuth,
la biro e nella scatola
che ho foderato io di carta a fiori
la gomma e il temperino
il rotolo di scotch la cucitrice,
Rapid One, è svedese.
Guardali, ad uno ad uno,
non pensare, non muoverti.
Solo un metro più sotto
c’è la disperazione.
Ancora un’ora, poi berrai qualcosa,
poi guarderai le mail, il telegiornale,
poi qualcuno telefona.

*

© Anna Maria Carpi

Un libro al giorno #5: Anna Maria Carpi, E io che intanto parlo (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Anna Maria Carpi, E io che intanto parlo, Marcos y Marcos, 2016

*

C’È UN QUARTIERE DI CASE fine secolo,
c’è una piazza aperta a sud e a est,
con la stazione, gli autobus, la gente,
è come il porto dove si ha la barca.
C’è una via di negozi
se ci sarà dopo di me io voglio
restarvi come un passero la sera
quando i vivi vanno a far la spesa:
il vorace vola anche lui dentro,
nel bianco algido del supermercato,
campa di briciole, ma non è di cibo
che lui è in cerca. Loro non lo sanno
quale gioia è vederli, stare in mezzo
alla cara brigata di migranti
coi loro acquisti, in fila verso il nulla –
una casa, una sera, un dopocena.
Perché andate? Vi prego, non andate!
Restiamo assieme – dov’è chi potrebbe
uno per uno mai consolarci?

*

© Anna Maria Carpi

Anna Maria Carpi, Poesia per sconfiggere la morte

Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

Anna Maria Carpi, Poesia per sconfiggere la morte

di Anna Toscano

*

La poetica di Anna Maria Carpi è da ascriversi in quella linea che Debenedetti chiamava, nel suo studio sulla poesia del Novecento, della semplicità; ovvero la leggibilità come pratica comunicativa contro l’illeggibilità e l’incomprensibilità del discorso. Il linguaggio poetico di Carpi è apparentemente semplice, quasi umile nel suo uso comune: è una lingua che evita l’oscurità per assestarsi in una zona dove la poesia non è comunicazione ma non la esclude. In Compagni corpi (2004), in E tu fra i due chi sei (2007), poi in L’asso della neve (2011) e infine in Quando avrò tempo (2013) le poesie di Carpi sono in forma di monologo, a volte dialogo e spesso di racconto. Tre forme di espressione attraverso cui Carpi cerca di autodefinirsi, di darsi un dove, un quando e un perché, in una ricerca dove la domanda non è mai assente. Si notano, infatti, punti interrogativi che costellano le quattro raccolte: non sono domande di incertezza bensì una richiesta di conforto all’altro nel gioco interlocutorio poetico che è il dialogo. Nell’ultima raccolta le formule interlocutorie si fanno più rade ma al contempo più urgenti: l’urgenza della domanda è l’urgenza di venire compresi e comprendere, infatti si trovano domande a Dio e invocazioni al Magnificat di Bach.
I cari temi di Anna Maria sono i misteri grandi e piccoli della vita quotidiana, in un continuo tentativo di raccordo con la realtà. I luoghi sono interni, casa – o sotto casa, sul marciapiede – treno o metropolitana, dai quali si scorgono paesaggi esterni con aspetti nordici – eredi delle sue origini irlandesi e della tradizione tedesca di cui è studiosa e traduttrice – o esterni ampi e senza confini. I suoi dove sono postazione da cui poter osservare gli altri nel tentativo di scorgere un senso, una condivisione delle umane prassi. Il tempo in queste raccolte è intrinsecamente legato al tempo della forma narrativa, in quanto non vi è spazio per le usuali sospensioni poetiche: qui il tempo scorre e non si ferma, in un continuum narrativo che è esplorazione. La presenza dei libri nelle sillogi è costante, quasi una invocazione o un rifugio, “quale posto più sicuro di una biblioteca” difatti scrive. Ma anche il patema per alcuni altri, per la sorte di quell’umanità bella e indifesa come l’orso polare, ne L’asso della neve, o nell’ultima raccolta per gli sciagurati migranti o gli sventurati venditori di rose testimoni di una “pietà astratta”. Vi è l’immagine della neve che ricorre di raccolta in raccolta con il suo manto che ovatta ma anche mette in risalto le umane passioni e a volte le umane viltà: l’asso ormai inutile scartato nella neve, il passato che “splende come un campo di neve”.
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Strane Coppie 2016 (Ottava edizione)

stranecoppie

STRANE COPPIE

ottava edizione / Napoli-Milano
sette incontri fra grandi classici delle letterature mondiali
a cura di Antonella Cilento

7 aprile – 9 giugno 2016

Ci sono tutti i temi caldi del dibattito culturale attuale nel programma dell’ottavo ciclo di “Strane Coppie”, la rassegna culturale a cura di Antonella Cilento e del suo laboratorio di scrittura Lalineascritta. Sette incontri, sempre di giovedì (ore 18:00), dal 7 aprile al 9 giugno 2016 –stavolta anche con una tappa milanese – per affrontare, grazie all’aiuto dei grandi classici della letteratura mondiale e al contributo di illustri scrittori, traduttori e giornalisti, le problematiche delle città e delle periferie, in cui si posano sguardi stranieri, spesso laterali e divergenti rispetto a quelli abituali, che danno vita a maestose narrazioni di luoghi e passioni. Ma a “Strane Coppie” si parlerà anche di scuola e delle problematiche legate all’educazione e all’insegnamento in generale,nonché della nostra società contemporanea, in continua oscillazione tra denaro e libertà, tra frenesia e bisogno di lentezza. [… vai al sito de Lalineascritta per maggiori info]

Scarica i Pdf della locandina e dei comunicati stampa dettagliati:

SC_locandina 2016

comunicato generale cartella

comunicato 7 aprile

 

Anna Maria Carpi, Due inediti

AMCarpi foto di A. Branchini

A.M.Carpi,  foto di A. Branchini

Anna Maria Carpi, Due inediti

E QUELLA DONNA! Pensa:
ha settant’anni e un cancro,
la testa calva in un turbante azzurro,
ed è in missione in Siria, parla da quell’orrore
sulla TV, dalla città di Ohm, che è stata rasa al suolo.
Lei da decenni lotta per il mondo
con la parola – ma che altro abbiamo
contro le armi?

A noi qui sul divano
rimane impressa solo la rovina,
mezzo milione i morti, solo numeri atroci
e un’idea grossolana dei motivi,
la mente scoraggiata ci va altrove,
il cuore anche
e cambiamo canale. Poi svagato,
con un sospiro
uno propone all’altro andiamo a letto.

*

SOLA FIDE, dice Lutero,
basta la fede e ti salverai,
ma vien da sé che se ce l’hai nel cuore
dal far male ti astieni finché puoi.
E il bene? Poco o nulla, di sicuro
siamo bravi a sognare.

Signore, io sarò tra gli impotenti
come in tempo di guerra per il pane,
che si mettono in coda, con la tessera,
aspettando che resti
qualcosa anche per loro.
Non tuoi figli,
tuoi lontani parenti, gente da mantenere, senz’impiego,
per cui si deve fare pur qualcosa.

©Anna Maria Carpi

 

La scelta, il bene e la storia: è un tema di non secondaria importanza quello che unisce i due inediti di Anna Maria Carpi qui presentati. Si tratta di un universale della ricerca che attira a sé, combinandoli con accenti diversi, altri ambiti, altri slanci e parecchie domande: Giustificazione per fede? Giustificazione per opere? Quale peso hanno le omissioni? Come la mettiamo con l’ignavia? Salvano i sogni, salva la poesia?
Non inganni l’attacco differente – eppure così compatto nella struttura regolare, due parole di due sillabe ciascuna, l’accento sulla terza delle quattro sillabe totali, l’impatto sonoro ad aggiungere solennità al carattere maiuscolo – e non inganni neppure lo sviluppo diversamente articolato, giacché in entrambi i testi chi legge si trova a condividere con l’io poetico il quesito e il fondamento di una riflessione a doppio senso di marcia: quale peso hanno le circostanze, la grande storia così come i dati biografici, sulle scelte individuali e, d’altro canto, quale ruolo rivestono nella storia dell’umanità e, più dettagliatamente, nella storia di un’epoca, di una generazione, indole, biografia e scelte in termini di azioni o di omissioni, di resistenza e desistenza?
Individuato il trait d’union molto saldo a dispetto delle apparenze, mi sembra tuttavia utile sottolineare aspetti peculiari di ciascuno dei due componimenti: nel primo le immagini televisive, l’orrore della guerra al quale si contrappone la resistenza di «quella donna» con il turbante azzurro e la sua lotta contro il male che è lotta «per il mondo», «da decenni», sono accolte con «mente scoraggiata» da un «noi»; nel secondo, il riferimento iniziale alla frase di Lutero (solo la fede giustifica), si dirige in realtà, dopo aver brevemente sostato ancora su un ‘noi’ sottinteso («di sicuro / sono brava a sognare», verso un ‘io’, il quale si rivolge, a sua volta, a un’istanza divina, che giudicherà. Proprio lì, tuttavia, nell’intuizione della propria sorte ‘dall’altra parte’, l’io torna a vedersi parte di una schiera. È una categoria nuova, che aggiunge una colpa, tutta moderna e attualissima, ai sette peccati capitali. Lo fa usando il tempo futuro, lo fa con un efficacissimo endecasillabo, seguito da un altro endecasillabo: «Signore, io sarò tra gli impotenti / come in tempo di guerra per il pane».
Una considerazione conclusiva va dedicata proprio all’importanza degli endecasillabi, alternati prevalentemente a settenari e a quinari nei due inediti dal piglio colloquiale nel senso che riportano stralci di un colloquio ininterrotto con la propria coscienza. Distendendo il verso, gli endecasillabi ne esaltano il valore di enunciato che sottolinea, di volta in volta, dati di fatto («lei da decenni lotta per il mondo»), ritratti in pochi tocchi essenziali («la testa calva in un turbante azzurro»), una chiusa che registra la soluzione del momento, della quale non si sconfessa né contingenza né transitorietà: «uno propone all’altro andiamo a letto» e «per cui si deve pure far qualcosa». (Anna Maria Curci)