animali

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

dipinto di Franz Marc

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

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Elencare tutte le specie che appartengono a questa famiglia di mammiferi artiodattili (alimentazione vegetale, zoccoli e corna “alberate”, molari assai sviluppati) sarebbe un’impresa enorme; tra le più conosciute, che a loro volta comprendono varie sottospecie, vi sono l’alce, il capriolo, l’huemul, il mazama, il cervo, la renna, il daino, il muntjak.

Li si trova in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Oceania; in Africa risultano invece estinti. La renna, che spesso i fanciulli – nel loro immaginario – legano alla figura di Babbo Natale, ha un suo fascino particolare, traina la slitta del vecchio bonaccione che porta i doni e scende dal camino. L’alce, tra le specie più grandi della famiglia, assume a volte lo sguardo di un vecchio saggio mentre magari osserva il mondo che lo circonda; i caprioli sono alpinisti naturali, eretti sui monti come se poggiassero su superfici piane; il cervo ha l’occhio benevolo e quasi piangente mentre intuisce la presenza del cacciatore che dietro un albero, silenziosamente, lo fissa al fine di impallinarlo.

Esistono cervidi giganti e cervidi nani, sempre presenti da venticinque milioni di anni, ossia dall’epoca geologica dell’Oligocene; animali particolari, si guardano attorno sempre con circospezione, “fatatamente” – le specie più agili –  riescono a svanire in un batter di ciglia, quasi fossero creature misteriose venute fuori da un libro di esseri meravigliosi.

Attraggono per possanza e maestosità… e poi quelle ramificazioni, quelle corna incredibili, che sono alberi e antenne con cui si captano le stazioni universali e le lontane galassie sconosciute all’uomo. Nel detto comune della vulgata si definisce “cornuto” colui che viene tradito dal/lla proprio compagno/a; chissà cosa ne penserebbero i cervidi nell’apprendere che una parte così importante della loro fisionomia è stata utilizzata per definire sfortunati (e spesso stolti o ingenui) alcuni esseri umani. Forse riderebbero, forse proverebbero “dostoevskijana” compassione.

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© Giuseppe Ceddia

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 2: Gatto

di gabriele antonini illustratori.it

Bestiario n. 2: Gatto

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Si pente raramente.

Quando l’occhio predatore t’osserva, immagina cose sconosciute al genere umano. Felino reso casalingo ma pur sempre attento a limarsi le unghie su luoghi prescelti (che non siano quelli che propone l’uomo).

Il gatto chiede di esser accarezzato con lo sguardo, spesso sfugge al sottile contatto; con la coda addolcisce i luoghi. Penetra mentalmente i muri, gli oggetti, gli stessi sentimenti, con la sensibilità del neonato innocente.

Poi, quando meno te l’aspetti, si trasforma nella più calorosa manifestazione d’amore, quella selvaggia e incontaminata, pura perché sincera, istintiva perché autosufficiente.

Animale notturno, dorme quando gli altri son svegli; gironzola mentre gli altri dormono, nutrendosi di buio, contemplando le tenebre, danzando alla luce lunare.

Forse scrive poesie mentre guarda fuori dalla finestra, oppure ascolta il vento (che mai può essere afferrato) sussurrargli melodie d’amore vecchie di cent’anni.

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© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.