angelo maria ripellino

Lorenzo Pompeo, Le quattro stagioni di Praga (1918-1938)

Il 3 gennaio del 1924 morì a ventiquattro anni di tubercolosi Jiří Wolker. Aveva fatto in tempo a pubblicare due raccolte di poesia, Host do domu (trad. it.: “L’ospite in casa”), nel 1921, e, l’anno successivo, Těžká hodina (trad. it.: L’Ora difficile), che tuttavia avevano lasciato un segno. Tra i poeti, i critici e gli artisti che avevano dato vita nel 1920 Devětsil (nome del Petasites officinalis, meglio noto come “farfaraccio”) la poesia di Wolker fu un punto di riferimento fondamentale. La poesia proletaria, di cui Wolker fu un sincero cultore, divenne infatti la tendenza dominante in questo gruppo (bisogna comunque ricordare che nulla aveva a che vedere con quel “realismo socialista” di marca sovietica, che venne ufficialmente adottato in Cecoslovacchia solo a partire dal 1948). Jaroslav Seifert nel suo libro di memorie Tutte le bellezze del mondo ci offre un racconto toccante delle esequie del giovane poeta. «Eravamo seduti al lungo tavolo nella casa dei Wolker, sulla piazza di Prostějov. Di fronte a me avevano fatto sedere una ragazzina che la signora Wolkrová aveva vestito a lutto stretto, con un abito di crespo nero merlettato. Mentre seguiva il feretro, accompagnata dal fratello di Jiři, aveva il viso coperto da un pesante velo, e così solo a tavola potemmo intravedere gli occhi arrossati dal pianto dell’ultimo amore di Wolker».[1]
Erano passati sei anni da quel 28 ottobre del 1918, quando era stata proclamata a Praga l’indipendenza della Cecoslovacchia. Nel febbraio del 1920 venne approvata la costituzione della neonata Repubblica e ad aprile dello stesso anno si tennero le prime elezioni. Il Partito Socialdemocratico cecoslovacco fu quello che ricevette più voti (così come i partiti socialdemocratici che facevano capo ai gruppi etnici tedeschi e ungheresi).
Al 5 ottobre del 1920 risale la prima riunione informale di quel gruppo di artisti e poeti di ispirazione socialista Devětsil. Figure di spicco di questo gruppo furono il poeta Jaroslav Seifert e il critico e teorico Karel Teige. Nume tutelare di questo raggruppamento fu la figura di Apollinaire che nel 1920 era stato tradotto da Karel Čapek. Nel confuso clima di rivolta e in quell’appello al rinnovamento dell’arte secondo i principi di un’arte proletaria, il cinema veniva considerato un esempio di arte popolare rivolta alle masse («Traspare da questa religione del nuovo ad ogni costo una buona dose di deliziosa ingenuità»[2] scriveva a proposito Angelo Maria Ripellino). Ma l’astro del gruppo fu proprio Wolker, il quale, dopo la sua prematura scomparsa, fu oggetto di un vero e proprio culto popolare.
La Rivoluzione russa suscitò un aspro dibattito all’interno del Partito Socialdemocratico cecoslovacco, diviso tra un’ala “rivoluzionaria”, che avrebbe voluto importare il modello “sovietico” (nello stesso anno l’Armata Rossa si spinse fino a Varsavia, dove venne respinta il 5 settembre) e un’ala contraria a tale soluzione. L’ala rivoluzionaria convocò un congresso e occupò la sede del Partito e la tipografia. Si finì allo scontro tra le due fazioni e a disordini nelle piazze che sembravano la premessa di moti rivoluzionari. Tuttavia la legalità venne ristabilita (non senza una feroce repressione). I manifestanti vennero arrestati, ma subito dopo amnistiati dal presidente e così nel maggio del 1921 venne fondato il Partito comunista cecoslovacco. Molti dei poeti, degli artisti e degli intellettuali che fecero parte del Devětsil collaborarono con la stampa legata al Partito comunista. Nel suo libro di memorie Jaroslav Seifet racconta di quando il poeta Stanislav Kostka Neuman lo fece entrare nella redazione della casa editrice comunista Orbis: «All’inizio degli anni venti, quando avevo ormai dato l’addio per sempre all’idea che come privatista una volta comunque avrei comunque terminato gli studi ginnasiali e preso la maturità, (..) St. K. Neuman mi chiese con tono un po’ amichevole, ma comunque un po’ brusco, come mi figuravo la mia esistenza nel prossimo futuro. A dire il vero, questa domanda da parte sua mi meravigliò alquanto, ma non mi mise in imbarazzo. Avrei scritto versi. Neuman sorrise, mi poggiò la mano sulla spalla e andammo a berci una birra. Nel giro di una settimana, poi, mi trovò un posto di lavoro nella Casa editrice comunista a Praga.»[3]
Lo stesso Seifert racconta di alcuni suoi viaggi a Brno nei quali conobbe un giovane e timido dipendente di una libreria, František Halas, il quale aveva appena cominciato a scrivere versi e che fu subito accolto nel gruppo del Devětsil.  Intanto, poco dopo la prematura scomparsa di Wolker, in seno al gruppo si manifestarono nuovi fermenti e nuovi interessi. La poesia proletaria non fu più il punto di riferimento per i poeti della compagine praghese. Nel 1924 comparve sulla rivista «Host» lo scritto di Teige che viene considerato il manifesto di quella nuova tendenza che venne definita “poetismo”: «più che un’estetica o una tendenza letteraria, il poetismo voleva essere lo stile e il gusto di un’epoca. Il suo credo, fondato su basi marxistiche, scaturiva da un’ottimistica fiducia nella bellezza del mondo e da un intenso amore di tutte le cose moderne. Proclamando la gioia di vivere e la rivoluzione del riso e dell’allegria, dopo le angosce della guerra che aveva reso tristi gli uomini e desolati, il poetismo si proponeva di fare della vita un “eccentrico carnevale, un’arlecchinata di sentimenti e di rappresentazioni, un ebbro montaggio filmico, un meraviglioso caleidoscopio”».[4] Nel 1924 Vítězslav Nezval, anche lui proveniente dalle fila del Devětsil, pubblicò la raccolta Pantomima, che viene comunemente considerato il manifesto poetico del poetismo. (altro…)

Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok, di Paolo Carlucci

Konstantin Somov, Ritratto di Aleksandr Blok

Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok
Su Bestia di Porpora, la Sposa. Il secondo battesimo.

«Divampano simboli arcani/ sul muro  cieco, profondo./ Dorati e rossi papaveri/ gravano sopra il mio sonno.» Davvero basterebbero già questi versi a caratterizzare lo stato di simbolismo onirico di molta poesia di Aleksandr Blok, relativa alla città, sentita spesso come il gran baraccone. Già s’avverte in lui il bisogno di dire il nodo cruciale di un simbolismo urbano, metafora dell’anima sua, resa con accesi toni di lirismo espressionistico. «E la mia città  ferrigna e grigia/ tutta foschia, mareggio, e pioggia e vento/ con una strana fede inesplicabile/ ella assunse a suo regno./ cominciò ad incantarsi delle moli/ assopite nel folto della notte,/ e alle finestre le serene lampade/ si fusero coi sogni della sua anima./ Riconobbe il fumo ed il mareggio,/ i fuochi e le case e le tenebre-/ tutta la mia città incomprensibile-/ incomprensibile lei stessa.// Mi regala un anello di bufera…» Simboli arcani e tema dell’incomprensibilità, dunque, sono già il marchio di un disagio esistenziale di fronte alla città mostro, luogo e prospettiva d’inquietudini del sottosuolo dell’anima che connota la poetica di Blok.
Egli fu a lungo seguace delle teorie e delle istanze messianiche di Solo’ev, e in linea con una lunga tradizione scritturale e letteraria di mondi allo specchio. Un’attrazione crescente per la teatralità del mondo porterà il poeta a staccarsi dal misticismo iniziale. Blok, il poeta che sente la musica inquieta delle nuvole, il freddo terribile delle sere, medita e sempre racconta in versi la sua storia, la sua metamorfosi tra astratte luci dello spirito (primo battesimo). Seguirà la consapevolezza storico-artistica ed esistenziale di un nuovo dannato-angelico impulso ad andare nella città. Lo spazio urbano, appunto, verrà sentito come teatro del mondo in estasi di terribili cambiamenti. Questo viaggio singolare  porterà Blok verso la consapevolezza di un secondo battesimo, reso con toni e immagini di sapore espressionista, che egli descrive in questi versi iniziatici. «Ed entrando in  un nuovo mondo, so/ che vi sono uomini e faccende./ Che la via del paradiso è aperta/ a chi batte le strade del male». In modo nuovo e terribile. Ora, dunque, il poeta russo, mostrandosi «stanco dei vezzi dell’amica/ sulla terra che sta assiderando», allude al distacco dalle forme sacrali della Bellissima Dama, per far sedere appunto «la Sposa su quella Bestia di Porpora» che, biblicamente, è la città, la bettola, il circo di luci nella notte bianca di ubriachi, puttane ed ombre del male, pure nuove creature in cerca di una voce e di un volto nuovo, come già con maestria psicologica, aveva fatto nelle sue opere, prose di confessione, Dostoevskij. Blok, ribattezzato al martello del vento, che dà luce «di una preziosa pietra di bufera», vede teatralmente il mondo della città e la suggestione della donna, in questa fase, per così dire dualistica, dapprima con occhi fortemente intrisi di uno spiritualismo progressivamente respinto da chi, solo guarda nel terribile vetro del vero.
Blok è via via ammaliato dal nichilismo della fine, messianicamente risolta  fino nella sua produzione  estrema -si pensi al tragico finale de I dodici-. La filosofia della scena di allucinate maschere e marionette, gli Arlecchini di Picasso sono nell’aria, prelude al terzo battesimo, quello della Morte. La visione della città circo demone affollato di luci e di sazi lacchè lo affascina e lo disgusta e lo spinge ad un canto di prossima eticità in chiave simbolica, con toni spesso crudi e graffianti di realismo. Come Dante! Perenne è dunque il canto del destino di Aleksandr Blok, nel messianesimo delle diverse rivoluzioni di Rus’. Metamorfosi centrale di linguaggi ed immagini si ha in uno dei componimenti più famosi di Blok, La Sconosciuta. Nel poeta che canta la Sconosciuta, che se ne va misteriosa, angelo  delle solitudini, in simbolica passeggiata nella città taverna, bolgia di risa e di corpi in ebbra festa. «Nelle serate sopra i ristoranti/ l’aria infocata è selvatica e sorda e governa i clamori degli ubriachi/ lo spirito pernicioso della primavera.//…, Lentamente, passando tra gli ubriachi sempre senza compagni, sempre sola passando/ esalando caligine e profumi si va a sedere  presso la finestra.// Hai tutte le ragioni, mostro ubriaco,/ lo so bene In vino veritas» conclude il poeta, ribattezzato all’inferno scenico alla danza terrena. (altro…)

Sei poesie di Gaetano de Virgilio

..

Rischio

Ci è mancato poco che rompessimo
il lampadario dei cieli o i trofei sui ripiani.
Tu che tiravi ad un gioco d’elastico,
io che mi cercavo in un furore da citrullo.
Se avessi crossato la palla poco più in alto
avrei rovesciato al volo,
………………………scassando tutto quello che c’era,
i piatti non lavati dell’altra sera,
la caraffa biancoblu comprata a Praga.
Il genio fu restare immobili,
come due fiammelle di zolfo,
………………………come due micce bagnate inadatte ad esplodere,
tu civetta mezza ubriaca, io mangiatore di fuoco.

,,

Il grasso del crudo

Il mio sguardo inchioda la salumiera
che sfila il grasso dal crudo.
Prego lo faccia bene, con cura,
poi fisso le onde che la sua mano muove
costeggiando il pezzo di carne col coltello.
Ha una disinvoltura che disinibisce,
spero capisca da sé che da lei dipende
la serenità di un altro pranzo a casa;
perché mio padre non tedierà mia madre
– che lo guarderà mentre sveste l’insaccato
dalla carta lucida -, non la seccherà ripetendole
che la noia del grasso in salumeria,
va chiesta a Serena,
e non a Patrizia, la sorella, perché
Patrizia non è precisa.

 

Tutti quei viaggi

Le notti più alte comprendono
le piste di ghiaccio degli occhi dei francesi,
di quando venni a trovarti chiedendo
un passaggio a quei signori di Alessandria.
Ero molto simile ad una sposa bambina
che balla il valzer delle rane.

D’altra parte è invece il parco grande
dove inventarono le regole del calcio,
e la frammentarietà di quei vuoti
di quei volti di cartone, di quel periodo tutto,
che quando cerco di decifrarlo dopo anni non ci riesco:
i panini con le croquettes scadute,
le insalate, il cibo che mi faceva male.

Solo gli aerei del ritorno hanno il loro valore,
le valigie sul nastro trasportatore,
how do you want me, dico dandomi del tu,
sentendomi come Larbaud,
io che sarei rimasto ore a guardare
le macchie di umido sul soffitto,
le arance morire al sole.

..
Nella pancia dell’attesa

Il rumore metallico della macchinetta del caffè
nella sala d’attesa riempie la stanza.
Più tardi ci sarà il tonfo di una lattina
che compie una giravolta intera e cade,
prima di sgasarsi nel contenitore di plastica.
Il badaboing dell’alluminio riempito
mi riporta alle funzioni ornamentali del tuo malumore
giochi di fisica, equazioni da terza liceo.
O a tutte le urla spese nei campetti
per i terzini che non riprendevano posizione.
Come chi ritrae le dita dal manico bollente,
era una questione di secondi
capire che pensavo a delle gambe, a dei corpi,
a dei gesti compresi nei gesti,
a dei versi da buttare giù subito, appena a casa.

.

Tu, senza fatica

Ero distratto oppure avevo le palpebre
tremanti, difficili da disincagliare, ma era chiaro che
tenevi nelle mani sei chili di farfalle pesanti
e mi chiedevi se potevo darti un aiuto
mentre io pregavo che non ti distraessi
e quasi gridandomelo dicesti
che sono il bruco nato da un buco ubriaco,
un narciso, una litigata del mare.
Poi gonfiavi le tue guance con l’aria,
mettevi gli occhi al centro e tutt’intorno
i passanti divenivano strabici
mentre noi non avevamo nessuna idea
dell’est, degli steroidi, di noi,
di come si acquistasse il mobilio nelle case nuove,
ed era per questo che tenevi in bilico
senza alcuna fatica diecimila lampadine elettriche,
illuminando anche le macchine in lontananza.

,,

Hotel a due stelle

Anche i pini di Villa Borghese
avevano una loro coerenza.
Pressoché inutile era guardarli
con gli occhi gonfi di sonno.
Ma perché non siamo tornati subito a casa, Marina?
Albergare da anni i sogni
in un motel da quattro soldi
era una fatica da giganti.
Bere birra calda perché si arrivava
tardi ai buffet, questa era la nostra
avanguardia. Eppure avrei dovuto
tentare che so
di infilare
un ago in un pagliaio
o il dito
nella bocca del tuo sbadiglio
per vedere fino a che punto.

..

Gaetano de Virgilio è nato a Molfetta (Ba) il 30 marzo 1993. Dopo essersi diplomato nella propria città, si laurea in Cultura letteraria dell’età moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Bari. Frequenta attualmente il corso di Laurea Magistrale in Letterature moderne, comparate e postcoloniali presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea della stessa città. Lavora saltuariamente in pub, bar e sale ricevimenti come cameriere.
Appassionato di poesia, letteratura e lingue straniere è redattore e collaboratore di alcuni blog letterari come l’Orinatoio e Viaggio nello Scriptorium.

 

I poeti della domenica #150: Angelo Maria Ripellino, Apologo

Apologo

Signori, odora di trucco la vita!
Quando, attraverso fragili orizzonti,
mi spruzza d’improvviso sulle guance
la risata omerica del mare,
quando una rana scoppia nel pantano,
quando dagli astri sgorga sangue d’oro,
nell’aria annuso il trucco, la nebbia
perlacea della scena, la colla e il cartone.
Dietro le quinte incrostate di muffa,
come nel guercio cavallo di Troia
si nascondono turbe di parole,
bambole e le larve vocali che un giorno,
rinchiuse in globi di fiamma,
volarono dal grido degli attori.
I suoni, cuciti con fili di paglia,
con rossi legacci, con strisce fangose,
privi di parte, spogli di conflitto,
gelidi stanno tra le umide quinte,
pronti al Giudizio Finale.
Nei tempi del pretempo, oltre il diluvio,
dormivano i suoni in un letto di crine,
ma con pennelli e scatole di trucco
venne una rosa a destarli, giuliva,
seguìta da perfide trombe. Una rosa.

ignori.

da Non un giorno ma adesso [1960], ora in Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime, Nino Aragno Editore, 2006

Un libro al giorno #26: Boris Pasternak, Poesie (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Vladimir Majakovskij, Lili Brik e, dietro di loro, in piedi, Boris Pasternak e Sergej Eizenstein

Vladimir Majakovskij, Lili Brik e, dietro di loro, in piedi, Boris Pasternak e Sergej Eizenstein

Nel tempo primaverile del ghiaccio

.

Nel tempo primaverile del ghiaccio
e delle lacrime, nella primavera smisurata,
nella primavera smisurata, quando
a Mosca è la fine d’una stagione,
l’acqua giunge nei giorni di freddo
alla cintola dell’orizzonte,
partono i treni di buon’ora,
poi gli stagni sono d’un giallo limone,
ed i congedi come fili elettrici
s’allungano fra gli argini.

Quando i ruscelli cantano una romanza
sul fango vischioso
e la sera, non certo per noi,
è misteriosa e nericcia,
e il guazzabuglio del cielo è come il linguaggio
d’un cantastorie del popolo
e delle donne prima del diluvio,
come un fascino senza smorfie
ed il riposo d’un minatore.

Quando c’è come un guado nel petto
e come un cavallo sul guado
qualcosa in noi piange: “risparmiaci”,
come progenie di strada.
Ma dietro, nelle pozze, sono tante
melodie sommerse che basta
inserirvi un rullo per avviare
la macchina della piena.

Quale rullo io debbo inserirvi?
Primavera mia, non lamentarti.
L’ora del tuo rammarico ha coinciso
con la metamorfosi del giorno.

…………………………

Nei paesi del tramonto il ghiaccio s’è sciolto
e in mezzo ai flutti, disgelando,
galleggia come un nido risciacquato
una tenuta priva di padroni.

Senza asciugar le lacrime d’addio
e dopo aver pianto tutta una sera,
s’allontana dall’occidente l’anima,
laggiù non ha niente da fare.

S’allontana come a primavera
per la giallezza color limone
di un’insenatura silvestre al tramonto
ci si lancia nel buio della notte.
S’allontana verso il terricciato
del diluvio come ai tempi di Noè,
e non ha paura d’esser sola
nella primavera smisurata.

Dinanzi a lei è un paese in cui non si obbliga
il gemito a un umile inchino,
né si ritaglia un festone dal cuore
d’una ragazza di casa.

Dinanzi a lei l’aurora, dinanzi a lei ed a me
come un’aurora d’un giallo limone
è l’ampiezza inondata di primavera,
di primavera, primavera smisurata.

E poiché fin dagli anni dell’infanzia
io soffro per la sorte della donna
e l’orma del poeta è solo l’orma
delle strade di lei, non di più,
e poiché solo a lei mi appassiono
e per lei c’è da noi libertà,
io sono tutto lieto di annullarmi
nel volere della rivoluzione.

………………………….

(1931)

(trad. di Angelo Maria Ripellino)

Boris Pasternak, Poesie, a cura di Angelo Maria Ripellino, 1957, pp. 219-223.

Un libro al giorno #26: Boris Pasternak, Poesie (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

pasti

Per superstizione

.

Scatola con una rossa melarancia
è la mia cameretta.
Oh, non imbrattarsi nelle stanze d’albergo
sino alla bara, sino all’obitorio!

Mi sono qui stabilito di nuovo
per superstizione.
Il colore dei parati è marrone come una quercia
e mi canta la porta.

Non mi lasciavo sfuggire di mano i nottolini,
tu sgusciavi,
e il mio ciuffo sfiorava la tua bizzarra frangetta
e le labbra, le viole.

Oh, vezzosa, in nome di quelli di prima
anche questa volta il tuo
abbigliamento cinguetta come un bucaneve
“Buon giorno!” all’aprile.

È peccato che tu non sia una vestale:
sei entrata come una sedia,
hai presa la mia vita come da uno scaffale
e ne hai soffiata la polvere

(1917)

(trad. di Angelo Maria Ripellino)

Boris Pasternak, Poesie, a cura di Angelo Maria Ripellino, 1957, p 75.

Un libro al giorno #26: Boris Pasternak, Poesie (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Pasternak

Mia sorella la vita

.

Mia sorella la vita anche oggi nella piena
s’è frantumata in pioggia primaverile contro tutti,
ma le persone coi ciondoli sono altamente burbere
e pungono cortesi come serpi fra l’avena.

Gli anziani hanno per questo le proprie ragioni.
Ma di certo ridicola è la tua
che nella burrasca siano lilla gli occhi e le aiuole
e odori di umida reseda l’orizzonte.

Che a maggio, quando l’orario dei treni
leggi nella vettura sul tronco di Kamysin,
esso sia più grandioso della Sacra Scrittura
e dei divani neri di polvere e tempeste.

Che appena il freno, latrando, s’imbatte
nella placida gente dei campi in una vigna sperduta,
guardino dai divani se non sia la mia stazione
e il sole, calando, si dolga con me.

E spruzzando per la terza volta, nuota via il campanello
con scuse incessanti: mi rincresce, non è questa.
Sotto la tendina soffia la notte che brucia,
e la steppa crolla dai giardini che salgono a una stella.

 

(trad. di Angelo Maria Ripellino)

Boris Pasternak, Poesie, a cura di Angelo Maria Ripellino, 1957, p 61.

Angelo Maria Ripellino: alcune poesie

angelo-maria-ripellino

Oggi si propone una selezione di testi di Angelo Maria Ripellino tratti da tre raccolte tutte edite da Einaudi e considerate le più diffuse della sua produzione: Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972) e Lo splendido violino verde (1976). Anche questo post, come altri in passato dedicati ad autori quali Ortese, Ramondino, Morante, Bellezza (ma anche qui e qui), non ha la pretesa di entrare esaustivamente nella poesia del noto slavista ma si limita a restituire una piccola parte della bellezza che ci ha lasciato, della ricchezza piena di «invenzioni, estro linguistico, accese fantasie metaforiche, enumerazioni» e molto altro che sono i suoi versi, come si ricorda nella quarta di copertina all’edizione Einaudi 2007. Nella stessa, che comprende le tre opere in un solo volume, Alessandro Fo evidenzia come la poetica di Ripellino si muova su due assi: da un lato vi è la partecipazione emotiva, la fantasia, l’anticonformismo, la capacità di servirsi di un «gusto per lo spettacolo che si esprime nelle improvvise epifanie di soggetti inattesi» (i temi); dall’altro il poeta si esprime con «un linguaggio coltissimo, eccentrico, virtuosistico» (dunque l’asse della lingua). Ripellino si è sempre considerato un traduttore prestato alla poesia (si dedicò a lungo alla lirica e al teatro russo, traducendo Pasternak, Chlebnikov, Holan e molti altri). Si sentiva uno straniero che attraversava una terra misconosciuta. Questa posizione autoriale pare confermata nelle parole critiche di Alfonso Berardinelli, ad esempio, il quale vede in Ripellino l’utilizzo di una lingua quasi artificiale nel verso italiano, di un ‘italiano poetico’ proveniente cioè dalla sua attività lavorativa, e in questo Berardinelli lo avvicina a Ferruccio Masini e Roberto Sanesi  [n.d.r. posizione espressa durante la presentazione di Anna Maria Carpi presso l’Ateneo Veneto di Venezia, il 25 maggio 2011]. Ma il compendio delle esperienze e della sua cultura, del suo lavoro e del suo approccio con il mondo determina nei versi di Ripellino una forza peculiare. E quest’ultima è una caratteristica di stile, perché l’autore arriva con i suoi strumenti dove altri non accedono (!); e si può azzardare quindi ad avvicinarlo anche ad un altro autore, noto per le sue prose, i racconti, l’attività giornalistica: Goffredo Parise poeta. Ripellino possedeva la capacità di eseguire un montaggio libero e aperto in versi come poi farà Parise, come se il testo fosse una partitura ricca di possibilità espressive (in questo senso, ‘invenzioni’) e il poeta, un compositore. Un punto di vista che meriterà un approfondimento tenendo conto di due fattori: per alcuni autori non è sempre appropriata la collocazione all’interno di una linea poetica certa, soprattutto se la loro scrittura si nutre di specifiche spinte, caratteri che moltiplicano la lettura non facile; trattandoli come ‘soggetti altri’, tuttavia, si può rischiare di incappare in un discorso che distoglie l’attenzione dal testo e si focalizza sull’autore, perciò si sbaglierebbe l’approccio. Ultima nota: nel 2006 Nino Aragno editore ha pubblicato POESIE PRIME E ULTIME a cura di Federico Lenzi e Antonio Pane. Presentazione di Claudio Vela. Introduzione di Alessandro Fo. Il volume comprende le raccolte d’esordio Non un giorno ma adesso (Grafica, 1960) e Fortezza d’Alveria e altre poesie (Rizzoli, 1967), e Autunnale Barocco (Guanda, 1977), tutte le poesie sparse edite in vita in riviste e antologie nonché tutti gli inediti sinora rintracciati.

Alessandra Trevisan

*

da Notizie dal diluvio

Cresce dal bianco e nel bianco si scioglie,
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura
ormai da vent’anni.

*
(altro…)

Anna Toscano, “all’ora dei pasti” (LietoColle, 2007)

tavolo di marmo chiaro
deboli zampe di legno
briciole sparse sul piano
un piatto color aragosta
posate spaiate
Iberia, altre Varig o Sabena
tovagliolo grande di carta blu
gocciolio in lontananza
nel lavandino rigato di tè

il frigo è deserto
lo stomaco è vuoto
il forno non funzionerebbe
le mie mani sulle ginocchia

è all’ora dei pasti
che sento il tuo non esserci
la tua assenza mi nutre
sono sazia come non mai

la dieta ringrazia
io felice con lei
ché non mi calza
la tragedia

Anna Toscano, All'ora dei pastiSe la poesia affronta il quotidiano mettendo in scena gli oggetti che lo compongono non necessariamente renderà banale ciò che stilisticamente può apparire alla prima lettura semplice. E così le trentacinque poesie che compongono la seconda raccolta di Anna Toscano, all’ora dei pasti (LietoColle, 2007), si muovono per tasselli nell’arduo intento di ricostruire un’identità di donna attraverso la scrittura, intima quanto a volte impietosa nella descrizione di una sopravvivenza agli eventi traumatici della vita come possono essere quelli della malattia che colpisce un proprio caro (piastrelle bianche, p. 15).
Leggendo e rileggendo i componimenti si potrà ben dire che per quanto possano essere visibili i riferimenti ai ‘maestri’ lontani e vicini (Penna e Bertolucci in primis avviluppati in un unico movimento atto a coglierne i particolari; entrambi incastonati in una metrica che riecheggia una profonda conoscenza della lezione di Patrizia Cavalli) è pure chiara la cifra personale di questa poesia che si sviluppa su un piano che privilegia il moto interiore descritto attraverso i piccoli oggetti, che assumono non di rado pose da natura morta. Tutto ciò del resto ha una sua ragione nella seconda (o prima?) passione di Anna Toscano, ossia la fotografia. Sicché le sue poesie diventano dei piccoli quadri, spesso ritratti di un particolare, disposti su una tela più grande per ricomporre un disegno più ampio che è la sua percezione del tempo reale nel quale lei per prima è chiamata a riconoscersi («sono sola ma non si vede / solo io lo capisco, / da sotto le mie tele / il mio nome scandisco // fa eco un orrore di ragnatele», sono sola ma non si vede, p. 22).
Ed è un procedimento “a levare” quanto è di troppo, superfluo, troppo descrittivo e quindi didascalico, quello che caratterizza la scrittura di all’ora dei pasti; procedimento atto a elevare ( “in levare” perciò) la poesia verso il suo obiettivo che è, a mio avviso, il cogliere sé in ciò che la rappresenta o in ciò su cui si riflette (e la messe di oggetti che costellano le sue poesie non sono forse i correlativi oggettivi dell’io?).
Ma allo stesso tempo è una poesia che si vorrebbe curativa: un accorato scongiurare che gli errori si possano ripetere nel tempo anche dopo averne imparata la lezione o più semplicemente riconoscerne i segni.
all’ora dei pasti è una raccolta che predilige per la maggior parte testi brevi, a volta quasi aforistici («sì certo che di amore / si guarisce / se prima / non si perisce»,  sì certo, p. 30), per giungere quasi in chiusura a disporre i testi più estesi e in un certo senso programmatici (come ho guardato a lungo, p. 41). Ed è sempre verso la fine che si incontra una poesia come pelle parole (p. 37) nella quale si gioca allusivamente con il modo di dire “belle parole” è il suo senso di compassione spicciola che racchiude, come a sottolineare un doppio negativo ossia che sono sempre le stesse belle parole che ti si attaccano sulla pelle quando non le cerchi, quelle che ti arrivano da altri non richieste; le altre “belle parole” sono quelle che uno dice a sé stesso, quelle di cui ci si veste nei silenzi per aprire un varco per evolvere in «un infinito da rimestare». Perciò pelle parole assume in seconda istanza il valore di una dichiarazione di poetica, restando ferma in prima istanza quella di una dichiarazione di volontà di comunicare ‘e silentio’, anticipata da non ditemi sempre, poesia che precede pelle parole, e confermata da abbattetemi che ricorda lo scaffale al quale Ripellino si sentiva predestinato, con più ironia ma non meno drammatica: «abbattetemi, seppellitemi / dove possa sentire il frusciare / delle pagine dei libri / che ho amato e non ancora letto // ardetemi, mettetemi / tra gli scaffali di una libreria / bruciatemi con i miei stivali / e borse e scarpe e occhiali // che sia un’eternità / accessoriata e un po’ patacca» (p. 42).

© Fabio Michieli

________________

* Questa recensione fu pubblicata la prima volta nel mese di marzo 2008 nel sito alleo.it, all’interno della rubrica SUN (dove, però, ora non è più consultabile). Segna a tutti gli effetti il primo mio intervento sulla poesia di Anna Toscano; a questo sono seguiti altri due contributi pubblicati qui in Poetarum Silva e disponibili ora anche in formato pdf.

La pulce felice. Rapide considerazioni su Angelo Maria Ripellino

Di sé e dei suoi versi, dei suoi libri, Angelo Maria Ripellino (1923-1978) aveva previsto un futuro posto “in cima a un perduto scaffale della Biblioteca del Cosmo”. Del resto era una persona dotata di una tale intelligenza e sensibilità (dolorosa) per non sapere che a lui era stato riservato un piccolo angolo di tolleranza all’ombra dei mostri sacri della nomenclatura poetica al suo primo apparire, nel 1960, con Non un giorno ma adesso. Lui era slavista e come tale s’era fatto notare dieci anni prima col volume Storia della poesia ceca contemporanea; volume che apriva uno sguardo preciso – competente si direbbe ora – su nomi e versi, o versi e nomi, ignoti ai più (come pure accadrà negli anni a seguire per la poesia russa; un nome fra tutti: Marina Cvetaeva).
Ripellino è stato invece un vero poeta; uno di quegli autori in grado di scavare per un dettato completamente estraneo alle mode del tempo, alle avanguardie vecchie e nuove, alle contestazioni. Lui estraneo, perché forse non letto o non considerato, eppure in grado di contrastare i poeti laureati sui quali proprio negli anni Sessanta si scagliava la nuova generazione (quella generazione che non sarebbe sopravvissuta a sé stessa e avrebbe lasciato nuovamente il passo ai maestri tanto bistrattati).
Fino a non molti anni fa leggere Ripellino era diventata una vera impresa degna del più noto archeologo cinematografico. Ognuno di noi si trovava costretto ad affidarsi alla propria pazienza nello scovare quello scaffale da lui indicato. E spesso quello scaffale stava nascosto in qualche fondo minore (penso a quando trovai una copia di Non un giorno ma adesso tra i libri del fondo Camerino dell’ex Dipartimento di Italianistica e Filologia Romanza di Ca’ Foscari; quasi nuovo e chissà da quanti anni non più letto).
Certo, qualcosa di Ripellino era apparso in Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, volume bianco-einaudiano curato da Enrico Testa (presto sparito dagli scaffali, ma non dal catalogo). Due pagine secche con tre poesie; due pagine schiacciate tra Giovanni Giudici ed Elio Pagliarani.
In parte era stato tolto da una sorta di anonimato. Ma in molti chiedevamo che fosse tolta anche la polvere e fossero ridonate a chi anelasse rileggerle, o ne fosse interessato, tutte le sue poesie, perché non c’è niente di peggio per ogni singolo verso ch’essergli negato anche un solo lettore.
Ora che l’oblio è finito, di Angelo Maria Ripellino si è ripreso a parlare dopo la pubblicazione dei volumi Poesie prime e ultime (con le cure di Federico Lenzi e Antonio Pane per l’editore Aragno, 2006), e Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (curato da Pane e Lenzi insieme ad Alessandro Fo e Claudio Vela, per i tipi di Einaudi; le tre raccolte vennero pubblicate per la prima volta sempre da Einaudi rispettivamente nel 1969, 1972 e 1976).
Alla fine capita sempre così in Italia: qualcuno continua a coltivare l’amore per un autore; forse ne fa pure un culto personale; continua a parlarne in varie sedi (o meglio quelle disposte ad accogliere un piccolo contributo su di lui); e poi qualcosa esce, e allora si ritrova un senso di giustizia per chi è stato sottratto per molto tempo al suo naturale diritto d’essere letto (e qui so di ripetermi).
Disponiamo così ora di tutta la produzione in versi di Angelo Maria Ripellino; e se il volume bianco-einaudiano non aggiunge molto, se non nelle illuminanti note critiche, al già noto (ma come si può parlare di già noto per un autore che arricchiva fino a ieri la lunga serie di nomi che meriterebbero dignitose ristampe per colmare un indegno silenzio?), è nel volume pubblicato da Aragno che ci si presenta anche il poeta inedito, poiché sono ben sessanta le liriche inedite in esso pubblicate, e più di cento le poesie extravaganti; sicché quasi duecento “nuove” poesie affiancano le introvabili raccolte che l’autore aveva pubblicato prima del periodo einaudiano e anche dopo, dal momento che Autunnale barocco uscì nel 1977 per Guanda (l’anno seguente Ripellino sarebbe stato stroncato da un collasso).
Io, personalmente, devo più ai rari contributi apparsi negli ultimi anni su “Poesia” il mio interesse per l’autore palermitano. Cosa possa colpire di lui è presto detto: il dettato singolare che fa della ricerca linguistica e tematica una sorta di paradigma totalmente distaccato da quanto negli stessi anni si poteva leggere in Italia e all’estero. Se un uomo percepisce di sé il precario destino, spesso legato alla malattia, quello stesso uomo può descrivere di sé, per sé, e forse per gli altri, tutta la tensione e l’attaccamento alla vita caduca. Si è quindi più fisici che metafisici, verrebbe da dire. Si è pure inafferrabili e perciò condannati alla non considerazione che è peggiore dell’incomprensione. Soccorrono più spesso le parole dell’autore stesso che non quelle di un critico per spiegare o cogliere un segno (non dico il segno) della sua poesia, e così le “invarianti” sono ciò che accompagnano il lettore di Ripellino: i volti, le maschere, la moltitudine di oggetti ammonticchiati negli armadi, tutto interviene a costruire un universo nel quale si scaglia senza mezze misure la parola del poeta per sottrarre questa mole dalla condizione reietta. Che in ciò abbia agito il suo non appartenere a nessuno se non a sé stesso in ambito poetico lo lascio dire a chi meglio lo conosce, mentre io vorrei riscoprirlo con voi, se anche voi con me continuerete a cercare tra gli scaffali delle librerie terrene i suoi libri.

© Fabio Michieli

.

Piccolo circo (da Non un giorno ma adesso)

Pendeva al trapezio: e osannanti formiche
battevan laggiù le manine nel rombo del jazz,
e la luce rovente con un mannello di spighe
avvolgeva la pendula testa di pezza.

La luce sbiancava, cavallo spaurito,
balzando con raggi gommosi nella pista,
quand’egli s’infilava a capofitto
negli anelli dell’aria, evitando ogni svista.

E frattanto un pagliaccio dal verde tubino,
con barche-scarpacce ed occhietti di scricciolo,
spiumava burle sul tremante cinema,
in cui volteggiano i mimi, gli augusti, i rossicci.

E scrosci di risa buttando sul ghiaccio del rischio,
così roteava la dilettosa giostra:
sui circoletti e sui triangoli di Kandinskij
nasceva l’emblema della vita nostra.

.

17 (da La fortezza d’Alvernia e altre poesie)

Da questa spenta città minerale vi mando notizie e un fagottino di desideri.
L’uomo sprofonda nel fango, ma le oche si muovono in fretta
con passo sicuro e arrogante sulla superficie.
Carezza i miei libri la sera, guarda i quadri di Klee,
perché non so ancora il finale di molte sue storie,
ripensare una sferica infanzia, un maneggio di sogni,
cercare su un comodino deserto bugiarde conchiglie,
e udire la voce di Dio nei fili di pioggia, che grondano
come gli urlanti capelli dei Beatles.

.

2 (da Notizie dal diluvio)

Slavista! mi gridano donne con frappe sul capo
e con fettucce e colombe e fleurettes e cràuti e baubau.
Slavista! mi assalgono omini violacei
con scròfole e maschere e nasi di Ostenda.
Slavista! mi strillu un rez-de-schaussée spelacchiato
con pesciolini semimorti sul davanzale.
Slavista! mi insulta un groom d’ascensore
e un albume molliccio dalle mani sudate.
Slavista! mi frusciano i fiumi di Piazza Navona.
Slavista! mi zufola un gazzelloni sul flauto.
Slavista! mi dice un tacchino di plastica, un gozzo di polistirolo.

Slavista! mi beffano da un carro funebre,
gonfio come una torta con ciòndoli d’oro.
Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta
farò un altro mestiere.

.

43 (da Sinfonietta)

Il cerchio degli amici si va restringendo, ciascuno
ha troppi guai, non vorrebbe pesare sugli altri.
Mi chiudo in me stessa, rimesto il mio malumore, il mio affanno,
imparo a tacere, mi rodo, nemmeno gli scaltri
sanno ciò che avverrà tra sei giorni, tra un anno.
Ma se riuscissi a venire da te, districandomi
da questo invoglio marcito, da questa kàtorga,
sarei felice: felice come una pulce.

Domani si concluderà la stagione. Una lunga catena
di recite in giugno. Ritorno a Pilsen, a cuccia.
Vladia finisce il sei luglio, avremo in casa i pittori.
Poi, sciup: voleremo verso una spiaggia romena,
per riposare lontano da ukase e sermoni.
Ti auguro buone vacanze e un po’ di salute.
Se mi penserai qualche volta, solleva il bicchiere,
perché si ravvivino tutte le nostre speranze perdute.
Sarei felice. Felice come una pulce.
Ma intorno a noi sempre più alte barriere
si levano e mura gelide e mute.

.

(da Versi inediti e rari)

È tardi per i sogni, spunta l’alba,
si spegne il gocciolìo della fontana;
come su un flauto l’acqua si lamenta,
ora che il freddo la muta in cristallo.
Ritorno oggi dinanzi alla capanna.
Le lanterne cinesi erano buffe,
come cilindri ammaccati da un grassone,
la notte che leggemmo «Rudoarmêjci».
E alle ore quattro, coi piedi nell’erba,
correva il treno dalla gola roca
sul terrapieno bianco di rugiada.
Lunga notte e frescura del fiume
e scintillìo di stelle su Řevnice,
uccelli pigri, erba gelosa, amore.

FUTURE TRADIZIONI – poeti del Novecento nel cuore di poeti contemporanei (rassegna)



Parte da Lunedì prossimo, e avrà cadenza mensile, questa nuova rassegna 
dal titolo: FUTURE TRADIZIONI - poeti del Novecento nel cuore di 
poeti contemporanei. In ogni incontro un poeta contemporaneo parlerà 
e leggerà  i testi del suo poeta preferito che, nella quasi totalità 
dei casi,  è stato attivo anche nella seconda metà del Novecento.  
In ragione della relativa attualità degli autori proposti e anche per 
il  fatto che siano proprio dei poeti a parlarne, dunque da appassionati  
e ispirati ammiratori, il taglio degli incontri sarà informale e non  
accademico. Direttamente al cuore della poesia.

Ecco l'intero programma:


Informazioni:
info@versiumani.it