Angela D’Ambra

Bruce Bond, da “Choir of the Wells”

Bruce Bond, poesie da Choir of the Wells, traduzione di Angela D’Ambra

Luminescence of the Oceans

There is a drowned fire in our leaving.
You see it in the wakes of ships that cut
a passage through the red tide, the sparks

thrown aft as they welter in the current.
Sometimes when I look down at the seeds
of light, I keep returning to the furrow

that made a stranger of my father’s body,
the way he slept beneath the surgeon’s lance,
the saw, the red hand that reached inside

to turn the organ over. Sleep or no sleep,
a literal heart fumbles with the things
it cannot say and so it says again.

Look at waves. They fold into themselves
the sob of oceans, like a frightened child.
You would think they get tired of it,

how, as they heave exhausted to the bed
of sand, the last remains of day crackle
in the fall. I talk about my father

because, beyond the obvious, I am
afraid the water will swallow him again.
When I look ahead, I see something

futureless there, the jewel of the star
that drizzled into his eye that day.
It seems so still, though I know better.

The machinations of the ocean break
into the million small decisions of the deep.
It lives to move. The star that dissolves

—————————————(stanza break)

against the foam, it goes somewhere. It must.
Beneath the widow’s lace, perhaps, or here
inside the gaze that reads. It spreads its net.

Luminescenza degli Oceani

C’è nel nostro partire un fuoco annegato.
Lo vedi nelle scie di navi che si tagliano
un passaggio per la marea rossa, le scintille

scagliate a poppa che s’agitano nella corrente.
A volte, quando abbasso lo sguardo ai semi
di luce, continuo a tornare col pensiero al solco

che del corpo di mio padre fece uno straniero,
il modo in cui dormiva sotto la lama del chirurgo,
la sega, la mano rossa che si spinse dentro

a rigirare l’organo. Dorma o non dorma,
un cuore letterale brancica con le cose
che non sa dire, così le dice di nuovo.

Guarda le onde. Avviluppano in sé
il singulto degli oceani, quale bimbo spaurito.
Penseresti che venga loro a noia,

il modo in cui, nel loro esausto vieni e vai sull’alveo
di sabbia, gli ultimi resti del giorno crepitano
nel tramonto. Parlo di mio padre

perché, a parte l’ovvietà, ho
timore che l’acqua di nuovo se lo ingoi.
Quando guardo avanti, vedo qualcosa,

là, senza futuro, il gioiello della stella
che, quel giorno, gli sprizzò negli occhi.
Sembra così immoto, pure non m’inganna.

Le macchinazioni dell’oceano si frangono
nel milione di minute decisioni del profondo.
Vive per muoversi. La stella che contro la spuma

—————————————(interruzione di strofa)

si dissolve, va da qualche parte. Deve.
Forse, sotto le trine della vedova, oppure qui
nello sguardo che legge. Dispiega la sua rete.

 

Benthos

The fathoms take what we know of light,
the ache of it that dims as it goes
cold, deeper into the ache of dark.

Down here an eye is its own lantern,
sunk among the cuttlefish and squid,
the angel flesh that swims among the wreckage.

Today I walked into a small museum.
On a wall, a hill of spectacles,
teeth, a memoir bound in human skin.

I have read this book, skin to skin,
and yet I think a part of me reads it
in the dark. If this is the past,

it is far too tiny and too enormous.
What you make out in the many faces
gets lost in the unspeakable focus

of one. And each one difficult to name,
to recognize now, beneath the mask
of no mask. Not enough food to live,

and too much to die. That’s what they say.
And it goes on that way for a while,
until the story of the boy who begs

to be shot. The core of us is strange.
Bones of faces float to the surface.
And deeper still, a voice, neither theirs

nor ours. Like a heavy net of cautions
that binds us to a world. Perhaps a prayer,
a memoir’s future tense, or the last

—————————————(stanza break)

breath of a man, here, high above the dark
floor, above the drowned, as we know them,
the gas blue eel, our black and silent stars.

Benthos

Le sonde colgono ciò che sappiamo della luce,
quel male che s’ottunde mentre si fa
fredda, più a fondo nel male del buio.

Quaggiù un occhio è lanterna a se stesso,
inabissato tra seppie e calamari,
la carne dell’angelo che nuota fra i relitti.

Oggi sono entrato in un piccolo museo.
Su un muro, un colle di lenti,
denti, un memoir rilegato in pelle umana.

Ho letto questo libro, pelle a pelle,
e ancora penso che una parte di me lo
legga al buio. Se questo è il passato

è fin troppo esile e troppo enorme.
Ciò che scorgi in una varietà di volti
va perso nell’ineffabile messa a fuoco

di uno solo. E ciascuno difficile da nominare,
da riconoscere ora, sotto la maschera del senza
maschera. Non sufficiente cibo per vivere,

e troppo per morire Questo è ciò che dicono.
E prosegue così per un po’,
fino alla storia del ragazzo che implora

che gli sparino. La nostra essenza è strana.
Ossa di volti fluttuano alla superficie.
E più a fondo ancora, una voce, né loro

né nostra. Come una greve rete di cautele
che ci lega a un mondo. Una preghiera, forse,
un tempo futuro di un memoir, o l’estremo

———————————————(interruzione di strofa)

respiro d’un uomo, qui, innalzato sopra il fondo
buio, sopra gli annegati, come li conosciamo,
l’anguilla blu elettrico, le nostre stelle silenziose e nere.

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David Cappella: Sonetti da “Giacomo, a Solitaire’s Opera”

 

DAVID CAPPELLA

Sonetti 35, 36, 37, 38, 39 da

Giacomo: a Solitaire’s Opera

Traduzione di Angela D’Ambra

 

 

Note to the Reader

Giacomo: A Solitaire’s Opera is a “natural opera.” That is, it is the emotional arc of a poet’s life rendered in poetry. The sequence is divided into three acts much like a formal opera. Giacomo is loosely based on the life of the Italian poet, Giacomo Leopardi. His life, fraught with emotional and physical pain, did not stop him from writing some of the most exquisite lyrical poetry of his age, of all time. His view of human nature, of mankind in general was dark, but this was not necessarily because he was physically misshapen, though some think that is the case. Whatever his view of humanity or whatever his emotional and physical pain, Leopardi demonstrated great courage in the face of adversity while his poetry transcended his life.
Though the emotional life of Giacomo follows the life of Leopardi, his voice is, most assuredly, not Leopardi’s. The voice of Giacomo is the consciousness of a poet living his life. He is the artist navigating the world. Giacomo: A Solitaire’s Opera is not an historical or a biographical document.

 

Nota per il lettore

 Giacomo: A Solitaire’s Opera è una “opera naturale”. In altri termini, è l’arco emotivo della vita di un poeta reso in poesia. La sequenza è divisa in tre atti molto simili, formalmente, a un’opera. Giacomo è liberamente ispirato alla vita del poeta italiano Giacomo Leopardi. La sua vita, carica di dolore emotivo e fisico, non gli impedì di scrivere alcune fra le più squisite liriche del suo tempo, di tutti i tempi. La sua visione della natura umana, dell’umanità in generale, era cupa, ma ciò non è necessariamente un portato della sua deformità fisica, sebbene alcuni lo credano. Quale che fosse la sua visione dell’umanità, o il suo tormento emotivo e fisico, Leopardi dimostrò grande coraggio di fronte alle avversità e intanto la sua poesia ne trascendeva la vita.
Sebbene la vita emotiva di Giacomo segua la vita di Leopardi, la sua voce, non è certamente quella di Leopardi. La voce di Giacomo è la coscienza di un poeta che vive la sua vita. Egli è l’artista che naviga nel mondo. Giacomo: A Solitaire’s Opera non è un documento storico o biografico

 

XXXV.
Giacomo at odds with the world 

Shame is standing in an empty hallway.
Shame is standing in the hallway, aghast
as words scorify your heart, acid words
of a husband who does not want you
paying a call on the lady, his wife.
I did enter, and I was most polite,
though I vowed never to enter again.
I stand outside; I observe the movements
of people inside, their busy gestures
dancing a two-step with the foreign smiles
of listeners in the warmth of food and wine.
A baleful lingering coils around me,
a thick vine that strangles thin hope.
I am nothing – without love, without love.

XXXV.
Giacomo in rotta con il mondo

Lo scorno sta in piedi in un atrio vuoto.
Lo scorno se ne sta nell’atrio, basito
mentre parole ti scorificano il cuore, parole acri
di un marito che non vuole che tu
renda visita alla dama, sua moglie.
Entrai però, e fui oltremodo garbato,
malgrado il voto di non entrare più.
Resto fuori; osservo i movimenti
della gente dentro, i loro gesti animati
nel danzare una polca con sorrisi estranei
di ascoltatori nella vampa di cibo e vino.
Un bieco indugio mi serpeggia attorno,
un fitto rampicante che strozza esile speme.
Sono niente – senza amore, senza amore.

 

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Ben Mazer, Poesie di febbraio (trad. di Angela D’Ambra)

 

Ben Mazer
Poesie di febbraio
February Poems[*]

 

1.

Il sole brucia bellezza, senza posa prilla il mondo,
benché ora a letto tu dorma, un altro giorno
alacre te ne vai sul marciapiede, nel tuo paltò cammello,
in un’altra città, con la mano saluti da un battello,
o studi in una biblioteca d’archivio,
come Beethoven, e pensiero è prodigio.
Non struggerti, come i fiori, il tempo e l’atmosfera
o il lombricaio, le piantine inumate in primavera,
al mattino, col caffè, non supporre non m’importi,
ch’io trascuri quell’eterica vita che in vita tu porti.
Oh, averti ora vorrei, in tutta la tua gloria,
del pluri-popolato transatlantico la storia
di ciò che noi fummo, tempo verrà d’obliare
essere così ricchi e transitori, e pure non bramare.

1.

The sun burns beauty, spins the world away,
though now you sleep in bed, another day
brisk on the sidewalk, in your camel coat,
in another city, wave goodbye from a boat,
or study in an archival library,
like Beethoven, and thought is prodigy.
Do not consume, like the flowers, time and air
or worm-soil, plantings buried in the spring,
presume over morning coffee I don’t care,
neglect the ethereal life to life you bring.
O I would have you now, in all your glory,
the million-citied, Atlantic liner story
of what we were, would time come to forget
being so rich and passing, and yet not covet.

 

2.

Mensola infinita, d’oriuolo sguarnita,
la parete uniforme s’interrompe, e con figure scorre,
in solitudine perfette, il tempo s’è fermato,[1]
e il vento va correndo tra le chiome degli alberi:
questa è perfezione, in pura isolazione,[2]
oblio mai tanto pieno d’ogni senso,
ché sono amato, e la finestra deve fermare
la neve che soffia a raffiche dal polo.
Vasto viavai di fiocchi e fiocchi senza speme di terra,
colma il cielo col brulichio[3] di balenii e brillii
sul lustrore del vento, pel mio albero diletto,
e nel tenebrore io so cosa tu sei per me:
oltre le griglie di luci d’appartamenti impilate,
nella parola che è nulla, e nel mondo che è nottate.

2.

Infinite mantel, bereft of a clock,
the flat wall stops, and runs with figures,
perfect in solitude, time has stopped,
and the wind goes running through the hair of the trees:
this is perfection, in pure isolation,
oblivion never so rich with all meaning,
because I am loved, and the window must stop
the snow that comes blowing down from the pole.
Vast earth-forlorn traffic of flake after flake
fills the sky with the bristle of glimmer and glint
on the sheen of the wind, through my favorite tree,
and in blackness I know what you mean to me:
beyond the stacked grids of apartment lights,
in the word that is nothing, and the world that is nights.

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Djelloul Marbrook, Tre poesie

Djelloul Marbrook, Tre poesie tradotte da Angela D’Ambra

 

Ambizioni grandi più di quelle d’Alessandro.[1]

Ho ambizioni più grandi di quelle d’Alessandro.
Voglio che gli specchi mi cedano i loro segreti
perché si fidano di me, voglio
spazzare via la cagione per cui
tu brilli di luce intermittente e non
di luce fissa. Voglio vedere,
in un istante, le sfaccettature tutte del gioiello,
voglio includere nella misura in cui sono incluso,
voglio sapere il sapore di ogni elisir
prima che raffini i suoi elementi, voglio
peccare in questo modo assurdo, e ricevere
perdono perché faccio ridere creature aliene
al punto che la loro sostanza segreta
cade e noi vediamo orrori troppo gloriosi
per negarli, questo voglio spiegare ad Alessandro
in un modo tale che lo ispiri ad astenersi
dai rimpianti per avere incenerito Persepoli[2].

[1] Questa è la prima delle poesie ricevute dall’autore. È inclusa nel libro Nothing True Has a Name, Leaky Boot Press, UK, pubblicato 15 gennaio 2018
[2] http://www.lastampa.it/2012/07/18/cultura/alessandro-non-troppo-magno-piu-barbaro-dei-barbari-BrLsv7zFcUwHMw1MPlTlxN/pagina.html

Ambitions larger than Alexander’s

I have ambitions larger than Alexander’s.
I want mirrors to give up their secrets
because they trust me, I want
to wipe away the matter that causes
you to twinkle instead of emitting
steady light. I want to see
all the facets of the jewel at once,
I want to enclose as much as I am enclosed,
I want to know how each elixir tastes
before it ennobles elements, I want
to sin in this preposterous way
and be forgiven for making alien creatures
laugh so hard their stealth material
falls off and we see horrors too glorious
to deny, I want to explain this to Alexander
in a way that inspires him to forego
his regrets about burning Persepolis down.

 

Providence, 1959

Versami questi ricordi nella testa,
fingi che ci sia uno scopo,
turba il sonno dei morti:
il naso sventrato di Frank Cahill,
il foro nel cuore di Armin Meisner,
Judy malconcia alla nostra porta,
e Amy dalla mano sanguinosa.
Bambini che allevano bambini –
ci ha aiutati tutti, Dio,
nella pioggia di Providence?
ci ha aiutati, noi che profittavamo
della birra Narragansett,
dolore post-partum e pezzi omaggio
per i nostri catorci?
Dio benedica l’Esercito della Salvezza
per abiti e mobilia
e la Marina per la mia quiescenza –
versami questi ricordi nella tomba,
rimestali con urina in un giorno d’inverno
poi guardami risorgere e svanire.

 

Providence, 1959[1]

Pour these memories into my head,
pretend there is a purpose,
trouble the sleep of the dead:
Frank Cahill’s gutted nose,
the hole in Armin Meisner’s heart,
battered Judy at our project door,
and bloody-handed Amy.
Children raising children—
did God help us all
in the rain of Providence,
help us who helped ourselves
to Narragansett beer,
post-partum grief and cumshaw parts
for our jalopies?
God bless the Salvation Army
for clothes and furniture
and the Navy for my see-ya pay—
pour these memories into my grave,
stir them with piss on a wintry day
and watch me rise and blow away.

[1] N.A. This poem is from Even Now The Embers, Leaky Boot Press, UK, published February 18, 2018.

 

Tredici versi nudi

per Susan Aberth

Cantare a lungo non posso, né a lungo restare
ma nella radura di cerchi intersecati
da dietro un frassino ho guardato i riti sacri
dei nostri compagni e so quanto molto dipenda
dalla tolleranza degli stolti
Questa è la terra dell’eclisse parziale
dove eventi più di sigizie strani
ci sfuggono da sotto i piedi e le parole
rifiutano d’esser squartate sulla ruota e liquidate
e nessuno che ha retto la luce del sol niger
sarà mai ancora attratto
da profumo d’umano
Cantare a lungo non posso o rimanere affranto.

 

Thirteen naked lines[1]

for Susan Aberth

Can’t sing for long can’t stay for long
but in the glade of interlocking circles
from behind an ash I’ve watched the sacred rites
of our companions and know how much depends
on the tolerance of fools
This is the land of partial eclipse
where stranger than syzygy events
spin out from under our feet and words
refuse to be broken on the wheel and sold
and no one who has stood in sol niger light
will ever be drawn to the scent
of a human again
Can’t sing for long or stay forlorn

[1] N.A. Thirteen Naked Lines is from the book, Other Risks Include, Leaky Boot Press, UK, to be published March 15, 2018.

_____________________

Nato ad Algeri nel 1934, Djelloul Marbrook è un poeta e scrittore americano in lingua inglese. È cresciuto a Brooklin, West Islip, e Manhattan dove ha frequentato la Dwight Preparatory School e la Columbia University. Veterano e redattore di giornali in pensione, vive nella mid-Hudson Valley con sua moglie Marilyn.
Il suo libro Far from Algiers (2008, Kent State University Press) ha vinto il premio Stan & Tom Wick Poetry 2007 e l’International Book Award 2010 per la poesia.
Djelloul ha anche ricevuto il premio letterario Literal Latté 2008 e quattro menzioni d’onore per la narrativa da New Millennium Writings.
È autore di nove libri di poesie e sei di narrativa. Le sue poesie sono state pubblicate in riviste quali American Poetry Review, Barrow Street e in raccolte antologiche quali l’antologia New Millennium 2017, Red Sky (l’antologia Sable Books 2016 sulla violenza contro le donne) e Dove Tales, l’antologia Writing for Peace 2016.
È prevista per il 2020 la pubblicazione della traduzione francese, realizzata da Jean-Yves Cotté, di quattro libri di Djelloul Marbrook: tre di fiction e la raccolta poetica Brash Ice.

Glen Sorestad, poesie tradotte da Angela D’Ambra

 

Poesie da Acqua e roccia – traduzione di Angela D’Ambra

Interludio: Poesie di Glen Sorestad

 

Primo mattino

anticipazione
ci accelera sull’acqua.

Fervore fanciullesco scisso
tra mondano e mistero,

gli scenari così familiari, pure rinnovati
ogni anno proprio come primavera.

Gli occhi confermano di nuovo
quelle immagini depositate

nella memoria del cuore,
cercano d’abbracciare tutto

ancora e ancora, come se
cose così fossero davvero

troppo preziose per durare –
forse il conoscere, sì,

sempre il conoscere
questo è vero.

First Morning

anticipation
speeding us across the water.

Boyish eagerness torn
between mundane and mystery,

the sights so familiar, yet renewed
each year like spring itself.

The eyes confirm anew
those images lodged

in the heart’s memory,
seek to encompass everything

again and again, as if
such things must surely be

too precious to last –
perhaps the knowing, yes,

always the knowing
this is true.

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John L. Stanizzi, Poesie

John Stanizzi, Poesie*
Traduzione di Angela D’Ambra

Foto di © J.L. Stanizzi

 

BRIEF RETURN

They arrive where they intended
and it is good, the greens and yellows
and shadowy blacks, the brown bones
of branch and stem and trunk.
And when they arrive, famished,
they consume the landscape
and sip water from the pond.
And when it is time to depart
they will depart so quietly
that it won’t be until later
that the silence will seem to whisper
They are no longer here.

RITORNO BREVE

Arrivano dove intendevano
ed è bene, i verdi e i gialli
e i neri ombrosi, le ossa brune
di ramo e stelo e tronco.
E quando arrivano, affamati,
consumano il paesaggio
e bevono sorsate d’acqua dallo stagno.
E quando sarà tempo di partire
talmente piano partiranno
che solo molto dopo
il silenzio parrà sussurrare
Non sono più qui.

*

Foto di © J.L. Stanizzi

 

FAWN

A depilated dog would not look well.
Dress up! Dress up and dance at Carnival!
“The Pink Dog”, Elizabeth Bishop

In the carnival of lights and shadows at dawn,
a small bony dog stands in the road,
Elizabeth’s dog, watching me curiously
from the center line, so I slow for her,
and then I see the dabs of softened white.
Her right ear twitches a wary cautious twitch,
and she lopes into the woods, leaving me with
a sense of joy at seeing this tiny fawn.
But just as I am about to leave, I hear
her squawk, and see her just behind the scrub
at the side of the road, where she is watching me,
her wise and fearful eyes too big for her.
What are you doing, I say, and where is your mother?
She hears my voice, and steps back to the road;
looking me straight in the eyes, she bleats a question,
but before I can respond, another car
comes speeding by and off she runs for good,
before I even have the chance to say
that I would lie down near her in the woods
while she slept, sheltered on a nest of leaves,
and when her mother returned, then I would go,
having kept her safe from the likes of me.

 

CERBIATTA

Un cane senza pelo non ha un bell’aspetto.
Mascherati! Mascherati e balla al Carnevale!
“Cane rosa”, Elizabeth Bishop

All’alba, nel carnevale d’ombre e luci,
una cagnolina tutt’ossa se ne sta sulla strada,
il cane di Elizabeth, e m’osserva curiosa
dalla linea spartitraffico, così rallento per lei,
ed è allora che vedo i tocchi di tenue bianco.
L’orecchio destro le freme d’un fremito cauto, circospetto,
e balza via nel bosco, lasciandomi con
un senso di gioia per la visione di quest’esile cerbiatta.
Ma proprio quando sto per ripartire, odo
il suo verso roco, e la vedo proprio dietro la fratta
che costeggia la strada, da dove mi osserva,
gli occhi savi e timorosi troppo grandi per lei.
Che fai qui, le chiedo, e dove è tua madre?
Al suono della mia voce, si muove verso la strada;
guardandomi dritto negli occhi, bela una domanda,
ma prima che io riesca a rispondere, un’altra auto
sfreccia rapida e lei fugge per sempre,
prima ancora che io abbia modo di dire
che vorrei sdraiarmi nel bosco accanto a lei
mentre dorme su un nido di foglie, al riparo,
e che, al ritorno di sua madre, me ne andrei,
dopo averla protetta dai miei simili.

*

SNAKES

It’s August and I haven’t touched the kayak
since early June when I couldn’t leave it alone;
the school year over, summer had begun,
the river up and stocked, the days becoming
warmer and longer. The process of unwinding
was now my job, and every day I worked
to get it right, drifting on the copper
colored river that slowed and grew more shallow
every day. But soon my focus changed,
and I moved on to chores around the house:
unclog the gutter, clean the cellar out,
re-cement the crumbling steps in front.
And before too long the goldenrod appeared
and Sweet Joe Pye was roughing up the wetland.

When I finally flipped the kayak to wash it out,
there you were, the wriggling two of you,
moving in every direction away at once,
nothing like the evil symbolism,
temptation manifest, that we were taught.
You were more like lovers I’d disturbed,
who couldn’t vanish fast enough into
the shade of the weltered bittersweet that grew
up and through the ash tree by the pond,
and so I stood in the wake of your hasty departure
as you rippled off, less like Caril and Charles,
Fred and Rosemary, or even Bonnie and Clyde,
and more like Lancelot and Guinevere,
or Adam and Eve running away from fear
before something happened they could not change.

SERPENTI

È agosto e non ho toccato il kayak
dai primi di giugno, quando lo usavo sempre;
l’anno scolastico era alla fine, l’estate agli inizi,
il fiume in piena e ripopolato, i giorni
più caldi e più lunghi. Il mio lavoro ora era
l’iter di sdipanamento, che ogni giorno m’impegnavo
a fare bene, alla deriva sul fiume
colore del rame, ogni giorno
più lento e meno fondo. Presto l’interesse mutò,
e passai a lavori di cura della casa:
distasare la grondaia, ripulire la cantina,
ricementare i gradini sgretolati all’ingresso.
Non ci volle molto che la verga d’oro apparve
e la canapa acquatica¹ prese a scarmigliare la palude.

Quando infine capovolsi il kayak per ripulirlo,
eccovi là, voi due, a contorcervi,
guizzando all’istante in ogni direzione,
con niente del maligno simbolismo,
tentazione manifesta, su cui siamo stati edotti.
Sembravate più due amanti disturbati,
non abbastanza svelti da svanire dentro
l’ombra dell’intricato celastro cresciuto
in alto lungo il frassino vicino allo stagno,
così me ne stetti lì, nella scia della vostra rapida partenza
mentre a onde ve la filavate, non come Caril e Charles,
Fred e Rosemary, o anche Bonnie e Clyde,
ma piuttosto come Ginevra e Lancillotto,
o Adamo ed Eva in fuga dal terrore
prima che accadesse l’evento per loro immutabile.

¹A Roma: erba di santa Bibiana

*

Foto di ©  J.L. Stanizzi

 

FRONT

Disastrous drought they’re calling it,
nothing more than a trace of rain in two months,
but yesterday’s rumor of showers crackled
over radios and televisions,
and in anticipation, the ordering of things began:
gather up the stray tools, put the tractor away,
tell the geraniums that soon, soon it will be all right,
and go to bed with one ear open, listening
for the sympathetic whisper of rain in the trees,
and the silent sigh of the landscape
and everything hidden there.

Now the pacific hiss of morning rain,
sun held down under clouds and fog,
and the rooms of the house soften with dusky shadows.
May it rain all day long and never brighten,
not even for a moment.
And may the plants lift their faces,
streaked with dusty rain water,
and like children running around the yard,
catch the drops in their open, smiling mouths.

SISTEMA FRONTALE

Rovinosa siccità la chiamano,
niente più d’una parvenza di pioggia in due mesi,
ma ieri la notizia di rovesci crepitava
alla radio e in televisione,
e nell’aspettativa, si iniziano a sistemare le cose:
raccogli gli attrezzi spersi, rientra il trattore,
di’ ai gerani che presto, presto tutto si risolverà,
e vai a letto con un orecchio aperto, ascoltando
il sussurro simpatetico di pioggia negli alberi,
e il silente sospiro del paesaggio
e di tutto ciò che vi si cela.

Ora il sibilo pacifico di pioggia mattutina,
il sole sotto una cappa di nubi e nebbia,
e le stanze della casa soffuse d’ombre scure.
Piova l’intero giorno senza una schiarita, mai,
neppure per un istante.
E le piante sollevino il loro volto,
striato di polverosa acqua piovana,
e come bambini che corrono per il cortile,
catturino le gocce nelle bocche aperte, sorridenti.

*

THE LANGUAGE OF TREES

If the trees speak in the forest
and no one is there
is the language of trees audible,
or do the words drip from the leaves
down the rough lengths of their bodies
and seep into the round,
the roots,
and is that language then
as simple as holding hands in the dark,
never speaking a single word?

LA LINGUA DEGLI ALBERI

Se, nella foresta, gli alberi parlano
e non c’è nessuno,
è la lingua degli alberi udibile,
oppure le parole stillano dalle foglie
giù lungo le ruvide lunghezze dei loro corpi
e s’infiltrano tutt’intorno,
le radici,
ed è, allora, quella lingua
così semplice come tenersi per mano al buio,
senza dire neppure una parola?

______________

John L. Stanizzi è l’autore della plaquette Windows. Sue raccolte complete sono Ecstasy Among Ghosts, Sleepwalking, Dance Against the Wall  pubblicate da Antrim House Books, After the Bell e Hallelujah Time! Pubblicate da Big Table Publishing Company. Le sue poesie sono apparse su Prairie Schooner, il New York Quarterly, Tar River Poetry, Rattle, Passagges North, The Spoon River Quarterly, Poet Lore, The Connecticut River Review, Freshwater, Boston Literary Review, e molti altri periodici. John ha dato letture in molti luoghi dell’intero Connecticut, tra cui The Sunken Garden Poetry Festival, RJ Julia Booksellers, e l’Arts Cafe Mystic, e la sua opera è stata pubblicizzata su The Writer’s Almanac di Garrison Keillor Almanacco. Al momento è professore a contratto di inglese presso il Manchester Community College. John è attualmente al lavoro su Alleluia Time! -Volume II, il seguito del recente Hallelujah Time!. Vive con Carol, sua moglie, a Coventry, Connecticut.

_____________

*La prima poesia è tratta dalla raccolta di J. STANIZZI, Ecstasy among Ghosts, Antrim House, Tariffville, CT, USA, 2007 © – John Stanizzi. La silloge consta di un proemio e tre sezioni, ognuna delle quali introdotta da un frammento poetico in corsivo: I. you will face; II. quietly now; III. the sun closet around our sorrow. La prima sezione comprende 8 testi; la seconda 11; la terza 24. Le altre poesie sono tratte dalla raccolta di John L. Stanizzi, Dance against the Wall, Antrim House, Simsbury, CT, 2012. Tutti I diritti sono di proprietà dell’autore. La raccolta si articola in 4 sezioni: I. THE ROAD HOME (11 poesie); II. MOWING THE APPLES (15 poesie); III. AFTER ELLIS ISLAND (11 poesie); IV. MORE THAN ENOUGH (9 POESIE).

Susan McMaster, A Vibora Gosta do Vento Calor

 

A Vibora Gosta do Vento Calor¹

(The viper savours the desert wind)

Portugal 1984

The old woman in black leans against the wall
podding fava beans from a red net bag
that nudges her feet ― snap-pull-slide ―
her hands flick in and out like tongues,
an arid wind gusts against the stone.

What joy is left
for an old woman here
at the end of her life?

Her hooded eyes close; she mutters and dreams
as her hands flick and snap.

What joy, what joy?
Both sons dead in the useless war,
the girls in the city,
the old man drowned four winters ago.

Through the bag by her feet, something moves ―
a thin brown line ―

What joy is left
but a bag of beans,
a whispering wind?

snouts closer ―
rears ―

She reaches, dreaming, down ―

What joy is given
to a thin brown snake . . .

. . . the viper flicks away.
Her hand begins to tremble.
She watches it shake,
then starts to laugh,
quivering, chortling, wheezing in the wind ―

at last leans back ―
wraps her shawl around her burning hand ―

When the wind has dried up
all your blood
there is nothing left to love
but the wind itself.

In the desert he is heat
In the wind I am song

A thin brown viper
slips down the chair
noses through the beans

is gone ―

 

[1] Testo pubblicato in Dark Galaxies,1987 (copyright Susan McMaster; tutti i diritti sono di esclusiva proprietà dell’autrice)

A Vibora Gosta do Vento Calor¹

(La vipera si gode il vento del deserto)

Portogallo 1984

La vecchia in nero s’appoggia al muro
mentre sguscia fave pescando da una sporta a rete rossa
che le sfiora i piedi ― spezza-tira via-rilascia ―
le mani guizzano dentro e fuori come lingue,
arido un vento sviscera la pietra.

Che gioia resta
qui a una vecchia
alla fine della sua vita?

Gli occhi socchiusi si serrano; mormora e sogna
mentre le mani spezzano d’un guizzo.

Che gioia, che gioia?
I figli entrambi morti nell’inutile guerra,
le figlie in città,
il vecchio annegato quattro inverni fa.

Nella sporta ai suoi piedi, qualcosa si muove –
un’esile linea bruna ―

Che gioia resta
se non una sporta di fave,
il sussurro del vento?

il muso più vicino ―
si ritrae ―

Lei, sognante, si china ―

Che gioia è data
a un’esile serpe bruna . . .

. . . la vipera guizza via.
La mano le inizia a tremare.
Ne osserva il tremito,
poi scoppia a ridere,
tremando, ridacchiando, ansimando nel vento ―

infine appoggia la schiena―
avvolge lo scialle intorno alla mano che brucia ―

Quando il vento t’ha prosciugato
tutto il sangue
non c’è più niente da amare
se non il vento in sé.

Nel deserto egli è il calore
Nel vento io sono canto

Un’esile vipera bruna
scivola lungo la sedia
tra le fave s’insinua, muso avanti

è andata ―

 

[1] Traduzione Angela D’Ambra, revisione della traduzione Anna Maria Curci

_______________________
Susan Mc Master è poetessa, redattrice letteraria, poeta performativo canadese.
Vive a Ottawa, Ontario, dove si è trasferita con la famiglia nel 1955 e dove ha frequentato la First Avenue Public School, Elmdale, Connaught, Lisgar Collegiate (1966), la Carleton University (B.A., inglese; studi universitari in giornalismo 1970), e l’Ottawa Teacher’s College (Elementary Certificate 1971). Susan ha insegnato alcuni anni, ma gran parte della sua carriera di lavoro retribuito è stata spesa come redattrice, in specie presso la National Gallery of Canada, per cui ha redatto qualcosa come quaranta cataloghi d’arte (1989-2008), e come fondatrice di Vernissage, la rivista della Galleria.
Con suo marito Ian trascorre parte di ogni estate nel loro cottage in Nova Scotia sulla baia di Fundy. Hanno due figlie adulte: Morel e Aven, sposata con Mark Sundaram, genitori dei loro nipoti: Eric, nato 2006, e Edmund, nato 2010.
Nel 2011-12 è stata Presidente della League of Canadian Poets
I suoi libri di poesia più recenti sono

  • Paper Affair: Selected Poems e New (Black Moss 2010)
  • Pith and Wry: Canadian Poetry (Scrivener Press 2010)
  • Crossing Arcs: Alzheimer’s, My Mother, and Me (Black Moss 2010), finalista per l’Acorn-Plantos People’s Poetry Prize (2010),  l’Ottawa Book Awards (2010) e l’ Archibald Lampman Poetry Prize (2010)

 
È autrice di varie raccolte di parole e musica, registrazioni di poesia per performance, copioni; ha  curato antologie e collane di poesia; è stata fondatrice ed editore della rivista nazionale femminista e d’arte Branching Out (1973-).
La McMaster è stata membro fondatore del gruppo intermediale First Draft (1981-) tra i cui membri segnaliamo: Andrew McClure, Colin Morton, Alrick Huebener, Roberta Huebener, Claude Dupuis, Peter Thomas e David Parsons. Insieme, hanno registrato, pubblicato e realizzato qualcosa come 40 esibizioni in tutto il Canada nel 1980.
Dal 1996, è stata paroliere in Geode Music & Poetry (ex-SugarBeat), dando vita a quattro registrazioni di parole e musica con Jennifer Giles alle tastiere, Alrick Huebener al basso, Gavin McLintock al sax, e altri, tra cui Dave Broscoe, Jamie Gullikson,  Mike Essoudry, Petr Cancura, Mark Molnar, John Higney, Linsey Wellman, Penn Kemp, Colin Morton, e Max Middle. Ha realizzato spettacoli e registrato con SugarBeat e Geode in oltre 50 sedi, tra cui il Banff Centre, la Nazional Library, il Kingston Fringe Jazz Festival, il Rasputin, il Blue Skies Music Festival, l’Ottawa Folk Festival, l’Elora Music Festival, l’Artscape, il WordBeat, il Morningside, Go, il National Arts Center Fourth Stage, l’International Writers Festival di Ottawa.
Susan ha dato letture di poesia e si è esibita in festival ed eventi in Francia e in Italia.
Il suo libro di mezz’età, i ricordi contenuti in The Gargoyle’s Ear: Writing in Ottawa (Black Moss, 2007) racconta storie di progetti, contatti e interessi che formano la sua vita di poeta.
Il libro millenaristico, Waging Peace, raccoglie poesia, arte e testi da Convergence: Poems for Peace, che nel 2001 ha presentato in tutto il Canada, a deputati e senatori, poesie in forma d’arte.
La sua raccolta di poesie Until the Light Bends (Black Moss Press) è entrata nella rosa dei finalisti dell’Archibald Lampman Award per la poesia (2005) e dell’Ottawa Book Award (2005) quale miglior libro dell’anno. Allegato al libro, il CD audio-parole Until the Light Bends, con Geode Music & Poetry, Pendas Productions.
Susan è membro della League of Canadian Poets, del Writers’ Union of Canada, della Nova Scotia Writers’ Federation, PEN (Canada), del Writers’ Trust, SOCAN, Access copyright, e della Religious Society of Friends (Quakers).

Collegamenti
http://www.library.utoronto.ca/canpoetry

(nota biografica a cura di Angela D’Ambra)

Ira Sadoff, True Faith. Sei poesie e una nota.

ira isle au haut

Ira Sadoff, True Faith. Sei poesie e una nota. Traduzione di Angela D’Ambra

 

TRUE FAITH

 

 

If the sun and moon should doubt
They’d  immediately go out

                                    – William Blake

 

 

II

Maybe[1]

 

 

Orphans

______

 

I cannot fawn
Dear Lord – oh I see
You tinker

With temperatures,
Bringing loves
For some to bury.

My friends
The diasporas
Shake a few fists

At your favoured clouds
About to storm.
I won’t deny

Parishioners’ joys
With faces both
Coming and going.

I too want a bliss
Like theirs:
Blankened or beautied.

 

 

 

Question

_______

 

How did Yahweh
Become a still
Small voice and not
A thunderclap?

In moments
Of transition, the gods
Depart: to translate
Into scripture,

There is none like you
Among the gods,
O Lord, so the Agape
Must search out

The vacated houses,
Although the word
Agapeh once implied
A genuine affection

And deep love
Of the goddess,
Of goodness
We misheard.

 

 

Objectively, in Church

___________________

 

The house
Is rocking: blues
Waves a hand
Above the head
And the fingers
Wiggle like
Signifiers. I like
Singing to no one
Just like this

 

 

A Mighty Fortress

_______________

 

A mighty fortress
I’m not, Dear god.
I’m just a flimsy
Little number, hanging
From Bond Street
In 1908; I can’t
Afford to live
In a kingdom
I’d call a tenement.
I can’t behold
The works
Of desolation
Wrought by no one
In particular
But daily
Abrade my sisters
Who take
In laundry. So
Individual they are,
You might miss them
In the next
Lightning  storm

 

 

Diagnosis

_________

 

What did you think
Of yourself? Stricken,
A Once Favored Nation,
A former savior,
A little Satchmo,
Decrepit and diseased
But still breathing
Hard? 1971: “What
A Wonderful World”:
Mount Etna
Erupts, Attica erupts,
The end of the War
Bubbles up, end
Of Empire’s on edge,
The country dodders
Over its millionaires.
Light my cigarette
With your sawbucks,
Big Daddy, then
Warm yourself
A little number
By the Hot Five
Over an oil drum
With two-by-fours.

 

 

 

The War

_______

 

Is a holy war.
Wholly
Scratch your ass
Then get in
The death box:

Say your prayers
Senators:
In the next
Wife you’ll harbour
Resentments –

Out of habit
The kill word
Will cross your lips,
A memorandum
Pointed at a person.

 

[1] Prime sei poesie della sezione Maybe

 

 

TRUE FAITH

 

If the sun and moon should not doubt
They’d  immediately go out

                                    – William Blake

 

 

II

Forse[1]

 

 

Orfani

______

 

Non so blandire
Mio Dio – oh lo vedo
Tu armeggi

Con temperature,
Causando amori
Che qualcuno inuma.

I miei amici
Le diaspore
Agitano qualche pugno

Contro le tue nubi dilette
Lì lì per tuonare
Non starò a negare

Gioie da parrocchiani
Con facce che
Vanno e vengono

Voglio anch’io un gaudio
Come il loro:
Adorni o disadorni

 

  (altro…)

Ben Nuttall-Smith – Poesie inedite

Ben Nuttall-Smith foto by surreymuse.wordpress

Ben Nuttall-Smith foto by surreymuse.wordpress

A Moment in Eternity

Ben Nuttall-Smith[1]

THE BOMB

where were you
when the bomb dropped
when feet and fingers flew
when torsos and limbs
lay in carnage
where were you?

it seems so very long ago
yet just the other night,
and every night
the glazed eyes stare
to scream into his sleep
and drown his tears upon tears
upon tears

where were you?

*

LA BOMBA

Dove eri tu
quando la bomba cadde
quando piedi e dita volarono
quando toraci e arti
giacevano in carnai
dove eri tu?

sembra tanto tempo fa
pure proprio l’altra notte,
e ogni notte,
nel sonno occhi vitrei
sgranati in urlo
annegano le lacrime, fiumi
e fiumi di lacrime

tu dove eri?

[1] Sezione War and Violence (pagine 65-72)

(altro…)

Alfred Corn, Poesie

alfred-corn - foto di robert giard

alfred-corn – foto di robert giard

BRODSKY AT THE CAFFÉ DANTE

A Village den, not far from Morton Street,
Where you’d hosted a party just the week
Before, your birthday cake a replica
Of A Part of Speech’s jacket. Practical
Joke? It wasn’t your most recent book,
Which blunt reviews had sort of trounced. But luck
’S a weathervane, and that year mine, too, had
Gone south, or sour, as I could tell you’d heard.

Strange: your large-scale forehead (the temple sported
A windswept curl Romantically borrowed
From Pushkin or Chateaubriand) was unlined,
Free of the trenches that gulags make or, exile.
Instead, it beamed a dynamic melancholy
Over our topics—none of them dire, really.
Ovid more vulnerable than Mandelshtam;
What Byron felt when he saw Dante’s tomb.

I asked if you linked the San Marco Lion
To the tenement on St. Marks Place, where Auden
Had lived for decades. Just to hear his name
Unpacked a smile… In fact, the piece of cake
They’d cut you showed the King of Cats’ brown sugar
Wing. Piston thrusts from that small figure,
Were counterparts to espressos we would drink—
Its caffeine still buzzing, I like to think.

BRODSKY AL CAFFÈ DANTE
Un locale del Village, nei pressi di Morton Street,
ci avevi dato un party proprio la settimana
prima, la torta di compleanno una replica
della copertina di A Part of Speech. Una
burla? Non era il tuo libro più recente, stroncato,
o quasi, da recensioni contundenti. Ma la fortuna
è banderuola, e la mia pure, quell’anno, era
messa male, o andata a male, come certo sapevi.
Strano: l’ampia tua fronte (la tempia sfoggiava
un riccio scarmigliato, Romantico prestito
da Puškin o da Chateaubriand ) era liscia,
scevra dalle trincee che scavano gulag o esilio.
Irradiava, invece, una malinconia dinamica
sui nostri temi – nessuno, in verità, cupo.
Ovidio più vulnerabile di Mandelshtam;
quel che Byron provò davanti alla tomba di Dante.
Chiesi se avevi associato il Leone di San Marco
all’edificio di St. Marks Place, dove Auden
aveva vissuto per decenni. Solo a sentirne il nome
sfoderasti un sorriso… Infatti, il pezzo di torta
che t’avevano tagliato esibiva l’ala di zucchero scuro
del Re di Gatti. Spinte di pistone dalla sagometta,
bilanciavano gli espressi che sorbivamo –
la sua caffeina ancora in circolo, mi piace pensare.

 

POEM FOUND IN TWO YEARS BEFORE THE MAST

Yes, whales. The first time that I heard them breathing,
We had the watch from twelve to four, and coming
Upon deck, found the little brig quite still,
Surrounded by thick fog, and sea smooth
As though anointed with fine oil. Yet now
And then a long, low swell would rise and roll
Under the surface, slightly lifting the vessel
But without breaking the water’s glassy skin.
We were surrounded far and near by shoals
Of sluggish whales and grampuses, though fog
Prevented us from seeing them rise slowly
To the surface, perhaps lying out at length,
And heaving those peculiar lazy, deep,
Long-drawn breathings, which must ever leave
An impression of supine, majestic strength.
Some of the watch were sleeping, and the others
Perfectly still, so that there could be nothing
To break the wild illusion, and I stood
Leaning over the bulwarks the water just alongside,
Whose sable body I almost fancied I
Could see despite the fog; and again another,
Just audible in the distance – until the low,
Regular swell seemed like the heaving of
The ocean’s mighty bosom to the sound
Of its sublime and long-drawn respirations …

POESIA TROVATA IN DUE ANNI A PRORA
Balene, sì. La prima volta che ne udii il respiro,
eravamo di turno dalle dodici alle quattro, e saliti
In coperta, scoprimmo il brigantino in stallo,
Cinto da fitta nebbia, e mare piatto
Come unto d’un fine velo d’olio. Pure, qua
E là un lungo, basso flutto montava e rollava
Sotto superficie, la nave alzando appena
Senza frangere però la vitrea patina dell’acqua.
tutt’intorno assediati da banchi
Di torpide balene e d’orche, benché la nebbia
Ci impedisse di vederle lente affiorare
in superficie, forse del tutto esposte,
Esalando quei peculiari, pigri, profondi,
Prolungati ansiti, che sempre lasciano
Un’impressione di supina, maestosa forza.
Qualcuno del turno dormiva, e gli altri
Perfettamente immoti, sicché nulla c’era che
Spezzasse lo strano incantesimo, e io in piedi
Addossato alla murata vicinissimo all’acqua,
quasi immaginavo di scorgerne la scura
sagoma malgrado la nebbia; e poi un’altra
Udibile a stento in lontananza – finché il basso,
flusso regolare parve quasi il sollevarsi del grembo
immenso dell’oceano vibrante al suono
Dei suoi respiri sublimi e prolungati…

 

THE BLUE LIGHT

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: San Miguel de Allende
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::Feast of the Assumption

Twelve noon. The open sky’s transparent
Weightless veils.

In the room, a mild, amorphous
Gloom wouldn’t give up announcing
That exalted silence that will never
Again hold its peace.

::::::::::::::::::::As comprehensive
As you are gentle, gather me in, blue
Light, you, filling up the corners…

Immobilized, then? No, better to go out
In search of the assumed subject –
The word, embodied, compassionate,
Fallen like a flame-red flower
Among the street’s rough cobblestones.

LA LUCE AZZURRA
                                            San Miguel de Allende
                                           Festa dell’Assunzione
Mezzodì.  I trasparenti
eterei veli del vasto cielo.
Nella stanza, una mite, amorfa
penombra non smetteva d’annunciare
quell’esaltato silenzio che mai più
si tacerà.
                             Comprensiva
quanto soave, accoglimi, luce
azzurra, tu, che i recessi colmi…
E dunque, immobile? No, meglio uscire
in cerca dell’ipotetico tema –
la parola, incarnata, pietosa,
caduta come fiore rosso-fiamma
fra i ciottoli scabri della strada.

 

I tre testi qui presentati, inediti in Italia, sono tratti dalla raccolta Tables, 2013, Press 53, e tradotti da Angela D’Ambra

Alfred Corn has published eight previous books of poems, the most recent titled Contradictions. He has also published a novel, titled Part of His Story; two collections of essays; and The Poem’s Heartbeat, a study of prosody. Fellowships for his poetry include the Guggenheim, the NEA, an Award in Literature from the Academy of Arts and Letters, and one from the Academy of American Poets. Poetry magazine awarded him the Levinson, Blumenthal, and Dillon prizes. He has taught writing at Yale, Columbia, Oklahoma State University, and UCLA. Since 2005, he has spent part of every year in the UK, and Pentameters Theatre in London staged his play Lowell’s Bedlam in the spring of 2011. In 2012, he was a Visiting Fellow of Clare Hall, University of Cambridge, preparing a translation of Rilke’s Duino Elegies. His first ebook, Transatlantic  Bridge: A Concise Guide to the Differences between British and American English, was published in 2012.With the fairy story The Lost Wing won the Premio Andersen for 2014, offered by the Comune di Sestri Levante.  When in the US, he lives in Hopkinton, Rhode Island.
Alfred Corn ha pubblicato prima di Tables otto libri di poesie, il più recente dei quali è Contradictions. Ha pubblicato inoltre un romanzo, Part of His Story, due raccolte di saggi, e lo studio di prosodia The Poem’s Heartbeat. Borse di studio per la sua poesia includono il Guggenheim, la NEA, un Premio per la Letteratura dall’Academy of Arts And Letters, uno dall’Academy of American Poets. La rivista Poetry gli ha assegnato i premi Levinson, Blumenthal e Dillon. Alfred Corn ha insegnato scrittura nelle Università di Yale, Columbia, Oklahoma e UCLA. Dal 2005, trascorre una parte dell’anno nel Regno Unito, dove il Pentameters Theatre di Londra ha messo in scena la sua pièce Lowell’s Bedlam nella primavera 2011. Nel 2012 è stato Cattedratico in Visita presso il Clare Hall, Università di Cambridge, per preparare una traduzione delle Elegie duinesi di Rilke. Transatlantic  Bridge: A Concise Guide to the Differences between British and American English,  suo primo ebook, è uscito nel 2012. La sua fiaba The Lost Wings, nel 2014 ha vinto il premio Andersen, promosso dal Comune di Sestri Levante. Quando è negli Stati Uniti, vive a Hopkinton, Rhode Island.

Angela d’Ambra. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Università di Firenze); Master in traduzione letteraria (Università di Pisa). Traduzioni su rivista: su El Ghibli ha pubblicato (dal 2010 a oggi) poesie di Desi di Nardo, Rudyard Fearon, Francis Webb, Gary Geddes, Glen Sorestad, David MacLean, Bruce Hunter, Patrick White. Su Caffè Michelangelo (2011): Desi di Nardo. Su Sagarana (2014): Glen Sorestad, Alfred Corn. Su Nazione Indiana (aprile 2014): Gary Geddes.
Di prossima uscita: R.K Singh e Bruce Bond (El Ghibli); Bruce Bond (Euterpe); Glen Sorestad (Il Semicerchio).