Andrea Pomella

Andrea Pomella, L’uomo che trema (rec. di R. Calvanese)

 

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

L’uomo che trema è l’autore, ma non solo. Perché in questo libro c’è una sorta di trinità, tutt’altro che santissima. C’è un uomo, il protagonista. C’è una generazione, quella del protagonista e c’è l’umanità intera. Perché un libro è davvero efficace e capace di resistere al tempo quando in sé contiene la metafora di qualcosa più grande della singola storia che racconta. Un libro è davvero un gran libro quando, in fin dei conti, in sé contiene una metafora della vita stessa.
Quale metafora più potente della rappresentazione del male oscuro che è il vero protagonista dei tempi moderni? La depressione, che per contrasto lo stesso Andrea Pomella in un capitolo del libro definisce “Il male bianco” assume forme diverse e sempre mutevoli ma contiene anche tratti comuni a tutti gli uomini. Per questo a tremare è l’io narrante, ma narrando la sua storia racconta anche la storia che è quella di una generazione che un po’ alla volta ha perso i propri punti di riferimento, come lo stesso autore all’interno dell’evolversi del racconto della sua vita vede venire meno il punto di riferimento fondamentale per un bambino, la figura paterna. Il rapporto all’interno della famiglia, altro tema fondamentale ancora tramandato in forma di santissimo Totem intoccabile da una società che spesso fatica a fare i conti con tutte le sfumature di grigio che attraversano la nostra vita a partire dal pallido bianco fino alle oscurità del nero che molti si portano dentro.
La sensazione di potercela fare, di poter fare da soli, di potersi portare dentro i propri mali, di poterli in qualche modo nascondere. Credere di poter tenere a bada il mostro, di poter incatenare l’animale che ci portiamo dentro. Quando poi invece un giorno come gli altri, nel parcheggio assolato di una scuola semi deserta la vita ci presenta il conto. Ce lo presenta tutto insieme, compreso di coperto e servizio. Ed allora tutto quello che credevamo a portata di mano comincia a sfuggirci, come cominciano a sfuggire le risposte che credevamo bastassero, la spiegazioni che l’uomo che trema pensava potessero servire a nascondere quel dolore. Da lì sfogliare le pagine de L’uomo che trema (edito da Einaudi) è come osservare il pelo dell’acqua dopo un naufragio, un po’ alla volta tornano a galla i pezzi di tutto quello che è andato in frantumi nella vita del protagonista, che in fondo è anche la nostra. Chiunque leggendo il libro di Pomella può riconoscere i sintomi di quel male bianco in qualcuno a lui vicino. Un genitore, un fratello, un amico o proprio in sé stesso. Ed ecco che la trinità si (ri)compone. Perché c’è l’autore che racconta di sé, ma racconta anche di una generazione che vede la terra mancargli sotto i piedi ed il futuro cadergli davanti agli occhi come un sipario montato male, ed infine c’è il ritratto di un mondo, quello moderno, che va in una direzione ostinata e contraria al benessere di molti. (altro…)

Andrea Pomella, Anni luce (rec. di R. Calvanese)

Andrea Pomella, Anni Luce, Add editore, 2018

Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita.

Un’estate di fine anni ’90 mi ritrovai tra le mani il capolavoro di Jack Kerouac, diario della beat generation, On The Road. Dopo averlo finito quel libro mi rimase dentro per giorni, anni, probabilmente non ho mai smesso di pensarci. Ci penso ancora adesso a quella sensazione di libertà, brivido e di vitalità che sprigionava ogni singola pagina. Erano gli anni della gioventù, non solo dei protagonisti, ma anche di un paese. Leggendo Anni Luce di Andrea Pomella (Add Editore) ho avuto una lunghissima sensazione di déjà vu. Ho ritrovato tra le sue pagine i nomi maledetti degli scrittori beat, le loro storie che come per me sono state ispirazione per molte altre vite di ragazzi cresciuti con un jeans strappato e una camicia di flanella. Erano gli anni ’90, un periodo indefinito non perfettamente coincidente con l’intervallo tra il 1991 al 1999. Erano Anni Luce, viaggiavano ad una velocità diversa rispetto al mondo circostante. Come se le vite di del protagonista e di Q, trasposizione ideale di Dean Moriarty e Sal Paradise fossero un microcosmo compresso e iperveloce rispetto ad un decennio che si trascinava stancamente sulle rovine del passato recente. Erano gli anni della gioventù che intravedeva l’età adulta sulla linea dell’orizzonte, così vicina e allo stesso tempo così lontana.
C’è uno studio scientifico secondo il quale per tutta la vita resteremo sempre attaccati alla musica che ascoltiamo da adolescenti. Nel libro questa musica si identifica con la santissima trinità del Grunge. Ten, Vs. e Vitalogy. Dischi fatti di canzoni che in pochi minuti riuscivano a raccontare ai protagonisti la loro vita meglio di come sapessero raccontarsela loro.
Dischi come una grande mirrorball al centro della pista da ballo della nostra vita. Sono lì, uguali per tutti eppure allo stesso tempo diversi. Ognuno di noi ci vede riflessa la propria esistenza, i propri dubbi e le proprie inquietudini.
E di nuovo Kerouac che ritorna

– Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.
– Per andare dove, amico?
– Non lo so, ma dobbiamo andare.

Era l’andare, quell’equilibrio dinamico che coincide con i 20 anni, effimeri come una candela che brucia dai due lati, che per paradosso sembra infiniti mentre li attraversi. Contava il “qui ed ora” erano questi gli anni ’90 di cui parla Anni Luce, il tentativo di fuga insensato dall’età adulta, fino a che la linea dell’orizzonte comincia a farsi sempre più vicina. La si scorge distintamente lungo i binari di un infinito interrail dentro se stessi. (altro…)

Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane

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Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana, 2010; € 16,00, ebook € 5,99

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Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. “C’hai la rogna”, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue. Io stavo con Sławek, Sławek Raczinski di Radom, Polonia. Mi ci portò Sławek in quel posto di merda, una casa a due piani, zona residenziale, bordello con mignotte dell’est, cuscini a forma di cuore, camere personalizzate, condom personalizzati, fellatio personalizzate. I pidocchi li presi prima comunque. Ero una ragazzina nei modi, e forse anche una donna. Perché avevo ventidue anni. Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragiline, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosa. Italiana. Di Siracusa. Stavo con un polacco di nome Sławek, professione: semaforista.

La letteratura quando ti travolge. Potrebbe essere questo uno dei possibili sottotitoli al bellissimo e sconvolgente libro (opera prima) della scrittrice siciliana Veronica Tomassini, uscito quasi sei anni fa ma sul quale mi piace ritornare. Una storia d’amore di una forza d’urto notevole. Una storia d’amore di una bellezza disarmante. Un racconto d’immigrazione, di dolore, un dolore, a volte, quasi cercato e inevitabile. La ragazza siciliana prova per l’immigrato Slawek, uomo da semaforo, alcolizzato, bello, distruttivo, inevitabile e polacco, un amore al primo colpo, un amore che è un colpo. Si corre a perdifiato con i due protagonisti in vecchie palazzine diroccate, grotte, i parchi di Siracusa ritrovo degli immigrati. I personaggi che via via si incrociano, stanno in un non-tempo, in un barattolo di vetro tagliato dove: sesso, morte, sangue, coltelli, baci, vino e vodka, somigliano a una cosa sola, che si chiama: disperazione, che è figlia di una speranza perduta o mai avuta. L’autrice ha trovato un modo nuovo,  e a pensarci bene, uno dei pochi possibili per raccontare l’immigrazione. Una lotta per la vita che si svolge tutti i giorni davanti ai nostri occhi. Sui nostri autobus, nei nostri bar, magari sul pianerottolo di casa. Una guerra di cui vediamo qualche lampo, storie di cui ci interessa la superficie. Ho riletto il libro da poco e riflettevo sul fatto che Tomassini ci mostra l’unica via possibile all’integrazione, quella della conoscenza vera, ci riesce con la forza della sua scrittura; una scrittura fuori dagli schemi, rapida e ripida, tagliente, dolce, implorante, sciolta, quotidiana, a volte fotografica. Una scrittura che rende di nuovo possibile il concetto di “verità”.

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Racconti Matti (verso il Festival) #1: Andrea Pomella, La tribù dei topi

biennale 2010 - foto gm

biennale 2010 – foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il primo racconto è di Andrea Pomella e si intitola “La tribù dei topi”.

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La Tribù dei Topi

Subito dopo la diagnosi di schizofrenia paranoide – il tipo paranoideo presenta alcuni deliri come il delirio di gelosia, il delirio erotomane, il delirio interpretativo, il delirio di persecuzione, il delirio di querela e il delirio di grandezza; io li ho sperimentati tutti, a eccezione del delirio di grandezza – Elena è tornata dai suoi in Romania. Ha portato con sé la bambina. Sono riuscito a sentirle due volte in tutto. La prima volta ho chiesto di Chiara, che però ha rifiutato di venire al telefono, preferendo continuare a guardare i cartoni in Tv. La seconda volta ero stordito dai farmaci, così Elena ha troncato la chiamata dopo meno di un minuto. Qualcuno mi ha suggerito di intentare una causa a mia moglie, ma ho zero voglia di intentare cause. La conclusione a cui sono giunto è che non mi manca niente. Non mi manca Elena; anzi, in un certo modo sento di esserle grato per avermi sollevato dalla responsabilità che provavo nei suoi confronti, soprattutto dall’obbligo di tenermi su di morale, di non lasciarmi sopraffare dalla follia; non mi manca Chiara, perché penso di non essere un buon padre e perché sento il peso della colpa di averla scaraventata nel mondo, un mondo che fa scempio di corpi e menti con una precisione essenziale; non mi manca mia madre, che nel frattempo è morta, infarto, un puro caso, un perfetto assassinio naturale, dovuto, a quanto immagino, al dolore di non poter più vedere la nipotina.

Ora la mia vita è ridotta all’osso. Ho lasciato l’appartamento in cui vivevamo e mi sono trasferito in un seminterrato in periferia. È un affitto in nero. Il locatore è un dentista, per non essere tracciabile pretende che gli paghi il canone mensile in contanti. Il seminterrato confina con un altro appartamento intestato alla figlia del dentista. È una ragazza di diciannove anni che vive con i genitori ma usa l’appartamento per fare feste e per scopare con il suo fidanzato. Nei fine settimana non riesco a chiudere occhio per via dei gemiti che si levano dall’altra parte del muro. Le altre notti le passo a vegliare il lampione in giardino che rischiara il monolocale attraverso le due finestre a bocca di lupo poste all’altezza del soffitto, a ripensare alla mia vita di un tempo.

Quando ho letto l’annuncio su internet non c’erano foto del monolocale, c’era solo una descrizione meticolosa, avrei detto orgogliosa. Nella descrizione tuttavia non c’era niente che mi allettasse (a pensarci bene non poteva esserci niente che avrebbe potuto allettarmi), a parte il prezzo: cinquecento euro mensili. Mi è sembrato subito un affare, cinquecento tondi, una cifra che non mi avrebbe neppure impegnato più di tanto, facile da ricordare, essenziale, cinque pezzi da cento, niente resto, niente spiccioli. Ho telefonato e ho fissato un appuntamento.

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Questo Natale #15: Andrea Pomella, Maulberzius Uno

 

 

 

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

 Maulberzius Uno

 

 

 Legga attentamente questo foglio prima di usare Maulberzius Uno.

Conservi questo foglio. Potrebbe aver bisogno di leggerlo di nuovo.
Questo medicinale è stato prescritto per lei. Non lo dia ad altri. Per altri individui, questo medicinale potrebbe essere pericoloso, anche se i loro sintomi sono uguali ai suoi.
Maulberzius Uno è un antidepressivo appartenente a un gruppo di medicinali chiamati inibitori della ricaptazione della serotonina. Questo gruppo di medicinali è utilizzato per il trattamento della depressione. Si ritiene che le persone depresse come lei abbiano livelli più bassi di serotonina nel cervello. Non si conosce il modo in cui gli antidepressivi agiscono, tuttavia essi possono essere d’aiuto innalzando i livelli di serotonina nel cervello.
Maulberzius Uno è un trattamento per adulti affetti da depressione. E lei, caro amico, negli ultimi tempi ha imboccato una brutta china. È anche un trattamento per adulti con tendenza a evitare situazioni sociali. Un appropriato trattamento della depressione o dei disturbi ansiosi è importante per aiutarla a stare meglio. Se non trattata, la sua condizione può diventare più grave. Non vorrà mica ritrovarsi di nuovo come l’altro giorno, a girovagare per le vie del quartiere dove abita, dopo aver accompagnato suo figlio per l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, senza capire dove diavolo si trova, domandandosi di chi sia la macchina che sta guidando, e come facciano tutte quelle persone che vede in strada a vivere diligentemente dentro a una routine, mentre lei non riesce più nemmeno a stare comodo dentro a un paio di scarpe numero quarantasei.
Bene, allora faccia particolare attenzione con Maulberzius Uno

  • se utilizza altri medicinali che, assunti contemporaneamente a Maulberzius Uno, possono far aumentare il rischio di sviluppare sindrome serotoninergica;
  • se ha problemi agli occhi, come alcuni tipi di glaucoma;
  • se ha precedenti di pressione del sangue elevata;
  • se ha precedenti di problemi cardiaci;
  • se ha precedenti di crisi convulsive;
  • se ha una tendenza a sviluppare lividi o una tendenza a sanguinare facilmente (badi bene, non sto parlando per metafore, intendo sangue vero, corposo, purpureo sangue umano);
  • se qualcuno nella sua famiglia ha sofferto di mania o disturbo bipolare (suo padre la picchiava da bambino?);
  • se ha precedenti di comportamento aggressivo (lei, da bambino, picchiava suo padre?).

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Ben Lerner – Nel mondo a venire

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Ben Lerner – Nel mondo a venire, Sellerio, 2015. Traduzione di Martina Testa. € 16,00, ebook € 10,99

Premessa

Ho due amici, Cristiano (De Majo)  e Andrea (Pomella), caso vuole che entrambi siano scrittori e che nonostante questo siano miei amici. Negli ultimi mesi mi è capitato di parlare con loro di Ben Lerner, in particolare di questo libro: Nel mondo a venire, entrambi ne hanno anche scritto (in fondo aggiungerò i link ai loro articoli, la rete è l’archivio più grande del mondo, usiamolo), ma soprattutto me ne hanno parlato. Ora, dovete sapere che Cristiano e Andrea non sono tipi che si entusiasmano facilmente e se lo fanno non lo danno a vedere. Cristiano mi ha parlato di Lerner in preda, invece, a uno sconfinato entusiasmo, con una certa luce negli occhi, davanti a una birra, quasi rimproverandomi per il fatto che io non lo avessi ancora letto. Cristiano è napoletano, ma quasi mai parla in dialetto, eppure mentre mi parlava di Lerner in italiano ho avuto la sensazione che stesse cazziandomi mentalmente in napoletano, immaginavo una serie di “Nientedimeno, non l’hai letto ancora? Ma si scem’? È pure poeta, maronna”. Cristiano negherebbe questi pensieri. Quando mi parlò di Lerner avevo già il libro, ma non lo cominciai, avevo paura di restare deluso, pur fidandomi molto della sua opinione. Tempo dopo ne parlai con Andrea, al telefono. Fu una delle nostre solite brevi telefonate, dopo i saluti finiamo ai libri, al calcio e alle cazzate, quella volta arrivammo a Lerner. Andrea mantenne fede al suo, proverbiale, non entusiasmo, e mi disse poche parole, mi restò impressa una frase, che, più o meno, suonava: “Il modo in cui scrive è la letteratura del futuro”. Non avrei potuto rimandarne la lettura ancora a lungo.

[…] scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero.

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La misura del danno – Intervista ad Andrea Pomella

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La misura del danno – Intervista ad Andrea Pomella*

di Anna Maria Curci

Quanto costa il ferro? è il titolo di un atto unico di Brecht che getta una luce cruda e verissima sulle potenze europee alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Nel leggerlo – finora sono state pochissime le rappresentazioni della pièce in questione – si comprende quale sia il significato , nell’economia della trama, da attribuire al quesito: “Quanto costa il ferro?” è la domanda che “il cliente” (la Germania hitleriana) rivolge costantemente al signor Svendson, che rappresenta la Svezia. Svendson, “annichilito” nelle indicazioni di regia di Brecht, sarà costretto al termine della vicenda a rispondere “Niente”.   Tuttavia, se ampliamo il raggio d’azione della domanda, si schiudono dinanzi a noi ulteriori utilissimi percorsi di riflessione circa responsabilità, azioni e omissioni degli attori della storia, che nel caso specifico è la Storia di schieramenti, calcoli minuti, prevaricazioni e furbizie, velleità e viltà che hanno portato alla tragedia della seconda guerra mondiale. Un discorso analogo va fatto, a mio parere, per il titolo del romanzo di Andrea Pomella, La misura del danno (Fernandel 2013).  A quanto ammonta il danno causato dal protagonista, Alessandro Mantovani, alla quindicenne Beatrice Belfiore? Al termine della lettura si trova una risposta precisa a questa domanda, ma è lecito chiedersi, per chi legge le vicende narrate in tutto il libro, che si compone di due parti e di un epilogo, vicende che nella prima parte presentano numerosi flashback a intervallare, contestualizzare, approfondire con ritmo sicuro, se solo a quel danno si intenda fare riferimento, se esclusivamente di quel danno si chieda il risarcimento. L’impressione, ben documentata e argomentata, del resto, dallo stesso autore in narrazioni e digressioni, è che di un danno ben più ampio si tratti, di un pervasivo e permanente “tanfo inodore” che non risparmia nessuno (con l’eccezione, la speranza è lecita, di Gino Mantovani, padre di Alessandro e cassintegrato dell’Autovox). (altro…)

I 5 (+1) libri da leggere quest’estate (e anche dopo) (secondo me)

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Non è una classifica; l’ordine è causale. Leggeteli tutti!

 

1) Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. [continua a leggere la recensione Qui]

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2) Felicitas Hoppe – Johanna – Del Vecchio editore, 2014 – € 14,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Anna Maria Curci

Si può raccontare la Storia inventando una storia. Si possono prendere le documentazioni, interi archivi, libri, certificazioni e metterle al servizio di una nuova narrazione. Si può inventare e allo stesso tempo raccontare la verità, così si dovrebbero fare le biografie, così si dovrebbero fare i romanzi. Questo è quello che ha fatto Felicitas Hoppe in Johanna, da poco uscito per Del Vecchio editore, e, tradotto in maniera splendida da Anna Maria Curci. La meraviglia, però, non sta soltanto nel cosa ma nel come. Il come con cui la Hoppe ha raccontato la pulzella d’Orleans è straordinario. [continua a leggere la recensione Qui]

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3) David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto(titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono. [continua a leggere la recensione Qui]

4) Francesca Serafini – Di calcio non si parla – Bompiani 2014 – € 10,00

Di mio nonno che se la prendeva sempre con Beppe Savoldi perché ai tempi era il più forte, e non gli andava perdonato nulla. A Savoldi non bisognerebbe perdonare mai d’aver voluto cantare, qualche rigore sbagliato ci può stare. Di radioline attaccate all’orecchio, e le voci di Ameri e Ciotti e gli scusa Ciotti ma il Napoli si è portato in vantaggio. Di mia madre che ripete all’infinito: «E mo’ basta cu stu pallone». Di tutte le volte che almeno qui, almeno a cena, insomma è Natale, qui di calcio non si parla. [continua a leggere la recensione su Fútbologia]

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5) Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax 2013  – € 11,00 – ebook € 5,99 – traduzione di Vincenzo Latronico

Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

[continua a leggere la recensione Qui]

 

libro jolly: George Saunders – Dieci dicembre – Minimum fax – € 15,00 – ebook € 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente [continuate a leggere Qui]

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© gianni montieri

 

Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

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Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

 

GM: Ciao Andrea, comincio con qualche domanda di servizio. Abiti ancora in quella zona di Roma dove al parco si vedono i bambini biondi con la ricrescita scura dei capelli?

AP: Sì, abito ancora nel villaggio dei dannati.

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GM: Io ho un po’ la fissa delle città: cos’è davvero cambiato nella capitale dai tempi in cui avevi diciotto/vent’anni? Com’è cambiato il tuo modo di guardarla? La ami ancora?

AP: Non è cambiato niente. Andando in metropolitana o passeggiando per le strade del centro ho sempre le stesse impressioni. Sono passati vent’anni, certo, e in vent’anni il mondo cambia e riversandosi nelle strade di questa città lascia le sue tracce. Ma sono piccoli sedimenti, come gli scarti delle lavorazioni industriali che inquinano le rive dei fiumi. E poi io non sono mai riuscito ad amare completamente Roma. Per amare Roma devi essere nato da un’altra parte, devi essere Fellini o Sorrentino, devi avere cura del tuo stupore.

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GM: Ma non sarebbe meglio se invece di scrivere ci mettessimo a produrre lucchetti?

AP: A Ponte Milvio li hanno tolti da un pezzo. Andremmo di male in peggio.

(gm: a Venezia è la moda del momento)

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GM: Guardando ai tuoi racconti e romanzi, ma anche al saggio sulla povertà, mi viene sempre da pensare che ci sia un punto, un momento, un incontro, che faccia scoccare la scintilla e che ti spinga a scrivere, ma che in realtà il ragionamento venga da molto più lontano, una specie di osservazione critica quotidiana, è così? (ti prego fermami se dico cazzate).

AP: È così, ma credo che sia un percorso creativo abbastanza comune. L’osservazione critica non è una cosa che faccio deliberatamente, mi viene naturale. Quando sono lontano da casa ho la sensazione costante di vivere in apnea, di avere solo occhi per guardare e mai una bocca per fare due chiacchiere con uno sconosciuto. Sarà colpa della timidezza che mi pone sempre a una certa distanza dalle persone e dalle cose. È una posizione molto vantaggiosa per tenere lo sguardo sulla realtà, però ti fa vivere male.

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GM: Stiamo ancora un attimo su Roma, che è tornata prepotentemente dentro i romanzi, ci ho pensato leggendo il tuo La misura del danno e, più recentemente, Addio Monti di Masneri e Gli eroi imperfetti di Sgambati. Tre storie molto diverse ma che hanno Roma come comune denominatore e una sorta di disagio che si manifesta in maniera drammatica nel tuo romanzo, problematica e psicologica in quello di Sgambati e divertente nel libro di Masneri, ma il disagio c’è; è chiaro che nelle grandi metropoli c’è il disagio e c’è tutto, ma Roma è anche un simbolo, in maniera diversa da Milano, dei danni fatti e subiti dalle persone, così eterna e frantumata. Che ne pensi?

AP: Direi che in molti romanzi contemporanei è tornato di moda parlare dei quartieri della cosiddetta “Roma bene”. Fatte le debite proporzioni, assomiglia un po’ a ciò che accadde nel Novecento, tra le due guerre, quando in un mondo in profonda crisi nelle sue strutture portanti, sociali ed economiche, la letteratura puntò lo sguardo su una certa borghesia, descrivendone il disagio con gli strumenti del verismo e dell’analisi psicologica. Nei personaggi dei romanzi che citi tu si sente ancora il velleitarismo e la vacuità degli Indifferenti di Moravia.

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GM: I tifosi della Lazio e della Roma sono divisi per zona, per quartiere, per città e provincia o sono tutte minchiate e uno da bambino si sceglie la squadra che gli capita?

AP: A Roma la squadra te la scegli in rapporto alla tua indole. Ci sono predominanze di quartiere, certo. Flaminio, Prati, Cassia, Balduina sono a predominanza laziale. Primavalle, Testaccio, Garbatella sono feudi romanisti. In generale i romanisti sono di più e spesso si diventa laziali per affermare un’individualità, un carattere solitario e controcorrente. Sulle differenze antropologiche delle due tifoserie romane potremmo parlare per settimane. Per quanto mi riguarda sono cresciuto negli anni Ottanta, da laziale nelle classi in cui capitavo ero costantemente solo contro tutti. Considerato il peso del calcio in questa città si tratta di un vero e proprio apprendistato sociale di cui poi difficilmente ti liberi per il resto della vita.

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GM: Puoi dirmi a cosa stai lavorando in questo periodo, hai un romanzo finito? Ne stai scrivendo uno?

AP: Penso che un romanzo sia finito nel momento in cui va in tipografia. Fino all’ultimo giro di bozze non puoi dire di avere un romanzo finito. Al momento non ho contratti né bozze che fanno la spola tra casa mia e una redazione. Ho vari lavori a diversi gradi di compiutezza. Quale di questi poi diventerà un libro ancora non lo so.

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GM: Qual è la storia che ti piacerebbe raccontare?

AP: Non ne ho idea. Se lo sapessi sarei già a lavoro su quella storia.

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GM: Chi è il tuo personaggio letterario preferito?

AP: David Schearl, il ragazzino di “Chiamalo sonno”.

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GM: Voglio sapere (tanto per rompere un po’ le scatole) chi sono i tuoi scrittori preferiti e perché. E qual è il romanzo più bello che tu abbia mai letto.

AP: Gli autori: Steinbeck, Faulkner, Camus, Yehoshua, il Simenon dei non Maigret. Tra gli italiani: Tozzi, Buzzati, Fenoglio. Il romanzo più bello non lo so, quello a cui voglio più bene: “Sulla strada” di Kerouac.

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GM: Leggi poesia? (attento a come rispondi)

AP: Ne leggo abbastanza, mi piacciono Gelman, Hirschman, Adnan, il mio amico Alberto Masala, un tale Gianni Montieri.

(gm: montieri chi?)

 

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GM: Copieresti mai dei paragrafi da un tuo romanzo per metterli in uno successivo, camuffandoli ma non troppo?

AP: Hai presente quell’idea secondo cui un autore in realtà non farebbe altro che riscrivere sempre lo stesso romanzo per tutta la vita? Ecco, in questo caso abbiamo un autore che riscrive lo stesso paragrafo.

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GM: Quando scrivi e dove?

AP: Scrivo in ufficio, sottraendo tempo a un lavoro mortificante e inutile. Faccio come Willem Frederik Hermans che trascurava l’insegnamento della geografia all’Università di Groninga a vantaggio della scrittura. Ovviamente sto scherzando, in realtà scrivo di notte ai tavolini dei caffè di Montmartre, cercando ispirazione nelle prostitute e nelle fiale di laudano.

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GM: Vino rosso o bianco?

AP: Va bene anche un Negroni.

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GM: Porti ancora i baffetti stile Palanca/Lauzi?

AP: Una cosa ho imparato di recente: l’impatto della mosca è sottovalutato. La mosca ha la sua importanza. Togli la mosca e diventi Palanca. La rimetti e non fai più gol da calcio d’angolo.

 

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intervista a cura di Gianni Montieri

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Andrea Pomella – Saggio di fine anno

Sampa - 2013 - foto gianni montieri

Sampa – 2013 – foto gianni montieri

 

 

 

Saggio di fine anno

di Andrea Pomella

 

 

 

 

È il saggio di fine anno dei bambini della scuola materna, ci sono le seggiole dell’asilo ordinate a ferro di cavallo intorno al campo di pallacanestro, ma tu resti in piedi, perché sei il tipo che preferisce stare in disparte e avere la libertà di scartare via in ogni momento, e perché vuoi osservare le persone, i bambini e i loro genitori, lo spettacolo dell’umanità organizzata, tuo figlio, soprattutto, che fa capriole e coreografie coi cerchi di plastica insieme ai suoi compagni al ritmo di un’allegra musica infantile, che risponde agli ordini dell’insegnante di ginnastica come un cavallino ammaestrato e tu che pensi: “Queste sono le condizioni del mondo, piccolo mio, non ti insegneranno mai a farti guardare dagli altri con curiosità, ma solo a fare quel che fanno tutti”, tre donne davanti a te di cui vedi solo le nuche impregnate di tinte per capelli biondo ramato discutono del costo della retta alla Bocconi, dei progetti per il futuro che già immaginano per questi loro ragazzi di pochi anni, il sogno che hanno di farne da grandi degli enormi figli di puttana pronti a fottere tutti gli altri, forse le fotocopie dei loro mariti perfetti, broker, amministratori delegati, direttori commerciali, scappati dall’ufficio nel primo pomeriggio e che adesso si assembrano nel punto migliore della scuola per fare le riprese con le loro videocamere full hd, gomito a gomito, gessato delinquenziale contro gessato delinquenziale, tu che fai uno sforzo prodigioso per sembrare meno alieno, che ti avvilisci nei ricordi infantili a ripensare ai particolari della tua storia disgraziata che adesso si smarriscono nell’altra, comune a tutti, nella storia di questi leoncini che mostrano i loro progressi, nel giorno di festa in questo quartiere di Roma in cui sei finito ad abitare per delle cazzo di ragioni che ancora non ti spieghi, e vedi una coppia seduta in seconda fila, lui vestito di nero, magro, l’aria sofferta e un’età sopra i cinquanta, lei una ragazzina di venti con gli occhi grandi, e il loro figlio in mezzo, tenuto stretto, che non lo lasciano andare, nonostante le raccomandazioni giudiziose della maestra, i consigli per la socializzazione, il bambino se ne rimane per tutto il tempo acchiocciolato tra loro, non guarda mai i suoi compagni di scuola, non si esibisce insieme agli altri, e pensi che il tuo istinto sarebbe quello di fare altrettanto con tuo figlio, ma tuo figlio è fatto di una tempra diversa dalla tua, è estroverso, sa trattare con le persone, è a suo agio in ogni situazione, e questo è il meglio che ti potesse capitare, un figlio di quattro anni che ti spiega ogni giorno come si sta al mondo, tu con la tua anima amputata e scheletrica che prendi appunti mentali mentre lo vedi scorrazzare nel campo, farsi chiamare per nome da persone che conoscono lui e non conoscono te, ossia quel che succede normalmente in una vita competitiva in cui tu invece hai rinunciato a competere, come hanno rinunciato quei due che stringono il figlio in mezzo a loro, che a metà del saggio si alzano dalla loro seconda fila e se ne vanno senza salutare nessuno, tre schiene di differenti ampiezze che risalgono il cortile della scuola verso l’uscita, tre schiene (quattro con la tua) che trattengono, ciascuna a modo suo, una rabbia intensa e un terrore sconfinato.

©Andrea Pomella

 

 

George Saunders – Dieci dicembre (raccontato da Andrea Pomella e Gianni Montieri)

dieci dicembre

George Saunders – Dieci dicembre – ed. Minimum fax – euro 15,00 – ebook 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

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La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

E così ho comprato Dieci dicembre e l’ho letto. L’ho letto due volte, a distanza di un mese. Non mi è mai capitato di leggere un libro due volte a distanza di un mese. O forse sì, tanto tempo fa; quella volta il libro era Una questione privata di Fenoglio. Possono essere tanti i motivi per cui uno sente il bisogno di leggere un libro due volte a distanza di un mese. Il mio motivo è che la prima volta che ho letto Dieci dicembre le mie aspettative sono andate deluse.

Dieci dicembre è un libro su cui c’è una pressoché totale unanimità di giudizi. Giudizi che dirli lusinghieri è riduttivo. Eppure, in quei racconti, al principio ho sentito qualcosa di stridente. Nella “voce straordinariamente intonata” e “piena di grazia” di cui parla Thomas Pynchon (uno tra i tanti, stellari endorsement di cui può fregiarsi l’opera di Saunders) ho annusato un certo odore di plastica bruciata. Provo a spiegarmi meglio. Al riparo di un’abilità narrativa portentosa, Saunders costruisce esuberanti storie che raccontano l’istituzione della famiglia e le piccole grandi sofferenze prodotte dalle piaghe dell’America contemporanea, filoni che hanno nutrito il cuore della migliore letteratura d’oltreoceano. Ma lo fa con un rifiuto del conformismo così smaccato da mettere in piedi ogni volta uno spettacolo originalissimo di tecnica. Il terrore di apparire convenzionale innerva ogni frase di Saunders, e questo terrore finisce per falsarne la voce. Ho avuto, in altre parole, l’impressione di trovarmi nel più splendente e moderno lunapark, e di cercare a ogni nuovo giro di giostra l’emozione di una vertigine nuova, per finire col rendermi conto che quella vertigine non era poi tanto migliore di quella che provavo da ragazzino in certi vecchi, miserevoli parchi giochi di periferia.

Perciò, quello che a detta di tutti è il capolavoro di un funambolo della nuova narrativa americana, a conti fatti mi è sembrato poco più che il solito, vecchio trucco postmoderno. Tanto che l’unico racconto che mi è parso davvero indimenticabile è il lapidario Croci, due pagine così nette e dolorose da dire più di quanto non riescano la maggior parte dei romanzi in circolazione.

Allora ho lasciato passare qualche settimana, dopodiché ho preso la decisione di rileggere Dieci dicembre da cima a fondo. Al secondo tentativo sono riuscito a entrare meglio nei meccanismi cognitivi che servono a decifrare i racconti di Saunders. È come se il mio cervello si fosse adattato alla lente deformante che Saunders pone tra i nostri occhi di lettori e le sue storie. E quello che prima mi sembrava poco più che un inganno ottico, in seconda lettura si è trasformato in uno strumento più conforme alla natura del mio sguardo. Ho potuto così godere della vertigine, senza che fossi in continuazione distratto dall’invadenza del congegno. Per questa via ho scoperto l’enorme cuore pulsante di questo scrittore, un cuore così felice da farti pensare che ci siano esseri umani completamente invasi dal dono della narrazione. E George Saunders è innegabilmente uno di questi (leggete Le Ragazze Semplica, una o due volte, a seconda di quanto siete bravi, per farvi un’idea di quello che sto dicendo). Autori che sarebbero capaci di intrattenerti anche solo scrivendo un saluto su un post-it.

Così, ora davvero non so dove sia la verità di questo libro, e quando Gianni mi ha chiesto di farne una recensione per Poetarum, dentro di me mi sono detto: “Cosa potrò mai scrivere senza rischiare di passare per un lettore affetto da schizofrenia letteraria?” In realtà quella che azzardo è una recensione che non può essere considerata come una vera e propria recensione, per il semplice fatto che Saunders è un autore che non può essere considerato come un qualsiasi altro autore. E d’altronde non è neppure necessario che io scriva una recensione coi fiocchi, dal momento che in rete di recensioni coi fiocchi ai racconti di Saunders se ne possono trovare a dozzine, molte delle quali sfoggiano anche più dei canonici fiocchi, quindi è del tutto inutile che io mi aggiunga a questa schiera. A chi non è piaciuto il libro, consiglio di provare a rileggerlo, proprio come ho fatto io. A chi è piaciuto in prima battuta, faccio i miei più vivi complimenti. A chi non l’ha ancora letto (e si presume che una recensione debba rivolgersi in primo luogo a questa categoria di persone), dico: male che vada comprerete un libro e ve ne ritroverete due, due libri diversissimi tra loro, e solo per questo sarà valsa la pena di averci provato.

 © Andrea Pomella

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La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente. Poi ho cominciato a zigzagare, rileggendo prima quelli di cui ricordavo meno cose, che, apparentemente, mi avevano impressionato di meno. In realtà, ma l’ho capito dopo, stavo facendo una delle più banali prove di matematica, stavo cambiando l’ordine dei fattori per verificare se, e cosa, cambiasse nel prodotto. La matematica applicata a Saunders non sbaglia, il prodotto non cambia. Cambiava solo la percezione del lettore. La meraviglia si trasformava in gratitudine. L’ammirazione lasciava spazio al rispetto. L’istinto faceva sedere accanto a sé il ragionamento. La prima lettura mi aveva fatto pensare che non avessi letto nulla dello stesso livello quest’anno, la seconda lettura l’ha confermato e mi ha spiegato il perché.

In questi racconti non ci sono luoghi veri e propri, non vengono nominate città, gli interni non sono descritti dettagliatamente, non c’è mai un protagonista; o meglio l’attore principale non esiste senza gli altri personaggi della storia. Saunders lo indica, lo fa vedere con chiarezza e poi gli sfuma i contorni fino a renderlo parte del coro. Alla fine sono tutti protagonisti, contano tutti alla stessa maniera. Nessun racconto è scritto nello stesso modo. C’è quello scritto in prima persona, c’è la voce fuori campo, c’è il diario sgrammaticato, c’è il narratore esterno, c’è un racconto che è composto da una e-mail. Saunders non è banale, mai, oppure le prova tutte per non esserlo, ci riesce e, in fondo, è questo che conta. Ma quello che ci fa innamorare di uno scrittore non è mai la sua tecnica e nemmeno il talento. Ci fa innamorare, invece, quanto di quel mix tra esercizio e dono arrivi dalla pagina a toccarci il cuore, senza retorica. Mi è parso mentre leggevo e rileggevo che quelle parole messe in fila andassero a scovare dei punti nascosti da qualche parte dentro di me e che, una volta trovati, facessero loro una carezza. Cose come questa: «E poi siccome non gli aveva complicato la vita facendo la saputa erano rimasti lì sdraiati a fare progetti, tipo perché non vendiamo qui e ci trasferiamo in Arizona e compriamo un autolavaggio, perché ai bambini non compriamo il Sapientino, perché non piantiamo i pomodori, e poi si erano messi a fare la lotta e lui (chissà perché le era rimasto impresso) mentre la teneva stretta era scoppiato in una risata sbuffa di disperazione, fra i suoi capelli, come uno starnuto, o come se gli venisse da piangere. L’aveva fatta sentire speciale, lasciandosi andare così.»

I temi di Saunders sono quelli classici della letteratura americana che più ho amato. La famiglia (come Carver). Il quotidiano (come Carver). La vita fuori dalle metropoli (come Carver). Il mondo dove il sogno americano non si è realizzato (come Carver). George Saunders non scrive come Raymond Carver nemmeno un po’, ma, tra una storia e l’altra, il buon vecchio Ray mi è venuto in mente diverse volte. Ad esempio nei dialoghi tra due o più persone, Carver era un maestro in questo . Scrivere un dialogo dove parlano più soggetti è molto difficile, pochi ci riescono, Saunders ci riesce. E poi, mi pare che Saunders possegga lo stesso sguardo compassionevole di Carver. Prova pietà, non è cinico. Ho, infine, la sensazione lavori parecchio su ogni singolo racconto, su ogni parola, proprio come Carver. Fine del passaggio nella terra di Raymond.

George Saunders scrive talmente bene che te la fa sembrare facile, ti fa credere che quella roba lì, quella roba perfetta, sia uno scherzo. Provateci e se qualcuno ci riesce mi telefoni. Molto spesso potrebbero venire in mente le fiabe, per delicatezza e per il senso del gioco, per l’apparente leggerezza. Vi verranno in mente e saprete esattamente che le favole non c’entrano ma una certa grazia e una purezza riservata ai bambini, quella sì. Troverete racconti brevissimi e fulminanti come Croci. Futuristici e inquietanti come Fuga dall’aracnotesta. Da restare sgomenti come Giro d’onore o Le ragazze Semplica. Da lasciarci qualche battito di cuore come Dieci dicembre. Più o meno vi ho detto tutto quello che volevo dirvi di questo libro, sia io che il mio amico del piano di sopra ci siamo tenuti distanti dalla recensione classica ma il cuore del libro ve lo abbiamo raccontato. «Un soffio di vento mandò giù dal cielo una raffica di neve vaporosa. Che spettacolo. Perché eravamo fatti così? Capaci di trovare la bellezza in tante cose che accadevano ogni giorno?»

 @ Gianni Montieri

Andrea Pomella – Nascere dalla parte giusta del mediterraneo

biennale architettura 2010 -gm

 

Questo è un estratto dal libro “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” (Laurana, 2012) di Andrea Pomella, è il capitolo dedicato alle povertà migranti e agli orrori legislativi italiani in materia di immigrazione.

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Quando si parla di immigrazione alla maggior parte degli italiani vengono in mente le immagini delle carrette del mare che solcano il canale di Sicilia facendo rotta su Lampedusa, imbarcazioni gonfie di esseri umani disidratati e in stato di choc che spesso invadono le cronache dei telegiornali per via di naufragi devastanti, o per una conta dei morti che suona scabrosa e seccante per tutto l’Occidente sviluppato (val bene ricordare che a partire dal 1988 il numero delle vittime nel Mediterraneo ha superato la quota delle sedicimila unità).

Per i mass media un migrante subsahariano è principalmente questo: un naufrago scampato a una traversata infernale, un clandestino alle prese con le schedature del Centro di Identificazione ed Espulsione che possiede nient’altro che il proprio vestito impregnato di salmastro.

Quello che viene taciuto, e che si riesce a immaginare solo parzialmente, è il prima e il dopo. Il prima: il deserto, il mare, la scelleratezza di un trattato, quello italo-libico siglato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi, che a fronte dell’impegno italiano a pagare la Libia affinché i migranti africani non sbarcassero sulle nostre coste, chiudeva entrambi gli occhi sui lager libici di Zitlen, Misratah e Sebha, dove le donne intercettate sulle rotte per l’Europa venivano stuprate, e gli uomini lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e in parte dall’Unione Europea. Il dopo: il reclutamento nei ranghi delle organizzazioni criminali, lo spaccio di droga, la vendita di merci contraffatte, la prostituzione, le mutilazioni e le infermità permanenti esposte per ottenere meglio la carità.

Con un po’ di retorica si potrebbe dire che sappiamo come arrivano, ma non sappiamo da cosa fuggono, e soprattutto, non sappiamo cosa trovano al loro arrivo in Italia (o forse lo sappiamo benissimo, ma facciamo finta di non saperlo). Allora diciamo che le cose coincidono fra loro, e se dovessimo trovare una parola che le definisca, diremmo che è ancora quella, triste, dolorosa e semplice, che giunti a questo punto avremo imparato a declinare in tutte le sue sfumature: fuggono dallapovertà per trovare altra povertà.

Le due povertà, pur avendo la medesima sostanza, possiedono comunque sfumature diverse: la prima, quella da cui fuggono, è molto più vicina alla miseria, a quello status in cui, si è detto, non c’è salvezza. La povertà che trovano, invece, è in primo luogo il tradimento di una speranza di vita migliore, ma è soprattutto una condizione alla quale, oltre alle consuete privazioni che circoscrivono ogni genere di povertà, si somma la mancanza dei diritti fondamentali.

Da un punto di vista politico, infatti, un clandestino non ha diritto a cose come il welfare state, i servizi pubblici, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, per non parlare del diritto di voto.

Lo stesso clandestino, per il solo fatto di occupare uno spazio fisico all’interno di un territorio straniero, rappresenta il corpo di un reato che in termini giuridici è definito “di immigrazione e soggiorno illegale”.

Questo reato, nel caso italiano, è stato concepito dal governo Berlusconi in un provvedimento entrato in vigore nel 2009 nell’ambito del famoso Decreto Sicurezza. Si tratta, senza mezzi termini, di una legge razziale – come fu ben evidenziato in un appello firmato da un gruppo di intellettuali italiani tra i quali figuravano Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame e Moni Ovadia – poiché l’azione penale, in questo caso, colpisce l’individuo in quanto essere e non per le conseguenze che le sue azioni producono sull’ordine sociale.

Nonostante la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo abbia condannato all’unanimità l’Italia per i respingimenti verso la Libia, la demarcazione del concetto di clandestinità fatta da uno Stato nell’espressione delle proprie leggi rimane un’ammissione esplicita che esistono forme acute di disuguaglianza fra gli uomini. Non solo, questa disuguaglianza è sancita attraverso un principio odioso secondo cui a essere incriminata è la povertà in una delle sue fisionomie terminali (tra le altre cose la legge italiana prevede un’assurda pena pecuniaria che va dai 5.000 ai 10.000 euro, che è come condannare un uomo senza braccia a fare cento flessioni). La condizione giuridica di un clandestino è quindi la stessa di un fantasma, le sue probabilità di ottenere una vita migliore rispetto a quella da cui è fuggito sono molto vicine allo zero.

Definire l’immigrazione un reato vuol dire, tra l’altro, che uno straniero giunto clandestinamente in Italia sarà spinto a non avere contatti con le istituzioni, che tutta la sua vita sarà esclusa dai servizi sociali e sanitari, che è il contrario di ogni principio basilare di integrazione. L’accoglienza degli stranieri dovrebbe avere infatti come obiettivo primario che queste persone siano riconosciute e che si affermino come cittadini. Compito dello Stato dovrebbe essere quindi quello di facilitarne un percorso, non di ostacolarlo “usando il cannone” – come ebbe a dire, per esempio, il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi.

Ma cosa distingue un povero italiano da un povero straniero? Con una boutade potrei dire che un povero straniero è un povero senza autorizzazione a essere tale. Mentre un povero italiano mantiene intatti, almeno formalmente e nonostante si trovi in una situazione di indigenza, i diritti, un povero straniero vive una condizione di emarginazione che non è solo sociale, ma che si potrebbe definire onnicomprensiva.

Il povero straniero non può essere povero poiché non può essere in senso lato. Non essendogli riconosciuta una cittadinanza – anzi, essendo riconosciuta la sua sola presenza come un reato – egli non potrà che nascondersi, vivere la sua vita ogni giorno come una non-vita.

Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, nel libro Le pareti della solitudine (Milvia, 1988 e ora Einaudi, 1990) che racconta il mondo segreto di Momo, un immigrato che attraverso la sua storia denuncia senza mezzi termini il razzismo che deborda nella nostra società, scrive: “Da qualche tempo la mia vita è quella di un albero strappato dalle radici. Seccato ed esposto in una vetrina. Non sento più la terra. Sono orfano. Orfano di una terra e di una foresta. Non sanguino più”.

Come spesso accade, la letteratura ci viene incontro offrendoci le metafore migliori per capire il senso intimo e doloroso di una condizione. Ma dandoci anche una lettura inedita di noi stessi, un gioco di specchi. Il povero straniero senza identità né diritti è un albero strappato dal terreno che sarà in grado di sopravvivere finché sopravvivrà linfa nelle sue radici. E noi, dalla nostra parte, siamo gli artefici di questa mutilazione. La sua è una povertà a scadere, oltre la quale c’è un’estensione di tempo piatto e nudo senza presente e senza avvenire.

Sta in questo la differenza profonda che corre tra un povero italiano e un povero straniero.

Che il destino di molti clandestini sia finire nelle maglie del crimine o dell’illegalità è una conseguenza logica di questo stato di cose. Le organizzazioni criminali sono di fatto le uniche che in un certo senso riconoscono la presenza di un clandestino, la ammettono nei propri ranghi, ne legittimano l’esistenza al fine di ridurla in schiavitù per i propri loschi tornaconti. Per le organizzazioni criminali un clandestino senza diritti, senza tutele da parte della legge, senza un nome né un’identità sicura, spesso senza neppure un’età certa, è meno di un animale, è una risorsa ideale che può essere sfruttata oltre ogni limite, spremuta e dissanguata. La sua povertà è niente a confronto dei rischi a cui lo espone la condizione di essere privo di ogni diritto, lo status che lo riconosce come una persona che delinque per il solo fatto di essere.

È per questa via che molti clandestini diventano braccianti a basso costo impiegati nelle raccolte stagionali, alloggiati in stabilimenti industriali o casali agricoli abbandonati, costretti a vivere senza luce, acqua, gas, beni o servizi di alcun genere, e a sopravvivere con i pasti offerti dai volontari delle opere di carità.

Ed è per questa via che molte donne clandestine vengono ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi per la strada, reclutate in patria attraverso l’opera di coercizione psicologica e la promessa di trovare all’estero migliori condizioni di vita per sfuggire da situazioni di grave precarietà economica, introdotte in Europa sfruttando le legislazioni più all’avanguardia – come quella olandese – nel settore dell’assistenza alle vittime della tratta, e successivamente trasferite negli altri paesi, tra cui l’Italia, per essere immesse direttamente nel mercato della prostituzione.

Va da sé che, una volta rimaste impigliate nelle reti di traffici criminali internazionali, queste persone non hanno più scampo.

Allora un povero straniero non è solo un povero e non è solo una persona a cui vengono negati i diritti fondamentali dell’uomo. Un povero straniero è – di fatto o potenzialmente – un nuovo schiavo, vale a dire un individuo obbligato a lavorare sotto minacce fisiche e psicologiche, costantemente controllato da un padrone che gli concede una libertà di movimento limitata o nulla, privato della dignità umana, comprato e venduto come una proprietà privata. E tutto questo a più di sessant’anni di distanza dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che proibisce la schiavitù e la tratta “sotto qualsiasi forma”.

Appare evidente dunque a chi abbia giovato l’introduzione nell’ordinamento giuridico di un reato come quello di immigrazione e soggiorno illegale.

È convenuto alla malavita organizzata, alle mafie, ai grandi network criminali internazionali ai quali è stato messo a disposizione un bacino pressoché illimitato di mano d’opera disumanizzata e a basso costo. Ma è convenuto anche a una parte politica, la destra dei linguaggi nazionalistici e identitari, che ha ottenuto in questo modo facili consensi battendo il ferro sul mito del micro territorio, ossia di quello spazio minacciato – un quartiere, una città, una regione – da cui espellere tutti gli stranieri, da cui emarginarli.

In latino la parola emarginare significava “incidere una ferita, allargare i margini di una piaga”. L’emarginazione che vivono i clandestini oggi è esattamente questo: la loro è un’antica ferita nella quale è stato conficcato un coltello la cui lama fa leva per distanziarne i margini. Una lacerazione inguaribile che produce angoscia, strazio, afflizione.

Ma l’emarginazione esiste a condizione che esista qualcuno che emargini qualcun altro. E il motivo per cui un clandestino subisce, insieme a una discriminazione di Stato, anche una discriminazione di ordine sociale, è che la sua condizione è replicabile, potenzialmente, all’infinito.

Noi vediamo nello straniero un individuo che rappresenta un pericolo per la comunità. Il pericolo di cui lo riteniamo portatore non è tanto – o meglio, non è solo – quello della delinquenza, della criminalità e della malavita, o ancora dell’alterazione dei nostri codici culturali. Il pericolo maggiore che intravediamo in lui è che, con la sua sola presenza, rappresenta la personificazione di una nostra paura ancestrale, quella di perdere tutto, di ritrovarci nudi e soli in una terra straniera e ostile, in una condizione in cui non esiste più comunità, purezza e normalità.

È in questo modo che si finisce per articolare verso gli immigrati giudizi di sospetto, di rifiuto e in ultimo di esclusione. La minaccia non è quella brandita come un’arma di persuasione di massa da certi movimenti xenofobi che gridano all’immigrato che “porta le malattie, picchia le donne e ci ruba il lavoro”. La minaccia è la replicabilità di quel destino.

Ecco perché, per dirla con i latini, conficchiamo il coltello nelle loro piaghe per allargarne i margini.

Abbiamo detto che la chiave per capire il fenomeno dell’emigrazione è la povertà. I sociologi dicono che le motivazioni che spingono gli uomini a emigrare sono sostanzialmente di due tipi: motivazioni biologiche e ricerca di ordine esistenziale e culturale. Le motivazioni biologiche sono quelle dettate dall’istinto di sopravvivenza proprio della razza umana e riguardano soprattutto le forme di emigrazione dal terzo al primo mondo. Quelle di ordine esistenziale consistono nel tentativo di realizzare desideri e aspettative.

Chiaro che in un discorso sulla povertà a interessare sono principalmente le motivazioni biologiche, tuttavia l’aspetto esistenziale non rimane del tutto sullo sfondo.

Molti tra gli immigrati che siamo abituati a incontrare sui marciapiedi, intenti a esporre merci su grandi lenzuoli bianchi, sono infatti laureati. Parliamo del 53% del totale, una percentuale che supera la metà degli stranieri presenti in Italia (si tenga presente che da noi, secondo un’indagine Eurostat, la percentuale di cittadini italiani laureati è 11,6% per gli uomini e 12,8% per le donne, il dato più basso di tutta l’Unione Europea). Una seria politica di integrazione terrebbe conto di certi numeri, se alle limitazioni per gli stranieri, oltre a quelle già citate, non se ne aggiungessero di ulteriori, come la difficoltà nell’ottenere il riconoscimento del titolo di studio e il rischio conseguente di dequalificazione.

In un bel libro del comparatista Armando Gnisci, Il rovescio del gioco (Carucci, 1992 e ora Sovera, 1993), tra le altre notevoli e interessanti cose si legge: “I magrebini non si meravigliano eccessivamente del razzismo italiano – non peggiore né particolarmente diverso da quello francese o svizzero, da quello di Londra o di Brema –, si meravigliano della nostra decadenza e della nostra rinuncia alla dignità. Loro sono solo poveri, noi, ai loro occhi, sembriamo assolutamente impazziti e senza una briciola di saggezza”.

Ecco, eredi come siamo di una cultura sterminata, ma al tempo stesso artefici di un declino inarrestabile e continuo, ci permettiamo il lusso di estromettere chi è capace di riversare la propria cultura in un mondo, il nostro, non solo geograficamente lontano anni luce dal loro. Abbiamo l’arroganza di discriminare chi si rimette in gioco, chi è pronto a ridefinire se stesso e il proprio bagaglio formativo e culturale, forti (noi) di una ricchezza che sovente è solo illusoria, quando non, tragicamente, la maschera di una forma peggiore di povertà.

(Andrea Pomella, 10 modi per imparare a essere poveri ma felici, Laurana Editore, 2012)