Andrea Longega

Andrea Longega, La seconda cicara de tè

Andrea Longega, La seconda cicara de tè, Ati editore, 2017; € 15,00

 

Ogni volta che comincio a leggere un nuovo libro di Andrea Longega mi sembra di tornare a casa, per la particolare sensazione che avverto leggendo le sue parole, cercando di capirle alla prima lettura, di immaginarne il suono, è come accomodarsi in luogo sicuro. E niente è più sicuro del luogo in cui ti senti a casa, della tua poltrona preferita; l’effetto è più o meno questo. Effetto amplificato dal fatto che Longega scriva in una lingua non mia: il dialetto veneziano. Lingua che ho imparato a conoscere e ad amare, lingua poetica naturalmente. Tra i dialetti italiani credo che i due che suonino meglio in poesia siano il veneto (soprattutto il veneziano) e quello siciliano; il mio dialetto d’origine, il napoletano, continua a suonarmi meglio se cantato, forse perché mi appartiene troppo, oppure non so. Longega scrive soltanto in veneziano e lo fa benissimo, ed è tra i più bravi poeti della laguna. Col tempo è riuscito a raggiungere col dialetto una dimensione nazionale, un riconoscimento certo, quasi unanime; Andrea Longega poeta italiano in lingua veneziana.

Tuti lo capisse xe talmente fassile
che xe sempre mègio far finta:
e parlo de Ande e de Perù
de un inverno de fango in Patagonia
e de quanta paura pol far
na mandria de réne che te sfiora
su la strada che porta drita a Capo Nord
me invento come niente
de na setimana intiera de piova e smarimento
a tirar su case e mureti
sul scoglio de St Kilda

parché xe mè gio che non se sàpia tanto in giro
che a Venessia co i me dise se vedémo
for de l’entrada de un albergo
o in un posto che no sia
San Bortolo o la Stassion
mi de le volte prima de mòverme da casa
vèrzo el computer e quel posto lo sérco,
lo ingrandisso, su Google maps.

Tutti lo capiscono è così semplice/ che è sempre meglio fingere:/ e parlo di Ande e di Perù/ di un inverno di fango in Patagonia/ e di quanta paura può fare/ una mandria di renne che ti sfiora/ sulla strada che porta dritta a Capo Nord/ mi invento come niente/ di una settimana intera di pioggia e smarrimento/ a ricostruire case e muretti/ sullo scoglio di St Kilda// perché è meglio che non si sappia tanto in giro/ che a Venezia quando mi dicono ci vediamo/ fuori dell’entrata di un albergo/ o in un posto che non sia/ San Bartolomeo o la Stazione/ io a volte prima di uscire di casa/ accendo il computer e quel posto lo cerco,/ lo ingrandisco, su Google Maps.

La prima, consistente, parte di questa nuova raccolta è in movimento, sono versi che vengono e che raccontano di viaggi, ma in un modo che è caro a Longega e che è raro. Il paesaggio, se è mostrato, è per un attimo, proprio come succede quando da un sentiero, dopo una curva, ci appare una scogliera che poi scompare alla curva successiva. Una curva è Creta, la curva dopo è Rialto, la circolarità dei versi gioca sulle andate e sui ritorni, sul falso movimento, sulle partenze reali e quelle che non avvengono, su come sia più facile inventarsi qualcosa di molto lontano rispetto a un vero che ci passi vicino. Perciò il viaggio è un luogo, e poi è un tempo, e poi sono le persone che si ritrovano nei posti in cui si ritorna, sono i loro racconti, sono i piatti che preparano. I viaggi di Longega sono fatti di luce, del sole che batte sugli strapiombi e che poi filtra dalle tende di un hotel, magari già conosciuto, un posto dove ritornare e far casa, proprio come a casa. Sono viaggi fatti in coppia, poesie che con delicatezza ci portano momenti condivisi e i silenzi tanto cari al poeta di Murano. E quanta bellezza c’è nel raccontare il compagno di viaggio, di vita, descrivendolo nel momento in cui lo si lascia da solo nella quiete di un’abitudine:

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Dieci minuti di pordenonelegge #1

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pordenone(legge) è una vecchia signora?

Quando nel 2007 arrivavo a pordenonelegge per la prima volta, poco più che ventenne, con un piede dentro l’università e l’altro chissà dove, sul mio taccuino annotavo queste parole: «mi accorgo che pordenonelegge mantiene una propria specificità, forse un po’ ingenua, che i grandi festival letterari non hanno più: Pordenone è un “dove” in cui si assapora quella sensazione che sopraggiunge prima dello stupore totale. La città ti cinge, ti abbraccia come una nonna che desidera proteggerti; è una tensione parziale quella che sento, una continua ricerca verso la completezza.» Nelle parole di allora non trovo la me stessa di oggi − forse vorrei negare di averle scritte − ma ciò che è più importante sono quelle parole rapportate al presente, a ciò che vedono e riconoscono i miei occhi ora. Quella “vecchia signora” del titolo mai esistita davvero stava, all’epoca, nella mia immaginazione, seduta lungo il corso principale: osservava i passanti e creava con loro un rapporto di accoglienza e protezione. Quella vecchia signora era la città e l’evento insieme. E, nel 2015, ma già da qualche tempo, ha lasciato posto a molto altro: si è forse messa da parte, a osservare da lontano ciò che accade. pordenonelegge non ha bisogno di un pretesto come quello per essere raccontata (doppia ingenuità la mia, allora): infatti, qui, vige una familiarità che si riconosce in un programma sempre più curato, in cui trovano spazio e attenzione sì gli autori esordienti e molti nomi importanti della letteratura italiana e straniera ma soprattutto gli “esercizi di lettura”, la scienza, la storia e la filosofia; gli appuntamenti riservati alle scuole, che proseguono un percorso annuale di formazione che inizia in aula; l’attualità e il territorio, con appuntamenti dedicati. L’allestimento è ben concepito, i volontari preparati a gestire le emergenze; il pubblico è educato: rispetta la coda e attende, si confronta. La città offre degli spazi adatti sia per gli eventi − negli anni forse non sono cambiati di molto − sia per i momenti di convivio. I dettagli, soprattutto, sono ciò che non può mancare ed è pregevole per una “festa del libro” l’aver avuto una crescita così rapita e ben congegnata nell’ultimo decennio, in grado di attirare lettori curiosi anche da fuori regione. La provincia, più che la grande città, crea le proprie forme di resistenza e le evolve continuamente, con intelligenza e bellezza. Ma è soprattutto la poesia a trovare nel programma degli eventi e dei luoghi per sé, tra cui una libreria dedicata, una libreria di fuori catalogo, e altri spazi. L’incontro con la poesia qui, apre a momenti importanti: ad esempio la poesia in dialetto, con Giovanni Nadiani, Emilio Rentocchini, Piero Simon Ostan e Andrea Longega. Lo stupore, quindi, è ancora e sempre possibile. Ve ne parlo nei miei “dieci minuti di”.

© Alessandra Trevisan

L’importanza di essere piccoli (quinta edizione)

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La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo.
P. Celan

Microliti, ed. Zandon

 

comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli

rassegna di poesia e musica nei borghi dell’appennino

V edizione dal 3 al 6 agosto

un progetto associazione arci  “SassiScritti”

LA POESIA CARICA DI MONDO

riabitare il luoghi marginali con la poesia e la musica

con

CRISTINA DONA’, ELISA BIAGINI, DIODATO, EMILIO RENTOCCHINI, FRANCESCO DI BELLA, GUIDO CATALANO, DELLERA, ANDREA LONGEGA, ANNALISA TEODORANI

L’importanza di essere piccoli è un festival di poesia e musica nato nel 2011 da un’idea di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli che hanno creduto di poter riabitare “poeticamente” il paesaggio allacciando una relazione autentica con chi lo cura e vi dimora. La complicità che nasce tra i musicisti, i poeti e i cittadini, l’affluenza di un pubblico eterogeneo e vivace che proviene da tutt’Italia, sono tra i punti di forza di una rassegna “minuta” che dal 3 al 6 agosto ritorna nelle valli, nelle pievi, nei castelli, nei borghi dell’Appennino tosco-emiliano con un passo volutamente più lento di quello preteso dal mondo odierno. Questo legame con le storie e i luoghi ‘minori’ è rafforzato dal gemellaggio che quest’anno lega L’importanza di essere piccoli a due storici festival che arrivano da lontano sia spazialmente che temporalmente: inizia infatti un colloquio per consonanza di intenti, poetiche e modi con l’XI edizione del CABUDANNE DE SOS POETAS, festival di poesia che si svolge a  Seneghe, provincia di Oristano in Sardegna, e con la XXII edizione del festival STAZIONE DI TOPOLÒ/POSTAJA TOPOLOVE, in provincia di Udine, al confine con la Slovenia. Questi tre festival, sparsi per l’Italia e diversi per linguaggi e paesaggi, hanno sentito un’aria comune che li ha portati a dialogare sia per quanto riguarda le scelte artistiche che sostenendosi nella promozione, partendo dal presupposto che la marginalità è la ricchezza che più li caratterizza.

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Andrea Longega: Primo lustro

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Andrea Longega, Primo lustro, Nervi edizioni, 2015

*

Spesso il lavoro del poeta è paragonato, a volte giustamente a volte meno, a quello dell’artigiano; paragone che si potrebbe estendere anche a certi scrittori di racconti brevi. Il lavoro sul foglio, la scelta di ogni parola, la decisione di lasciarne fuori qualcuna. Riguardare il foglio, modificare ancora, oppure fermarsi, accorgendosi d’aver finito. Cose per le quali occorre del tempo, come per le cose fatte a mano. Ho sempre pensato che Andrea Longega fosse un poeta di quel genere, uno che cura le parole, che pensa a un doppio suono, quello del dialetto e dell’italiano, che anche quando parla, parla poco. Sarà la sua indole, sarà la Laguna, dove è nato e vive, un posto dove comanda l’acqua è un posto che ti ridimensiona, ti ricorda la tua piccolezza, ti tiene lontano dal mondo, e allora tu impari a mantenere le cose alla giusta distanza, e a lavorare sulle parole e sulla memoria, lentamente, come fa l’acqua che lambisce le fondamenta. Longega lavora così, è un poeta sul serio ed è bravo. Primo lustro è il suo libro più recente, da poco uscito per Nervi Edizioni, invito tutti a entrare nel sito per scoprire il progetto di Fabio Donalisio, Francesco Targhetta e Marco Scarpa; la tiratura di ogni volumetto è di cento copie, bella la lavorazione, bella la scelta della carta, così come lo è quella grafica. Il libro ti arriva come un pacco regalo perché la cover lo avvolge e sembra proprio un pacchetto, poi lo apri e devi separare la parte superiore delle pagine con un tagliacarte, o un coltello, faccenda molto emozionante e divertente, anche per un imbranato come il sottoscritto. Finito il taglio, visto il cucito si arriva alle poesie e torniamo a Longega.

E no ti ga più domandà
no ti te ga più angustià
per le parole che fora messa
te riservava in coro la comunità
«ma na morosa no la ga?»
no ti ga avuo più curiosità
par quel anèlo che da la fine
de l’ista portavo al déo…

e sfavilava quel argento
in mezo al to tormento.

[E non hai più domandato / non ti sei più angustiata / per le parole che finita messa / ti riservava in coro la comunità / «ma una fidanzata non ce l’ha?» / non hai avuto più curiosità / per quell’anello che da fine / estate portavo al dito… // e sfavillava quell’argento / in mezzo al tuo tormento.]

La perdita e il dolore, cui la mancanza conduce, sono stati i grandi temi di Andrea Longega, pensiamo a El tempo de i basi (D’if edizioni, confluito poi nel meraviglioso Finìo de zogàr, uscito per Il ponte del sale), lo struggente racconto del dolore, dell’amore verso la madre, l’accompagnamento verso la fine, ora dopo ora. Perdita e dolore che in Primo lustro si ricompongono e che insieme alla memoria raccontano il passato, le conseguenze del passato e il presente. Longega rielabora il dolore, ogni verso è una malinconica carezza, e (soltanto per la sua bravura) noi proviamo la stessa nostalgia. Ci si riaggiusta dopo una perdita, ci si ricorda, e con l’occhio affettuoso si guarda al tempo andato in altro modo, e si accenna un sorriso. Longega compie anche un elogio alla lentezza, ci sentiamo raggiunti da un lungo ragionamento, noi lettori siamo la fine di un percorso, i versi che il poeta scrive sono solo una parte del lungo gesto d’addio che non potrà mai compiersi del tutto. Ogni poesia è un saluto, e con la poesia Longega può salutare tutte le volte che vuole. Un’altra cosa va detta, quando leggiamo le poesie di Andrea Longega, capita una cosa bella e rara, si sente proprio una musica, un bel suono che ci contagia ancora prima del contenuto.

Ah, Elvira, che no ti pensi,
nissuni più
gà lustrà i argenti.

[Ah, Elvira, non illuderti, / nessuno più / ha lucidato l’argenteria.]

*

© Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri

Andrea Longega – Finìo de zogàr

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Andrea Longega – Finìo de zogàr – ed. Il Ponte del sale 2012

“La soferenza xe una sola. / Nei giovani, nei vèci / nei maschi e nele fémene. / Gavemo tutti el stesso viso / in un lèto de ospeàl.” Questa poesia delicata e struggente apre la parte centrale del bel libro di Andrea Longega, intitolata “El tempo de i basi”. Cuore del libro dedicato alla memoria della madre del poeta, che racconta con una leggerezza che sa di miracolo: la malattia, il ricovero in ospedale, le ore che scorrono inesorabili dal punto di vista del figlio e della madre, l’affetto, l’abbandono, la nostalgia. La musicalità del dialetto veneziano è esaltata dalla precisione dei versi di Longega, la poesia qui accarezza e diventa corpo stesso del lettore, che non può non immedesimarsi e commuoversi. Tutto il libro è retto da un equilibrio perfetto, poesia che emoziona ma che ragiona, l’autore non è mai in eccesso, mai sopra le righe ed è proprio per questo ci tocca nel profondo. La raccolta è un viaggio tra i ricordi: “Me par come / dovesse sempre / sonar el telefono / mi tirar su / e sentir la to vòse.”, soprattutto un’esplorazione, un dentro e fuori, tra la vita interiore del poeta e il mondo che lo circonda. La laguna veneziana, Murano, sono presenti in maniera fortissima, quasi se ne sente l’odore. “El sol contro i cornizoni / sui muri alti de l’Arsenal / e soto xe l’ombra / freda de Novembre / le coverte ligàe co i spaghi / intorno ai motori / vèci de le barche.”  Le stagioni, il loro peso, una bellissima, irrinunciabile malinconia, tutto contribuisce a comporre il mosaico di Andrea Longega, un “tutto” detto a voce bassa. Vivian Lamarque nell’introduzione al libro scrive: “Vanno e vengono come le onde del mare i versi di Andrea Longega”. Si resta legati a queste pagine, presi dalla forza di una lingua universale come lo sono i dialetti, le radici, come la salsedine che ti resta addosso dopo il primo bagno a inverno appena scontato, che pizzica ma che non vorresti togliere.

©Gianni Montieri

***

***

Da picolo no go mai scavalcà i mureti
né slargà da sóto le redi
par entrar ne i orti a rubar l’ua
o i àmoli rampegà su i alberi.
E sì che l’orto quelo più grando
lo gavevo là – de là da i véri
alti de la fornasa – ma dopo le quatro
a giugno niente me fasseva saltar
zo tra le erbe alte, restavo invense
a vardar dentro
ne i forni el fògo, a ‘scoltar
quel so bel rumor che imaginavo
dovesse far anca de nòte le stéle
e tuto intorno i scagni, i séci, le càne lustre
e nel cantón dove i se spogiava
le canotiere, le savàte nere de i operai
el straniamento par la prima volta
davanti a le copertine tacae su i muri
le pagine de i Skorpio,co le done nue.

Da piccolo non ho mai scavalcato i muretti | né slargato da sotto le reti | per entrare negli orti a rubare l’uva | o le susine arrampicato sugli alberi. | E sì che l’orto più grande | l’avevo là – di là dai vetri | alti della fornace – ma dopo le quattro | a giugno niente mi faceva saltare | giù, tra le erbe alte – restavo invece | a guardare dentro | nei forni il fuoco, ad ascoltare | quel suo bel rumore che immaginavo | dovessero fare di notte anche le stelle | e tutto intorno gli scanni, i secchi, le canne lucide | e nell’angolo dove si spogliavano | le canottiere, le ciabatte nere degli operai | lo straniamento per la prima volta | davanti alle copertine attaccate sui muri | le pagine di Skorpio,con le donne nude.

***

Sédese giorni a Venessia miss Nancy
with the dollar very weak te vedo
incantàda davanti ai quadri in giro
par ciése e musei ti disi a 81 ani
sarà par l’ultima volta ma chi lo sa
ti me par cussì bela miss Nancy
in the morning having breakfast
co le man che te trema
al Floriàn.

Sedici giorni a Venezia miss Nancy | with the dollar very weak ti vedo | rapita davanti ai quadri in giro | per chiese e musei dici a 81 anni | sarà per l’ultima volta ma chissà | mi sembri così bella miss Nancy | in the morning having breakfast | con le mani che ti tremano | al Florian.

***

«Dighe che ‘l vada pian

che me manca ancora un ocio»

De matina presto in batèlo
le done se dà
el truco sul viso
ingrotoìe dal fredo le briga
svelte co specéti e penèli
e mi là davanti sentà
speto che riva
el momento crucial
co le ga da tirar – contro onde
e atràchi sbagliai –
drita quela riga fina
a la base de i oci.

Di mattina presto in motoscafo | le donne si truccano | il viso | intirizzite dal freddo armeggiano | svelte con specchietti e pennelli | e io là di fronte seduto | aspetto che arrivi | il momento cruciale | quando devono tracciare | – contro onde | e attracchi sbagliati – | dritta quella linea sottile | sotto gli occhi.

***

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

***

::::::::::::::::::::::::::::::::::a Diego

In fondo al campo
porsèi e cani serai insieme
da drio le rédi, più zo le galine
a rassolar tra le piere,
tra le gambe el gato rosso
co na recia scortegada e intorno la casa,
la vècia dise, le péste de la vólp
e ‘l pensier de l’orso.

Tuto un inverno
– na vita? – che xe un miracolo
fato solo de bestie
e de neve, e mi che so bon solo
a pensar e veder
che le savàte bele
de feltro ai pìe, qua fora,
a far fatùre, ghe deventa nere.

In fondo al campo d’erba | cani e maiali chiusi insieme | dietro le reti, più giù le galline | a razzolare tra le pietre, | tra le gambe il gatto rosso | con l’orecchio scorticato e intorno alla casa, | la vecchia dice, | le orme della volpe | e il pensiero dell’orso. || Tutto un inverno | – una vita? – che è un miracolo | fatto solo di bestie | e di neve, e io che riesco solo | a pensare e vedere | che le ciabatte belle | di feltro ai piedi, qui fuori | a far mestieri, le diventano nere.

***

Che stupido l’ocio del poeta
che co ti te alzi dal lèto
finìo de zogàr
de ti varda i pìe bianchi
el segno
de i calzéti su le caviglie.

Che stupido l’occhio del poeta | che quando ti alzi dal letto | finito di giocare | di te guarda i piedi bianchi | il segno | dei calzini alle caviglie

***

Ancora quasi a quaranta ani
fasso le scale drio de ti.
La braga che se alza ad ogni scalìn
te segna la gamba magra, gamba de chi
ga fato poco sport, e mi – diverso
anca in questo – sèro la fila,
drio de ti.

Ancora quasi a quarant’anni | salgo le scale dietro a te. Il pantalone che si alza ad ogni scalino | ti segna la gamba magra, |gamba di chi | ha fatto poco sport, ed io – diverso | anche in questo – chiudo la fila, | dietro a te

***

Nota: questa recensione fu pubblicata in origine sulla rivista QuiLibri nel 2012

Andrea Longega – E cussì xe questa

Venezia - Piazza San Marco - copyright Anna Toscano

Venezia – Piazza San Marco – copyright Anna Toscano

 

E cussì xe questa
la moda nova de sto ano:
venìr a Venessia da fora
par l’adio al nubilato par l’adio
al celibato – la futura sposéta
co na cóa de damigele e do aléte
bianche da angioléto che se fussimo
a Firenze ti la scambiaressi
par Beatrice par la Gentilissima
ma che qua xe solo una che vende
perizomi e regala caramèle
a forma de osèo –
i fiòi invense più sbordelóni
i camina cantando canson sporche
e ritorneli e ogni tanto i se ferma
in un campo i fa mùcio par tera
uno sóra de staltro

e nuialtri gavemo da farseli ʼndar ben
da schivar anca questi come fassemo co staltri –
gambe svelte ne vol e recie stropàe

…e in giro de vigili no ghe ne xe.

 

© Andrea Longega

Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila

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Maurizio Casagrande, Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, Roma, Edizioni Cofine, 2014

Propongo qui una scelta di poesie tratte dal volume curato da Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi,  Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila.  Si tratta di una scelta che va intesa come  introduzione a una lettura di grandi ampiezza e spessore, sia per l’originalità sia per la varietà di accenti con la quale i temi trattati — veri e propri universali della poesia, tra le cui voci si leva, in misura più o meno esplicita, quella relativa alla questione della lingua, delle sue radici e della sua musicalità, del suo distinguersi da altre e delle sue forme di mescidanza  — vengono declinati, collegati, rinnovati. Nella premessa, Un Veneto «altro», Casagrande e Vercesi danno conto, nel presentare quadro d’insieme e filoni di ricerca, della presenza dei sedici poeti, i cui testi, insieme a note biografiche ben curate, compongono l’antologia:

«L’intento primario di noi curatori, tuttavia, era quello di restituire un’immagine significativa della poesia nei dialetti veneti nel periodo di transizione fra XX e XXI secolo senza vantare alcuna pretesa di esaustività, anche in ragione dello spazio limitato di cui potevamo disporre (144 pagine in tutto). Ci era quindi sembrato naturale e necessario da una parte restringere il campo d’indagine al solo territorio della regione rinunciando a priori, anche se a malincuore, a prendere in considerazione i poeti del Trentino, della Venezia Giulia, del Friuli o dell’Istria (da Marco Pola ad Ivan Crico, da Virgilio Giotti a Claudio Grisancich, da Loredana Bogliun a Libero Benussi); dall’altra si era stabilito di comune accordo di concedere spazio, accanto a nomi acclarati, a voci meno conosciute ma non meno significative di quest’area, senza porci vincoli cronologici troppo rigidi e spingendoci fino ai nostri giorni: un «altro» Veneto, appunto, nel senso che si tratta di poeti che magari non hanno avuto grande visibilità o notorietà, ma rappresentano in concreto i custodi di valori condivisi che non risultano affatto elitari ed al tempo stesso appaiono solidi ed universali, l’unico humus su cui si dovrebbe cominciare a ricostruire per davvero un Paese lacerato come il nostro.
Premesso che i dialettali puri sono in minoranza e che spesso il dialetto viene ad innervare la lingua, i poeti antologizzati sono i seguenti: Fernando Bandini, Ernesto Calzavara, Maurizio Casagrande, Luciano Cecchinel, Fabio Franzin, Andrea Longega, Romano Pascutto, Eugenio Tomiolo (curati da Matteo Vercesi); Luigi Bressan, Luciano Caniato, Carlo Della Corte, Sante Minetto, Marco Munaro, Nerina Noro, Bino Rebellato, Sandro Zanotto (a cura di Maurizio Casagrande). Se in questo elenco spicca l’assenza di un paio di province della Regione (Verona e Belluno, mentre Venezia, Padova, Rovigo, Treviso e Vicenza sono ben rappresentate), ancora più evidente risulta il numero assai ridotto di voci al femminile (una soltanto), variabili che dipendono non tanto dall’arbitrarietà delle scelte, ma da caratteri oggettivi della poesia veneta. Solo alcuni dei nostri autori hanno utilizzato in poesia unicamente il dialetto, mentre la maggior parte ha frequentato anche il registro della lingua che, se per qualcuno costituisce il codice prioritario (Della Corte, Rebellato e Bandini, che è anche poeta in latino), quando essa venga mescidata opportunamente al dialetto (è il caso di Della Corte, Rebellato, Zanotto, Caniato, Calzavara) consegue esiti sempre apprezzabili, né andrà taciuta la componente di sperimentazione sulle potenzialità inespresse della lingua e del dialetto, anche incrociandoli fra loro, che appartiene sicuramente ad autori come Bressan, Calzavara, Zanotto o altri. Dei 16 autori proposti, quasi la metà è composta da poeti viventi, sia allo scopo di suggerire una linea di continuità fra passato e presente, visto che la poesia, come tutte le arti, richiede un sostrato su cui poter attecchire, sia perché spesso accade anche nel dialetto che da poesia nasca nuova poesia.»

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Fernando Bandini

STA LINGUA

Sta lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.
Me nona
la ga imparà sta lingua da le anguane
che vien zo da le grote
co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.
Me nona
se ga levà na note co le anguane
par vegnere in sità.
Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.
La domandava el nome de na strada,
scoltando na sirena
la xe rivà in filanda.
«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…
Sta lingua
la so ma no la parlo,
la xe lingua de morti.

QUESTA LINGUA – Questa lingua è quella / che mia nonna adoperava stanotte / guardandomi da dentro la cornice. / La bocca restava chiusa, le parole / io le sentivo chiare. // Mia nonna / ha imparato questa lingua dalle fate d’acqua / che scendono dalle grotte / quando suona mezzanotte / camminando rasente le muricce; / e dalle rogge / dove lavano fodere e lenzuola / si sente ciof e ciof sulle pietre /e ti arriva una polvere di fieno di parole / soffiata dal vento / che vola attraverso le altane. // Mia nonna / si è alzata una notte assieme alle fate d’acqua / per venire in città. / Per paura degli spiriti che vanno / a zonzo nel buio / diceva per i sentieri il rosario. / È arrivata di mattina presto: / subito dopo un brolo di meli / c’erano case e case da ogni parte. // Chiedeva il nome di una strada, / ascoltando una sirena / è arrivata in filanda. / «Senti come parla questa ragazza», / pensavano guardandola negli occhi / i negozianti e i fiaccherai, / «sembra un fiorrancino che viene dagli orti»… // Questa lingua io / la so ma non la parlo, / è lingua di morti.

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Luigi Bressan

LUJA

Vieni oncora longa
luja, ca no jera
bon libararme da putèlo
parché no ghea capìo
la verità dea to fame.
Vieni oncora coe tete
molà, i ocj de cativo sono:
to fioi tuti i’ li ga magnà de late.
Vieni a dirme te na recja
el segreto, l’agresa
dolse dea to carne.

SCROFA – Vieni ancora lunga scrofa, da cui non riuscivo a liberarmi da bambino perché non avevo capito la verità della tua fame. Vieni ancora con le tette pendule, gli occhi di cattivo sonno: i tuoi figli tutti li hanno mangiati di latte. Vieni a dirmi in un orecchio il segreto, l’agrezza dolce della tua carne.

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Ernesto Calzavara

I PAVÉRI

Quando a la luna le done
le sèra su i scuri
e se vede le ombre
dei gati sui muri
– vien zó a rebaltón la note sui copi
mi me par de morir pian pian
de stuarme anca mi col sol
par impizar sti ciari falsi,
sti pavéri, che me tien in vita
cussì…par gnente
in mezo a tuta sta zente.

I LUCIGNOLI – Quando alla luna le donne / chiudono le finestre / e si vedono le ombre / dei gatti sui muri / – viene giù a rotoloni la notte sulle tegole / a me pare di morire piano piano / di spegnermi anch’io con il sole / per accendere questi lumi falsi, / questi lucignoli, che mi tengono in vita / così…per niente / in mezzo a tutta questa gente.

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Luciano Caniato

ALLUVIONE, 1951

E dopo l’à fato come un seciaro
ch’a semo ’ndà zo in cantina
e a l’emo catà su la bóta.
Pùnteghi sui travi
e scunti marturei sota ai cupi.
Ò zigà.
De cao la mussa ligà
sgiarava cucà in fumarine.
«Pina!» dó volte ò ciamà.
Le ave a l’ò viste za morte.
«Eco l’Óndese!» ò dito.
«Farun e pitone, me bele
galine ovarole! Più gninte!».
Ò trato vin dal spinelo
ché la note de l’aqua
liga al pensiero di morti
e a so’ndà par le scale
come un galo a ponaro.
[…]
cuòra e lezza in cusina
e in cantina pèsta da morto.
Nissun.
Du culunbi inpetrìi sul cacaro.
Zimiterio la note e zuéte.
Ma i puriti jè come i mussi:
gninte i magna s’i pianze
e quelo ch’a dise i parun
brusaoci i lo ga ch’a ne dura
de più d’un piovale d’istà.
Alora: «Su le maneghe»,
ò dito, «me zente!
Da chì a ne nasse sumenza
s’a speten ch’a lodama la tera
la parola busiara di siuri».

ALLUVIONE, 1951 – E dopo [il Po] ha fatto come un secchiaio / ché siamo andati giù in cantina / e l’abbiamo trovato sopra la botte. / Ratti sulle travi / e nascoste martore sotto le tegole. / Ho gridato. /Lontano l’asina legata / scalciava vinta in nebbioline / «Pina!» due volte ho chiamato. / Le api ho viste già morte. / «Ecco il 1911!» ho detto. / «Faraone e tacchini, mie belle / galline ovaiole! Più niente!» / Ho spillato vino / perché la notte dell’alluvione / lega al pensiero dei morti / e sono salito per le scale / come un gallo a pollaio. // […] fango e ancora fango in cucina / e in cantina fetore di morte. / Nessuno. / Due colombi instupiditi sull’albero dei cachi. / Cimitero la notte e civette. // Ma i poveri sono come gli asini: / non mangiano niente se piangono / e quello che dicono i padroni / è per loro un soffione che non dura / più d’un acquazzone estivo. / Allora «Rimbocchiamoci le maniche», / ho detto, «mia gente! / Da qui non nasce semente / se aspettiamo che concimi la terra / la parola bugiarda dei ricchi».

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Maurizio Casagrande

A COEI CA ME ’ÈSE

Sa ti xe uno de coei
ca gà du cojoni cussí
ca sa coeo cal voe
ca nissuni gheo toe
sa te te alsi ’a matina
e te ghè ciaro da rènte
tuti coanti i to afari
sa te te rangi in cuxina
sa te stè senpre insima
’fà l’ojo
sa po’ te piase el formajo
sa no te xughi de tajo
mi te digo ca fursi
no ghemo gnente da disse
noantri

AL MIO LETTORE – Se per caso sei uno di quelli / che ha due palle così / che sa ciò che vuole / e anche come ottenerlo / se ti alzi al mattino / e hai già ben chiari da subito / tutti quanti i tuoi obiettivi // se ti destreggi ai fornelli / se devi sempre sovrastare il prossimo / se poi adori il formaggio / se non conosci il coraggio // io direi che forse / non abbiamo nulla da dirci / noi due

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Luciano Cecchinel

TAI E DONTURA

lengua dà zendadura
che scaturida
tu zabotéa, tu pèrz la ziera,
tu te incanta e tu crida
che pò de òlta tu inpenis la boca
fa na ziespa madura
ma par farte calèfa straca
fa de ’n òs dur che dura
lengua de la malora
sol par an miel de stela
o ’n coat de pezòla:
lengua tai e dontura

TAGLIO E GIUNTURA – lingua già spaccatura bruciante / che atterrita // balbetti, perdi la cera, / ti inceppi e gridi // che poi d’improvviso riempi la bocca / come una prugna matura // ma per farti sberleffo stanco / come di un osso duro che dura // lingua della malora / solo per un miele di stella // o un covo d’erica: / lingua taglio e giuntura

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Carlo Della Corte

COSSA VOL DIR?

Qualchidun me ga dito: «A la to età».
Cossa vol dir? Ghe xe forse ’na età
par serte robe, ’na età par ’ste altre?
Se andassi tuti in mona, tuti via…
O resté qua, ma scondendove i oci
co le man, vardandove drento,
lassandome mi vecio o giovanoto
par poco ancora
far de conto da solo co la vita.

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Fabio Franzin

CRÈPI

Zhèrti cèi, curti crèpi, tea tèra,
co’l sol la ssuga suìto,
dopo ’na spuaciàdha de piova tel sec.
Cussì ’e rughe drio ’l còl
scuro dei vèci. Quee che intìve
te mé pare, vègner fòra
soto ’l coét dea camìsa,
co’l sbassa un fià ’a testa.
Zhèrte, squasi invisìbii, sgrafàdhe del tenpo
tea fòdra dea vita.

SOLCHI – Certe piccole, corte crepe, nella terra, / quando il sole la asciuga subito / dopo uno sputo di pioggia sul secco. // Così le rughe dietro il collo / scuro dei vecchi. Quelle che scorgo / in mio padre, fuoriuscire / sotto il colletto della camicia, / quando abbassa un poco il capo. // Certi, impercettibili, graffi del tempo / nella fodera della vita.

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Andrea Longega

Senti che odor se capisse subito
che qua dentro ga dormìo
un omo solo
(ga da esser sta quelo
longo e séco che go incrosà
in sima de le scale).
Co i omeni xe soli
no i se cambia, i se lava poco,
la docia xe suta (na roba de manco
da netàr), i saoni xe ’ncora incartài,
i sugamani grandi piegai.
Se capisse subito se un omo
xe solo da sempre: co ’l se sistema
in un lèto a do piasse come questo
no ’l se snànara ben dapartuto
butando a reméngo le covèrte
ma el se tien ben stréto
tuto da na parte
quasi el dormisse ’ncora
in quel lèto picolo
che ’l gaveva da putèlo.

Senti che odore si capisce subito / che qui dentro ha dormito / un uomo solo / (deve essere stato quello / alto e magro che ho incrociato / in cima alle scale). / Quando gli uomini sono soli / non si cambiano, si lavano poco, / la doccia è asciutta (una cosa in meno / da pulire), i saponi sono ancora sigillati, / gli asciugamani grandi piegati. // Si capisce subito se un uomo / è solo da sempre: quando si sistema / in un letto a due piazze come questo / non vi si abbandona / mettendo sottosopra le coperte / ma si tiene ben stretto / tutto da una parte / quasi dormisse ancora / in quel letto piccolo / che aveva da bambino.

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Sante (Tino) Minetto

Soto i me oci

Cascava, me recordo,
cascava giusto el dì de San Martìn.
Sui campi e sui tabari on déo de brósema,
bestie e boàri a la remota in stala;
mi coi penòti,
ma dal gastaldo, al caldo, – sto buèlo! –
goti de vin noèlo
e slèpe de polenta infasollà.
A la vigilia, mi, come ogni sera
rivando da Bertìn – lu sempre pézo! –
lo cato sol pajón pontà sui gumbi,
tuto de sbiègo e i piè de picolón.
– Scóltame! – el dise alsandose in sentón,
pi rùstego che mai, sto foganèlo!
E po’ a fadiga e coàsi par dispeto
el màstega parole dùbie e tùrbie
cofà on indovinelo.
Ma intanto el se desgrava del magón
e dopo, almanco, el se rimete chièto
e tutto se finìo, cussì me pare.
Infatti el giorno drìo lo trovo mèjo,
co n’altra sièra e voia de schersare.
El ghéa parsìn magnà, beù, cagà…
Pòro Bertín!
E’ po de paca, sofegà da on sbóco,
gnanca vint’ani, el ga incrosà le ale.
Al funerale, mi, so mare e on can.

Cussì, soto i me oci, a l’improvviso!
Ma lu el se la sentìa, se pol giurarghe,
za da la sera vanti
coàndo che alsà in sentón sol cavassale
arfiando e mutegando el me diséa:
– Stímito ch’el faría pecà mortale
on drugo ingolosío
come mi…
come ti…
òpare ca no ghémo arte né parte…
e gnente da prométarghe…
Chieve ’l se ingropa e mi vardando in volta,
a fasso finta de no vèr sentìo.
E alora lu, col gòsso pièn de rànteghi…
– Anca se fusse no me son pentío;
e lo sa Dio se ghe ga piàsso, e coànto! –

[…]

E lí davanti ai morti,
duro inverío,
me son sbrocà col me latin boàro
e ghe go dito ’l vero a Cristodío:
– Bertín Segúro no ’l se ga pentío
par na passión…
che in fin dei conti no la xe on delito,
ma ’l ga crià, mi ghe scometo, e tanto,
anca se de scondón,
par no ’vèr bu rasón,
miseria e malatía, de on so dirito.

SOTTO I MIEI OCCHI Cadeva, mi ricordo, / cadeva proprio il giorno di San Martino. / Sui campi e sui mantelli un dito di brina, / bestie e bovari a riparo nelle stalle; / io con la pelle d’oca, / ma dal gastaldo, al caldo – quella canaglia! – / bicchieri di vino novello / e fettone di polenta in fagiolata. // Alla vigilia,io, come ogni sera / arrivando da Bertín – lui sempre peggio! – / lo trovo sul pagliericcio appoggiato ai gomiti, / tutto di traverso, e coi piedi penzoloni. // – Ascoltami! – / dice alzandosi a sedere / più che mai selvatico, questo foganèlo! / E poi a fatica e quasi per dispetto / mastica parole dubbie e torbide / come un indovinello. // Ma intanto si libera da un peso / e dopo, almeno, ritorna tranquillo / e tutto è finito, così mi pare. // Infatti il giorno dopo lo trovo meglio, / con tutt’altra cera e voglia di scherzare. / Aveva persino mangiato, bevuto, caccato… / Povero Bertín! / E poi di colpo, soffocato da uno sbocco, / neanche vent’anni, el ga incrosà le ale. // Al funerale, io, sua madre e un cane. // Così, sotto i miei occhi, all’improvviso! / Ma lui se lo sentiva, si può giurarlo, / già dalla sera prima / quando alzatosi a sedere sul capezzale / ansimando e mutegando mi diceva: / – Credi che farebbe peccato mortale / un selvatico ingolosito / come me… / come te… / òpare che non abbiamo arte né parte… / e niente da prometterle… / Qui si commuove ed io guardando in giro / fingo di non aver sentito. / E allora lui, con la gola piena di rantoli… / – Anche se fosse non mi son pentito; e lo sa Dio se le è piaciuto, e quanto! – // […] // E lì davanti ai morti, / duro come un vetro, / mi sono sfogato col me latín boàro / e ho detto la verità a Cristodio: / – Bertín Segúro non si è pentito / per una passione… / che in fin dei conti non è un delitto, / ma ha pianto, ci scommetto, e tanto, / anche se di nascosto, / per non avere avuto ragione, / a causa della miseria e della malattia, di un suo diritto.

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Marco Munaro

I POÈT AD SÈT AN

A P. Demeny
A Arturo e Bona

E me mama, sarand al lìbar dal Duér,
la sa stimaa, cuntenta, senza védar,
in ti òcc azur e sot’ a la front pina ad bógne,
l’anima dal so putìn ch’ag gnéa ingósa.
Tut al dì al sudaa ubidienza; tan
inteligént; ma di tic négar, di trat
i parea pruar cl’era ’n basapiléte.
’N tl’ombra di curidór macià ’d mufa,
pasand al tiraa la lengua, i du pugn
’n tl’angunaia, e ’n t’ òcc sarà ’l vdéa di punt.
’Na porta la svarzea ’n sla sira: a la lum
’l vdéa, là, alt, ch’al rantulaa su la rampa,
sot’ a un mar ad lus tacà pingulón al tét. L’istà
soratut, vint, stupid, l’éra tantà
’d sarars in tl’òra di cèss.
Là, al pensaa, chiét, e al snasaa.
Quand, lavà dai udor dal giórn, l’òrt
dadré la ca’, in ’nvèrn, al s’inlunea,
culgà sot’ a un mur, ’nvlà ’n tla smalta
al fracaa, par incantasmars, l’òc stórno,
e ’l scultaa buligar i pai marz patòcch.
Pietà! L’era parént sól di chi putlét
che, magar indult, senza bréta, òcc balutón,
i cazaa di dì cme spròc zaj e negar ad léza
sot’ a di vistì chi sea da nanìn e da vec
e i ciacaraa e iéra blin cme i òcch.
E s’ l’al cataa inpgnà a far pietà e scaréz,
so madar la sa spaantìa; l’èssar téndar, fónd,
dal putlét as butaa sóra cal sguiz.
L’éra bón. Lé la ghea l’òc azur, – busiard!
A sèt an, al faséa di poèma, sul vivar
’n tal grand desert, a la bataìza, Lìbar,
bosch, sói, rie, saane! – Al s’iutaa
con di giurnai ’nlustrà in dóa ca, rós impizz, al vdéa
dle Spagnóle ridar e dle ’Taliane.
Quand c’la gnea, l’òc négar, mata, vistida cme ’na zigagna,
– òt an – la fióla di operai darént,
la putleta salvadga l’ag déa ’na branculada
in tn àngul, e adòss, e squasand le treze,
e lu l’era sóta ad lé e ag tacaa ’ncòst co i dént a le culate
parché le la purtaa minga mai le mudande;
– lu, tramurtì e tut a forza ad pugn e panade,
as purtaa i saór dla so pèl ’n tla càmara.
Che burdighìn le dménghe smòrte ad dizémbar,

quand, ’ncraatà, su ’n ghiridón ad nós
al lzéa ’n Evangél piturà verd-càul;
di sógn ’l turmataa ogni nòt ’n tal lèt.
’N vléa brisa ben a Dio; ma ai òmm, c’a basóra,
négar, co ’na blusa, al vdéa turnar da la Fècula,
o al marcà indo’ cla zént la crida e la rid
sot’ a ’n smartlamént ad campane.
Al s’insugnaa di prà amurós, e onde
d’lus, udor san, sbuciars d’or,
ch’i s’àgita calm e i ciapa ’l vól.
Ag piaséa soratut star al scur,
quand, ’n tla càmara nuda co le persiane sarade,
alta, blu, pina agra d’umidità,
al lzéa al so poèma mai fnì da meditar,
pin ad ziél zzai lurid e piope ’ngade,
ad fior ’d carn ’n ti bosch ’d falistre s-ciupà,
strambalón, crudàr, in tal fòss e scaréz!
– Intant ca ’s fasea ’l rumor dal culmèl
in bas, – sól, e cucià su dle pèze ad téla
gréza, e strulicand viulent la véla!

26 mag 1871.

I POETI DI SETTE ANNI – E mia madre, chiudendo il libro del Dovere / si compiaceva, soddisfatta, senza vedere, / negli occhi azzurri e sotto la fronte piena di bernoccoli, / l’anima del suo bambino che aveva schifo. // Tutto il giorno sudava obbedienza; tanto / intelligente; ma dei tic neri, dei tratti / parevano provare che la sua devozione era falsa. / Nell’ombra dei corridoi macchiati di muffa, / passando tirava la lingua, i due pugni / in tasca (all’inguine), e negli occhi vedeva dei punti. / Una porta si apriva sulla sera: al lume, / lo vedevano là, alto, rantolare sulla rampa, / sotto un mare di luce attaccato penzoloni al tetto. L’estate / soprattutto, vinto, istupidito, era tentato / di chiudersi nell’ombra fresca dei cessi. / Là, pensava, quieto, e annusava. // Quando, lavato dagli odori del giorno, l’orto / dietro casa, in inverno, s’illunava, / sdraiato sotto un muro, avvolto nel fango / premeva, per suscitare immagini incantate, l’occhio storno, / e ascoltava brulicare i pali completamente marci. / Pietà! Riconosceva amici solo quei ragazzi / che, magrissimi, senza berretto, occhi sporgenti, / cacciavano dita come spini gialle e nere di fanghiglia e sterco, / sotto dei vestiti che sapevano di infante e di avi / e chiacchieravano, dolcemente idioti, come ochi. / E se lo sorprendeva intento nella sua pietà e nel suo ribrezzo / la madre si spaventava; l’essere tenero, fondo, / del ragazzo si gettava su quel trasalimento. / Era buono. Lei aveva l’occhio azzurro, – bugiardo! // A sette anni, faceva poemi, sul vivere / nel gran deserto, affocato, Libero, / boschi, soli, rive, savane! – Si aiutava / con dei giornali illustrati dove, rosso acceso, vedeva / delle Spagnole ridere e delle Italiane. // Quando veniva, l’occhio nero, matta, vestita come una zingara, / – otto anni – la figlia degli operai vicini, / la ragazza salvatica gli dava una strapazzata / in un angolo, e addosso, e squassando le trecce, / e lui era sotto di lei e le mordeva il culo / perché lei non portava mica mai le mutande; / – lui, mezzo tramortito a forza di pugni e calci, / si portava i sapori della sua pelle in camera. // Che struggimento le domeniche smorte di dicembre, / quando, incravattato, su un comodino di noce, / leggeva un Vangelo dipinto verde-cavolo; / dei sogni lo tormentavano ogni notte nel letto. / Non amava Dio; ma gli uomini che, verso sera, / neri, in camicia, vedeva tornare dalla Fecola, / o al mercato, dove la gente grida e ride / sotto uno smartellamento di campane. / Sognava prati amorosi, e onde / di luce, odori sani, sbocciare d’oro, / che s’agitano calmi e prendono il volo. // Gli piaceva sopra tutto stare al buio, / quando, nella camera nuda con le persiane chiuse, / alta, blu, piena acre di umidità, / leggeva il suo poema mai finito di meditare, / pieno di cieli gialli luridi e pioppe annegate, / di fiori di carne nei boschi di faville scoppiati, / vertigine, crolli, deragliamenti e brividi! / – Mentre maturava il rumore nella via / in basso, – solo, e piegato su delle pezze di tela / grezza, e strolicando violento la vela!

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Nerina Noro

VICENZA

su le to strade
go reçità
la me vita.
Giorno par giorno
te go fotografà
dentro ’n tei oci.
Te porto con mi
dapartuto, ’n tel sangue.
Ghe xe i me morti
soto ’sta tera!
’N te la to aria
ghe xe le so vose,
se tuto tase
sento anca el fià.
Dentro al to gnaro
mi trovo tuto:
pianto, speransa,
sogni desfà.
Trovo anca i basi
che go ciapà.

VICENZA Le so vose: le loro voci. Fià: fiato. Gnaro: nido. Desfà: disfatti.

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Romano Pascutto

’NA CARTUINA DAL CARSO

Me pare mort l’è sta un bon patriota,
ma no l’ha mai fat nissuna confusion
fra patria e bae che conta la storia.
L’è partì lassando me mare a strussar
co sie fioeti picui, pessoni e cagoni.
’Na volta dal Carso n’ha mandà lustra
’na cartuina co sie bugnigui sentadi
sora l’urinal e ’na trombeta in boca.
Sora gera scrit in grando: W L’ITALIA!
Te domande de perdonarme, popolo mio:
co sinte i fassisti parlar de patria
me vien in ment i sie fioeti sentadi
su l’urinal, che i sonava par davanti
e co pi’ gusto trombetava par dadrìo.

UNA CARTOLINA DAL CARSO – Mio padre morto è stato un buon patriota, / ma non ha mai fatto nessuna confusione / fra patria e balle che racconta la storia. / È partito lasciando mia madre a penare / con sei figli piccoli, con il moccio al naso. / Una volta dal Carso ci ha mandato lucente / una cartolina con sei bambini seduti / sull’orinale e una trombetta in bocca. / Sopra era scritto in grande: W L’ITALIA! / Ti domando di perdonarmi, popolo mio: / quando sento i fascisti parlar di patria / mi vengono in mente i sei bambini seduti / sull’orinale, che suonavano per davanti / e con più gusto trombettavano per didietro.

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Bino Rebellato

’NA BEA MATINA

’Ntel pantan de vermi che so mi
gnen drento tuto ’l gòdarse
de ’a bea matina. Canpi taraji
visèe fiuri nuvoe no i ga gnente
de ’a legra furia
che me rabalta.
Ghe n’avesse na s’cianta
osèi montagne buschi malghe çiéo
che gnancora se move.

UNA BELLA MATTINA – In questo pantano di vermi che sono io / viene dentro tutto il godersi / della bella mattina. Campi terragli / vigne fiori nuvole non hanno niente / della allegra furia / che mi stramazza. / Ne avessero un poco / uccelli montagne boschi malghe cielo / che ancora non si muovono.

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Eugenio Tomiolo

Mi no go gnente e so de pochi schei
e cô camino no go fermo el passo;
vogio cantar, ma me go poca vose,
strete de colo le camise,
el sangue bate ne la testa voda,
galine che starnassa xe el pensier,
me frua la costa el respirar ansioso,
gnente de bon me speto, e son contento.

Io non ho niente e sono di pochi soldi / e quando cammino non ho fermo il passo; / voglio cantare, ma ho poca voce, / strette di collo ho tutte le camicie, / il sangue batte nella testa vuota, / galline che starnazzano è il pensiero, / mi consuma la costola il respiro ansioso, / niente di buono mi aspetto, e sono contento.

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Sandro Zanotto

COFÀ UN PESSE DA FONDI

Sentai tacà na ribola da tendare
no se pole scalumare le rive verte.
anca se no te voi se va drio na carezà
sensa cormei da segnarla. Drio ste aque
marse e ferme da senpre.
Co l’ocio no varda le rive, el cata na facia
che vien su dal pantasso cofà un pesse
da fondi («ergo age, fallaci timide
confide figurae»): no se la vede ben
ma la ghe xe, svelta cofà na scaja
che salta su l’aqua, co la se ferma
la va soto e te la perdi.
Quei che va, ga el so purgatorio
senpre distante dai slarghi,
qua in sto palùo de l’anema
ghe saremo senpre in neterno amen:
chi ga la so fede no xe mai rivà.

COME UN PESCE CHE VIVE NEL FONDO – Seduto accanto a una barra di timone a cui badare / non si possono osservare con attenzione le sponde aperte. / Anche non volendo si segue una carreggiata / senza paracarri che la seguano, dietro queste acque / putride e ferme da sempre. / Quando l’occhio non guarda le sponde, trova un volto / che sale dal profondo stomaco come un pesce / che vive nel fondo («ergo age, fallaci timide / confide figurae»): non lo si vede bene / ma c’è, svelto come un sasso piatto / che salta sull’acqua quando si ferma / si immerge e lo perdi. / Quelli che vanno, hanno il loro purgatorio / sempre lontano dai luoghi aperti, / qui in questa palude dell’anima / ci saremo sempre in eterno amen: / chi ha la sua fede non è mai arrivato.

Andrea Longega – Caterina

caterina300

Andrea Longega  – Caterina (come le cóe dei cardellini) – Edizioni L’obliquo 2013 – € 11,00

 

Caterina è l’inserviente di un albergo di Venezia. Una signora, come tante, che tutti i giorni esce di casa e va a rassettare le stanze dove passano i turisti. Per lei, per le vite come la sua, Andrea Longega scrive un canto in versi, nella lingua della terra veneziana; lo fa col tratto leggero tipico della propria poesia, con la quale il piccolo gesto, la parola suonata dolce dal dialetto della Laguna, racconta. “Ma par chi xe / che i me ga ciapà? / no so minga la so serva  / che i me fa star qua / tuta quanta la giornada / che i me ciama a che ora che i vol / mi go le mie robe da far / na casa na vita fora da qua / go bisogno de aria, par le gambe / go bisogno de caminar – // Tuti sti ani ghe go dà / tanti schèi par niente / ai sindacati.” (Ma per chi è / che mi hanno presa? / non sono mica la loro serva / che mi costringono a restare qui / tutto il giorno / che mi chiamano all’ora che vogliono / ho le mie cose da fare / una casa una vita fuori di qua / ho bisogno d’aria per le gambe / ho bisogno di camminare – / Tutti questi anni ho dato / tanti soldi per niente / ai sindacati.)Il racconto di Caterina e un continuo fare dentro e fuori tra i gesti del rassetto e il commento in sottofondo ai clienti. Tra il modo superficiale di comportarsi degli ospiti e la vita propria fatta di stanchezza, di un lento trascinarsi, desideri e rinunce. Come tutte le vite. Il personaggio scelto dal poeta ha, nella sua semplicità, una grande capacità di osservazione, uno sguardo che sa cogliere e guardare lontano. Allora i clienti che non lasciano mance, che portano via le saponette e i profumi, che viaggiano da soli e si lavano poco, attraversano col loro fugace passaggio il lento declino che segna Venezia. La fine di un mondo dove tutto è cambiato, nonostante nulla sembri mutare da secoli. Chi può cogliere i mutamenti se non chi dentro questo mondo è nato e cresciuto. Che dello sfarzo vede solo la periferia, lo sporco di una camera di lusso, il rifiuto lasciato nel cestino. Che il declino lo sente sulla pelle, lento come il tramontare della vita o del sole a Marghera, come il brontolìo tipico dei veneziani in coda al vaporetto, a passo rapido dentro la nebbia. Le camere d’albergo sono lo specchio a cui sottrarsi e dal quale guardare gli altri e sono la finestra provvisoria dalla quale l’occhio inocula il mondo che si muove sull’acqua. “A marzo co riva quele matine / de sol ciarissimo me incanto / davanti a quel balcon che buta / in Canal Grando / sora l’acqua tuto quel sbrisegàr de luce / tagià dal nero lento de le gondole / dal zalo delicato dei vaporéti… // Co xe marzo meto zo / el sécio e la strassa / e davanti a quel balcon / me incanto.” (A marzo quando arrivano quelle mattine / di sole chiarissimo resto incantata / davanti a quella finestra che guarda / sul Canal Grande / sopra l’acqua tutto quel luccichìo / tagliato dal nero lento delle gondole / dal giallo delicato dei vaporetti… // A marzo metto giù / il secchio e lo straccio / e davanti a quella finestra / resto incantata.) Come nota Edoardo Zuccato in postfazione la levità della scrittura è la chiave d’ingresso che Longega ci consegna. Chiave che in questo caso consente a Caterina di cogliere quasi con noncuranza ogni sfumatura, riconoscere da un letto disfatto se si è fatto l’amore oppure no. La saggezza di Caterina è tutta racchiusa in una poesia che proprio la conoscenza e la saggezza pare negare. “Na serva non pol esser / più de tanto svégia / la vede quelo che la vede / più de là no la riva. / A netar  tuto el giorno le robe / la capisse solo quelo che la fórbe / e a la fin ghe vien / quasi da dir / che la vita xe quela / che tuto ‘l ben / e ‘l mal no va più in là / de do intimèle da cambiàr.” (Una serva non può essere / più di tanto sveglia / vede quello che vede / oltre non arriva. / A pulire tutto il giorno le cose / capisce solo ciò che spolvera / e alla fine le viene quasi da dire / che quella è la vita / che tutto il bene / e il male non vanno più in là / di due federe da cambiare.) Che bellezza.

Gianni Montieri

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Andrea Longega: poesie

Da Finìo de zogar, edizioni Il Ponte del sale 2012

 

Da picolo no go mai scavalcà i mureti
né slargà da sóto le redi
par entrar ne i orti a rubar l’ua
o i àmoli rampegà su i alberi.
E sì che l’orto quelo più grando
lo gavevo là – de là da i véri
alti de la fornasa – ma dopo le quatro
a giugno niente me fasseva saltar
zo tra le erbe alte, restavo invense
a vardar dentro
ne i forni el fògo, a ‘scoltar
quel so bel rumor che imaginavo
dovesse far anca de nòte le stéle
e tuto intorno i scagni, i séci, le càne lustre
e nel cantón dove i se spogiava
le canotiere, le savàte nere de i operai
el straniamento par la prima volta
davanti a le copertine tacae su i muri
le pagine de i Skorpio,co le done nue.

Da piccolo non ho mai scavalcato i muretti | né slargato da sotto le reti | per entrare negli orti a rubare l’uva | o le susine arrampicato sugli alberi. | E sì che l’orto più grande | l’avevo là – di là dai vetri | alti della fornace – ma dopo le quattro | a giugno niente mi faceva saltare | giù, tra le erbe alte – restavo invece | a guardare dentro | nei forni il fuoco, ad ascoltare | quel suo bel rumore che immaginavo | dovessero fare di notte anche le stelle | e tutto intorno gli scanni, i secchi, le canne lucide | e nell’angolo dove si spogliavano | le canottiere, le ciabatte nere degli operai | lo straniamento per la prima volta | davanti alle copertine attaccate sui muri | le pagine di Skorpio,con le donne nude.

 

Sédese giorni a Venessia miss Nancy
with the dollar very weak te vedo
incantàda davanti ai quadri in giro
par ciése e musei ti disi a 81 ani
sarà par l’ultima volta ma chi lo sa
ti me par cussì bela miss Nancy
in the morning having breakfast
co le man che te trema
al Floriàn.

Sedici giorni a Venezia miss Nancy | with the dollar very weak ti vedo | rapita davanti ai quadri in giro | per chiese e musei dici a 81 anni | sarà per l’ultima volta ma chissà | mi sembri così bella miss Nancy | in the morning having breakfast | con le mani che ti tremano | al Florian.

 

«Dighe che ‘l vada pian
                                      che me manca ancora un ocio»                                 

De matina presto in batèlo
le done se dà
el truco sul viso
ingrotoìe dal fredo le briga
svelte co specéti e penèli
e mi là davanti sentà
speto che riva
el momento crucial
co le ga da tirar – contro onde
e atràchi sbagliai –
drita quela riga fina
a la base de i oci.

Di mattina presto in motoscafo | le donne si truccano | il viso | intirizzite dal freddo armeggiano | svelte con specchietti e pennelli | e io là di fronte seduto | aspetto che arrivi | il momento cruciale | quando devono tracciare | – contro onde | e attracchi sbagliati – | dritta quella linea sottile | sotto gli occhi.

 

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e  braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

 

::::::::::::::::::::::::::::::::::a Diego

In fondo al campo
porsèi e cani serai insieme
da drio le rédi, più zo le galine
a rassolar tra le piere,
tra le gambe el gato rosso
co na recia scortegada e intorno la casa,
la vècia dise, le péste de la vólp
e ‘l pensier de l’orso.

Tuto un inverno
– na vita? – che xe un miracolo
fato solo de bestie
e de neve, e mi che so bon solo
a pensar e veder
che le savàte bele
de feltro ai pìe, qua fora,
a far fatùre, ghe deventa nere.

In fondo al campo d’erba | cani e maiali chiusi insieme | dietro le reti, più giù le galline | a razzolare tra le pietre, | tra le gambe il gatto rosso | con l’orecchio scorticato e intorno alla casa, | la vecchia dice, | le orme della volpe | e il pensiero dell’orso. || Tutto un inverno | – una vita? – che è un miracolo | fatto solo di bestie | e di neve, e io che riesco solo | a pensare e vedere | che le ciabatte belle | di feltro ai piedi, qui fuori | a far mestieri, le diventano nere.

 

Che stupido l’ocio del poeta
che co ti te alzi dal lèto
finìo de zogàr
de ti varda i pìe bianchi
el segno
de i calzéti su le caviglie.

Che stupido l’occhio del poeta | che quando ti alzi dal letto | finito di giocare | di te guarda i piedi bianchi | il segno | dei calzini alle caviglie

 

Ancora quasi a quaranta ani
fasso le scale drio de ti.
La braga che se alza ad ogni scalìn
te segna la gamba magra, gamba de chi
ga fato poco sport, e mi – diverso
anca in questo – sèro la fila,
drio de ti.

Ancora quasi a quarant’anni | salgo le scale dietro a te. Il pantalone che si alza ad ogni scalino | ti segna la gamba magra, |gamba di chi | ha fatto poco sport, ed io – diverso | anche in questo – chiudo la fila, | dietro a te

 

Inediti

 

::::::::::::::::::::::::::::::::::venezia-monaco, dicembre 2011

Dal ponte de la ciésa te vedevo
venir vanti par la riva longa
e da come ti movevi i brassi
capivo tuto – estri e novità

Beati i tempi
de finìa la guera (a casa tua
gera pena rivada la corénte)
e mi abituada a vardar
fora da balconi che butava
sul scuro de na cale
desso de inverno me svegiavo
co davanti el spetacolo
de le montagne coverte de neve
e a un palmo de luce
el campanil storto
de Buran.

Dal ponte de la ciésa ti vedevo | avvicinarti lungo la riva longa | e da come muovevi le braccia | capivo tutto – umori e novità || Beati i tempi | finita la guerra (a casa tua | era appena arrivata l’elettricità) | e io abituata a guardare | fuori da finestre che davano | sul buio di una calle | adesso d’inverno mi svegliavo | con davanti lo spettacolo | delle montagne coperte di neve | e ad un palmo di luce | il campanile storto | di Burano.

 

CANDELÒRA

So ‘ndada dabasso a tòrme
do litri de late e na bòssa
de varechìna (e diséme in che altra cità
ti pol girar par la strada in savàte
senza esser ciapàda par mata)

go tirà zo le tende
go netà le lastre co aqua e aséo
(le gaveva propio bisogno
de na bela desgossàda)
go messo tuti i pitèri sul pèrgolo
ghe go dà na passada
al pàto de le scale

gero cussì stufa
de piove e aque alte
che stamatina co go visto el cielo
e tuto sto bel sol
anca se xe pena scominzià febraio
(ma no sarà minga ancùo
la madona candelòra?)

go fato primavera.

CANDELÒRA.   Sono scesa a comperare | due litri di latte e una bottiglia | di varechina (e ditemi in quale altra città | puoi girare per strada in ciabatte | senza esser presa per matta) || ho tolto le tende | ho lavato i vetri con acqua e aceto | (avevano proprio bisogno | di una bella pulita) | ho messo i vasi da fiori sul poggiolo | ho spolverato | il corrimano || ero così stufa | di piogge e acque alte | che stamattina quando ho visto il cielo | e tutto questo bel sole | anche se è appena iniziato febbraio | (ma non sarà mica oggi | la madonna candelora?) || ho fatto primavera.

 

Dentro sta aqua so nata
e dentro sta aqua morirò –
semo lontre nuialtri venessiani
semo rane, e no stene creder
co se lagnemo de l’aqua che cresse –
co le fondamenta va soto
co va soto le cali
dentro quel aqua se inpianta
le nostre raìse
e co serve come i sorzi trovémo
senpre na piera più alta – na sfesa
che ne salva.
Dentro quest’acqua sono nata | e dentro quest’acqua morirò – | siamo lontre noialtri veneziani | siamo rane, e non credeteci | quando ci lamentiamo dell’acqua che sale – | quando le fondamenta affondano | quando affondano le calli | dentro quell’acqua si piantano | le nostre radici | e quando serve come topi troviamo | sempre una pietra più alta – una fessura | che ci salva.

 

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Ponte de mèzo (Campanotto, 2002), Fiori nòvi (Lietocolle, 2004), El tempo de i basi (Edizioni d’if, 2009), Da staltra parte de la riva (tre poesie e un’incisione, Edizioni dell’Ombra, 2010) e Finìo de zogàr (Il ponte del sale, 2012). Sue poesie sono contenute nel libro fotografico venicevenezia di Leonard Freed e Claudio Corrivetti (Postcart, 2006) e nelle seguenti riviste di poesia: “L’Ulisse” di Lietocolle (n. 7-8), “Poeti e Poesia” (n.10, aprile 2007), “Tratti” (n.78, estate 2008 e n.83, inverno 2010), “Il monte analogo” (n.8, novembre 2008).

Per chi volesse ascoltare Andrea Longega leggere i suoi testi:  Virgole di poesia – Longega