Andrea de Alberti

Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie

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Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie, Einaudi, 2017

 

la conoscenza dell’animo umano ha una deriva
che porta un continente a scontrarsi con la volta delle stelle.

È questo un libro che viene da molto lontano, ed è una cosa che si avverte ancor prima di venirne a conoscenza; e non parlo del tempo naturale di gestazione di un libro serio di poesia, che solitamente richiede qualche anno, parlo invece del tempo tutto quanto. Un tempo che è foderato di memoria, brandello di stoffa dopo brandello, un tempo che va fino alle nostre origini e fa ritorno, un tempo che viene dai nostri spazi più profondi e nascosti, dagli interni, appunto, quelli che nessuno vede, che nessuno sa, che spesso nemmeno noi sappiamo. Andrea De Alberti (giunto al suo quarto libro) conferma l’originalità che ho sempre trovato nei suoi testi, senza che questa ceda mai all’eccesso, alla “stranezza” fine a se stessa. De Alberti, sul tavolo da biliardo, gioca di sponda solo se è necessario; se la strada per andare in buca è spianata, De Alberti segue quella traiettoria, perché sa che non avrebbe senso allungare il percorso, per concedersi un vezzo, per un piccolo spettacolo fine a se stesso.

Imperfetto è ciò che si è trovato,
l’opera incompleta è trasformata in desiderio
e ha una propria e viva collazione,
essere utile nelle ossa ai nostri simili,
salvaguardare ciò che ci rimane per restare
in una spazio che si fonda su se stesso
e sotto ha un qualcosa che sprofonda.

L’interno della specie è una sorta di dominio privato, una casa a più trame, i cui muri sono tenuti insieme da cicatrici e da fili tesi ed elastici che guardano al futuro. La casa di De Alberti ha fondamenta fatte di memoria, dolori, mancanze, certezze, conoscenze. Ha fondamenta che parlano continuamente con la storia. E poi è piena di finestre alte e spalancate, di libri e fotografie, di giocattoli per bambini, di disegni. La casa del poeta è fatta di passato e di futuro. Ed è una casa bellissima. Se quello che il libro comunica è una chiarissima algebra sentimentale non lo si deve all’ovvietà dei testi, che invece sono costruiti benissimo, in un’alternanza di immagini e parole pesate con estrema cura. Ci sono paure messe da parte davanti a una camomilla divisa, e una speranza che salta davanti agli occhi dopo un ricordo. C’è la scienza, c’è una storia bellissima che viene dai fossili, sì quelli che ci insegnavano alle elementari. Ci sono i gorilla e gli elefanti, che sono gli animali da zoo, da documentario, da fiaba; e sono anche gli animali che più ci somigliano. La scimmia sta lì e ci ricorda ciò che non siamo, ciò che avremmo potuto essere, ciò che non siamo riusciti a diventare. La scimmia e il gorilla mi chiedo se non siano una sorta di specchio dentro il quale rifletterci e nel quale trovare il lato oscuro, il tempo sprecato, la nostra origine.

Qualcosa ci sostiene.

È un libro sul vuoto, su quello che poteva essere e non è stato, e su quello che per fortuna è stato. Poesie che raccontano un equilibrio precario, sul quale in ogni modo e in ogni caso ci si regge. De Alberti ci regala un sostegno a cui tenersi, l’apposito sostegno dei tram, mentre sta cercando il suo. E trovare ciò che ci possa sostenere è un lavoro che va fatto giorno per giorno, e non è facile e non è possibile fare un lavoro diverso.
Le poesie di De Alberti ci avvolgono piano piano, parola dopo parola, si capisce che vengono costruite a con lentezza, senza fretta e senza fretta ci vengono a prendere; come quando suona il telefono e dall’altra parte c’è la voce che non riconosci ma che volevi sentire da un sacco di tempo. La telefonata che non ti aspettavi più. E poi c’è anche dell’ironia in questo sguardo, c’è la voglia di non prendersi troppo sul serio senza essere superficiali, senza esserlo mai. Mi pare che questo sia un libro al quale si possa ritornare spesso, aprendolo anche a caso, quando si può fare questo ci troviamo di fronte a un libro di poesia riuscito, molto riuscito.

© Gianni Montieri

Andrea de Alberti, Dall’interno della specie

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Andrea de Alberti, Dall’interno della specie, Einaudi 2017, € 10,00, ebook €6,99

 

Esce oggi Dall’interno della specie di Andrea de Alberti, libro del quale ci occuperemo nelle prossime settimane; proponiamo stamattina tre poesie in lettura.

 

Prima del nuovo mondo

Ci penso spesso che stavamo lí un po’
a rigirare un senso in una camomilla,
a un certo punto dire una frase,
non aggiungere altro, è successo anche
questo ma poteva andare peggio,
certe riflessioni che non escono,
abbracciarsi come stringersi in un’idea del dopo
in una lunga notte di rappresaglia,
dove i tedeschi erano in agguato,
oppure qualcuno che ci era alleato
non lo sapeva ancora e ci bombardava la testa
mentre nostro figlio stava per nascere
in un suo tempo.

 

Il dolore ai tempi dell’Aulin

Il dolore è a basso consumo energetico,
ha certo per noi un’aria familiare piú o meno consolante,
ha un livello di attenzione fuori dal comune,
lo vedi come si attacca a tutto,
ai piccoli nei, alle macchie sul corpo,
non ha un interesse classificatorio,
non fa distinzioni di razza,
il dolore è un tipo di cottura: se non lo controlli,
se non lo giri ogni momento si attacca come il risotto.
Il dolore si produce sia per il freddo sia per il caldo,
dal di fuori e dal di dentro,
si prepara in panchina con un dovuto riscaldamento,
si allena ogni minuto per entrare in campo,
il dolore dorme poco di giorno e niente di notte,
quando ha il raffreddore gli sembra di morire,
quando sta bene è scaramantico e non lo vuole dire,
il dolore ha una parola buona per tutti.
Il dolore è come quando uno non sente al telegiornale
ma capisce da strani segni che qualcosa sta andando male.

 

Bisognerebbe elaborare tutto

Bisognerebbe elaborare tutto,
ci vuole tempo, energia, memoria,
un po’ di persone che pensano a te
come da milioni di anni, farebbe bene,
rivedere chi ci ha lasciato
e lasciare un regalo a ogni persona
in un movimento della memoria,
penso a un pendolo, con un bel suono.
Bisognerebbe elaborare tutto,
le voci dei bambini, gli incubi della notte,
la prodigiosa realtà del mezzogiorno,
la percezione dell’antro,
quando ti allontani dal mondo
la buonanotte… staremo a vedere.

 

© Andrea de Alberti

5 poesie inedite di Andrea de Alberti

di Andrea de Alberti

apocalisse



Mi ha chiesto se la croce è la casa di Gesù.
Non potevo che rispondergli di sì,
il sangue non gli deve sporcare il cuore.
Siamo andati al cimitero da mio padre,
mi guardava incuriosito perché non gli avevo
detto niente, ma sapeva che eravamo entrati in una casa.
Credo pensasse che anche il più lontano dei volti
è degno di ammirazione.
Poi ha fissato suo nonno che rideva nella foto.
Mi ha detto: ho visto una croce sulle labbra del nonno,
come una farfalla che lo fa respirare.


14

Siamo in settembre e stiamo preparando un polittico
di stelle, un blazer a righe e una coperta di lana per l’inverno,
siamo i pronipoti di un’antica specie,
siamo in due, ci tenevo a dirlo, nella notte dimenticata dai satelliti
e dalle astronavi terrestri. Useremo  i sogni, non ridete vi prego,
e i sogni useranno noi.
Nonostante i computer avremo bisogno sempre di facce,
di lettere e di un nastro per registrare tutto quanto cercheranno di portarci via.
Come avrete capito abbiamo iniziato a vendemmiare,
i libri qui non c’entrano, l’indice è questo:
un dito che punta un altro dito.
Pensiamo al rendiconto. Il pensiero si è fermato
nel primo isolato dove la panchina
è vuota e l’albero non riesce a immaginare come
prolungarsi sul sentiero.
In questo momento disegniamo una veranda per fare spazio alla casa.
Ogni tanto ci fermiamo. Niente.
Le pannocchie tengono dentro il rumore della strada,
non ci sono segni di viaggiatori né cerchi concentrici nei campi di grano.
Ogni tanto una voce pesante ci dice: “non andatevene anche voi…”. Grazie.
Adesso ci aspettano a cena. Abbiamo chiuso le porte, ci guardiamo le scarpe.
Non siamo mai stati tanto felici a dieci chilometri da casa.


Ezekiel Dlamini pugile detto “King Kong”

Così mi sono lamentato
del tappeto troppo soffice
e dei guanti con la sabbia,
l’avanzata di un tempo terribile,
il bagno senza specchi,
le spugne per terra,
quando in un’altra provincia
combattevano sul ring
neri contro bianchi,
ballavo alle feste in Sudafrica.
Come sono stanchi i piedi,
come sono verdi
questi cadaveri di carne:
la candela si è spenta,
il motivo è stato comunicato
come funebre notizia,
sono tornato normale,
rovesciato nel fremito
raccolto di un altro alveo senza terra.
Ho scoperto il miracolo della pioggia,
la calamita naturale,
la spugna senza acqua,
sento la mia bella voce sul ring,
soffocata dalla guerra.


Apocalisse con figure

E venne il giorno come origine dell’elezione
nell’esperienza più diffusa del bene
dove chi vive l’amore ha un cosmo sottile
da costruire e lì rimane a giudizio del tempo.
Il capitano Kurtz sentiva gli elicotteri avvicinarsi
sottovento, pensava di essere King Kong
sulla cima del mondo.


Preghiera del capitano Kurtz

Questo amore purissimo
delle tre di notte
delle salite
delle coincidenze
delle attese marginali
delle stelle lattonate
dei piccoli indifesi
delle chiamate
delle persone abbandonate
delle madri
dei padri
dei cuori disidratati
di chi torna sulla terra
di chi non torna
di chi mi fa conoscere il bene
di chi mi fa capire quanto
non ho potuto capire nel male
e se il bene è nel bene e se
così non sarà per sempre anche per il male.