Andarsene

Rodrigo Hasbún, Andarsene

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Rodrigo Hasbún, Andarsene, Edizioni SUR, 2016, trad. di Giulia Zavagna, € 15,00, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

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Andarsene è l’imperativo che guida i personaggi di questo romanzo di Rodrigo Hasbún; andarsene è quell’esigenza dello spirito mai pacificato, con il mondo e con se stesso: nel moto perpetuo e irrequieto pongono le loro radici mobili Monika e suo padre, poli complementari della medesima evasione.
Hans Ertl, padre di Heidi, Trixi e Monika, è un uomo in fuga, un uomo che tenta di reinventarsi: dopo aver lasciato alle spalle la Germania nazista e il vecchio continente cerca in Bolivia un posto in cui riprendere la vita. Dietro alla macchina da presa nasconde lo spaesamento, dietro un obiettivo chimerico l’illusione di un senso definito e perseguibile. Solo nell’epica dell’avventura folle e fine a se stessa, sotto il vessillo della scoperta pura, Hans può ritrovare un bagliore di identità: marciando tra le foreste alla volta della mitologica Paititì egli si spoglia delle vesti di cineasta propagandista del nazismo e si fa tabula rasa per lasciar spazio all’insorgere di un nuova memoria.

Il futuro è qui, l’avevo sentito dire varie volte negli ultimi giorni, l’Europa ha perso la sua opportunità, è il turno di paesi come questo. Nel nostro paese non era più molto amato e il disprezzo era reciproco, sebbene la cinematografia tedesca gli dovesse tanto. Durante le olimpiadi di Berlino, nella famosa produzione di Leni Riefenstahl, papà era stato il primo cameraman a filmare sott’acqua e a fare delle riprese aeree incredibili, il primo in tante cose. Per anni si era anche dedicato a scattare delle impressionanti foto di guerra. Lo sapevamo tutti e noi meglio di chiunque altro, non per niente eravamo stati costretti a cambiare vita e continente.

L’archeologia è il tentativo di organizzare il ricordo e la visione prospettica del futuro, di rinsaldarli in quel corpo che ne accusa lo scollamento: Hans è l’uomo che ha perso il ritmo della propria esistenza, colui che peregrino colma la perdita attuale con la promessa utopica. Paititì è il fine e la fine di un’archeologia esistenziale che pone Hans faccia a faccia con il fallimento e l’istinto di sopravvivenza: Paititì è il simbolo che muove la ricerca tra le viscere della foresta, tra i meandri psicologici di un uomo reciso. (altro…)