Ancestrale

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Le “parole salvate” di Goliarda Sapienza

Le ‘parole salvate’ di Goliarda Sapienza. Per fare un po’ di chiarezza su Ancestrale

di Fabio Michieli

 

 

Ruggiero Di Lollo una volta disse che Goliarda Sapienza «ha salvato tutte le parole che ha voluto salvare»; Di Lollo disse ciò riferendosi alla narratrice, alle molte parole con le quali Sapienza ha costruite non solo le pagine di L’arte della gioia, ma ogni pagina di ogni suo romanzo e ogni suo taccuino. Eppure, come più volte ho sostenuto, questo salvataggio risale a molto prima; risale alla frattura generatasi dalla morte di Maria Giudice, e per uscire dal lutto e prima ancora dalla fatica del lutto – un lutto lontano, archetipico, sigillato sin dalla scelta del suo nome da parte dei genitori – Goliarda Sapienza iniziò a scrivere poesie che la ricongiungessero con la parte di sé perduta anche attraverso il salvataggio di una lingua fondata su precise parole dal senso pieno, totale, mai abbozzato, mitigato, ac­cennato, eluso o alluso: una lingua assoluta.
E quali sono queste parole salvate? Sono parole d’uso comune che in lei diventano indicatori tematici: sole, sangue, amore, pane, legno, corpo, madre, padre, figlio, figlia, luna (sempre con valenza negativa, come in Notte siciliana: «La luna mente/ La lingua fra le labbra/ Sanguina/ Sul silenzio convulso degli uccelli/ Dietro c’è un sole»), per dirne alcune, e tutte sempre afferenti alla quotidianità e provenienti da una lingua piana ma non popolare, affini quindi alla lingua della poesia del secondo dopoguerra che co­nobbe un progressivo al­lontanamento dalla necessaria oscurità della poesia italiana predominante tra le due guerre mondiali.

Ora che Ancestrale non è più una assoluta novità, e che della poesia di Goliarda Sapienza si è cominciato a scrivere con volontà critica, è giunto pure il momento di fare un po’ di chiarezza e, per esempio, smettere di contrapporre questa sua poesia alla stagione ermetica: è un antagonismo che non regge perché quando Ancestrale fu organizzato per la prima volta gli stessi protagonisti della seconda e più influente stagione ermetica avevano cessato di essere tali. Pure un esordiente Zanzotto aveva già iniziato a contaminare la koinè ermetica con massicce dosi di realismo storico. Luzi aveva virato verso una poesia più narrativa e meno debitrice del simbolismo. Montale aveva consegnato il suo terzo libro che è tutto fuorché ermetico.
Tirare in ballo gli oscuri versi ermetici per contrapporvi la luminosità di Sapienza equivale a indulgere nell’errore. Soprattutto se consideriamo i debiti contratti come lettrice con Ungaretti, Montale, Quasi­modo e Gatto; debiti “scolastici”, sia ben inteso.
Pensiamo, ed è un esempio tra i più lampanti, all’attacco di A mia madre e a quel «Quando» che sembra discendere direttamente dal «Quando» posto in apertura da Ungaretti nella sua poesia Nostalgia. L’invo­cazione è medesima, ed è innegabile la paternità ungarettiana dell’incipit per l’assidua frequentazione di Goliarda lettrice con la poesia di Ungaretti, salvo naturalmente il successivo sviluppo nelle consuete mo­dalità della prosodia della poeta siciliana, ferma restando la staticità evocativa e rappresentativa tipica del petrarchi­smo imperante anche nella tradizione primo novecentesca.

Altro mito da sfatare è quello della semplicità, della immediata chiarezza o comprensibilità, della poesia di Goliarda Sapienza. E chi scrive in questo momento è uno che in precedenza ha sempre appoggiato questa linea interpretativa, ma che dopo riletture continue, dovute anche a una sorta di convivenza con Ancestrale come conseguenza dello spettacolo Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza, ha negli ultimi due anni maturato un’altra visione d’insieme di questa poesia.
Tolto un gruppo non folto di componimenti, effettivamente immediati in conseguenza alla deriva narrativa o di un avvicinamento alla prosa, in linea col gusto corrente di non poca poesia tra la fine degli anni Cinquanta e i successivi Sessanta del secolo scorso, non pochi testi in realtà si propongono quali istanta­nee di un momento emotivo individuale per i quali, l’assenza di un contesto che ne chiarisca l’origine, si rende inevitabilmente vana ogni esegesi che espliciti il significato dei versi.
È questo di sicuro il caso di uno dei componimenti più oscuri, quasi ‘ermetico’ per scelte sintattiche messe in atto, presenti in Ancestrale:

Scialli neri parati contro il sole
precipitano il delitto. Un lutto stretto
avvolge i tetti il mare. I topi
assetati attendono il segnale, la risacca
col suo bottino d’alghe
cadaveri conchiglie.

Si tratta di un chiaro ricorso a un immaginario di simboli non certo afferrabili alla prima lettura, dove la presenza umana è relegata ai paramenti luttuosi o, per paradosso, ai corpi attesi perché privati della vita a causa di un naufragio probabilmente. Perché è di questo che la poesia di Goliarda Sapienza parla: di pescatori morti per annegamento, e che non tornando alle proprie case, hanno innescato la ritualità del lutto di una comunità. Prima ancora del significato, del senso della poesia, ossia di quell’elemento che in una tipologia di poesia che si vorrebbe chiara, comunicativa, dovrebbe giungere subito, arrivano le immagini, i simboli di una poesia che, invece, si propone proprio di esaltare tutta la sua forza evocativa con strumenti provenienti dalla poesia degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, attraverso anche l’eco pirandelliana. Una poesia, insomma, profondamente intrisa di riferimenti letterari.
Ciò che distingue questa poesia di Goliarda Sapienza da una poesia di Alfonso Gatto, per esempio, è il costante ricorso a un lessico comune piano, sorretto, però, da una tutt’altro che piana sintassi (l’uso tran­sitivo del verbo ‘precipitare’ ne è la riprova). L’evitare ogni aulicismo non è, e non può essere considerato, sinonimo di semplicità e comunicabilità.

Ciò che in sostanza Goliarda Sapienza salva è il lessico domestico ereditato di sicuro dalla madre, Maria Giudice, primo motore della poesia di Ancestrale; un lessico, come più volte ripetuto, molto semplice, piano, ribadisco non popolare, in cui agiscono però moltissimi altri elementi che denunciano comunque quella appartenenza borghese che fece sì che questo libro non fosse compreso a suo tempo.

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Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

Jean Gabin nella scrittura di Cesare Pavese e Goliarda Sapienza

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Questo scritto divulgativo propone un breve excursus sulla figura di Jean Gabin nell’opera di Goliarda Sapienza e di Cesare Pavese. Non si intende qui sistematizzare uno spunto (forse troppo vasto per essere governato), ma tentare di dare verità ad alcuni legami sottili, cercando il più possibile e con puntualità di evidenziare come questi mettano in luce un interesse comune ai due autori nei confronti dell’arte cinematografica. Si è scelto inoltre, proprio per la vastità dell’argomento, di non entrare nei testi ma di darne accenno, lasciando spazio a considerazioni e riflessioni.
Spunto per l’autrice nel romanzo postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010), modello di eroe ribelle, sovversivo, simbolo di un’etica da abbracciare e attraversare in un momento storico complesso come il 1979 − anno della stesura −, Jean Gabin risulterà soltanto una traccia di fondo nella scrittura di Pavese, un’ispirazione fugace per una sceneggiatura dal titolo Amore amaro,¹ di cui si occupò negli anni Cinquanta.
Il rapporto dell’autore con il cinema è stato affrontato da Franco Prono nel suo volume Pavese e il cinema. Primo e ultimo amore (Bonanno, 2011), in cui il critico ritesse approfonditamente la trama di possibilità che questa diversa esperienza di scrittura può aver rivelato a un autore che aveva attraversato tutti i mestieri letterari possibili nella sua epoca fino a quel momento, salvo quello dello sceneggiatore. Non solo la citata ma anche altre sceneggiature sono, nella lettura di Prono, dei “noir”, parlano di “malavita” e di “triangoli amorosi”; si tratta di testi con valore letterario minimo, “non attrattivi”. Pavese, innamorato all’epoca dell’attrice Constance Dowling, proponeva con tale modalità l’intenzione di lavorare con lei e la sorella, allora attive in Italia; come conosciamo dalla filmografia di Constance, lei era stata co-protagonista di Riso amaro di Giuseppe De Santis (1949), titolo che ha affinità con Amore amaro. Se il soggetto tuttavia, come ricorda anche un’altra studiosa di Pavese, Maria Rosa Masoero, sarà proposto per la realizzazione a registi che in quel momento erano impegnati nel Neorealismo − e sono De Sica e Zavattini, poco attratti da storie non attinenti alla loro esperienza − viene da andare più a fondo nell’etimologia dell’aggettivo “amaro”, che si suggerisce di consultare qui. Se si considera la radice, che contiene il significato “dell’immaturità, dell’asprezza e dell’essere forte”, si nota come la scelta di Pavese (e della Dowling) non paia frutto dell’istinto – banalmente – ma pretenda una connessione alla trama e alla figura di Gabin, per cui sarà pensata. Certamente, questa considerazione a posteriori potrebbe sembrare un ‘leggere oltre’, ma la vicenda di Claudio, amante di due sorelle di diversa età, Natalia e Cloti, diviso tra il suo essere un fuorilegge e il desiderio d’amore confuso dalla necessità d’aiuto, un uomo che chiede alle due donne di rifugiarsi presso la loro casa ben conscio della doppia relazione in atto (duplice, se si considera la parentela di Natalia e Cloti), ne fanno un personaggio tratteggiato con toni aspri, immaturo (amàs,  “crudo”) eppure “forte” nella e della sua illegalità. E l’attore francese, che durante il periodo del Realismo degli anni Trenta ha ricoperto più volte ruoli simili, pare adatto a questo genere di soggetti. «Quarantenne, taciturno, cinico»: il Claudio di Pavese è di poco lontano da quel Gabin che vediamo in Pépé le Moko di Duvivier (1937) o ne Il porto delle nebbie di Carné (1938), entrambe fonti di Sapienza; amante-amato, forse più generoso, sex symbol traviato da una solitudine disarmante, la stessa che vive Claudio, e forse la stessa di Pavese allora.
Sempre Masoero sostiene come l’amore per la Dowling accogliesse il «mestiere affascinante» dello sceneggiatore, un ritorno al cinema come quella passione che ha formato il giovane Pavese e, in terza istanza, lo sguardo all’America di cui la sua opera è pregna. Il “mestiere cinema” non è ricostruibile con completezza in questa sede: articolato e complesso, consta di materiali di varia provenienza, tra cui lettere, diari, scritti critici e recensioni apparsi più di recente in questi anni, e appunti che coprono decenni diversi. Si tratta di scritti che nutrono con curiosità l’intuizione (o meglio, l’attrazione?) verso un linguaggio contemporaneo, visto come fondante di un’epoca proprio nelle sue parti costituenti. I critici che si sono occupati del rapporto tra Pavese e il cinema (e nominiamo anche qui Lorenzo Ventavoli) documentano infatti la tensione interna-esterna della spinta dell’autore, capace di riconoscere in quell’arte la tipicità di ciò che rappresenta: un nuovo modo di intendere l’immagine, il tempo, la scrittura, “fuori dalla letteratura e dal teatro”. Per un quadro completo si suggerisce, comunque, la visione del documentario Il cinema secondo Pavese (qui), omaggio ufficiale alla plurivocità della scrittura filmica nell’opera pavesiana. Chi scrive – inoltre – non conosce i rapporti critici fra Pavese e il pensiero di Walter Benjamin, forse già indagati in un parallelo che svisceri affinità e contrasti, probabilmente ‘nutriente’. (altro…)

Goliarda Sapienza ‘voce intertestuale’, nel ventennale della sua morte. A cura di A. Trevisan

Nel ventennale dell’anniversario della morte dell’autrice proponiamo un secondo post a lei dedicato in cui si riporta parte dell’introduzione al volume di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) edito da La Vita Felice.

la redazione

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Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio del 1924 ma visse per la maggior parte della sua vita a Roma e, negli ultimi anni, tra la capitale e Gaeta, dov’è morta il 30 agosto 1996. È stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari, la maggior parte dei quali, a oggi, risulta pubblicato. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto anche i ruoli di “cinematografara” e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una ‘vita di vite’ piena, costante e “appassionata”, declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. […]
Sapienza si rivelò al mondo editoriale con quattro romanzi pubblicati in vita nell’arco di un ventennio, tra il 1967 e il 1987: Lettera aperta (Garzanti, 1967; Sellerio, 19972; UTET, 20073), Il filo del mezzogiorno (Garzanti, 1969; La Tartaruga, 20032; Baldini e Castoldi, 20153), L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983 e 20062; Einaudi, 20123) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987; Rizzoli, 20072; Einaudi, 20133). Dello stesso periodo sono reperibili anticipazioni di bozze di romanzi e racconti apparsi su riviste e antologie, infine interventi radiofonici e articoli riguardanti tematiche al femminile o, più propriamente, reportage usciti negli anni Ottanta sulla rivista Minerva dell’Associazione Il Club delle Donne di Roma.
Dopo un momento di oblio durato a lungo – dall’‘87 all’anno della sua morte almeno – Goliarda è tornata all’attenzione del pubblico e della critica nel 2005, grazie al successo riscosso in Francia e alla ristampa italiana del romanzo postumo e oramai famoso L’arte della gioia,[1] scritto tra il 1967 e il 1976. Attualmente, documentari, presentazioni, appuntamenti, spettacoli, reading e omaggi dedicati al suo lavoro continuano a nascere e circolare in ambiti diversi. Eppure, leggerla o rileggerla nel ventennale della sua scomparsa richiede una premessa che tenga conto dei percorsi di ricerca già tracciati, affinché un ulteriore lavoro biografico e critico su di lei abbia senso. […] percorrendo l’intero corpus, si può evidenziare il dialogo che esiste tra le diverse opere nel segno dell’autobiografia ma anche di un ‘nutrimento’ letterario in divenire; ogni opera partecipa infatti alla precedente, e carica di attesa e significato le successive, creando un’originalità di stile che ha pochi eguali nella storia della letteratura del Novecento.
Focalizzarsi in particolar modo sui volumi postumi, non ancora sufficientemente letti e indagati, si prospetta di fondamentale importanza al fine di saggiare la ‘tenuta’ letteraria dell’autrice. Essi […] sono i racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; Einaudi, 20112) e la raccolta poetica Ancestrale (La Vita Felice, 2013) in cui è confluita anche la precedente, Siciliane (Il Girasole Edizioni, 2012), primi rilevanti approcci alla scrittura. Un intero paragrafo sarà qui dedicato al romanzo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2009): scritto nel 1979, il libro appare decisivo per i legami che intesse con la storia della cultura francese ed europea del primo Novecento. Meritano ampia considerazione i diari editi da Einaudi nel 2011 e 2013 – entrambi curati da Gaia Rispoli – con i titoli Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 e La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992; si tratta di una selezione dalle scritture private. Una parte inedita degli stessi dal titolo Elogio del bar è stata pubblicata anche nel 2014 per i tipi di Eliot. È degno di nota, infine, il volume Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, 2014), che raccoglie l’opera teatrale e parte di un lavoro dedicato all’adattamento – cinematografico o teatrale – di alcuni testi scritti negli anni Sessanta e Ottanta, come le pièce. Il romanzo-diario Appuntamento a Positano, pubblicato da Einaudi a giugno 2015 risale, invece, al 1984. […]

Questo libro muove dunque da un’esigenza: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi, talora veri e propri sconfinamenti […]
Sapienza non conobbe un vero vaglio critico in vita; nonostante ciò, le recensioni e gli articoli usciti tra gli anni Sessanta e il 1996 non sono privi di un certo interesse. Grande spinta, invece, si è riscontrata negli anni Duemila, in particolare dal 2005 in poi, a seguito del successo della traduzione de L’arte della gioia in Germania e Francia. Un interessamento critico più intenso si è avuto tra il 2013 e il 2015, dopo la pubblicazione del romanzo sopraccitato per la casa editrice britannica Penguin e per la statunitense Picador, mentre la francese Le Tripode sta pubblicando l’opera per intero, con traduzione di Nathalie Castagné. Nel 2015, proprio per la stessa casa editrice, è uscito un valido volume biografico, Goliarda Sapienza, telle quelle je l’ai connue, scritto dal vedovo dell’autrice, Angelo Maria Pellegrino. Egli è co-autore di Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia, uscito per Edizioni Croce a giugno 2016, libro nel quale si presenta una rinnovata bio-bibliografia sull’autrice. […]

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In memoria di Goliarda Sapienza (10 maggio 1924 – 30 agosto 1996)

Nel ventennale della morte di Goliarda Sapienza, avvenuta il 30 agosto 1996, proponiamo una selezione di citazioni dell’autrice che seguiranno un ordine cronologico di scrittura e non di pubblicazione delle opere da cui sono tratte. Nel pomeriggio seguirà un altro post sull’autrice, cui il nostro blog ha più volte dedicato pagine critiche e di approfondimento.

la redazione

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.

In Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013)

Qualcuno mi spingeva giù verso le scale buie. In fondo c’era una notte. Tre volte ho visto il mio corpo rigirare su se stesso, poi ho battuto la testa una volta, due volte, tre volte. Mi sono seduta e ho frugato con le dita fra il sangue del palato appena in tempo per raccogliere nel palmo della mano tre denti bianchi lisci come pietre.

In Destino coatto (Roma, Empirìa, 2002)

ogni individuo ha diritto al suo segreto… non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi. Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine… morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto…

In Il filo di mezzogiorno (Milano, Garzanti, 1969)

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare.

In L’arte della gioia (Roma, Stampa Alternativa, 1994 e 1998²)

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Goliarda Sapienza o dell’«essere outsider»

Goliarda Sapienza Telerama

dal sito © Telerama.fr

Vi sono molti modi di narrare la vita e l’opera di Goliarda Sapienza perché sono tante le modalità con cui si può approcciare quanto ha scritto e ci ha lasciato. Su questo blog sono stati numerosi i post e i saggi a lei dedicati ma, prima di ritornare a ricordarli in questo periodo di passaggio − vedremo perché − e nell’anno del ventennale della morte (avvenuta appunto nel 1996) si renderà necessario menzionare e citare chi, con attenzione critica, si è dedicato a studi su Sapienza nell’ultimo decennio e da prima. Si parla qui e da subito di una transizione in questo maggio 2016 che ha visto un compleanno non festeggiato (il 10, giorno di nascita di Sapienza secondo la biografia e un articolo di Fabio Michieli che rimanda ad Ancestrale) e un agosto che ci ricollegherà all’anniversario della scomparsa. Ma è soprattutto nel maggio del 1951 che Goliarda Sapienza debutterà a Roma al Teatro Pirandello, in Vestire gli ignudi dell’omonimo autore siciliano, nella parte della protagonista Ersilia Drei, ottenendo un successo di critica senza precedenti − e sarà in quel frangente, come la biografia ricorda, proprio Silvio D’Amico (direttore della Regia Accademia d’Arte Drammatica all’interno della quale lei si formò) a definirla «la nuova Duse». Una consacrazione simbolica cui desideriamo fare riferimento a sessantacinque anni da quel momento; un passaggio che segnerà un successo emblematico ma anche di lì a poco rifiutato, privo di un’aderenza vitale che invece, in Sapienza, si esprimerà sempre nella scrittura.

A seguire un quadro non esaustivo dell’impegno critico di cui si è debitori, come preannunciato. Si parta dal cinema e dai documentari che, dal 1996 a oggi, sono riusciti a riportare agli occhi del lettore un’immagine limpida della scrittrice, del personaggio, dell’attrice, della docente di cinema e della donna che è stata: si fa particolare riferimento qui a Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi (1995), al documentario L’arte di una vita di Loredana Rotondo (in «Vuoti di memoria», RaiEducational, 2000) e a l’Anti-Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza di Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio (2012) − viaggio sentimentale ma non romantico. Non sono mancate escursioni più recenti tra cui si annoverano I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito (2010) e Le belle di San Berillo della registra Maria Arena (2013). Se Paolo Franchi ha colto precocemente la forza lieve di Sapienza, anche il teatro l’ha notata e portata in scena più volte, come in una doppia restituzione del mestiere d’attrice da lei incarnato: in questo senso i lavori di Cristiana Raggi, approfonditi e dedicati (tra cui ricordiamo Goliarda. Spettacolo cineteatrale tratto da L’arte della gioia e Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, 2013) creano un ponte fra testi e autobiografia, attingendo dal lavoro prezioso della biografa Giovanna Providenti che, con il volume monografico La porta è aperta (Catania, Villaggio Maori, 2010) ha ricostruito per prima la vicenda dell’autrice. Aiello e Di Maio, così come Maria Arena, partecipano a un lavoro più ampio iniziato dalla Società Italiana delle Letterate già nel 2008, e che ha visto dapprima l’uscita del volume Appassionata Sapienza a cura di Monica Farnetti (Milano, La Tartaruga, 2011) cui si lega anche l’organizzazione di un convegno omonimo del 2009 tenutosi a Ferrara. Farnetti per prima ha proposto un titolo alternativo a L’arte della gioia − il grande romanzo uscito postumo −: Arte del desiderare (all’interno del volume per La Tartaruga e anche in numerosi interventi pubblici, tra cui quello durante la rassegna Soggettiva a Bologna nell’ottobre del 2013). Un’altra Giornata di Studi che ha avuto luogo invece a Genova nel 2011 dal titolo L’invenzione delle personagge (trattasi del convegno nazionale di SIL) ha dato origine a un volume recentissimo curato da Roberta Mazzanti, Silvia Neonato e Bia Sarasini (Roma, Iacobelli, 2016) con interventi di Farnetti, Laura Fortini e Claudia Priano che riguardano il romanzo L’arte della gioia e si concentrano sul personaggio di Modesta. Del 2012 è invece la miscellanea «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza. Percorsi critici su una delle maggiori autrici del Novecento italiano a cura di Providenti (editore Aracne) in cui si codificano i termini di una lettura critica secondo le cifre del “dubbio” e della “contraddizione”. Esse poi sono state riprese nel 2013, anno in cui si è tenuto a Londra il primo convegno internazionale sull’autrice: Goliarda Sapienza in context − quello è anche l’anno d’uscita di una nuova edizione per Einaudi di Le certezze del dubbio (romanzo edito nel 1987 da Pellicanolibri di Roma). Sono moltissime le studiose che si sono occupate dell’opera di Sapienza e del suo mestiere di attrice e di “cinematografara” nel mondo; non si desidera qui procedere con ulteriori elenchi, ma è doveroso esprimere la necessità di guardare a chi continua a indagare i testi in ambito accademico e nell’ambito della critica militante, non esaurendo mai le motivazioni di studio che concernono l’autrice: dal suo rapporto con la terra-madre Sicilia alle comparazioni con autori coevi e non; da una lettura secondo gli Studi di Genere a tagli che considerano i luoghi della formazione e molto altro. Si ha perciò a oggi uno sguardo ad ampio spettro di un decennio di studi approfondito, in cui non manca mai l’attenzione (e la dedizione) di Angelo Maria Pellegrino, vedovo di Sapienza e curatore dell’opera e dell’archivio Sapienza-Pellegrino, autore di prefazioni, postfazioni, articoli e interviste che riguardano l’autrice ma anche del volume monografico per i tipi di Le Tripode Goliarda Sapienza telle que je l’ai connue, di cui abbiamo parlato qui. (altro…)

Ancora su #Ancestrale: la fatica del lutto

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell'anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell’anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Assediati giochiamo ai dadi
assediati posiamo le armi
e aspettiamo
L'assedio finirà
giochiamo Aiace
l'assedio finirà

(Goliarda Sapienza)

 

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Se, come scriveva Garboli parlando di Alibi, la Morante era tentata da Achille, Goliarda Sapienza è stata tentata dal cugino Aiace. Sì, perché mentre Achille cercava la morte eroica, inseguendola continuamente, sprezzante degli ordini superiori, del pericolo, di ogni cosa troppo umana, Aiace invece, nonostante la stessa prestanza, la forza, e l’eroismo di certo non inferiori a quelli del figlio di Peleo, la morte se la procurò.
Goliarda Sapienza non fu da meno: si procurò la morte in poesia per poter rinascere in prosa, giocando una sua partita a dadi con la morte; anzi con le morti, nell’attesa che togliessero l’assedio alla sua vita: quella della madre prima, che pervade e percorre tutto Ancestrale; quella del padre, che, seppur anteriore a quella di Maria Giudice, è di segno diverso, quasi simbolo di un rapporto irrisolto e quindi relegata alla fine di questo strano canzoniere, quando tutto deve ritrovare una sua coerenza nella vita; quella dell’amica d’infanzia Nica, che per trasporto ricorda il dolore di Cristina Campo, ancora Vittoria, per la morte dell’amica dei primi anni fiorentini, Anna Cavalletti. E così, come in un rito ancestrale, Goliarda Sapienza ogni volta muore per poi rinascere. Del resto, e lo dissi quando Ancestrale era fresco di stampa, questo libro è una lunga rielabora­zione di un lutto. Ed è un aspetto ancora più evidente se si tiene presente che A mia madre è a tutti gli effetti la prima poesia di Ancestrale, dal momento che Separare congiungere… ha valore proemiale per la sua dichiarata valenza di poetica.
Non diversamente da molti canzonieri in morte che compongono la nostra tradizione poetica, Ancestrale non conosce una parte in vita: si apre con la lucida contemplazione di un lutto da dover superare; Goliarda Sapienza non ci parla, come Petrarca, de «i chiari giorni et le tranquille notti» (RVF, 332, v. 2), ma descrive immediatamente, in A mia madre, «i giorni oscuri et le dogliose notti» (ibidem, v. 10): «notte fonda», «mute le cose», «letto di terra», «silenzio di terra» sono tra le cose che l’attendono al suo ritorno dalla madre, quando non ci sarà nessuno a consolarla «per tutte le parti già morte/ che porta in / con rassegnata impotenza», come a dire che lei non è Orfeo di sé stessa perché Maria Giudice non è Euridice. Goliarda Sa­pienza ha già dentro sé la morte, per sua ammissione. Il suo ritorno sarà là dove la madre l’attende, in quella bara che l’ha accolta. Sicché il sentimento dell’attesa appartiene tanto alla figlia quanto alla madre, che incarna anche l’assenza; e assenza e attesa consegnano al soggetto una maggiore capacità di percepire sia la memoria sia la realtà, elementi di base di ogni canzoniere in morte, che si tratti della Vita Nuova o dei Rerum Vulgarium Fragmenta, o che si tratti di esempi più prossimi agli anni di stesura di Ancestrale, come gli Xenia montaliani o le poesie di Luzi dedicate alla madre morta in Dal fondo delle campagne.
Assistiamo perciò anche in Ancestrale a quella che Francesco Giusti definisce la «risignificazione di qualcosa che è sentito, al presente, come assolutamente insignificante perché violentemente deprivato del suo si­gnificato.»[1] Ed è quanto riscontriamo in quest’altra poesia di Sapienza: «È predisposto./ La tua vita/ in riva al mare/ la mia morte/ in fondo al pozzo./ È predisposto,/ la tavola apparecchiata/ con vetri e con coltelli./ È predisposto/ da tempo/ il tuo tornare al mio/ pozzo d’acqua piovana» (Ancestrale, p. 24); qui i pochi oggetti sono funzionali a una riorganizzazione degli stessi, insieme ad altri sparsi nei vari compo­nimenti,[2] per permettere la rielaborazione del lutto.
Le poesie diventano così l’archivio della memoria, ovvero quel luogo dove, citando nuovamente Giusti, «il soggetto è coinvolto in una ardua negoziazione tra la vita e la morte, tra pezzi di realtà discordanti e la loro trasfigurazione simbolica, affinché possa darsi delle ragioni per un evento irragionevole in se stesso […]. Per distaccarsi da quel legame doloroso, il soggetto prova a vedere in ogni pezzo di memoria richia­mato alla mente e alla scrittura la prova della necessarietà di quella fine»,[3] affidando perciò alla scrittura questa funzione riparativa: «Ancora la memoria m’ha destata/ la notte intorno a me giace in spirali/ s’insinua fra i cuscini chiude gli specchi/ con scialli neri. Lontano/ il giorno tradisce» (Ancestrale, p. 42).
Eppure, in una continua ritualità, necessaria per il recupero di ciò che di più ancestrale appartiene al soggetto, si torna a vivere ogni volta: «Ancora una volta/ raggomitolata/ fra le dune di sabbia/ divoro il mio cadavere/ per aspettare/ il lucore che squarcia/ l’utero del mare» (Ancestrale, p. 44); è la luce che squarcia il buio a simboleggiare la salvezza in queste poesie, e il sole o la luce appaiono di frequente nei testi di Ancestrale, spesso volutamente nello stesso componimento per costruire una paradossale antino­mia, perché comunque Goliarda Sapienza rifiuta tutto ciò che è conformità.
Di fronte a questa poesia innovativa nello stile, nei toni, nei modi e anche nei contenuti, c’è davvero da chiedersi come sia stato possibile che Ancestrale non abbia incontrato un editore sul finire degli anni Cin­quanta.

© Fabio Michieli

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[1] Francesco Giusti, Canzonieri in morte. Per un’etica poetica del lutto, L’Aquila, Textus Edizioni, 2015, p. 101.
[2] In un’altra poesia, poco distante da quella appena riportata, leggiamo: «Un giorno dubitai/ e in piena luce/ cominciai/ a vedere l’albero/ il pane/ il coltello e la forbice/ il legno/ il rame» (Ancestrale, p. 33).
[3] Francesco Giusti, Canzonieri in morte, cit., pp. 124-125. Qualche pagina prima Giusti, riferendosi alla raccolta Birthday Letters di Ted Hughes, osserva che «la narrazione della storia […] aiuta il soggetto ad affrontare la perdita in un’urgenza autobiografica che non si può esprimere senza un certo grado di ri-creazione mitica del fattuale» (p. 118); si noterà come l’affermazione, presa con i necessari distinguo, calzi anche per Goliarda Sapienza, nonostante Ancestrale non sviluppi una vera e propria trama narrativa, ma si avvicini più al modus montaliano degli Xenia.

I poeti della domenica #69: Goliarda Sapienza, Ho camminato sul ciglio

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Ho camminato sul ciglio
dei miei sogni. Sbattuta
dall’onda nera delle tue occhiaie.
Risucchiata
dal gorgo del tuo fiato
Non posso tornare.

© Goliarda Sapienza, in Ancestrale, Milano, La Vita Felice, 2013.

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza”: l’8 marzo a Padova

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Martedì 8 marzo 2016, ore 20.00

Lìbrati. La Libreria delle donne di Padova

Via San Gregorio Barbarigo, 91

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto”

Ideazione, realizzazione, interpretazione
Anna Toscano, Fabio Michieli, Alessandra Trevisan

Adattamento musicale
Alessandra Trevisan

Ingresso su prenotazione riservato ai soci dell’associazione “Virginia Woolf”

Sito web: http://www.libreriadelledonnepadova.it/event/voce-di-donna-voce-di-goliarda-sapienza/

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/569684879845567/

“Testimone della libertà femminile”, Goliarda Sapienza non è stata solo una grandissima scrittrice ma anche una donna straordinaria, eclettica, oltre l’anticonformismo.
L’Associazione Virginia Woolf, che ha sede presso Lìbrati, la libreria delle donne di Padova, dedicherà il suo 8 marzo a narrare la vicenda di una scrittrice italiana, attrice di teatro e di cinema che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno.

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Voce di donna. Voce di Goliarda Sapienza a “Bologna in Lettere”

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Bologna in Lettere – Un Festival lungo un anno

presenta

Sabato 20 febbraio 2016 ore 18.00

Cassero LGBT Center

Via Don Minzoni 18 – Bologna

Cura e conduzione Alessandro Brusa

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto”

Ideazione, realizzazione, interpretazione
Anna Toscano, Fabio Michieli, Alessandra Trevisan

Adattamento musicale
Alessandra Trevisan

Sito internet: https://boinlettere.wordpress.com/

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/170648896642404/

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Narrare la vicenda di una scrittrice italiana che è stata anche attrice di teatro e di cinema, e che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno. Figlia di una donna altrettanto importante, anche se diversamente, per la “storia della donne” e decisiva per le svolte politiche e sociali femminili: questa è stata Goliarda Sapienza che viene raccontata, in questo “Un racconto”, attraverso i suoi libri e i libri scritti su di lei.

Una scrittrice tenace, una donna in una diversa prospettiva femminile, nel rapporto con l’arte, la scrittura e la vita, presentata con le sue parole tratte da romanzi e diari, pièces teatrali, sino a giungere ad Ancestrale, la sua raccolta di testi poetici uscita decenni dopo la sua scomparsa. È di Ancestrale che si può godere di una lettura a voci miste e musicata: un dare voce a quella voce da troppo tempo silente. Il filo conduttore di questo progetto sono le poesie che vengono lette, raccontate, musicate, performate e cantate. “Un racconto” per immagini che abbatte la distanza spazio-temporale tra la scrittrice e il lettore attraverso brevi fotogrammi, scorci, momenti.

Un “film di parole” che si augura di restituire la figura di Goliarda Sapienza in tutta la sua bellezza, di invogliare alla lettura di tutte le sue opere e di approfondirne la conoscenza. Un invito alla poesia in quanto legame a filo doppio con l’esistenza.

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Anna Toscano vive a Venezia, insegna all’Università Ca’ Foscari e collabora con altre Facoltà. Collabora con “Il Sole 24 Ore” e altre testate, cura iniziative culturali legate a letteratura e poesia. Come fotografa sue fotografie sono apparse in numerose riviste, manifesti, copertine di libri, pubblicità, mostre personali e collettive. Ultima sua raccolta di poesie è Doso la polvere, per La Vita Felice nel 2012, preceduta da All’ora dei pasti, 2007, e Controsole, 2004; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie; sua la curatela di cataloghi e libri di poesie. Ha ideato e condotto la trasmissione radiofonica Virgole di poesia, con A. Trevisan, per Radio Ca’ Foscari. Varie le esperienze teatrali. Da due anni porta in tournée lo spettacolo “Voce di donna, Voce di Goliarda Sapienza”, con F. Michieli e A.Trevisan, e altri spettacoli. Per la testata on-line “La Rivista Intelligente”, cura “Venerdì in versi, appuntamento con la poesia” e “Polaroid – l’immagine che di un libro rimane”. www.annatoscano.eu

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Alessandra Trevisan ha conseguito la laurea magistrale in Filologia e letteratura italiana con una tesi dal titolo Goliarda Sapienza (1998-2013): una voce intertestuale (di prossima pubblicazione). Suoi saggi e contributi sull’autrice sono apparsi in antologie, riviste e presentazioni. Si è formata partecipando alle attività del collettivo mestrino “Spritz Letterario”, al redazione del “Festivaletteratura” di Mantova e di Radio Ca’ Foscari, dove ha ideato il programma “Virgole di poesia” con A. Toscano. Dal 2011 è parte della redazione del litblog “Poetarum Silva”. Sperimentatrice vocale, dal 2013 partecipa alla band UnkNwn (electronic, Idm, synthpop). Un suo brano è contenuto nell’album collettivo “Pleiadi” edito dalla netlabel Electronicgirls (2016). Lo scorso gennaio è stata tra gli artisti in residenza per l’associazione PLU Paris Lit Up. soundcloud.com/alessandratrevisan

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Fabio Michieli nel 2003 ha dato alle stampe l’edizione critica e commentata del racconto storico Il duca d’Atene di Niccolò Tommaseo (Padova, Antenore), autore su cui si è laureato presso Ca’ Foscari. Suoi interventi critici dedicati a Tommaseo sono apparsi anche in rivista (“Quaderni Veneti”, “Giornale storico della letteratura italiana”) e in volumi miscellanei. Di prossima pubblicazione due nuovi lavori critici dedicati al letterato dalmata.
Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesie Dire, per l’Editrice l’arcolaio (la seconda edizione accresciuta uscirà nel corso dell’anno). Dirige la collana “Fuori collana” dell’Editrice L’arcolaio. Lettore di poesia e di narrativa, sue recensioni sono apparse nel sito www.alleo.it e in rivista (“l’immaginazione”, Italian Poetry Review). È, insieme a Gianni Montieri ed Anna Maria Curci, caporedattore del litblog Poetarum Silva.

I poeti della domenica #2: Goliarda Sapienza, A te che passi

Archivio Sapienza-Pellegrino

Archivio Sapienza-Pellegrino

A te che passi
e porti la tua gioia
fra le braccia
sul seno contro vento
Non ti fermi, non
guardi
e la parola mi
muore fra le mani
e non ho fiato

Goliarda Sapienza (10 maggio 1924 – 30 agosto 1996), in Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013)