Amore

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte

 

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte – poesie -, Edizionifolli, Milano e Bologna 2017

Una piccolissima morte, raccolta preziosa nella cura di forma e sostanza, non è soltanto testimone e terapia e dramma – un atto unico in più quadri – ma è anche raffigurazione efficace di due moti in costante e fecondo conflitto nella poesia di Francesca Del Moro: spalancarsi e sottrarsi, offrire il petto e rannicchiarsi, incantarsi fino all’annullamento e vedersi spietatamente, perfino attraverso gli occhi di un dio irascibile o indifferente, un big brother stanco dal ventre gonfio di birra, sul quale pende tra il desolato e il divertito, il disperato e lo scanzonato, il sospetto di essere stato l’ispiratore della pellicola di Jaco Van Dormael Le Tout Nouveau Testament (nella versione italiana Dio esiste e vive a Bruxelles).
In molti versi, in più di una composizione, ho ritrovato, con accenti insieme dolenti e dissacranti, Francesca Del Moro della raccolta che è stata per me guida e accesso originario alla sua poesia, vale a dire Le conseguenze della musica; ho ricevuto dunque la conferma di una scrittura nella quale efficacia ed espressività si incontrano in una forma compiuta. Dinanzi ad altri passaggi, ad altre composizioni, ancora, gli occhi hanno sorriso alla mente che diceva all’orecchio: fermati, dove corri, non vedi che la bellezza è qui?

© Anna Maria Curci

Dentro le chiese vuote
l’aria è cosi ferma e la luce,
anche la fiamma che trema,
sembra prigioniera.
In belle terracotte ammiro
la passione di Cristo
ma la mia piccola passione
mi fa perdere il filo.
Non credo in niente
ma accendo una candela
e per poterti ritrovare qui
dico perfino una preghiera. (altro…)

Matteo Telara – Amavamo farlo

 

dalla finestra

Erano seduti a un tavolino rettangolare da quattro – due su di un lato e il terzo sull’altro – indossavano pantaloni di cotone scuro e camicie a maniche corte bianche. Tenevano le giacche ammassate sulla spalliera delle panche, una sull’altra. “Dobbiamo liberarcene” stava dicendo il meno grasso. Erano tutti e tre obesi .
Avevano dita obese, colli obesi, polsi obesi, e sui polsi obesi portavano orologi in metallo dorato – o forse d’oro vero e proprio – che di tanto in tanto si rigiravano tra le dita.
“Non ce n’era bisogno se uno non faceva la cazzata”.
Il più grosso dei tre, che se ne stava affondato sulla panca dirimpetto agli altri due, lanciò un’occhiata di rimprovero al tipo che aveva appena parlato.
“Adesso la finisci” continuò il meno grasso.
“Neanche ho cominciato”.
“Chiudete quelle fogne voi due. Ne ho le palle piene di questa storia”.
Parlavano a voce bassa. Col mento incassato nel collo e la fronte piegata sul tavolo, e lo sguardo che girava attorno con indifferenza.
“Abbiamo ancora tempo. Non si sono ancora accorti di nulla, non della ragazza perlomeno”.
“Sembra facile” intervenne il tizio seduto di fianco a quello che aveva parlato per primo, “qui basta che uno fa la cazzata, e ce l’abbiamo nel culo tutti”.
“Appunto. Facciamo le cose insieme e non ci saranno problemi”.
Il ristorante era affollato. I tre sedevano a un tavolo d’angolo lontano dal resto della sala. Il tavolo era davanti al vetro che dava sulla strada. Fuori era buio. Pioveva.Sul marciapiede passavano coppie intirizzite sotto ombrelli piegati dal vento. L’acqua cadeva dal bordo della tenda del ristorante in diagonale. La scritta sopra la tenda diceva “Trattoria da Giuseppino”.
“Allora ripercorriamo l’intera faccenda” disse l’obeso più grasso. “Nessuno l’ha vista, giusto?”
“Non credo”.
“Non credo o sei sicuro?”
“Sono sicuro. Ma non si sa mai”.
“Capisci?” Intervenne l’altro. “Come si fa a stare tranquilli?”
Arrivarono gli spaghetti allo scoglio. Il cameriere li posò a centro tavola e se ne andò, e andandosene disse buon appetito. Loro studiarono il vassoio per un istante che parve non finire mai, poi cominciarono a servirsi.
Fecero porzioni abbondanti. Ripulirono il vassoio e riempirono i piatti all’inverosimile. E concedendosi una pausa dalla loro discussione si misero a mangiare.

La ragazza non avrebbe dovuto trovarsi dove si trovava, questo era il punto.
Se non si fosse trovata dove si era trovata non avrebbe visto quello che aveva visto. Se non avesse visto quello che aveva visto, non sarebbe successo quello che era successo.
L’obeso più grasso aveva ripetuto questo ritornello fino alla nausea. La colpa non era loro. La colpa era della puttana.
“Non chiamarla puttana” gli aveva risposto più di dodici ore prima l’obeso meno grasso, mentre ancora si districava lungo il corridoio sul retro della discoteca, “non è una puttana ok?”
“E tu cosa ne sai?”
Il tipo si era fermato, era sudato, teneva tra le mani una caviglia della donna. “Ho detto che non è una puttana”.
“Era. Adesso non c’è più” aveva mormorato il terzo tizio, spostandosi lateralmente con l’altra caviglia stretta nelle dita.
“Non era una puttana, bene, siamo tutti d’accordo allora. Qualcuno almeno sa il suo nome?”
“È arrivata ieri con le nuove, come si fa a sapere il suo nome? E comunque puttana o meno è morta”.
“Quello che è successo è successo” aveva ripreso il più obeso dei tre, muovendosi a fatica e ansimando, “e la colpa non è nostra. Noi dobbiamo solo toglierci dalle palle e farlo in fretta”. Si muoveva all’indietro, nella penombra, tenendola stretta sotto le ascelle. “Cristo di un dio, non ce la fate a sollevare le gambe più in alto? Sta strusciando col culo dappertutto”.
“Siamo degli assassini” aveva ripreso il meno grasso.
“Non siamo degli assassini, toglitelo dalla testa. Non ci pensare nemmeno. Concentrati su quello che stai facendo maledizione. È stato un incidente”.
Eccoli, tre buttafuori obesi a trascinare il cadavere di una ragazza lungo il corridoio di una discoteca.

Il piano era alleggerire le casse del capo. Ed era un piano facile.
Il capo era il proprietario della discoteca in cui lavoravano e di un’infinità d’altre cose di cui solo lui era a conoscenza. Molte delle sue ‘entrate’ erano costituite da contanti che dovevano essere spesi in fretta. Altre da contanti che si accumulavano nella cassaforte dell’ufficio e che poi sparivano a settimane di distanza. Altre ancora da contanti di cui nessuno sapeva niente. Il capo non c’era mai. Aveva una nuova fidanzata. Stava girando il mediterraneo sul suo nuovo yacht.
Questa valanga di soldi arrivava in discoteca ogni giovedì mattina dentro una borsa di pelle nera. Succedeva che qualcuno proveniente da chissà dove lasciava la borsa sotto la scrivania dell’ufficio. Soldi da far sparire. Soldi da distribuire, da suddividere, da frazionare. Soldi da utilizzare per stipendi e spese varie. Soldi che negli ultimi tempi erano divenuti sempre più spesso materia di litigio tra i gestori della discoteca.

I due gestori non andavano d’accordo, e qui stava il cuore del piano. Il capo programmava già da tempo di liberarsene. Lo sapevano gli animatori, lo sapevano i camerieri, i buttafuori, i fornitori. Lo sapevano le bariste, i lavapiatti, le ballerine, i giardinieri e le donne delle pulizie. Questione di poche settimane e sarebbero stati cacciati a pedate tutti e due.
Ma intanto i soldi continuavano ad arrivare.
Sottrarre la borsa, tutto qua. Poi i buttafuori si sarebbero parati le spalle a vicenda, i gestori si sarebbero scannati l’un l’altro, il capo avrebbe perso le staffe. Qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. “Facile come una pisciata da seduti” aveva detto il più obeso dei tre.
La borsa veniva lasciata sotto la scrivania dell’ufficio alle sei in punto, e nessuno si recava in discoteca fino all’ora di pranzo. I buttafuori sapevano – loro come altri – dov’era nascosta la chiave dell’entrata, e conoscevano il codice dell’allarme. Ma sapevano anche che chiunque con un minimo d’iniziativa avrebbe potuto procurarsi le medesime informazioni.
Il primo problema l’avevano incontrato al momento di trovare la chiave: il nascondiglio era diverso da quello che si ricordavano.
Poi avevano sbagliato a digitare il codice dell’allarme.
Infine erano entrati in due, mentre il terzo – il meno grasso – era rimasto in macchina a controllare la strada.
Ma si era distratto.
Il tempo di piegarsi a cercare l’accendino finito sotto il sedile e non si era accorto della ragazza comparsa sul lato opposto del marciapiede.
La ragazza era nuova. Era sola. Era straniera. Non era stata avvertita di non doversi recare in discoteca prima dell’ora di pranzo.
Quando il tizio si era sollevato, aveva fatto appena in tempo a vederla mentre entrava dalla porta sul retro. Era uscito dalla macchina e aveva attraversato la strada, e guardandosi attorno era entrato a sua volta in discoteca, proprio nell’istante in cui gli altri due se la ritrovavano davanti e le saltavano addosso.
Si era a sua volta gettato sul gruppo. C’era stata una colluttazione. Erano volate grida. Qualcuno aveva usato troppo le mani.
La ragazza era rimasta a terra.

Finiti gli spaghetti arrivarono tre porzioni di gamberetti e calamari al forno. Sgabei ripieni, patate fritte, verdure grigliate e due bottiglie d’acqua minerale.
I due seduti l’uno di fianco all’altro mangiavano tenendosi il tovagliolo stretto intorno al collo e sollevandolo di tanto in tanto per ripulirsi le labbra. Continuavano a parlare a fronte bassa e sottovoce.
“Magari stava già male e non lo sapeva”.
“Stava bene. Con un corpo del genere vuol dire che stai bene”.
“Dovevamo rubare dei soldi, non uccidere una persona”.
Il più obeso ascoltava.
Poi smise di mangiare, si passò il tovagliolo sulla bocca e controllò l’orologio. “Adesso vi spiego come stanno le cose” disse, “a tutti e due”.
Si servì un bicchiere d’acqua e mormorò “ogni giorno nel mondo la gente nasce e la gente muore, non sta a noi giudicarne le ragioni, è così e basta. Chissà quanti colli avete già spezzato e neanche lo sapete. Il punto è che non volevamo fare del male alla ragazza, questo è l’unica grande verità. Però è successo. Le cose accadono. Sono accadute a lei, accadono a noi. Accadono allo stronzo che ci ha servito o alla coppia che sta cenando là in fondo. Tutto dipende da dove ci troviamo nel momento in cui queste cose accadono. La ragazza non doveva trovarsi là. Si è fatta male. È morta. Fine della storia. Quello che dobbiamo fare noi adesso è seppellirla e sperare che nessuno la trova. E questo è quanto”.
I due dirimpetto a lui non dissero niente.
Con un gesto della mano l’obeso che aveva appena finito di parlare ordinò il conto e tre caffé. “In fondo questo casino potrebbe anche farci comodo” riprese poi, “pensateci: la ragazza era nuova. Adesso è scomparsa e insieme a lei è sparita anche una borsa piena di soldi. Uno più uno fa due se non sbaglio. Il resto non sono fatti nostri. Noi” disse, “ci atteniamo ai piani. Semmai resterà da capire come ha fatto a sapere della borsa e a entrare in discoteca. Ma anche questo non ci riguarda. Che se la vedano i due cretini e il capo”.
Pochi minuti dopo si alzarono e andarono a pagare. E pagando scambiarono due chiacchiere col proprietario della trattoria. Potevi vederlo da come discutevano che si conoscevano.
Io mi alzai un momento dopo averli visti uscire. Lasciai la mia compagna al tavolino col caffè ancora fumante tra le dita e andai a saldare il nostro conto.
“I tre seduti al tavolo d’angolo” dissi non appena fui di fronte alla cassa, “quelli che se ne sono andati…”
“Sì”, disse il proprietario.
“Sono facce familiari, mi domandavo se lavorano in qualche discoteca della zona. Sono sicuro di averli già visti da qualche parte…”
“Sono autisti d’autobus” mi rispose, “vengono a cenare sempre qui prima di cominciare il turno di notte”.
Annuii. Pagai. Ringraziai. Feci i complimenti allo chef. “Tutto ottimo” dissi.
E una volta al tavolo mi sedetti di nuovo davanti alla mia compagna e le sussurrai “autisti d’autobus”.
Lei trattenne a stento una risata.
Durante la cena, un’infinità di minuti prima, mi aveva sorpreso a fissare qualcosa alle sue spalle. “Bé? Che c’è?”
“Sto pensando a una storia” le avevo risposto.
Aveva sorriso, si era girata e si era accorta anche lei dei tre tizi al tavolo d’angolo. “Quindi?” aveva chiesto voltandosi nuovamente verso di me.
“Quindi ancora non so, non ne sono sicuro”.
Mi aveva guardato. Aveva gli occhi vivi. Amavamo farlo. Amavamo andare a cena fuori nelle notti di tempesta, a vedere il mondo che si ostinava a non voler smettere di girare.
“Cosa ne dici?” le avevo chiesto. Aveva questa sua dolcezza, questa sua bellezza tutta candore e sensualità a scivolarle sulle pupille ogni volta che condividevamo il pensiero di una storia.
“Dico che sembrano tre che hanno appena fatto qualcosa di losco”.


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Matteo Telara vive tra Italia e Nuova Zelanda dove lavora come insegnante d’italiano per la Società Dante Alighieri di Auckland.
Ha pubblicato un pamphlet dal titolo Come una supposta al punto (2002) e un romanzo/flusso di coscienza dal titolo Totem (2003), entrambi con Edizioni Clandestine.  .
È uno dei redattori di LPELS e fa parte del collettivo iQuindici (www.iquindici.org), lettori volontari nati in seno all’esperienza della Wu Ming Foundation.

 

Storia, storie, riflessi

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Autore è chi fa lievitare il pensiero per fissarlo in parole, in immagini. Dare forma a una visione è il tentativo che gli compete, sempre che in questo compito sia confortato da un autentico amore per il linguaggio, un amore ribadito fino all’ossessione.
Il lettore, nell’affrontare l’opera, vive un effetto a metà fra rifrazione e riverbero finché, sentendosi sollevato, alleggerito da questa forza luminosa sprigionata dall’autore, possa innalzarsi sopra quel “debito di sé” da cui sente di dover prendere distacco. E qui nasce un paradosso: proprio distanziandosi da quella parte diciamo “inferiore” di sé, lasciandosela alle spalle, il lettore (così come del resto per l’autore) potrà riconoscere se stesso. Occorre autentica concentrazione e una buona dose di fatica (in misura forse pari a quella spesa dall’autore nello scrivere) perché il lettore si trovi finalmente a dire: ecco, eccomi qua, allo specchio. E i due, a quel punto, sapranno dividersi l’aria, prendendo lo stesso respiro per parlare, e se proprio devono farlo, parleranno all’unisono. Una vera adorazione la loro, per qualcosa di esaltato nella sua bellezza. Forse davvero a questo mira la scrittura, a toccare un senso del paradisiaco,[1] sorprendente e vivo ma solo se sostenuto da una memoria sintonizzata sul qui e ora, tesa ogni volta a incontrare e a riconoscere le cose e gli esseri del mondo.[2] Questo è pensare, annodare i fili di una storia al presente. E si è detto “visione”, forse la forma privilegiata del pensiero, per quanto oggi sarebbe sufficiente il dettato derivante dall’acume di un’osservazione che sappia essere presente e attuale ovvero in grado di comprendere quanto del presente è in atto nel solco della storia.
Sarà pure magistra / di niente che ci riguardi, la Storia,[3] eppure dentro (o dietro) la Storia – lo sappiamo – troviamo le nostre, più piccole, storie. Noi, il nostro Esserci, nella sua (nostra) costitutiva mancanza, quel povero amore[4] che ci rende custodi del “non-ancora” e proprio per questo capaci, incessantemente, di desiderio e attesa; s’césene – noi – de calcossa / descompagnà    sparpagnà / inte la lópa de un posterno eterno (schegge – noi – di qualcosa / scompaginato     sparpagliato / nel muschio di un a-nord eterno).[5] In questa scompaginazione dell’Esserci, in questo perdersi del nostro “noi” in un infinito e immaginifico Settentrione, il “sentimento del tempo” starebbe tutto nel fermare quel pendolo che oscilla ugualmente nel passato come nel futuro. Fermarlo lì, nel mezzo, nel presente. Vale ancora, in tal senso, una preziosa considerazione di Eliot: “La differenza tra il presente e il passato è che un presente consapevole ha una consapevolezza del passato in un modo e con un’estensione che la consapevolezza del passato non può mostrare a se stessa”.[6]
L’idea di fermarsi al presente potrebbe suggerire, tuttavia, la dimensione dell’angoscia. Di questa spesso si circonda la nostra storia. Eppure da questa, riflettendo, si apre ogni possibile libertà.[7] Nella consapevolezza di vivere sostando nel presente, di fatto, l’uomo si lega al suo essere misurazione del tempo, orologio e storia, quando invece sfondare il tempo, superare la Storia, oltrepassare la vita,[8] sarebbero le forze che si muovono nella consapevolezza dello scrivere e del leggere.
L’ossessione per il linguaggio, in questo che si profila anch’esso come paradosso (nella propria storia oltrepassare tempo e Storia), è davvero determinante per un qui e ora cui chiediamo di partecipare. La pagina poetica, in particolare, ne è prova, quel “foglio-mondo”[9] su cui maggiormente si misura, fino a essere depos(ita)to, il linguaggio.
E se il significato di alcune poesie risulta spesso oscuro, il perché è l’esistenza stessa del linguaggio, la sua necessaria obscuritas. È il nostro impasto, in fondo, ed è per questo che si rende necessario di tanto in tanto un taglio nel telo nero davanti alla nostra mente, perché un poco di luce entri e faccia il suo gioco. È il compito dell’artista, dello scrittore, del poeta.
Italo Calvino prefigurava, auspicandone il risalto in questo nuovo Millennio, un’immagine: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo.[10] Un’idea religiosa, quel salto. Un distacco, ma davvero solo apparente, se si torna al paradosso dell’inizio: avvicinare quello che sembra lontano, riconoscerlo come riconoscere se stessi prendendo distacco da sé, è ciò cui conducono la scrittura e la lettura, ed è una dimensione semplicemente religiosa. Tanto più considerando che il termine religione da re-légere significa “scegliere”, “guardare con attenzione”, “aver cura”, e da re-ligàre significa “unire insieme”. Per questo motivo ci si potrebbe spingere a definire la scrittura sacra, trovandone la sacralità in quel pensiero lievitato fino a unire scrittore e lettore, in quell’amore per il linguaggio che unisce alla sua oscurità l’apertura al mondo, in un presente che vede unite storie individuali, piccole, alla Storia, quella grande, quella generale. Superandola.

Cristiano Poletti

_____________________________

[1] Spunti di riflessione mutuati da A. Zanzotto – M. Breda, In questo progresso scorsoio.

[2] Y. Bonnefoy, Poesia e Università, discorso tenuto all’Università di Siena nel 2004.

[3] E. Montale, Satura, Satura I.

[4] Amore, figlio di Penìa ossia della povertà, della mancanza.

[5] Nel finale del Filò di A. Zanzotto.

[6] T. S. Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism; e si pensi inoltre al gorgo temporale posto in incipit al Burnt Norton dei Four Quartets: “Time present and time past / Are both perhaps present in time future / And time future contained in time past. / If all time is eternally present / All time is unredeemable”.

[7] Si fa riferimento qui al pensiero di S. Kierkegaard.

[8] M. I. Cvetaeva – R. M. Rilke, Lettere.

[9] Nella definizione del filosofo C. Sini.

[10] I. Calvino, Lezioni americane.

Verso qualcosa di bello – Paolo Buffoni Damiani

 

La raccolta di neuropoesie di Paolo Buffoni Damiani (Pabuda) dal titolo “Verso qualcosa” è una pubblicazione singolare (altro…)

Tutto fu. Ieri non esiste più. – f.f.

.

La storia è caduta.

Precipitata dalla rupe di questa primitività nuova: di zecca

le farse   studiate a tavolino per un ventunesimo secolo senza vergogna.

La parola

è morta.  Trucidata da avventori che hanno tradito

la sua semplicità

sta sul fondo della discarica sotto quintali di immondizia

e tossici     rifiuti sociali.

Il dialogo

è caduto in un attentato di terrore.

Si è trattato di un  assassinio (in) pubblico

e  nessuno può parlarne perché  ora

la parola è morta.

Quelle che uso le ho raccattate per strade di campagna

e da  pozzi d’acqua in disuso     da deserti luoghi

dai respiri risparmiati     tessuti come lenzuola di canapa ruvida e nodosa

dove i popoli   sfruttati

consumati come  miniere  da estrazione

nei campi da mietere e sotto le pietre delle loro storie

hanno lasciato sillabe di fame   hanno lasciato le braccia  e le gambe

hanno lasciato    una bocca che non tace.

La guerra è oggi

non è sulla linea di un fronte o alla frontiera.

Circola di casa in casa a far fronte all’ immortale immorale

barbarie del forte

cresciuta oltre ogni  misura: dissangua

chi di sangue non ne ha più e lavora lavora

sgravandosi del corpo

crepando di cancro

prima che il favore gli sia restituito.

Tutto fu: ieri

quando la storia dice  con chiarezza cosa

succede. In tutti i tempi del tempo succede.

In questi frangenti i salvagenti non sono i valori

commerciali

non sono i conti in banca

qui crolla l’uomo si uccide

la sua fragilissima sostanza

fatta

di un fiato di vento e qualche sogno alla rinfusa.

.

f.f.- inedito – Il due giugno 2010 la RES non è più pubblica.

E chi ha mai detto che l’amore è uomo? – L’erotismo – di Maria Grazia Lenisa (post di natàlia castaldi.)

“ … l’erezione non è affar nostro: stiamo così bene sulle spiagge. Abbiamo tanti spazi da distribuirci. L’orizzonte per noi non ha mai finito di girare, sempre aperte. Distese in una interminabile espansione, abbiamo tante voci da inventare per dire noi dovunque, anche nelle lacune che il tempo non ci basterà… Il cielo è tra noi.”

Luce Irigaray , Questo sesso che non è un sesso, Feltrinelli, 1978.

 

Ennio Montariello – Erotismo – matita su carta

 

Il 21 luglio del 1990 fui colpita dal fulmine
(Nella liquidità azzurra del mare potrei avere altri zampilli… )
                                        A Luce Irigaray

Io lapidata?
       I colpi della grandine e sabotate le nubi
da angeli un poco sporchi, appiccicate l’ali, quasi
stramate dalla pioggia acida.
Là due creature
con l’ombrello immenso e molto strette, neppure
una goccia della gran doccia scatenata in alto.
E mi ha fermata d’improvviso il fulmine, non mi conosco,
non so la mia storia e l’amore s’inventa a poco a poco
il mio viso di verso, in fondo agli occhi proprio la luna
che diserta il cielo.
         Per quali sogni?
Il Vento le si forma come un corpo maschile per goderla
 in mezzo all’erba, sollevato l’orlo della veste segreta.
        E chi ha mai detto che l’amore è uomo?
Una chioma spiovente sulle spalle color di scudo,
quando batte il sole, gli occhi celesti, aperto sopra
il bruno quasi frinente di cicale(il petto) e così
caldo di pelle (di Imetto). L’amore è vento che ti porta altrove.
         E chi ha mai detto che l’amore è donna!
Ma no, è la Luna tormentata, il volto coperto dal vaiolo,
così lontana che ti pare bella: E’ la luna, la luna,
(non è quella!). O la nube che fugge così tonda a dire
corpi dissoluti e bianchi, amori di animali sconosciuti,
un happening di angeli drogati.

Cosa rimane del celeste Caos… Un amore che a dirsi non si presta.
                L’amore è questa voglia di far versi, sentirli
dentro tutti fra le gambe e ridendo un po’ gemere: mi penetraaa….
                L’amore non è niente, lo si inventa?

L’eros maschile appare come un battello esile in preda ai capricci, ai sereni del mare.

Quanto resisterà il battello, prima di essere schiantato, affondato? Tocca concedergli uno spazio sicuro, perché possa, non dico restare integro, ma essere amorosamente riabilitato, calafatato, dove sognare sempre la fortunosa avventura del mare aperto con i voli dei suoi gabbiani, i segreti nascosti, magari ascoltare il canto delle sirene nell’antico adagio di amore-morte, caro alla cultura occidentale.

E’ così piccola, in fondo la trasgressione, nonostante la monotona ripetitività, ma, per salvarsi, ha bisogno di quella baia ombrosa della pace (eufemisticamente del mare della tranquillità!), della rassicurazione che è lo spazio della compagna, del quale si sono opportunamente segnati i limiti. Lì si sente sicuro, fa le sue capatine per pescare i pesci più prossimi, sogna di possedere (e lo racconta) la balena azzurra e di farsi la doccia ai suoi altissimi spruzzi.

L’eros maschile è fragile, bisognoso di rassicurazioni circa la sua potenzialità, la sua bandiera pirata è patetica. L’eros maschile è un bimbo da far crescere che, miticamente, ancora si crede un gigante.

Ma l’eros femminile è il mare (“A ogni donna che amo/e dunque al mare…” – scrive Grytzko Mascioni in Appunto (da Poesia, Rusconi, 1984). L’universo erotico femminile è liquido, azzurro. In esso esistono isole e mostri, fortunali e ampie bonacce ed esiste, per rassicurare la precarietà maschile, la baia della tranquillità.

La donna tiene a bada in poca acqua (nei confronti della sua liquidità celeste) il mare da sempre e il suo eros, nel limite, è il miracolo del bambino che voleva far entrare il mare in una buca nella sabbia, per fede: la donna per amore. Ella è più forte, perché è capace di dare una stabilità che a torto è considerata il suo elemento, chiamando in causa paura o debolezza. Dice con un’ironia affettuosa, nascosta, perché non sia insostenibile, all’uomo: “io sono il mare vicino casa dove le acque sono basse (le scuoto solo un poco!) e puoi farti il semicupo”.

Ma l’uomo, disorientato, ha ormai perso la sicurezza di questa baia, ha scoperto, a sue spese, che nello spazio dell’eros misurarsi con la donna è abbastanza arduo. La donna è dolce e quieta appunto perché lo sa, l’uomo è anche violento, perché assegnato per sua natura, mai accettata, alla drammaticità di un sesso sgonfiabile, un piccolo canotto nell’azzurro o nel rombo di quelle acque.

E, se intorno ad essa non inventa incredibili storie di sirene, non cerca il salvataggio nella parola, tutto si riduce al coito animale che, fatto dalle creature senza intelletto d’amore commuove, ma ai fini di un remedium concupiscentiae nella specie umana è squallido.

Se la donna trova sbocco nel mare di cui è parte, se prende l’iniziativa, l’uomo è preso dal terrore; il suo interrogativo è se potrà non sgonfiarsi, prima di aver un po’ galleggiato. L’eros maschile è debole, precario, per perdurare sconfina nelle deviazioni. Lo stesso tradimento non è conoscenza, come si vorrebbe, al contrario un continuo rassicurarsi della propria potenza, in mare aperto, scegliendo peraltro il tempo e l’ora, ma con chi ci conosce, adire finalmente alla consolazione della culla, identificando la sposa con la madre.

Posta la distinzione tra i due eros: precario, vulnerabile l’uno, aperto ad ogni possibilità l’altro, si potrà capire come la condizione di “mancanza” dell’uomo o meglio di intermittenza che vuole testimoniarsi come potenza, renda il rapporto uomo-donna più difficile. La donna non ha qualcosa in meno, ma contiene tutto. E’ il mare. In questa condizione di disparità più o meno riconosciuta e capita dalla stessa donna, solo l’amore potrebbe mediare, assegnando da una parte l’umiltà, l’abbandono, dall’altra la capacità di sentirle come autentica prova d’amore.

Superato il distinguo tra i due erotismi, diremo che la sessualità genera vita, l’erotismo arte. Quanto siamo distanti allora nell’uso della parola amore dal gergo osceno, proposto da un piccolo eros che ha bisogno, per gonfiarsi come una rana davanti al bove, di considerare la donna spregevole, puttana, in una miseria che non le appartiene. Ella nell’universo è la trasgressione, l’avventura, la completezza dell’eros, qualora si sporga ed entri nell’altro spazio e lo penetri.

Il piccolo eros ha orrore della donna e di questa sua infinita possibilità di ricevere, perché non accetta l’amore come salvezza. La vita senza amore è come la parola senza la poesia, e, quindi altro è fare l’amore ed altro è essere amore. Se manca amore e arte, sesso e parola sono orizzonti quasi bui.

Il traguardo, sia dell’uomo che non trasgredisce sia dell’uomo che cerca freneticamente la trasgressione, è fuori dall’amore, nella solitudine estrema di Sade o del piccolissimo travet che non rincorre l’avventura per pigrizia, in quanto è richiesto un minimo di gradevolezza e sforzo. Quando un uomo attesta la sua solitudine è davvero o libertino o ligio all’orrifico dovere senza amore. Oltre il limite e nel limite gli altri esseri sono banditi, in nome dell’instabilità o della stabilità, dell’illusoria potenza o dell’impotenza.

L’amore, questo sconosciuto, però non è cieco (come si va dicendo), dà, al contrario, occhi al desiderio stesso che acquista coscienza di sé, quando nel caso del libertino tale coscienza è alterata.

L’amore è la giusta mediazione, ignota a Sade che mai pervenne alla chiarezza coscienziale, né libero, né prigioniero alla Bastiglia, simbolo di una concreta separazione dal mondo.

Quando invece Fromm segna la distinzione tra l’amare e il saper amare instaura la chiarezza, il desiderio di pervenire attraverso l’amore al compimento della coscienza.

Nel porre l’accento sulla parola d’amore, va chiamata in gioco la comunicazione, quel fluido che mancò a Genet e ne decretò il fallimento.

Comunicare quindi non è parlare: è unire le parole tue e dell’altro, per una reciproca comprensione, onde uscir fuori dalla solitudine.

La desolazione dei corpi, la desolazione delle parole sembrano essere la risultante di quella gioia di vivere che la civiltà dei consumi ci propone attraverso la sua anima venduta: la pubblicità.

Contatti di corpi belli, perfetti, sani in superficie e, dietro il sipario, il buio, il rantolo, il trascorrere di topi, la peste, il contagio mortale.

La comunicazione avviene allora con personaggi fittizi che non possono risponderci e si trasforma nella scelta di oggetti che ci entrano nel corpo e ci posseggono.

Sulla scena della vita la donna è accovacciata a terra, lontana dalle sue immagini proditorie, felici, della moltiplicazione dei suoi amori a recitare ancora per l’uomo la parte di preda facile che si concede o si nega: è la stessa cosa. Alle pareti delle stanze, non più segrete, il quadro di Renato Guttuso, dove a gambe aperte Lei si masturba, comunica con le sue acque morte, desolate.

Nella ricerca di una identificazione, guidata da un contesto non suo, comunque di comodo, a casa e fuori, la donna sta perdendo la sua identità, riappropriandosi dell’universo maschile più esteriore, evidente, che appartiene al maschio più per tradizione che per verità.

Così ella aggiunge il fittizio maschile al suo fittizio femminile, costretta a simulare, a fingere una gioia e una leggerezza dell’essere che non può avere, in tanta confusione.

Pur tuttavia la foglia di acanto sul fallo è scivolata nel momento dell’erezione (e nel momento sbagliato per lei!): alla donna piace l’elemento apollineo nell’uomo, del fauno (evocato da Vaneigem) ha semplicemente disgusto. La sua attenzione non è volta al fallo che per curiosità agli inizi della vita sessuale. Dapprima è sempre quasi timore di contaminarsi, finché non intervengono intorno all’offerta dei corpi altre valenze di innegabile forza psichica. Il corpo così diviene oggetto sacrificale dell’amore al quale aspira, del suo essere amore, prima di farlo.

Allora il sesso è davvero la chiave di risoluzione dei problemi d’amore?

Assolutamente no, è il modo più disimpegnato e più tragico di tentare di risolverli, nel ridicolo della sua insignificanza, escludendo ovviamente il valore della procreazione; è l’usa e getta della parola amore, la fine di ogni incanto.

“Mai così cedevoli le vagine, e mai così immemori. La rosa mistica, il bocciolo promesso al di là della battaglia contro il drago. Ad esso procedeva il cavaliere inastato… I miti fiabeschi ci mentivano, ma quale menzogna è più disarmante della nudità scevra di magia? Questi corpi desolati”. (Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza, 1974).

Col sesso ci si assicura la salvezza fittizia proprio dall’amore in un abbandono del tutto provvisorio.

Dopo il mito di Don Giovanni, legato non all’amore, ma alla conquista che conferma la necessità dell’uomo di essere infedele, dopo quello del corrispettivo femminile (la mangiatrice di uomini!), toccherebbe riaccostarsi alla sacralità dell’eros per un convegno non solo di corpi, ma di anime, non solo di gesti, ma di parole autentiche davvero comunicanti, in un “progetto di comunicazione” che non ci spogli del mito.

Va ribadito che la sessualità genera vita, nel sessuale – come rilevò anche Baudrillard, il corpo trova il suo parametro di riproduzione; l’erotismo genera arte nel desiderio insaziabile.

 Credo che per l’erotismo tocchi risalire alle meditazioni di Lou Andréas Salomé che riteneva che amare e creare abbiano identiche radici: “ In ogni processo creativo è solo l’irresistibile amore per un soggetto stimolante, la traboccante sensazione voluttuosa da esso suscitata, a dar vita all’opera; si tratta di un vero e proprio atto amoroso, e, parimenti ogni amore è un atto creativo, autonomo, un entusiasmo creativo o procurato, sì, dalla persona amata, ma non per essa, bensì per se stessi” (La materia erotica, 1977).

Naturalmente è d’obbligo rassegnarsi all’intermittenza dei furori d’amore o della creatività, qui interviene per l’uno l’amicizia, per l’altra l’ascolto, e chiamano in gioco il saper amare, scegliere che l’intermittenza diventi noia è scongiurato dall’impegno.

Hanno fatto il loro tempo i collezionisti di avventure, gli amanti delle sensazioni forti; restano a margine le deviazioni nevrotiche, dovute ai condizionamenti del sociale, le quali sono il pattume dell’erotico non esso medesimo come vorrebbe Rops. E stolta mi appare anche la convinzione di Moravia, quando conclude che l’eros libero è più ricco dell’amore. Ricco di che cosa? Di carni, di dentiere, di peli, di fiati? O corpi vecchi mescolati a corpi giovani?

L’erotico, visto come arte del sordido, del maleodorante, quale ad esempio denuncia Velio Carratoni, con i suoi eroi negativi in una Roma-cloaca, è frutto di condizionamenti sociali, della mercificazione dei corpi. “Il corpo c’è – scrive in proposito Gaudio – ma ha perso il mondo o la carne gli si è appesantita”.

Siamo all’erotismo di consumo, “il corpo non è più lo strumento attraverso cui noi siamo nelle cose. Le cose sono nel corpo.” E’ la tragedia di quando non c’è più alcun mito.

Giunti a questo (e il poeta citato rappresenta o tocca il punto più basso) decelerante dell’erotismo consumistico (in una Roma di massaggiatrici, di incontri particolari, nel brulicare di una perversità odiosa), ecco farsi urgente l’amore e la necessità del mito che è recupero del corpo nella parola, possibilità di essere nelle cose e non invasi da esse.

Abbiamo citato Velio Carratoni, un autore niente affatto trascurato dalla critica, ma potremmo citare varie maleodoranti antologie in cui l’efficacia del reale è così intensa da non portarci il soave odore delle mele di Proust.

Tocca ripercorrere il cammino dei valori, salire un po’ più in alto, rizzarsi su due zampe.

Ci domandiamo quale sia la posizione della donna rispetto all’eros: libera o prigioniera rischia quasi sempre di fare il gioco dell’uomo.

E quanto all’arte, al femminile l’erotismo ha avuto rarissimi cantori, è emerso annegato come il cadavere di Ofelia. Comunque, sia al maschile che al femminile, qualora accada di essere nel dio, se ne resta dentro e remoti. Ne hanno coscienza, a tratti e con sgomento, le creature che hanno abitato il fulmine, onde la celiniana angoscia: “Je suis ni jouisseur, ni sensuel, je suis détaché, classique dans mon délire”:

Ma, al femminile, la dichiarazione assume, attingendo ironicamente al genere neutro (Questo sesso non è un sesso di Luce Irigaray)  la portata di una sconvolgente trasgressione; il sérieux diviene nel crescendo di un sorriso, ilarità. Per cui al femminile si potrà parlare di allegria di scrivere  ed utopisticamente di allegria a vivere l’eros.

Ben sappiamo invece che la poesia erotica maschile sia secolarmente afflitta da mal di teca, ossia nella teca viene chiuso quanto dà angoscia nella donna, la foemina simplex, capace di mettere in crisi le istituzioni, di contrapporre la sua a-moralità all’immoralità maschile che le dà la caccia sull’orlo della paura, sino a riscattarla divisa nella mater.

L’erotismo certamente genera arte ed in questo senso non è legato alla deperibilità del sessuale, al suo angusto corridoio genetico, mentre la sessualità, generante vita, come tale è legata al suo limite, all’esauribilità, alla morte.

Ecco che la poesia non può che essere il corpo magico in un’area di privilegio, quella erotica, da denominarsi sacra e cosmica. Ci si appropria per la rappresentazione dei misteri di uno spazio altro, con schizofrenia, sapientemente guidata, ma non tale da sconfinare dal sentimento di irrealtà alla follia.

Ogni poesia erotica, se autentica, ha in sé Venere e Marte, è coito di luce e d’acqua; l’elemento maschile e femminile sono in compresenza mistica. Quindi chi scrive d’eros, sente l’urgenza di appropriarsi il più possibile, di segreti sepolti sotto le istituzioni che pure gli appartenevano dal principio come verità di vita, se portati avanti con libertà di crescita e desiderio, che, però, incontestabilmente gli appartengono nello spazio di privilegio dell’arte erotica, in un raffinato piacere intellettuale. L’erotismo, in arte, non è malattia, ma misura, equilibrio, comicità, e giustamente bisogna rilevare come non ammetta il sentimento se non in vibrazioni miracolose, sotterranee come sorgenti dal di dentro a nutrire l’aridità.

Ogni uomo, ogni artista dovrebbe scoprire in sé il continente favoloso e imprevedibile della femminilità, riproponendo fortemente coesive forza e grazia.

Sempre parlando di poesia che ci corrisponde, la donna, se riesce a moderare il sentimento, nel suo comporre, tocca un erotismo smagliante, libero da tradizioni culturali maschili. Esce, per intenderci, dalla teca dove l’uomo rimane in ginocchio a pregarla e, alzando gli occhi, finisce per accorgersi che non è più là dentro, ma alla conquista dei suoi spazi.

“ Non più bocciolo promesso… “(Cesarano), non più desolata, ma tesa a rivelare il suo universo erotico, strappandosi i lustrini da principessa, sconfinando dai grandi quadri che esaltano la funzione sotirica del maschio.

Il sorriso resta sempre la sua arma, remota dalla violenza, atta a destarsi e palpitare nel vento della tenerezza che rivaluta l’essere, non necessariamente estraneo all’amore, in un inno alla gioia, nell’espressione di una più gentile e umana civiltà.

Alle donne spetta di “scaturire un ritmo nitido e vigoroso, direi femminile e maschile, cavato da un’arpa arcaica consegnata da sempre a loro…” (G.Arcangioli).

Speriamo allora che emergano tutte le compiante Ofelie, e, come la balena azzurra, alzino il loro ilare, altissimo zampillo nella spaziosità di Thalassa. E, ridendo, anticipino la chiusura delle porte del secolo, magari sigillandole con il romanzo “La principessa e l’antiquario” di Siciliano, dove è dettata la diagnosi apparente della loro morte, nel trionfo di quello che io chiamo mal di teca.

E, ritornando alla vita, Amore non è cieco ed il nuovo mito comincia qui, ora che ci mostra i suoi occhi azzurri di mare e non dice all’uomo: “Conosci te stesso” nei panni di Apollo, ma: conosci la donna in te, per amarla. L’oracolo si fa più chiaro ed il dio ci sorride tra amore e poesia.

Maria Grazia Lenisa

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