amelia rosselli

I poeti della domenica #260: Amelia Rosselli, ah così pensavi che avresti trovato la felicità

.

ha so you had thought you would have found felicity
at the corner drug-
store, and are once more deluded, o you who wait
timelessly at the fountain and are shoved
back into your own
lair. nevermore nevermore do we say upon
each division from
glory, nevermore shall we illude our senses our very
essence, that again the blood might run flesh upon the white
block. Bring in your heavy load of dry herbs bring
in your pain and keep it frozen to your own
essence, it might shind itself into
white light, if you but
dig into it.

(altro…)

Alba Gnazi, Verdemare

Se Dafne incontra Ondina sulla riva
si sporge l’una, l’altra emerge cauta.
Non più umane per scelta o non ancora?
Gli arti intrecciati ascoltano la cincia.

(A.M. Curci)

 

Alba Gnazi, Verdemare. Cronologia inversa di un andare, La Vita Felice 2018

Un incontro tra Dafne e Ondina, tra l’umana che si fa albero e corteccia e la creatura dell’acqua che osserva e sprofonda e poi riemerge. Questo è ciò che ho pensato, sin dalla prima lettura di Verdemare, la seconda raccolta di Alba Gnazi, recentemente pubblicata dalle edizioni La Vita Felice.
Verdemare si colloca perfettamente all’incrocio tra l’omaggio agli affetti più profondi, il «carteggio postumo», la memoria, la commozione (la dedica A Nonna Anna costituisce a mio parere una chiave di accesso ai testi raccolti) e la luce della bellezza. La bellezza è di casa, qui, ma occorre saperla riconoscere, così come accade in miti e fiabe quando la persona amata, per scelta o per condanna, mette alla prova l’amore assumendo tratti aspri, sembianze acri, mimetizzando la maestosità, dissimulando la dolcezza. La bellezza è qui, anche quando questa è «bigia», quando ha la luce cruda e crudele della partenza pressante, dell’inverno inclemente, quello stesso al quale Ingeborg Bachmann conferì valenza universale nei versi de Il tempo prorogato («ché le interiora dei pesci si sono raffreddate al vento./ Arde misera la luce dei lupini/ il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia»).
È la prima delle nove sezioni che compongono la raccolta, Invernata toscana, a introdurre chi legge a questa peculiare bellezza, che non si potrebbe concepire separata da un paesaggio particolare, quello regionale indicato nel titolo, paesaggio che allo stesso tempo diventa allegorico, esattamente come avviene in Exposure (“Allo scoperto”) di Seamus Heaney, il quale è peraltro, insieme a Eliot, Montale, Amelia Rosselli, destinatario di uno dei Quattro omaggi dell’omonima sezione. Allora è la gora, luogo e termine ricorrente in questa prima parte, la gora di dantesca, così come di luziana memoria, a farsi lume al procedere: «Alibi di fine inverno/ presidiano gore e/ boschivi intermezzi» (Winter Line).
Leggo Biancazita, la poesia che conclude Tornare all’acqua, la terza sezione, come il centro di una raccolta che non perde mai il ritmo, anche quando lo cambia, anche quando passa dall’affresco-metafora dell’inverno permanente della prima sezione alle forme stringate della seconda, che porta il nome del sottotitolo del volume, Cronologia inversa di un andare, all’epica amorosa dei Quattro omaggi, la quarta sezione, alla memoria intrecciata di nonna e nipote nell’ottava, sezione che porta lo stesso titolo della raccolta, Verdemare. La consuetudine con il dialetto pugliese della mia “nonna Anna” mi fa leggere Biancazita come “Biancasposa”, alla quale brinda la «Musa in carne e fole», quella «Vite rubra, fulva/ di operosi compromessi» che ne apre la seconda strofa. Bianca come l’alba (e Alba è il nome dell’autrice) che si schiude nell’incipit, Biancazita pare davvero alludere a una manifestazione antropomorfa del rinnovarsi quotidiano delle promesse della natura: «Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri/ a valico tra i profili dei monti; sul paese/ con le mani ai fianchi;/ rassetta a oriente i malintesi/ stretti con l’eterno,/ coprendoli di nebbie.».
Alla promessa di luce di Biancazita risponde la complessità di Luce migra, altra poesia che riunisce magistralmente il naturale e il concettuale, o, per dirla con le categorie schilleriane di estetica, l’ingenuo e il sentimentale: «Proteggi lo scintillio, la cupa risonanza del barlume,/ la sciarada di luminarie che riluce/ dove passa il tuo silenzio;/ intendi il riflesso che vibra/ in cuore d’alba, il predestinato barbaglio,/ la lanterna;/ luce migra e tu sii migrazione,/ sii mappa, sii sudor di lucerna». Sarà allora l’accoglimento della complessità in un rinnovarsi di concepimento e gestazione a dare sostanza plurisensoriale e, insieme, spirituale alla poesia.

© Anna Maria Curci

Winter line

Alibi di fine inverno
presidiano gore e
boschivi intermezzi.

Inconsumabile la verità
di ogni piccolo fiore
lasciato a sovrintender
la libertà della pietraia.

Il calanco tra i rivi riscuote
il canto sommesso del porcospino
innamorato degli anemoni di aprile. (altro…)

I poeti della domenica #236: Amelia Rosselli, Tu con tutto il cuore ti spaventi

Tu con tutto il cuore ti spaventi
Di aria che ti scuote e ti perde;
giù per le facciate analfabete
sprigionano i sogni, il sangue
in grosse gocce che tu conti
cadere a precipizio sulle mani
ritirate dall’angoscia di sapere
dov’è l’aria cosa muove perché
parla, di mali così annaffiati
da sembrare, tante cose insieme
ma non una che si scordi quel tuo
trascinare per immense giornate
notte e sangue.

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© A. Rosselli, in Serie ospedaliera 1963-1965, Milano, Il Saggiatore, 1969 ora in L’opera poetica, I Meridiani, Milano, Mondadori, 2012

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poesia scelta da Viviana Fiorentino

I poeti della domenica #235: Amelia Rosselli, Inesplicabile o esemplare

Inesplicabile o esemplare
generosa e trita ti concedi qualche piccolo
ritorno alle abitudini.

La lingua scuote nella sua bocca, uno sbatter d’ale
che è linguaggio.

Sentì bisogno allora di innalzare, piramidi alla
verità (o il suo mettersi in moto)
.

© A. Rosselli, in Serie ospedaliera 1963-1965, Milano, Il Saggiatore, 1969 ora in L’opera poetica, I Meridiani, Milano, Mondadori, 2012
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poesia scelta da Viviana Fiorentino, che ringraziamo.

Roberta Sireno: intervista su ‘senza governo’

Pubblichiamo oggi la trascrizione con ampliamenti dell’intervista fatta a Roberta Sireno in merito alla sua seconda raccolta senza governo edita da Raffaelli editore nel 2016 (il precedente, Fabbriche di vetro, è disponibile qui). L’intervista video è stata realizzata lo scorso luglio a Mestre e si può vedere ed ascoltare qui.

*

Il libro si costituisce di tre parti che indicano lo svolgimento “narrativo-poetico” dei temi che tratti. Vuoi raccontarci come nasce il percorso, dal 2011 al 2015, che porta alla sua stesura?

È stato un percorso molto difficile perché, a differenza del primo libro, che è stato per me la storia di una scoperta, quella della passione per la poesia, la seconda raccolta è stata concepita in modo più isolato, più in solitudine, e l’ho elaborata all’interno di un sistema stilistico-poetico preciso in cui contenere il caos dell’esperienza. E quindi, a livello narrativo, si suddivide in tre parti cui corrispondono delle dimensioni temporali. È il tempo diciamo “non reale” ma quello della poesia. La prima parte s’intitola premessa, perché allude a una condizione preliminare di scavo dei fondali, delle profondità della poesia, da cui emergere. La seconda parte prende il titolo del libro, senza governo, e allude a una condizione in cui il corpo, la parola e il linguaggio sono esposti a un incendio, al fuoco della poesia, a qualcosa che vuole affermare ma anche distruggere il controllo. L’ultima parte, intitolata dopo, riguarda un momento successivo, in cui avviene una sorta di ricostruzione di un’armonia perduta, che è comunque momentanea e precaria, perché il precipizio è sempre vicino.

Sei entrata molto profondamente nei tre momenti. Vorrei farti un’altra domanda sulle tematiche. Dal mio punto di vista c’è in assoluto – ma in termini non esclusivi – il corpo, ma anche la parola che è corpo, già propria del tuo stile. E con il corpo c’è il sesso o meglio la sessualità e un attraversamento di una certa “violenza” che raccoglie, nell’etimologia, la VIS latina, traducibile come “forza, energia, vigore, potenza” e che “fa corpo” nella parola poetica. Come si declina, nel tuo poetare secondo te, questa VIS?

Sicuramente il corpo è stato centrale nella mia scrittura, anche perché si fa esperienza attraverso il corpo, il corpo è, infatti, memoria dell’esperienza: essa lo attraversa. Poi c’è da dire che il mio corpo ha subito un trauma, quello della sordità, del non sentire. Questa condizione di silenzio può essere negativa e positiva, e quando è negativa, nel profondo, agiscono alcune dinamiche: tra queste c’è un forte desiderio di comunicare; quando non si riesce, diventa difficile gettare i ponti con il mondo esterno. Invece l’aspetto positivo è che si conoscono altri livelli di realtà: delle realtà silenziose, profonde, segrete. Il trauma del corpo si riversa sulla scrittura, e diventa molto fisico; da esso scaturisce una violenza verbale, fisica, e una parola-carne, una parola molto corporea. E quindi poi si arriva alla sessualità, che è anche un modo di comunicare con gli altri attraverso il corpo.

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Sulla poesia di Amelia Rosselli (di M. Allo)

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

LIBERTÀ, RICERCA E MUSICALITÀ NELLA POESIA DI AMELIA ROSSELLI 

di Maria Allo

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…
… E se paesani
zoppicanti sono questi versi è
perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo
faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima
perché il ritmo t’aveva al dunque
già occhieggiata da prima.

(da Impromptu, 1981)

Un linguaggio frantumato e oscuro caratterizza l’appartata esperienza poetica di Amelia Rosselli che si distingue però per un’intonazione appassionata, rara nel secondo Novecento. Non può seguire studi regolari, costretta a trasferirsi con la famiglia dalla Francia all’Inghilterra, ma acquisisce una piena padronanza di tre lingue (italiano, francese e inglese); forse anche per questa sua formazione internazionale la Rosselli risulta estranea alla tradizione italiana e continua senza sosta a coltivare l’idea precisa e dichiarata di una lingua poetica universale, come universale è la musica. In tal modo punta al cuore della sua personale ricerca e ne scandaglia l’esperienza sofferta nel corpo e nella psiche. Traumatica deve essere stata la vita da “rifugiata” che iniziò a condurre sin dall’omicidio del padre Carlo Rosselli, esule antifascista, fondatore di Giustizia e Libertà e teorico del Socialismo Liberale, e del fratello di lui, Nello, assassinati da sicari fascisti. Amelia, nata nel 1930, ha appena sette anni ed è ovvio che questa vicenda la segni in maniera indelebile, come la segna il devastante rapporto con la madre Marion Cave. Viaggia tra l’Europa e gli Stati Uniti: «Non sono “apolide”» – precisava in un’intervista rilasciata a Spagnoletti, nel 1987 – «Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati» (1987/2004, p. 9). Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l’attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. È Pasolini a presentare nel 1963, sulla rivista letteraria “Il Menabò”, diretta da Italo Calvino, una prima scelta di Variazioni belliche della Rosselli, preparazione all’edizione in volume dell’anno successivo, edito dalla Garzanti; è sempre Pasolini a definire la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da «una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali». Il tema dei lapsus, Pasolini aveva comunque precisato, «è un piccolo tema secondario rispetto ai grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono il corpo di queste poesie», quindi ne ridimensiona la rilevanza e individua nello stile di Amelia Rosselli una dimensione tragica e dissacrante, che unisce registro alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma, una scrittura pericolosamente libera. Disse bene, anni dopo, il critico Pier Vincenzo Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli, definendola: «un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un’attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale». Il disagio esistenziale della Rosselli si riflette nella sua opera e sarà lei stessa a raccontare in forma di prosa poetica i suoi vent’anni di vita: il solitario arrivo a Roma, l’incontro con Rocco Scotellaro, in una relazione sempre rimasta ambiguamente in bilico tra l’amore e la grande amicizia. Poi la morte di lui e l’inizio di un periodo di oscuramento progressivo della memoria e della ragione, peregrinando fino alle campagne fangose di Matera in cerca del fantasma del perduto amico/innamorato morto. Quando Amelia Rosselli morì, l’11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra del suo appartamento romano di via del Corallo, si pensò che quel suicidio avesse posto termine a un lungo silenzio creativo, ulteriore dolorosa ferita in una vita segnata dalla malattia mentale. Una malattia che, come sottolinea il cugino, Aldo Rosselli, «fa parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita». In realtà in quel periodo Amelia aveva appena ricominciato a scrivere, in inglese e in italiano, con il bilinguismo tipico della sua opera matura. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio, lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi, con una particolarità ulteriore e singolare: Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita l’11 febbraio, esattamente come la poetessa Sylvia Plath, autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione. Sul suicidio di Silvia Plath, posto in relazione al rapporto con la madre, Amelia dice: noi possiamo anche accusare la madre, non è certo la madre che deve essere ritenuta responsabile, ma la società, una società terapeuticamente ignorante, meccanicistica e, quello che è peggio, una società incosciente nel suo matriarcato di stampo capitalistico. (altro…)

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

«Visioni sonanti»: intervista a Patrizia Mattioli

L’incontro con Patrizia è avvenuto nel 2015 nell’ambito di Electro Camp, Festival di arti performative che ha luogo da alcuni anni a Forte Marghera, Venezia-Mestre. Iniziava lì uno scambio forse timido ma proficuo, di letture, visioni del mondo, uno scambio che è soprattutto musicale. Mentre il mio orecchio era teso e i miei occhi erano pronti a scoprire novità e a farle proprie (o a riscoprire quello che, nel profondo, mi appartiene da sempre) il suo live con la danzatrice Marta Ciappina mi catturava, mi ammaliava. Restavo folgorata dal lavoro di Patrizia pur sentendo di non avere tutti gli strumenti per comprenderlo; la stessa cosa accadeva lo scorso gennaio a Venezia, in occasione del sesto compleanno della netlabel veneziana electronigirls: il suo live concert (che si può riascoltare qui) diventava un’esperienza di ascolto che ripeterò spesso, in seguito. Da questi ricordi affettivi e molto personali nasce la chiacchierata informale che leggiamo oggi, alla scoperta di un mondo plurimo che − proprio per la sua complessità − merita tempo e attenzione.

Alessandra Trevisan

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Da molti anni ti occupi di musica elettronica “di ricerca” e di elettroacustica ma la tua storia musicale inizia altrove. Voglio chiederti come tu sia approdata a questo ambito e di definire – in modo più appropriato di quanto possa fare io – quale sia il tuo lavoro oggi. Inoltre, non te l’ho mai chiesto ma trovo sia d’obbligo: quando è maturata questa scelta di lavorare con la musica elettronica, in quali termini si è declinata all’inizio e quali sono stati i tuoi principali punti di riferimento da subito nel tuo percorso?

La mia storia inizia dal Conservatorio di musica “Arrigo Boito” di Parma con il corso di clarinetto e il conseguimento del diploma nel 1993. In quel periodo ho iniziato a frequentare, come polistrumentista, gruppi di avanguardia musicale quali  T.A.C., Kinoglaz, Kind of Cthulhu. Sono approdata così in diversi generi musicali passando dalla musica classica, contemporanea al post industrial, al dark, eccetera. Ho iniziato ad improvvisare con qualsiasi tipo di strumentazione, synth, percussioni, gong, drum machine, clarinetti.
La possibilità di ampliare i miei orizzonti con i musicisti più svariati mi ha permesso di arrivare finalmente alla composizione. L’incontro con il teatro Lenz Rifrazioni è stato fondamentale.
Ho intrapreso un viaggio di ricerca sonora lavorando a stretto contatto con attori, registi, artisti drammaturghi, poeti. Musica per la scena scritta e suonata dal vivo. La ricerca della drammaturgia sonora.
Il percorso compositivo all’interno della compagnia è durato 8 anni, la sperimentazione timbrica si è evoluta passando dalla strumentazione classica fino all’analogico, synth, campionatori, registrazioni, concept sound di paesaggi sonori per installazioni con artisti visivi. Dopo questi anni intensi di lavoro ho deciso di intraprendere un periodo sabbatico fuori dal teatro e fondamentalmente fuori dall’Italia.

Nell’estate del 97 sono partita per Londra per esplorare me stessa e ricercare una nuova maturità artistica. L’anno londinese mi ha portato a nuove partiture, sperimentazioni con suoni urbani, musiche per cortometraggi. A Londra è nata Dance for a Tube Station, partitura per violino e paesaggi sonori ed elettronica (soundscape metropolitana londinese). Il violinista ha una notazione complessa, un concertato di linee della tube station e notazione per arco. La partitura è stata eseguita a Londra e a Monaco dal violinista Adriano Engelbrecht. In seguito The Tower of Babel Partitura per quattro lingue d’attore ed elettronica importante composizione che delineerà la mia  ricerca stilistica.
The Tower ha una strumentazione analogica – campionatori, drum machine, microfoni, pedali, effetti: le quattro voci dialogano con sonorità impazzite nella caduta della torre
La composizione vince il concorso all‘Ircam di Parigi (Institut de Recherche et Coordination  Acoustique/Musique). Ho la possibilità di studiare a Parigi per uno stage intensivo di informatica musicale all’Ircam. Da questo periodo ricco di stimoli decido di lavorare assiduamente alla musica elettronica dialogando tra analogico e digitale. Johanna M. Beyer, Alice Shields, John Cage, Luigi Nono, Erik Satie, Karlheinz Stockausen, Daphne Oram, Giacinto Scelsi, Kraftwerk, Pierre Schaeffer, Cluster, Xenakis sono stati i miei punti di riferimento del mio percorso.

Il tuo lavoro si è sviluppato in ambiti diversi e senza dubbio affini: il rapporto con il teatro e con la danza – con il corpo e la scena, forse – è pregnante nella tua pratica. In che modo la tua musica interagisce con queste forme artistiche? Potresti introdurci almeno due progetti recenti, nei rispettivi ambiti, cui hai partecipato o stai partecipando?

Il mio lavoro, negli anni, ha approfondito il rapporto con il corpo in scena. Gli ultimi progetti sono stati molto importanti: Digitale Purpurea è un live concert-spettacolo con la compagnia Stalker/Daniele Albanese. Le musiche per questo spettacolo di danza sono un vero live electronics con i danzatori che accompagnano, intercettano, scuotono ritmicamente i corpi in una vibrazione ritmica inarrestabile. Il secondo spettacolo è stato “AKASMIK – IMPROVVISO Dance Poetry Music” dedicato al poeta Roberto Sanesi: Bharatanatyam e Danza Contemporanea: Nuria Sala – Musica voce and Live Electronics: Patrizia Mattioli – Tabla Percussioni Elettronica Voce: Federico Sanesi – Poesie di Roberto Sanesi.

Improvvisare è come andare in “estasi” (letteralmente stupirsi, astrarsi dalle cose del mondo) è entrare cioè in quel particolare “stato modificato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento, la parola e la musica creata.

Il progetto “Akasmik-Improvviso” compone ed elabora dialogando a tre, la combinazione è tra movimento, flusso poetico e musica. Parola – Suono – Gesto – Visione. La raffinata e profonda poesia di Roberto Sanesi amplia lo spettro sonoro nel nostro trio, suggerendo molteplici interpretazioni possibili. Akasmik è “Improvviso”, stupore, scintilla, cogliere la visione dell’attimo. Entrare cioè in quel particolare “stato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento e la musica creata. In questa magica dimensione, ogni nota, ogni accordo, ogni suono, ogni movimento diventa meravigliosamente bello e carico di significato. Conoscersi e conoscere attraverso l’azione: danza, poesia e musica; oltre barriere di spazio e tempo, in cerca di accordi d’anima, di ponti tra terra e cielo. Le composizioni dialogano con suoni manipolati, frammenti poetici e si sviluppano con la danza e le percussioni in una estatica visione sonante.

(altro…)

Un libro al giorno #11: Amelia Rosselli, Documento (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Amelia_Rosselli

Finché non diventa vanità non è libertà
ma è solo l’anima in pena che si descrive
mentre paradossalmente non si prescrive
altro che accomodamenti.

Perché così solitaria: è per esempio:
questo che ti lega al foglio di carta
e alla bianca pagina (si cancellò poi)
e in ciò facendo tu vedesti aprirsi
altre scarse ragioni di fare il morto.

Morto o vivo che crudeltà: non hai alcun
modo d’esprimere buone intenzioni che
hanno tutta l’apparenza agli occhi incuriositi
d’esser tutt’altro che libertà.

Faccende oscure ti riempiono la mente
di torture mal e difficili da sopportare
ma tu nella tua chiarezza impervertita
vedrai un giorno forse, forse (e ne
sono sicura quasi) (se non muori) pervertirsi
la tua anima in un più generoso dono

che è lo scrivere adorando e perdendo
ogni giorno della tua giornata perdendo
la facilità che tu hai a descrivere
queste minuzie di così poca importanza.

© Amelia Rosselli, in Documento 1966-1973, Milano, Garzanti, 1976

Un libro al giorno #11: Amelia Rosselli, Documento (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

amelia

Quanti campi che come spugna vorrebbero
arricchire il tuo passato, anche il
tuo presente soffocato.

Quante viuzze del tutto pittoresche
che tu vorresti tramutare in significato

dell’essenza di questa tua sofferenza.

Ma geme nell’essenza della tua sofferenza
un desiderio di sonno e di carne. Oh

come i merli tacciono! Hanno confuso
la tua idea della pace con il tramonto

che offrì ai tuoi occhi penduli solo
un sofisticato sequestro della tua brama
d’essere solo, e te stesso.

© Amelia Rosselli, in Documento 1966-1973, Milano, Garzanti, 1976

Un libro al giorno #11: Amelia Rosselli, Documento (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

garzanti_rosselli_documento_25

Vorrei donarti il mio sangue tutto.
Ma esso corre in piccoli inestricabili
rivoletti, e non graffia la tua porta
d’entrata con abbastanza tenerezza
per tenerci a galla.

O forse sei qua ad accompagnarmi?
Ne ho perso le vie anch’io di questa tua
triste casa. Non vedo altro che luci
e tramonti che a me sembrano diabolici.

Hai rime intense per me, non posso
provvedere al caso che tramite questo
tuo essere re delle mie giornate.

© Amelia Rosselli, in Documento 1966-1973, Milano, Garzanti, 1976

proSabato: Amelia Rosselli da “Diario ottuso”

diario ottuso

25/3/67

S’era illuminato il progetto: non era più una speranza ma una volontà.
…….Io decidevo di esprimermi con maestà e furore anche se le parole assumevano a volte un contegno più che irrispettoso. Perché, mi chiedevi, e illustravi le tue difficoltà, obiettive anch’esse ma non risolutive.
…….Non ho altro candore che questa mia brigliata simpatia per le maestose ombre del paradiso in terra.
…….Paradiso! Ma è furore, battaglia e convinzione.
…….No − è la mia ombra, il mio permesso ad una libertà in atto, limitata dalle tante crisi biologiche.
…….Volete contenerVi? E allora, con quel bastone in mano, vi mostro o miei amici, che non era il sangue blu, vivace, paralizzato, ad accendere le varie speranze ma invece una facile combattività che mostrò il suo umore con un contegno irreprensibile.
…….Esso è irreprensibile? No − è vuoto e candido, nero e triste, erotico nelle sue fondamenta e moralistico nei suoi dibattiti contaminati da articolazioni e scrigni.
…….Ho irriso il potere? Ho contato sulle due dita le vostre misantropie, le mie lagnanze, la vostra simpatia?
…….Il gioco, brusco, negativo − quasi sempre solitario − non fu fatto: fu distrutto, con una penna arrugginita in mano, e con bianche pagine dedicate alla tranquillità.
Quale nero profondo impegno nelle mie mestruazioni!

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© Amelia Rosselli, Diario ottuso, Milano, Garzanti, 1997, p. 628 (edizione di riferimento). Prima edizione: Roma, IBN, 1990.