ambrosiana cohen

in-side stories #29 – Ambrosiana Cohen

berlin 2011 -foto gm

in-side stories #29 – Ambrosiana Cohen

Il venerdì lo chiamiamo “il giorno tutti fuori” o “liberi tutti”, che in due parole significa che io e i miei colleghi facciamo pausa pranzo ognuno per i fatti propri. Per nessun motivo in particolare, soltanto perché ci va. Magari è solo un modo per avvicinarsi al weekend più rapidamente, illudendoci così facendo di accelerare il processo che mette fine alla settimana lavorativa. Stronzate, starete pensando. Beh, potreste avere ragione ma non tutte le volte, perché ogni tanto funziona. Io, di solito, in queste pause pranzo, mi faccio un giro, passeggio o vado in libreria, poi mangio un panino e via. Non questo venerdì. Oggi sono andato a pranzo in uno dei nostri soliti self-service convenzionati, quello arredato in stile americano. Tipo rapina in Pulp Fiction, ma molto meno bello e, vagamente, cupo. Metto un paio di portate sul vassoio e mi siedo a un tavolino in fondo alla sala. Una decina di metri davanti a me, due gradini più in basso rispetto alla specie di palchetto dove sta il mio tavolo, un uomo, forse un collega, totalmente calvo, sta mangiando con la testa, rosea, praticamente nel piatto. Credo mangi una zuppa di cereali o legumi. Qui, d’inverno, le zuppe non mancano mai: costano poco e illudono i clienti di mangiare in abbondanza. Ne conosco parecchi che, un po’ per economizzare un po’ per pigrizia, fanno il pieno a pranzo e la sera si arrangiano. In più, le zuppe scaldano. L’uomo solleva la testa di tanto in tanto, per guardare i video musicali che scorrono, ininterrottamente, sul televisore piazzato sulla parete di fronte al tavolo dove sta seduto. Qui, mentre fingo di non sapere che sto mangiando degli orribili broccoletti, la scena comincia a rallentare, i colori a sfumare. Una cameriera passa di fianco al tavolo dove sta seduto l’uomo e raccoglie un vassoio vuoto, si ferma un attimo rapita da un qualcosa, ecco cos’è: una canzone, un video musicale. Sono lontano e non riesco a distinguere la musica, facile che sia uno di quei cantanti usciti dai talent show, ma posso vedere. La donna rimette il vassoio sul tavolo e rimane rapita a fissare lo schermo, le brillano gli occhi, alle sue spalle le fanno, in una finta prospettiva, da aureola, delle lucine di Natale, ancora illuminate a un mese dalle fine delle feste. Io e i miei broccoletti (che ormai tratto da popcorn) assistiamo alla scena come se fossimo al cinema. L’uomo solleva la testa dal piatto, guarda lo schermo, guarda la cameriera e sorride, si alza. Il suo movimento distrae la donna che lo guarda, sorride a sua volta. L’uomo, grosso come pochi, le si avvicina, le prende la mano, le fa un inchino e un cenno, indicando con lo sguardo uno spazio tra i tavoli. La cameriera, maglietta e cuffietta verde, arrossisce ma si lascia portare. Cominciano a ballare. Come una coppia di sessantenni in una balera della Bassa, ma sembrano pure due invitati di un matrimonio del Vermont o dell’Ohio. A questo punto è tutto in bianco e nero. Non so quanta gente sia ancora seduta a pranzare, non so se qualcuno stia vedendo quello che vedo io. I due continuano a volteggiare sotto le stelline di Natale, in una danza che commuove ma, non capisco il perché, mette anche un po’ di tristezza. Per un attimo mi sembra di identificarli dentro una felicità provvisoria e meravigliosa. L’istante dopo li vedo in piccoli appartamenti, li immagino vivere dentro una roulotte in Iowa, giocare a Bingo sulla circumvallazione esterna, chiedere un prestito e non ottenerlo, con figli divorziati e lavatrici rotte. E non so il perché. Intanto loro vanno avanti a ballare. Ballano, anche quando la canzone finisce. Poi di colpo, come se qualcuno li avesse svegliati da un sogno, smettono, ridono imbarazzati. Lei si passa le mani sulla gonna, si mette a posto la cuffietta. Lui si allontana e farfuglia qualcosa. Mi alzo e chiedo alla donna quale fosse la canzone e lei mi risponde con aria assente: «Quale canzone?» Guardo l’ora, mi restano dieci minuti di pausa, le rispondo: «Niente, mi scusi.» E vado via.

© Gianni Montieri

***

Bob Dylan – The man in me, 1970 – Album: New Morning

The man in me will do nearly any task,
And as for compensation, there’s little he would ask.
Take a woman like you
To get through to the man in me.

Storm clouds are raging all around my door,
I think to myself I might not take it any more.
Take a woman like your kind
To find the man in me.

But, oh, what a wonderful feeling
Just to know that you are near,
Sets my a heart a-reeling
From my toes up to my ears.

The man in me will hide sometimes to keep from bein’ seen,
But that’s just because he doesn’t want to turn into some machine.
Took a woman like you
To get through to the man in me.

***